• 26 Mar

    Custodire la Parola

    Lectio di Lc 2,19.51

    di p. Attilio Franco Fabris

    Custodiamo lungo l’arco della vita ciò che riteniamo più prezioso e indispensabile alla nostra vita. Infatti non custodiamo le cose superflue, quelle inutili o il ciarpame che si accumula nei cassetti e di cui ci sbarazziamo senza fatica né dolore ogni tanto. Ma ci sono “cose” dalle quali non vogliamo staccarci, che vogliamo “custodire” ad ogni costo. Per Gollum – uno degli indimenticabili protagonisti del romanzo tolkiano “Il Signore degli Anelli” – il suo prezioso “tessoro” (così morbosamente lo chiamava) era purtroppo l’ultimo anello che lo faceva schiavo del suo delirio di onnipotenza. Rischiamo anche noi, come Gollum, di attaccarci a cose, persone, situazioni, sbagliate e di volerle “custodire” come indispensabili alla vita, come portatrici di promesse illusorie di felicità.
    Ecco la necessità di continuare a domandare alla nostra coscienza: ma cosa sto custodendo nella mia vita? Cosa stiamo custodendo come tesoro prezioso nella mia comunità, nella mia famiglia? Cosa ritengo essenziale salvaguardare e proteggere come il mio inseparabile bene e mia fonte di speranza?
    Perché, è vero: “dove è il tuo tesoro lì sarà anche il tuo cuore” (Lc 12,34),  ovvero dove è inclinato il nostro cuore, lì pensiamo e desideriamo appagare il nostro desiderio di pienezza di vita.
    Per il credente il “tesoro prezioso” non è l’anello che promette potere e successo ma il dono della fede, ovvero dell’amicizia con Cristo. Questa nasce e cresce dall’assiduità dell’ascolto della sua Parola in cui crediamo risieda il germe della vita: “Sii buono con il tuo servo e avrò vita, custodirò la tua parola“(Sal 118,17); “Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6).
    Da ciò scaturisce che il cristiano dovrebbe custodire gelosamente la Parola del Signore come l’energia nascosta ed inesauribile della fede dalla quale attingiamo la “sublime conoscenza del mistero di Cristo“:Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza,  se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio” (Pr 2,1-5). Tutto il resto, usando l’espressione di Paolo apostolo, egli “considera come spazzatura” (cfr Fil 3,8) indegna d’essere conservata.
    Domandiamo allo Spirito il dono del discernimento al fine di imparare a riconoscere e custodire la nostra vera ricchezza per poterla poi testimoniare e comunicare al mondo intero.
    Lo Spirito Santo effettuerà in me una continua incarnazione del verbo: io posso dare al Verbo un cuore umano per amare ancora nel tempo i fratelli e il Padre, gli posso dare le mie membra e il mio spirito perché vi compia “ciò che manca alla passione per il Corpo di Lui che è la Chiesa”. Lasciar vivere Gesù in me: lui la mia umiltà, la mia purezza, la mia carità, la mia pazienza, la mia forza, la mia amabilità. Sparire per lasciar regnare lui; non devo imitare Gesù ma rimanere io; devo sparire e lasciar vivere lui divenire il mio io, le specie trasparenti che nascondono Cristo” (Maria Gubbi)

    Lectio

    Uno dei termini usati nell’antico e nel nuovo testamento per indicare l’azione del “custodire” è “shamar” (in greco: terein) che in senso traslato viene a esprimere la premura con cui l’uomo custodisce non solo delle cose bensì anche un comando, una parola, una tradizione. Il verbo ribadisce l’idea del “proteggere-sorvegliare con premura” (Gv 2,10; 2Pt 2,4; 1Ts 5,23…) da cui scaturisce quella dell’ “osservare-obbedire- rimanere saldi” (ad esempio è frequente l’espressione “custodire i comandamenti“: cfr 1Sam 15,11; Pro 13,3; 19,16; Gc 2,10; Gv 9,16; 14,15.21; Ap 2,26…).
    E’ dunque significativo che questo termine, usato anche nei due versetti di Luca che commentiamo, abbracci non solo l’idea del “conservare-custodire” ma anche quello dell'”obbedire-osservare-mettere in pratica“. In effetti colui che custodisce gelosamente una parola nel suo cuore inevitabilmente fa sì che questa parola impregni tutta la sua vita così che anche il suo agire ne è determinato: “Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza” (Lc 8,15).
    Veniamo allora ai due brevissimi testi proposti alla nostra meditazione. Sono entrambi tratti dal secondo capitolo di Luca dove l’evangelista narra gli avvenimenti della nascita di Cristo.
    Il primo testo è il vers. 19 conclusivo all’episodio dell’annunciazione ai pastori e del loro andare a contemplare ciò che è stato loro detto. I pastori sono presi dallo “stupore-spavento” (v.9) dinanzi al realizzarsi della promessa di Dio fatta a Davide. Ma questo stupore non è che una fase iniziale del cammino di ascolto della parola. Ad esso deve seguire l’approfondimento e l’interiorizzazione della Parola.
    Ecco allora che Luca sposta l’attenzione dell’ascoltatore invitandolo a centrare la sua attenzione su Maria.
    Essa viene presentata come colei che  non solo “custodisce” parole e fatti – fosse anche solo per tramandarli successivamente – ma soprattutto cerca di coglierne il senso, il filo conduttore, capace di dispiegargli passo passo il progetto di Dio. È questo il significato della forma verbale usata: sun-terein(lett. custodire insieme). Questo impegno a una custodia delle parole-fatti (nelle lingue semitiche il termine “parola” indica anche il “fatto”!) tutta tesa a coglierne il trama nascosta è il processo caratteristico di una fede che desidera crescere e progredire nella comprensione del mistero. Questo sforzo interiore di Maria è ancora sottolineato da Luca attraverso un verbo molto caratteristico:  “symballein” che letteralmente significa “riuniremettere insieme-ravvicinare le partimettere a confronto“. Nella tradizione cristiana questo processo sarà poi espresso con la parola “meditare“.
    Luca ci vuole presentare Maria – modello del discepolo – che impiega tutte le sue energie (“nel suo cuore“) nel “custodire nel cuore” una continua meditazione degli eventi e delle parole di un mistero che di certo la superano ma nel quale è chiamata ad entrare attivamente e sempre maggiormente. Così Maria fin dall’inizio viene formata ad una fede che è destinata a crescere attraverso un progressivo cammino di interiorizzazione e comprensione. Luca riporterà la frase di Gesù che elogia indirettamente questo fondamentale e prioritario impegno di ogni discepolo: “Ma Gesù rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»” (Lc 8,21).
    Nel nostro versetto il “custodire” la Parola assume la valenza del progredire nella sua comprensione attraverso un costante esercizio di meditazione al fine di porsi in sintonia col disegno di Dio.
    Ma veniamo al secondo testo. E’ il vers. 51 che conclude il cosiddetto “vangelo dell’infanzia”. Siamo infatti al termine dell’episodio tragico della perdita e del ritrovamento di Gesù nel Tempio.
    Seduto fra i maestri della Legge Gesù ha manifestato ai suoi la sua missione e ha rivendicato la sua figliolanza e quindi dipendenza unicamente dal “Padre suo” (v. 49). Il vangelo riporta che queste parole di Gesù non sono comprese né da Maria tanto meno da Giuseppe (“Ma essi non compresero le sue parole” v. 50).  Il mistero non può essere totalmente e immediatamente compreso!
    Dopo questo momento di tensione la scena è riportata nell’atmosfera familiare della quotidianità della vita di Nazaret. Una esistenza semplice in cui il figlio è chiamato ad osservare il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre” (Dt 5,16).
    Il contrasto con la scena precedente del contrasto con i genitori è appositamente stridente: se prima Gesù rivendica la sua autonomia e indipendenza dalla famiglia umana in quanto relazionato essenzialmente con Dio ora egli ci è presentato “sottomesso” ai suoi genitori terreni.
    A questo punto l’evangelista fa ancora emergere la figura di Maria quale immagine  del discepolo che è chiamato a “custodire” conservandola nel tempo la Parola.
    Se nel vers. 19 Maria veniva presentata tutta intenta a collegare e scoprire il filo conduttore capace di dare senso agli avvenimenti, qui ella ci viene presentata come discepola che “custodisce attraverso il tempo” (è l’etimologia di “dia-terein“) quelle “parole-fatti” al fine di approfondirle, comprenderle sempre più. Sono seme destinato a crescere e a fruttificare lungo l’arco dell’esistenza.
    Luca dunque all’interno del secondo capitolo per ben due volte sottolinea la figura di Maria come discepola che “custodisce costantemente, collega e confronta lungo l’arco della sua esistenza” quelle parole e avvenimenti che danno senso alla sua esistenza e vocazione. Ella ne ha bisogno per accogliere quel Figlio che rimane sempre per lei sempre un mistero che non le appartiene.
    L’intento dell’evangelista è probabilmente quello di suggerire alla comunità quale debba essere la pedagogia con cui accompagnare i chiamati alla fede: il catecumeno non comprende tutto e subito; ha bisogno di tempo, ha bisogno di confrontare e collegare costantemente, interiorizzare la Parola di Dio con la vita al fine di scoprirvi il disegno di Dio. Solo in questa esercizio di “custodia” del mistero si attiva la fede.
    Da questo momento Maria scompare dalla scena: ella fa ormai posto ai discepoli tra i quali si pone anche lei. Discepoli che sono chiamati a ripercorrere l’esperienza di Maria per diventare a loro volta capaci di generare nella vita il Verbo ascoltato e custodito nel cuore.

    Collatio

    L’uomo prende nella custodia del suo cuore, della mente e della volontà ciò che ritiene prezioso per la sua vita, ciò che considera un valore. Si custodisce solo ciò che si ritiene importante per la propria vita. L’imprenditore custodisce gelosamente i suoi contratti e i suoi lavori, l’affarista i suoi blocchetti d’assegni, l’anziano i suoi lontani ricordi, il bambino i suoi giochi preferiti, la sposa l’amore per il suo sposo. Noi che ci definiamo credenti – e consacrati – cosa custodiamo gelosamente nel nostro cuore come tesoro inseparabile?
    La risposta è importante perché ciò che custodisco nel cuore, ovvero al centro della mia vita, mi impegna totalmente: il tempo, le energie, l’attenzione:  “che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore” (Sal 39,9).
    Rischiamo sempre di custodire cose sbagliate, di rincorrere chimere, di sprecare energie inutilmente e allora il dono della sapienza è necessario per imparare a discernere l’oro dalla sabbia:  “Dammi la sapienza…che conosce le tue opere, che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti” (Sap 9,9). “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,2).
    Ma perché custodire la Parola del Signore nel cuore?
    Nel salmo 118 preghiamo dicendo: “La legge della tua bocca mi è preziosa più di mille pezzi d’oro e d’argento” (v. 4). Per il salmista la Parola di Dio è un tesoro inestimabile, e un tale tesoro del valore più grande di mille lingotti d’oro va custodisco ad ogni costo: “Io custodisco i tuoi insegnamenti e li amo sopra ogni cosa” (Sal 118,167).
    La parola è preziosa perché è il seme della fede che è la fonte della speranza e della vita: “Egli mi istruiva dicendomi: «Il tuo cuore ritenga le mie parole; custodisci i miei precetti e vivrai” (Prov. 4,4). Infatti la fede senza l’ascolto della Parola non può germogliare e portare frutto. Come il contadino conserva e custodisce gelosamente la sua semente da gettare nel campo così il discepolo custodisce nel cuore il seme della parola perché poi fruttifichi nella vita: “Figlio mio, custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti” (Prov. 7,1).
    Vogliamo vigilare nella custodia di questo immenso tesoro in una duplice consapevolezza.
    La prima è che si custodisce qualcosa perché corriamo il rischio di perderla, che ci sia sottratta o rubata. Così è della Parola di Dio che deve essere custodita affinché il nemico non la strappi dal nostro cuore. Questo nemico è Satana ma si chiama anche pigrizia, non vigilanza (che è il contrario della custodia), noncuranza, superficialità, dispersione. Se non custodiamo con vigilanza gli uccelli, la strada, i rovi, o i sassi disperdono il tesoro (cfr Mt 13,24ss).
    La seconda consapevolezza è che questo tesoro – “Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi” (2Tt 1,14) – è destinato non solo a se stessi bensì a tutti i nostri fratelli: per cui questo tesoro della fede che scaturisce dall’annuncio della parola lo custodiamo in noi stessi perché possa essere donato a tutti. Una sua eventuale perdita non andrebbe perciò a detrimento solo di noi stessi ma di tutti!Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.” (Mt 24,,42-43).
    Necessariamente il teme della custodia si accompagna a quello della vigilanza: san Gregorio di Nissa scrive in una sua opera: “Occorre dunque vigilare con diligenza, volgendosi spesso all’anima e gridandole e ingiungendole come uno stratega: «O uomo, custodisci il tuo cuore sorvegliandolo bene» (Prov 4,23). Da questa sorveglianza dipende l’esito della vita. Il custode dell’anima è la ragione pia, fortificata dal timore di Dio, dalla grazia dello spirito e dalle opere della virtù” (Il fine cristiano).
    Maria ci è posta dinanzi modello del nostro essere discepoli seduti ai piedi del Maestro e in cammino dietro a lui (cfr Lc 10,39; Mc 3,32): “Che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore” (Sal 39,9). Maria attenta ad ascoltare “tutte le Parole” che Dio le rivolge non ne lascia cadere a terra neppure una, le raccoglie, le confronta ne approfondisce ed interiorizza (sun-terein)  il senso mai interamente posseduto, le custodisce gelosamente e amorevolmente nel tempo (diaterein) perché la sua fede possa sempre crescere “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).
    La Parola custodita illumina i fatti e i fatti a loro volta custoditi sono interpretati alla luce della Parola in una dinamiche di crescita ed interiorizzazione mai conclusi. Senza questa custodia, che diviene memoria anzi “memoriale”, gli avvenimenti e le parole dell’esistenza apparirebbero inconcludenti, senza un filo logico, contraddittori e non portatori di senso. Come infatti Maria potrebbe affrontare il suo “pellegrinare nella fede” (LG) che Dio le propone senza un suo costante impegno nel restare in ascolto della Parola custodita nel cuore come chiave di lettura della sua storia?
    Nei dipinti raffiguranti l’Annunciazione Maria è quasi sempre raffigurata sempre in un atteggiamento di preghiera avendo dinanzi a sé aperto – se  pur su di un anacronistico inginocchiatoio –  il libro della Parola di Dio. Vi si esprime l’essenziale della fede di Maria che si riassume nella sua costante disponibilità a collaborare – è il frutto della preghiera – al realizzarsi della promessa di Dio.
    I Padri insegnano che ciò che si dice di Maria vale per la Chiesa e per ogni credente.
    L’impegno a custodire la Parola del Signore nel nostro cuore è della Chiesa, della comunità e di ciascuno di noi: nessuno escluso. Desideriamo custodirla gelosamente “più di mille pezzi d’oro e d’argento” come fermento della fede, chiave di lettura della storia e fuoco che sospinge all’annuncio del vangelo.
    L’importante documento della CEI, “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia” al n. 31 afferma che “ogni uomo è chiamato a prestare attenzione in ogni momento al rivelarsi gratuito di Dio, della sua misericordia che purifica e risana, è chiamato a scorgere la presenza della grazia divina attraverso persone ed eventi”.
    Ciò è possibile nella misura in cui nel cuore è custodito il dono di Dio.  “Prega dunque per chiedere la grazia del vero silenzio di cui Maria ha il segreto, ella che custodiva fedelmente i suoi ricordi e li meditava nel suo cuore” (Fraternità Monastiche di Gerusalemme, Libro di vita).

    Oratio

    Ascolterò la tua Parola, nel profondo del mio cuore.
    Nel buio della notte essa come luce risplenderà.
    Mediterò la tua Parola, nel silenzio della mente.
    Nel deserto delle voci essa risuonerà.
    Seguirò la tua Parola nel sentiero della vita.
    Nel passaggio del dolore la Parola della Croce mi salverà.
    Custodirò la tua Parola, per la sete dei miei giorni.
    Nello scorrere del tempo la Parola dell’Eterno non passerà.
    Annuncerò la tua Parola, camminando in questo mondo.
    Le frontiere del tuo Regno,
    la Parola come un vento  le spalancherà


    (E. Sequeri)

  • 24 Mar

    1. Tempio di Luce

     

    O Tempio della Luce
    senza ombra e senza macchia,
    intercedi per noi presso il figlio tuo,
    mediatore della nostra riconciliazione,
    perché egli perdoni le nostre debolezze,
    allontani da noi ogni discordia,
    e conceda alle anime nostre
    la gioia di amare i fratelli.
    O Maria, al tuo cuore immacolato
    raccomandiamo tutto il genere umano;
    fa’ che conosca l’unico e vero salvatore,
    Gesù Cristo;
    allontana da esso le calamit�
    provocate dal peccato,
    dona al mondo intero la pace nella verità,
    nella giustizia, nella libertà e nell’amore.
    Amen.

     

     

     

    2. A Maria benigna

     

    Vergine santa,
    nella tua dimora gloriosa
    non dimenticare le tristezze della terra.
    Rivolgi uno sguardo di bont�
    su coloro che soffrono,
    che lottano contro le difficoltà,
    che appressano continuamente le loro labbra
    alle amarezze della vita.
    Abbi pietà di coloro che ti amano,
    e son  costretti a vivere separati.
    Abbi pietà di coloro che sono abbandonati
    nella solitudine del loro cuore.
    Abbi pietà della nostra fede
    così vacillante.
    Abbi pietà di quelli che piangono,
    di quelli che pregano, di quelli che tremano.
    Dona a tutti la speranza e la pace.
    Così sia.

    Henri Perreyve (1831-1865)

     

    3. Come Maria

     

    Come Maria,
    sconosciuta donna di Nazaret,
    che nel silenzio adorante ha sperato e ha atteso
    l’avverarsi delle tue promesse,
    anche noi, o Signore Iddio,
    nel silenzio operoso della nostra fatica quotidiana,
    abbiamo atteso il dono del tuo Figlio,
    generatore di una nuova umanità.
    Ed ora egli è qui, dentro di noi,
    pane disceso dal cielo,
    fatto cibo per noi,
    affamati di speranze eterne e di valori assoluti.
    È qui dentro di noi,
    nel segno di un pezzo di pane,
    come lo era nel grembo di  Maria
    nella fragile carne d’un feto.
    Come Maria,
    leviamo a te il nostro grazie
    perché grandi cose hai operato
    per noi e in noi,
    anche oggi!

    A.D.

  • 22 Mar

    Le mie mani

     

     

     

    Le mie mani,

    coperte di cenere,

    segnate dal mio peccato
    e da cose fallite,

    davanti a te, Signore, io le apro,

    perché ridiventino capaci di costruire
    e perché tu ne cancelli la sporcizia.

                Le mie mani,

    avvinghiate ai miei possessi
    e alle mie idee già fatte,

    davanti a te, Signore, io le apro,

    perché lascino sfuggire i miei tesori.
                Le mie mani,

    pronte a lacerare e a ferire,

    davanti a te, Signore, io le apro,

    perché ridiventino capaci di accarezzare.

                Le mie mani,

    chiuse come pugni di odio e violenza,

    davanti a te, Signore, io le apro,

    tu vi deponi la tua tenerezza.

                Le mie mani,

    si separano dal loro peccato;

    davanti a te, Signore, io le apro:

    attendo il tuo perdono.

     

    Charles Singer

  • 19 Mar

    A san Giuseppe

     

    A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo,
    e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio,
    dopo quello della tua santissima sposa.
    Per, quel sacro vincolo di carità, 
    che ti strinse all’Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio,
    e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù,
    riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno
    la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue,
    e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.
    Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia,
    l’eletta prole di Gesù Cristo:
    allontana da noi, o Padre amatissimo,
    gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo;
    assistici propizio dal cielo
    in questa lotta col potere delle tenebre,
    o nostro fortissimo protettore;
    e come un tempo salvasti dalla morte
    la minacciata vita del pargoletto Gesù,
    così ora difendi la santa Chiesa di Dio
    dalle ostili insidie e da ogni avversità;
    e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio,
    affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso,
    possiamo virtuosamente vivere,
    piamente morire e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.
    Amen.

  • 14 Mar

    di p. Attilio Franco Fabris

    1. INTRODUZIONE

     Ricerche filologiche e storiche, studi sulla simbolica dei riti, dei gesti e del linguaggio, fanno constatare come la meditazione sia un dato fondamentale e universale dell’esistenza umana. Da questa constatazione ne deriva tuttavia il fatto che la parola “meditazione” corre il rischio soprattutto nella nostra cultura di dimostrarsi ambigua in quanto usata in ambiti e culture diverse (es. preghiera mentale, metodi d’interiorizzazione Yoga, zen giapponese, riflessione di testo coranici, tecniche di psicoterapia, ecc…).
    Analizzeremo dapprima la meditazione nel contesto cristiano. Essa vi si colloca come una delle forme della preghiera.
    Nella teologia della spiritualità essa si definisce generalmente come forma di contemplazione acquisita in cui si succedono atti distinti dell’intelligenza, dell’affettività e della volontà. (Nella contemplazione pura l’attività di questi dinamismi è di molto semplificata e unificata). Quando si parla di meditazione si suppone dunque una applicazione attiva e metodica di questi dinamismi. Di per sé dunque la meditazione fa leva sulla struttura dell’essere umano, sui suoi dinamismi, dando la precedenza ad un discorso ordinato che venga a toccarli e a coinvolgerli.
    Questa connotazione è presente pure nell’etimologia stessa della parola; in latino come in greco meditatio-melete esprime l’idea di un esercizio. In effetti serviva ad indicare originariamente ogni specie di esercizio fisico o intellettuale, ovvero ogni pratica destinata a preparare e ad affinare l’esercitante. In seguito il linguaggio ha riservato exercere agli esercizi fisici, e meditari a quelli dello spirito. Dunque meditatio nel suo significato etimologico indica un esercizio metodico dello spirito, che corrisponde agli esercizi preparatori e ripetitivi dei soldati o dei musicisti. Vediamo ad esempio Ugo di s. Vittore accostare la meditazione religiosa a quella di un testo ordinario: “La  meditazione è il pensiero assiduo e riflesso, che cerca di conoscere la causa, l’origine, la maniera di essere e l’utilità di una cosa. La meditazione ha il suo principio nella lettura, tuttavia non è sottoposta ad alcuna regola o precetto nella maniera di leggere; essa ama infatti correre liberamente attraverso lo spazio”. Da questo testo emerge un dato importante: l’attività meditativa possiede un suo carattere naturale. Esiste una meditazione naturale: la persona che contempla un’opera d’arte, che ascolta della musica, che riflette su qualche aspetto della sua vita, il bambino colto da stupore di fronte a qualcosa di nuovo o di bello sono indicatori di tale attività naturale.
    Si tratta  ancor più di un lavoro di assimilazione di ciò che l’occhio ha letto, di ciò che l’orecchio ha udito, di ciò che la memoria ha ritenuto; si tratta di una masticazione-ruminatio delle idee al fine di penetrarsene completamente. (Cf P. Philipe). E’ per questo che la meditazione va accostata al tema più generale dell’ascesi.
    Il
    concetto di meditazione cristiana conosce lungo la storia una continuità e una evoluzione.
    L’evoluzione riguarda l’importanza crescente che viene data al fattore intellettivo-riflessivo.
    La continuità si desume dal fatto che i diversi autori si ispirano alla rivelazione, in particolare la s. Scrittura. 

     

    2. MEDITAZIONE E VITA CRISTIANA

    Il fine di chi medita, applicando l’esercizio di mente-cuore-volontà, i misteri della fede è quello di far sì che la sua fede diventi sempre più interiorizzata ovvero personale. Essa permette e facilita una assimilazione del senso e del contenuto del mistero che si medita.
    Il cristiano per garantire questo processo spirituale procede come farebbe in una qualsiasi disciplina profana: applica la propria intelligenza, affettività e volontà ai dati del mistero, ne approfondisce il senso. Questo senso assimilato dall’intelligenza, scoperto amabile dal cuore, conduce ad atteggiamenti e a scelte concrete di vita, la quale in tal modo si viene a conformare sempre più al dato rivelato.
    Pur sottolineando la massima libertà del processo meditativo come attestava Ugo di s. Vittore, ben presto si sentì tuttavia la necessità di ricorrere a dei metodi più o meno rigorosi. Intendiamo per metodo uno schema stereotipo, applicabile a qualsiasi oggetto.
    Scopo del metodo è quello di condurre, sorreggere, lo spirito a investigare in maniera esaustiva e ordinata i vari aspetti del mistero.
    Non sono mancate lungo la storia della Chiesa alcune obiezioni: sottomettendo l’attività spirituale a un metodo meditativo ferreo e razionale non si rischia di limitare o addirittura spegnere la libera azione dello Spirito? Come si vede si tratta di un problema analogo a quello che interessa l’attività ascetica e l’esperienza mistica.
    La soluzione è la medesima: come l’ascesi dispone all’accoglimento della grazia, così la meditazione dispone all’assimilazione del mistero della fede. Essa non ha dunque la presunzione di possedere un’efficacia meccanica. Dio accorda sempre i suoi doni con grande libertà. A noi spetta il compito di predisporci a tale opera di Dio attraverso questa scuola di orazione.

     

    3. LA MEDITAZIONE NELLA S. SCRITTURA

     I. AT.

     L’idea di meditazione si collega alla radice haga tradotto in greco con melete  e il latino con meditari.
    La radice originariamente significa “mormorare a bassa voce“. La sede o l’organo del meditare è dunque la gola, la laringe.
    La meditazione può dunque originariamente avere valore sia religioso che profano (vi è ad es. un meditare anche contro Dio: “populi meditati sunt inania” Sl 2,1).
    Talvolta alla componente auditiva-fisica si affianca una componente spirituale o mentale: “Non si allontani dalla tua bocca il libro della legge, ma meditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto” (Gs 1,8), la meditazione della legge conduce a regolare la propria vita su questa stessa legge (cfr. “la sua legge medita giorno e notte” Sl 1,2). La meditazione procede dunque dal cuore, dalla bocca del giusto e ha per oggetto la giustizia-legge di Dio.
    In sl 77,13 (“mi vado ripetendo le tue opere, considero tutte le tue gesta”)  e sl 143,5  (“Ricordo i giorni antichi, ripenso a tutte le tue opere, medito i tuoi prodigi”) haga è posto in relazione con zakar, il fare memoria meditandole delle meraviglie di Dio.
    Nella letteratura sapienziale, dove non troviamo espressamente la radice haga, ritroviamo tuttavia più volte una sorta di meditazione sui testi più antichi che narrano gli interventi di Dio nella storia del popolo eletto (Sap 10-19: Sir 44-49).
    La traduzione del termine ebraico in greco e in latino comporterà successivamente una espansione di significato. Infatti il termine greco significa “prendersi cura di”, “prendersi a cuore”; mentre il termine latino contiene il concetto di “esercitarsi” con un grande ventaglio di utilizzo (dal memorizzare parti teatrali, brani musicali, discorsi, ecc…). Questa accezione si mantenne nell’epoca patristica sino al medioevo: studenti e monaci, come vedremo, si esercitavano alla recita dei salmi o delle lezioni.

    II. N.T.

     Il termine esplicito è quasi introvabile. Il solo testo significativo e in 1 Tm 4,15: “abbi premura=medita di queste cose, dedicati ad esse interamente…”. Paolo prescrive al suo discepolo di “prendersi a cuore” la lettura della Scrittura.
    Troviamo pure il “conservare nel proprio cuore parole o avvenimenti”. E’ ciò che fa Maria (cf Lc 2,19;51). Si tratta evidentemente di una forma di meditazione dell’opera di Dio. 

     

    4. PADRI E AUTORI MONASTICI

     La caratteristica principale della primitiva meditazione cristiana è il ricordo e la ripetizione della Parola di Dio, al fine di farne il nutrimento dell’anima.
    E’ questo il senso di alcune metafore molto ricorrenti: mensa verbi, ruminatio, palatum cordis, os cordis…
    L’idea della ruminatio è ispirata a Lev. 11,3 e Dt 14,6, dove i ruminanti sono classificati tra gli animali puri. Questa analogia viene utilizzata dai Padri (es. Ep. Barnaba X,II; Clemente A., Pedag III,II,76; Apoftegmi di Antonio e Macario…). In occidente è più volte usata da Agostino: “Allorché tu ascolti o leggi, ti nutri; allorché tu mediti ciò che ascolti o leggi, tu rumini al fine di essere un animale puro e non impuro” (En. Ps. 36; Serm. III,5).
    Da un lato si tratta di ripetere una parola o un testo, e di ripeterli in modo frequente se non continuo; dall’altro si tratta di assaporare, di assimilare interiormente questa parola, per far fruttificare la ripetizione” (F. Ruppert).
    La modalità di meditazione del monachesimo antico pacomiano si avvicina singolarmente al “meditare” biblico. La regola richiede al monaco, durante ogni sua occupazione, una ripetizione a bassa voce di versetti salmodici o di brevi testi biblici (3,28.36.37).
    Senza parlare esplicitamente di meditazione sant’Antonio pensa che il monaco può giungere alla misericordia di Dio attraverso il lavoro manuale, il digiuno, la veglia e “studiis multis verbi Dei et orationibus pluribus” (Lett. 1,77).
    Se per certuni questa ripetizione incessante poteva trasformarsi in routine, pratica meccanica, essa per tanti altri era tuttavia strumento in grado di condurre ad una grande familiarità con la Parola (cf gli scritti patristici e monastici), capace di introdurre l’anima in un clima particolare di ascolto, in un atteggiamento interiore di silenzio, capace di far sbocciare spontaneamente la vera preghiera. Cassiano attesta questo dinamismo quando parla di una “meditatio spiritualis” in quanto è “oris pariter et corde officium” (Inst. II,15,1). Questa pratica nel monachesimo orientale veniva protratta durante la giornata e anche nel lavoro, essa prende il posto delle ore canoniche del monachesimo occidentale (cf.  Inst. III,2).
    Questo esercizio, con la sua parte di fisicità, appariva particolarmente adatto a quegli uomini spesso incapaci di riflessioni astratte; in effetti quella che poteva essere la componente intellettuale della vita spirituale era di pochi.
     E’ infine da notare che nel monachesimo bizantino questa sorta di melete ha condotto alla pratica della Preghiera di Gesù.
    In san Benedetto non ritroviamo alcuna sorta di questo tipo di meditazione. Si prescrive al monaco anzi il silenzio assoluto. Il meditari è riservato all’apprendere “qualcosa del salterio o delle lezioni” (RB 8,3).
    Nell’ambito della cultura monastica occidentale meditatio sarà spesso associato a lectio e oratio, tanto che il trinomio lectio-meditatio-oratio diviene classico per esprimere la familiarità con la Parola di Dio. Questa può essere “mangiata” e “bevuta” nella lectio, assimilata e assaporata nella meditatio, sollecitata a produrre frutto nella vita tramite l’oratio. Ambrogio in un inno ripreso anche dalla nostra LH dice: “Christusque nobis sit cibus, potusque noster sit fides”.

    5. LA PRATICA MEDIEVALE

     Una premessa è fondamentale: nella storia della spiritualità gli autori hanno proposto forme di meditazione adatte alla formazione dei cristiani del loro tempo (alcuni insistendo sull’attività intellettiva, altri sulla immaginazione, altri sugli slanci affettivi a seconda del loro temperamento e cultura). Nessun metodo può dunque presumere di presentarsi come l’unico o il migliore, tutti sono sempre e solo strumenti legati a singole esperienze spirituali e culturali. Tuttavia si potranno ricavare alcune costanti che danno chiaramente un indirizzo sul quale camminare nella meditazione.
    Tra l’XI e il XII sec. Si inaugura con sant’Anselmo di A. (+1109) il genere delle Orationes e delle Meditationes. In queste opere la ratio, le rationes iniziano a giocare un ruolo importante, esse introducono ad un nuovo modo di pensare e di pregare in cui il fattore intellettivo prende consistenza.
    Un altro autore significativo è Ugo di s. Vittore (+1141). Scrive nel suo trattato De Meditatione: la meditazione è frequens cogitatio modum et causam et rationem uniuscuisque rei investigans. Presenta tra varie modalità un cammino meditativo in cinque tappe: “Primo lectio ad cognoscendam veritatem materiam ministrat, meditatio coaptat, oratio sublevat, operatio componit, contemplatio in ipsa exsultat”.
    Ruolo della meditazione è “l’esercizio di discernimento sul modo di mettere in pratica ciò che si sa, poiché è inutile sapere ciò che poi non si mette in pratica”.
    Pe
    r Ugo di s. Vittore la meditazione è dunque una attività di riflessione e di ricerca orientata in un senso verso la conformazione della vita all’insegnamento della scrittura e verso la contemplazione, nell’altro essa viene a rappresentare una tappa del cammino spirituale. Ed è in questa duplice linea che si muoveranno altri autori nelle sistematizzazioni posteriori.
    Nell’ambiente monastico, oltre alla preghiera liturgica, entra in uso una preghiera personale mentale: essa consiste nella lectio divina.
    L’aspetto più interessante per il nostro discorso è che anche qui la meditatio vi appare come una fase, un momento di un’attività contemplativa più vasta e complessa. Un testo fondamentale per comprendere questo lo ritroviamo nella lettera di Guigo II certosino. Egli scrive l’Epistola de vita contemplativa in cui distingue quattro “gradini spirituali” che formano la scala claustralium: lectio, meditatio, oratio et contemplatio: “La lettura è l’applicazione dello spirito alle sacre scritture; la meditazione è l’investigazione accurata di una verità nascosta con l’aiuto della ragione; la preghiera è la tensione devota del cuore verso Dio per allontanare il male e ottenere il bene; la contemplazione è l’elevazione dell’anima in Dio, anima che è avvinta dal gusto delle gioie terrene. La lettura ricerca la dolcezza ineffabile della vita beata, la meditazione la trova, la preghiera la chiede, la contemplazione la gusta. Si tratta delle parole stesse del Signore: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Cercate leggendo, troverete meditando, bussate pregando. La lettura porta il nutrimento alla bocca, la meditazione lo mastica e lo trita, la preghiera lo gusta e la contemplazione è questo sapore medesimo che riempie di gioia e rifocilla”.
    Dunque la meditazione si colloca tra la lectio e l’oratio: essa investiga, approfondisce, rumina, cerca. In rapporto alla lettura è un’elaborazione che permette allo spirito di approfondire il testo. In rapporto alla orazione essa prepara il terreno affinché lo spirito possa aprirsi al dialogo con Dio, domandando ciò che esso ha compreso.
    Ritroviamo quasi contemporaneamente le Meditationes viae Christi (sec. XIII). Queste propongono come modello all’anima che si vuole dedicare alla meditazione la figura di s. Cecilia che “portava sempre il Vangelo nascosto nel cuore” ovvero “lo meditava giorno e notte nel suo cuore, ruminandolo=meditandolo con dolcezza e soavità”. L’autore in questo caso offre un solo metodo: “Renditi presente alle parole e ai gesti riportati, come se tu le ascoltassi con le tue orecchie o le vedessi con i tuoi occhi”.
    Anche Landolfo di Sassonia certosino (+1377) scrive una Vita Christi (opera che sarà letta da Ignazio di L.) il quale propone per ogni esercizio una struttura triplice legata alla lectio divina: lectio, meditatio, oratio.
    Concludendo si può notare come lentamente venga a sottolinearsi l’aspetto riflessivo, vi è legame alla tradizione nel fatto che rimane ancora stretta l’unione della meditatio con la lectio e l’oratio-contemplatio dell’ambiente monastico. 

    6. L’ORAZIONE METODICA

     Nel secolo XIII nascono gli ordini mendicanti; per i frati si scrivono le “Industriae”, ovvero suggerimenti del come pregare in mezzo alle distrazioni.
    Anche nel mondo laicale, lontano dallo studio e dalla familiarità dei testi, e occupato in attività mondane si sentì il bisogno di riferirsi soprattutto a dei metodi pratici di meditazione, onde essere facilitato nella preghiera personale e contemplativa.
    Nel XV sec. Nasce il movimento della Devotio moderna. Troviamo ad es. le Scalae di Wessel Gansfort. Si tratta di serie di meditazioni già preconfezionate per la durata di una settimana o un mese, al fine di approfondire ordinatamente le verità di fede. E’ possibile constatare come con l’avvento della devotio moderna si arriva a incoraggiare più la meditazione personale che la preghiera liturgica.
    Il fondatore è Gerard Groote (1340-1383). Per il Groote la meditazione è una “mentis exercitatio” che pone in azione la riflessione e le rappresentazioni dell’immaginazione. Essa è una praeparatio che conduce alla preghiera e alla imitazione delle virtù di Cristo: “Inanis est mentis exercitatio, honore et fine carens, si non ducat nos et cogat ut ea que Christi sunt per oris confessionem et operis imitacionem perficere laboremus”.
    La preghiera nasce dalla meditazione e si trasforma in meditazione: “omnis animi excitatio a meditacione oritur et meditacione perficitur”.
    Sempre per il Groote esistono quattro genera meditabilia: la scrittura, le rivelazioni fatte ai santi, gli scritti dei dottori, le immgini composte dal credente stesso. Fonte della meditazione non appare più solo la Scrittura. Inizia in questo periodo a farsi strada altresì il problema dell’uso dell’immaginazione. Il suo ruolo per il Groote è adatto ai piccoli e ai principianti, mentre ai progrediti si domanda di superarlo. L’immaginazione ci aiuta a trasportarci nei tempi e nei luoghi dei misteri della vita del Signore, aiutandoci a prendervi parte.
    Sempre all’interno della corrente della devotio moderna troviamo un piccolo testo anonimo dal titolo “Epistola de vita et passione D.N. Jesu Christi. Si insiste sul fatto che il cuore dell’uomo debba necessariamente occuparsi di qualche cosa, e per il devoto ovviamente è necessario che “Dio sia meditato”. L’esercizio spirituale di questa meditazione, ripreso quotidianamente, crea un’abitudine, ovvero una mentalità, uno stile di vita. Questo esercizio giornaliero è per eccellenza la meditazione della passione di Cristo suddivisa cronologicamente e secondo punti precisi.
    L’autore insiste sulla diversità di vie e di grazie per ciascuno. Si mediterà dunque questo o tal punto a seconda che convenga meglio. Ogni sforzo eccessivo è riprovevole. Se ci si trova nell’aridità, si leggeranno semplicemente i punti previsti per la giornata. Si rimane sempre liberi di utilizzarli tenendo conto delle ispirazioni dello Spirito e delle proprie disposizioni: “Benché la materia sia abbondante, non si utilizzerà se non ciò che meglio convenga“.
    Tommaso da Kempis (1379-1471), autore controverso dell’Imitazione, insiste molto sulla solitudo cordis et corporis, sulla custodia cellae  e il silenzio come strumenti che ci predispongono alla preghiera: “Haec solitudo docet sanctis inharere meditationibus” (Serm. 7).
    Un suo abbozzo di metodo, appare nei Sermones de vita et passione Domini (cap. 26). L’autore presenta una successione di sette punti:
     –quis est qui haec patitur
    – a quibus patitur
    – quanta patitur
    – pro quibus
    – quam longo tempore patitur
    – in quibus locis patitur
    – in quibus membris patitur.
    Notiamo  come la passione, nella Devotio, venga presentata come oggetto principale e privilegiato di meditazione.
    In altri testi e autori vedremo successivamente un proliferare di punti e di tracce per la meditazione. Talvolta si rimane meravigliati per la loro complessità. Nel tardo medioevo troviamo un metodo che propone un itinerario meditativo in cui si succedono 23 momenti (la Scala di Gansfort). Questa complessità non va interpretata in senso peggiorativo: essa rispondeva all’esigenza di facilitare al massimo la riflessione vincendo il rischio della dispersione.
    Jean Mombaer (1460-1501) è l’ultimo autore significativo della devotio moderna. La sua opera più significativa è il Rosetum. Si tratta di una raccolta di 30 trattati. All’interno troviamo il Meditatorium in cui si offre “meditationis modum, quippe exordiendi, procedendi terminandique praxim”.
    Per Mombaer occorre perseveranza per poter apprezzare il suo metodo. Tuttavia colui che medita dovrà sempre far attenzione a seguire le ispirazioni della grazia.
    Notiamo che in questo metodo la funzione dell’immaginazione è pressocché assente. Vi è solo qualche accenno nella fase dedicata alla memoria. Infine constatiamo come colui che medita alla fine non prende alcuna risoluzione concreta.
    L’opera di Mombaer porta la metodologia ai suoi estremi limiti. Ciò preannuncia già un certo declino. Il metodo ignaziano a confronto apparirà di una grande semplicità. 

     

    7. LE FORME IGNAZIANE

     Grande influsso lungo la storia della spiritualità ebbero gli schemi ignaziani contenuti negli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola.  In quest’opera fondamentale nella storia della spiritualità vengono offerti alcuni metodi di meditazione in funzione delle materie da meditare. Nella prima settimana si fa uso del metodo delle tre potenze applicando cioè memoria, intelletto e volontà alla realtà del peccato, della morte e dell’inferno. Nella seconda settimana Ignazio propone la contemplazione dei misteri di Cristo: si tratta di una meditazione molto semplice che fa ricorso molto alla applicazione dei sensi. Infine alcune modalità di pregare meditativa: contemplare il senso delle parole di una preghiera (nn. 349-257), e la preghiera ripetitiva e ritmata (n. 258-260) questi costituiscono dei veri metodi di preghiera semplici e fruttuosi.
    Ignazio non è lo scopritore di questi metodi; egli infatti compendia e si fa erede di tradizioni monastiche e francescane da lui conosciute e assimilate.
    Nonostante l’apparenza dia l’impressione di metodi rigidi e forse un po’ freddi, occorre partire dalla considerazione che Ignazio era un temperamento affettivo, e che i suoi scritti e consigli sono frutto di intense esperienze spirituali e mistiche. I suoi schemi non sono scritti a tavolino, ma costituiscono il risultato di ciò che egli ha vissuto in prima persona. E’ per questo che probabilmente essi possono essere apprezzati soprattutto da chi verifica la loro validità mediante la sua propria esperienza.
    Esiste uno schema fondamentale ignaziano e il più conosciuto. Lo prendiamo in considerazione passo per passo.
    I. Preparazione lontana

               1. Ostacoli alla preghiera

                         – i peccati

                         – le passioni disordinate

                         – troppa sollecitudine per le cose materiali

                         – dissipazione e incostanza mentale

               2. Disposizioni alla preghiera

                         – la purezza di coscienza

                         – il dominio di sé

                         – la magnanimità

                         – l’attenzione

    II. Preparazione vespertina dei punti di meditazione

    III. Addizioni

               1. La sera, prima di dormire, pensare per il tempo di un’Ave Maria                       all’ora in cui devo alzarmi e su cosa mediterò.

               2. Il mattino, provare a restare in quell’umore e disposizione che conviene

               alla meditazione.

               3. Consapevolezza della presenza di Dio.

               4. Scelta della posizione fisica che conviene a quella meditazione

               5. Invocazione allo Spirito

    IV. Preamboli

               1. Immaginazione del luogo

               2. “Chiedere ciò che voglio”

    V. Uso delle facoltà

               1. Memoria

               2. Intelletto

               3. Volontà e affetto

    VI. Colloquio conclusivo

    VII. Esame

    I. PREPARAZIONE LONTANA

     Ignazio parla del “modo come disporre l’anima per la meditazione”. Quali le disposizioni che si richiedono? Egli inizia presentando in negativo quelli che possono essere gli ostacoli alla meditazione.
    Un primo impedimento sono i peccati. Se la preghiera è conformazione alla volontà di Dio, chi può pregare agendo in contrario?
    In secondo impedimento sono le cattive passioni. Per Origene al primo posto va collocata l’ira, e a questa possiamo aggiungere tutte le altre. Esse infatti distolgono, e sottraggono energia e attenzione.
    Un terzo impedimento sono le preoccupazioni. Esse non permettono un giusto distacco e libertà interiore.
    Un quarto impedimento è rappresentato dall’incostanza, dalla volubilità. In effetti la fantasia e la nostra immaginazione se non sono ben impiegate rischiano di affondare lo sforzo della preghiera. Inoltre la pigrizia può condurre a tralasciare la meditazione, oppure a prepararvisi e a svolgerla male e superficialmente.
    In positivo Ignazio a chi si appresta alla meditazione richiede:
    – la purezza di coscienza
    – la mortificazione delle passioni
    – la dedizione totale a Dio
    – l’attenzione.
    Queste virtù sono frutto di fatica e di una disposizione generale della propria vita: “Perciò quali vogliamo essere durante la preghiera, tali cerchiamo di essere prima di cominciare a pregare”. Il Faber aggiunge: “Chi volesse pregare solo quando viene dato il segno delle campane, difficilmente pregherà davvero, sarebbe un miracolo”. 

    II. PREPARAZIONE DELLA MATERIA (I PUNTI)

     Sant’Ignazio annota: “Chi propone all’altro il modo e l’ordine sul come meditare e contemplare, deve fedelmente esporre la storia che è oggetto di quella contemplazione o meditazione, ma solo presentandola per punti con una breve e sommaria spiegazione, affinché colui che contempla abbia un vero fondamento; se poi egli riflette e medita da solo e trova qualche cosa, ciò dà una migliore chiarificazione ed un miglior senso alla storia. Sia per mezzo della propria meditazione, sia che la mente venga illuminata dalla potenza di Dio, vi è un maggiore gusto ed un maggiore profitto spirituale, che se colui che propone gli esercizi spiega a lungo il senso di quella storia; Perché non è il molto sapere che sazia e accontenta l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente”.
    Questi punti sono preparati la sera precedente: consistono nella lettura del testo, nella annotazione dei pensieri e delle domande.
    Importante per Ignazio è che l’attenzione si fissi su ciò che sente importante. Lo scopo del metodo non è di limitare il libero discorso con Dio, ma di prepararlo con più possibilità di temi, affinché ad essi si possa ricorrere allorché ci si sentisse vuoti. Ciò nonostante la meditazione potrebbe non avere effetti. Si ritorni allora ad una lettura tranquilla e meditativa del testo. 

    III. ADDIZIONI

     Siamo ancora nell’ambito della preparazione alla meditazione.
    Prima addizione: quando mi metto a letto e ho già voglia di dormire penso, per il tempo di una Ave Maria, all’ora in cui dovrò svegliarmi, e mi ricorderò la meditazione della quale voglio occuparmi”
    Seconda addizione: quando mi sveglio non ammetto altri pensieri; ma concentro la mia attenzione su ciò che voglio meditare”.
    Questi consigli li possiamo ritrovare anche in altri autori spirituali. San Bonaventura ad esempio scrive per i novizi: “Quando aspetti il sonno, recita i salmi, medita su qualche pensiero devoto o, ancora meglio, rappresentati nostro Signore sulla croce. Tutto questo mette in fuga il diavolo. Quando ti svegli, ritorna subito, non appena ti alzi, al pensiero del Crocifisso, segnati con il segno della croce e affrettati ad andare in chiesa”.
    Tali consigli sono stati riscoperti dagli studi di psicologia che hanno sottolineato l’importanza delle immagini mentali, che soprattutto nel dormiveglia possono penetrare nel profondo di noi stessi. Karl Rahner annotava in un suo articolo: “Con una buona preghiera serale portiamo nel subconscio alcune immagini, le sacre rappresentazioni, visioni che corrispondono alle nostre profonde inclinazioni e desideri. Ciò poi agisce nel subconscio durante il sonno”.
    La terza addizione è l’esercizio della presenza di Dio. Negli Esercizi la troviamo così descritta: “Uno o due passi davanti al luogo dove devo contemplare o meditare; mi soffermo, con la mente elevata verso l’alto, il tempo di un Padre nostro. Considererò come Dio, nostro Signore, mi guarda e farò un atto di adorazione o di umiltà”.
    Giovanni Berchmans segue scrupolosamente questa indicazione: “Quando verrà il tempo della meditazione, mi chiederò: Dove vai? – Al Signore Dio! – E che cosa farai? – Parlerò con lui! Poi mi aspergerò con l’acqua benedetta. Quando suonerà la campana, farò il segno di croce, mi metterò ad uno o due passi dall’ inginocchiatoio e penserò che Gesù Cristo stia davanti a me guardando che cosa sto facendo. Gli manifesterò la mia stima con qualche gesto esteriore di umiltà, poi avanzerò, mi metterò in ginocchio e dirò: Signore Dio, ti prego, conduci tutti i miei pensieri, dirigi tutte le mie opere, affinché tutto sia consacrato al tuo servizio e alla tua gloria. Poi mi rivolgerò alla materia della meditazione con la memoria, con l’intelletto, con la volontà”.
    In effetti nella preghiera è importantissima la consapevolezza della presenza di Dio, onde evitare il rischio che essa si trasformi in monologo. Per Ignazio è sufficiente un piccolo momento all’inizio. Notiamo come anche il corpo partecipa dell’adorazione. Anche il metodo sulpiciano attribuirà a questa immediata preparazione alla meditazione una grande importanza. Esso prevede la lunghezza di un quarto d’ora in cui si succederanno diversi atteggiamenti interiori: mettersi alla presenza di Dio, riconoscere la propria indegnità, riconoscere che il nostro peccato non ci fa degni di ascolto, la confessione dei peccati, la richiesta di perdono, il confiteor, l’invocazione allo Spirito.

     IV. ATTEGGIAMENTO DEL CORPO

     E’ la cosiddetta quarta addizione. Ignazio ne parla così: “Accediamo alla contemplazione sia in ginocchio, o giacendo con il volto verso terra, o supino, giacendo con il volto verso l’alto, sempre però con l’intenzione di cercare ciò che si vuole. Avremo due punti in evidenza: primo se trovo ciò che voglio inginocchiandomi, non andrò avanti (cioè non cambierò di posizione); se lo trovo giacendo volto a terra, similmente, ecc.; secondo, se trovo ciò che voglio in un punto (cioè in un pensiero preparato per la meditazione), vi resterò senza timore di dover procedere verso il punto seguente, vi resterò fino ad essere soddisfatto”.
    Che senso hanno queste annotazioni? Servono a pacificare e semplificare al massimo la pratica meditativa soprattutto per chi è dissipato o troppo nervoso. Infatti la condizione essenziale per la meditazione è la pace interiore: “Prima di mettermi  a pregare, cercherò di essere tranquillo: lo farò sia che mi siedo sia che passeggio. Solo dopo mi inginocchierò o mi metterò seduto a seconda di ciò che meglio aiuta alla devozione; chiuderò gli occhi o li fisserò su qualche oggetto senza muoverli”.
    L’abate Cisneros raccomanda gesti espressivi che corrispondano esteriormente a ciò che si sta meditando. Nel giardino del Getsemani ci si metterà in ginocchio accanto a Gesù, o ai suoi piedi come Maria Maddalena, si volgeranno gli occhi a terra come il pubblicano, si guarderà al cielo come gli apostoli nell’ascensione.
    Si ritiene dunque buono ogni sforzo che miri a far sì che il corpo aiuti e faciliti le funzioni dello Spirito.

     V. CHIEDERE CIO’ CHE VOGLIO

     E’ una nota che diede adito alla discussione circa il cosiddetto “volontarismo ignaziano”. Per alcuni gli esercizi sarebbero un’ottima scuola per esercitare il dinamismo della volontà.
    Ma l’interesse di Ignazio è un altro. Egli si preoccupa che la meditazione abbia a sfociare nella vita, che sia ad essa strettamente collegata; che meditazione e vita interagiscano tra loro, affinché la vita venga sempre più trasformata nella volontà di Dio.
    In questa fase la preghiera si fa più concreta. Infatti è il momento in cui occorre esprimere al Signore brevemente ciò che si intende raggiungere con quella meditazione specifica. Più chiaro è il fine più il risultato sarà buono.
    Ad esempio si chiederà meditando la morte in croce di Gesù per i peccatori una penetrante conoscenza del proprio peccato.
    Si prega per ottenere ciò che si desidera, ma sempre con il cuore aperto a qualsiasi illuminazione ci sia data da Dio.

     VI. NUCLEO DELLA MEDITAZIONE: L’USO DELLE FACOLTA’

     La meditazione è preghiera che coinvolge l’uomo interamente in tutti i suoi dinamismi. Questo corrisponde all’esperienza spirituale la quale sperimenta come la vita divina possa entrare in noi attraverso le nostre facoltà.
    In uno scritto anonimo intitolato “Meditazioni devote dello stato dell’uomo” (PL 184) l’autore scrive: “Nel mio uomo interiore, nell’anima, troverò tre modi per ricordare Dio, pensare a lui e desiderarlo. E’ la memoria, l’intelletto e la volontà ossia l’amore. La memoria me lo ricorda, con l’intelletto lo guardo e con la volontà lo abbraccio”.
    Teniamo presente che la meditazione ottiene oltre al fondamentale progresso spirituale anche, come conseguenza, un maggiore equilibrio e unificazioni delle facoltà umane che l’uomo sperimenta il più delle volte divise a causa del  peccato.
    Questo coinvolgimento delle facoltà avviene in modo proporzionato. Ciò sembrerebbe artificioso, ma notiamo che ogni schema pecca in questo senso, tuttavia esso rimane una strada necessaria affinché la meditazione possa essere viva, proficua e aperta all’influsso della grazia. 

    VII. RUOLO DELL’IMMAGINAZIONE

     L’uso della memoria è legato a quello dell’immaginazione che sembra ai più tuttavia nuocere più che aiutare la pratica meditativa (es. il problema delle distrazioni). L’obiezione è in effetti giustificata.
    Un cavaliere che cavalca un cavallo indomito ha due possibilità: o di domarlo sottomettendolo oppure di scendere rinunciandovi.
    I padri della tradizione orientale scelsero la seconda soluzione: lo spirito, per essi, deve assolutamente e al più presto liberarsi da ogni tipo di immaginazione; occorre infatti creare le condizioni per un deserto esteriore ed interiore. Ritroviamo la stessa dottrina anche in Giovanni della croce: alla luce di Dio si giunge tramite la “notte dei sensi”. Non bisogna ricorrere a nessuna immagine neppure esteriore.
    In Ignazio troviamo tuttavia il tentativo di scegliere la prima soluzione: per lui il pensare umano non può essere angelico. Esso è sempre accompagnato dall’immaginazione. Questa deve così rientrare anche nella meditazione. D’altra parte lo stesso vangelo non è infatti un racconto di fatti e non un insieme di regole astratte o teoriche?
    Negli Esercizi, all’inizio della meditazione, Ignazio pone dei preamboli. Anzitutto l’immaginazione del luogo (compositio loci): “Vedrò nell’immaginazione il luogo, la via di Nazareth a Betlemme, osserverò la sua lunghezza, larghezza, se sia un cammino diritto o attraverso vallate e colline. Ugualmente guarderò, in spirito, il luogo della nascita, la grotta, se è grande o piccola, bassa o alta, come è ordinata”.
    Di questo uso dell’immaginazione ne parla anche Francesco di Sales, come terzo punto del suo metodo:  “Alcuni lo chiamano rappresentazione del luogo, altri lettura interiore. Consiste nel fatto che vedo nell’immaginazione l’intero mistero che devo meditare, come se fosse realmente davanti ai miei occhi. Per esempio, quando si deve meditare su Gesù Cristo in croce, si immagina di essere sul monte Calvario e di vedere tutto ciò che avvenne nel giorno della passione. O, se si vuole dare la preferenza al modo contrario, il cui effetto è medesimo, ci si immagina che la crocifissione accada nel luogo ove ci si trova nel modo descritto dai Vangeli. L’effetto di una tale rappresentazione è che la mente si mantiene legata a quel mistero che si vuol meditare e non divaga qua o là, come quando un uccello si chiude nella gabbia o quando un falco si lega alla corda affinché non voli via dalla mano del cacciatore”.
    Vengono dunque offerte due possibilità: o di trasferirsi mentalmente nel luogo evangelico o di trasferire i protagonisti del fatto nel luogo in cui ci si trova. E’ da notare che questo secondo modo è stato amato dalla pietà popolare: essa ha fatto sorgere i Calvari, i santi sepolcri, i sacri monti, i presepi… in alternativa ai pellegrinaggi spesso impossibili.
    Ignazio tuttavia ricorda che l’immaginazione va sempre usata con molta discrezione, e non a tutti in egual misura. “Quanto alla immaginazione del luogo, non è consigliabile dedicare ad essa né troppo tempo né troppa fatica. Non crediamo che essa sia lo scopo principale della meditazione. E’ solo un mezzo per raggiungere il frutto. Essa è più facile per quelli che hanno una fantasia viva. Agli altri è difficile. Non devono quindi affaticarsi per non stancare la testa e non ostacolare così la meditazione”. (Direttorio 1599).
    Per alcuni sarà bastante una semplicissima immagine, una allegoria o addirittura un canto o un’antifona che introduca nel mistero da meditarsi.

     VIII. IL COLLOQUIO

     Per certuni più riflessivi il rischio è che la meditazione si trasformi in studio o riflessione perdendo la caratteristica di preghiera.
    Ignazio raccomanda che la riflessione sia alternata da un parlare spontaneo a Dio o ai santi. Quanto più questo colloquio è praticato tanto meglio è. Esso non deve mai mancare, soprattutto verso la fine della meditazione.
    Negli Esercizi troviamo diversi esempi di colloqui. Dopo la meditazione sul peccato si invita a “immaginare Cristo, nostro Signore, davanti a noi crocifisso. Il colloquio lo facciamo sul perché Gesù, il Creatore è venuto a farsi uomo scendendo dalla vita eterna, nella morte del tempo e come avvenne che è morto per i miei peccati. Poi guarderò me stesso, ciò che ho fatto io per Gesù Cristo e ciò che devo fare per lui, quando lo osservo così pendente dalla croce. Penserò a ciò che mi potrà accadere. Questo colloquio lo si fa in modo giusto se lo facciamo come quando un amico parla ad un altro amico o come un suddito al suo superiore, o come colui che chiede qualche grazia o che riconosce la sua colpa in qualche cattiva azione o come chi propone i suoi progetti chiedendo consiglio. Alla fine reciteremo un Padre nostro”.
    N
    egli esercizi troviamo pure menzione di un “triplice colloquio“. Non è solo un sussidio a livello psicologico, ma rappresenta una espressione della verità di fede nella comunione dei santi, attraverso i quali si accede alla verità di Dio.
    Ad es. dopo la meditazione sul peccato, Ignazio suggerisce: “Il primo colloquio sarà con la Nostra Signora affinché ella mi ottenga da suo Figlio tre cose: che io abbia una conoscenza profonda dei miei peccati e orrore di essi; che io veda il disordine delle mie azioni e che io senta avversione verso il peccato per migliorare e ordinare la mia vita: pregare per avere conoscenza del mondo, per sentire disprezzo per esso e affinché io tenga lontane da me le cose mondane e vane. Poi dirò un’Ave Maria. Il secondo colloquio lo si farà con il Figlio, affinché mi ottenga lo stesso dal Padre e poi pregherò “Anima di Cristo”. IL terzo con il Padre che mi conceda le stesse cose egli, eterno Signore; e poi reciterò un Padre Nostro”.
    Non è indispensabile che sia un triplice colloquio, e può essere fatto con diversi interlocutori. Essi sono spontanei “come quando l’amico parla all’amico”.  

    IX. ESAME

    Alla fine della meditazione sarà utile una specie di esame della meditazione svolta, circa la sua preparazione, lo svolgimento, il frutto. Talvolta sarebbe utile scrivere qualche breve nota su un diario spirituale, per poter anche in seguito risvegliare disposizioni, sentimenti, e propositi di vita interiore.
    I maestri spirituali hanno cura che la meditazione sia sempre chiamata a penetrare nella vita, affinché essa venga sempre più trasformata  e resa contemplativa.
    S. Francesco di S. parlando di questo argomento scrive nella Filotea: “Da tutto ciò che abbiamo meditato dobbiamo legare un mazzetto spirituale. Quando uno ha camminato nel giardino dove si trovano vari fiori, non resiste a non coglierne qualcuno che porta con sé annusandone il profumo. Così anche noi, quando abbiamo meditato su qualche mistero dobbiamo tenere a memoria due o tre pensieri che ci sono particolarmente piaciuti e che ci sosterranno nel progresso spirituale; rievocheremo questi pensieri frequentemente durante la giornata, affinché il loro profumo penetri nel nostro spirito. Questo dobbiamo fare nel luogo della meditazione. Dopo di essa resteremo ancora un momento in silenzio o cammineremo da soli”. 

    8. LUIGI DA GRANADA

     A partire da sant’Ignazio si farà grande uso dei metodi di meditazione, nei quali tuttavia ritroveremo più o meno sempre gli stessi elementi: un uso sistematico dell’immaginazione e dei sensi interiori, una affettività suscitata e alimentata, una trasposizione della materia meditata tesa ad un discorso di tipo ascetico o morale.
    In questo senso l’opera “Libro de la oracìon y meditaciòn” del padre domenicano Luigi da Granada (1504- 1588) fu un vero e proprio best seller. L’autore propone un metodo in cinque punti:
    – preparazione
    – lettura dell’ oggetto da meditare
    –  meditazione
    – azione di grazie
    – domanda.
    L’insegnamento qui offerto è molto equilibrato; anzitutto mette in guardia dal trasformare l’orazione in studio, inoltre si denunciano coloro che “non pretendono nient’altro che di ricavare piacere e gioia spirituale“. Per quanto riguarda l’immaginazione, per Luigi da Granada è bene usarla “al fine di giungere ad un più forte concetto e sentimento“, ma senza eccessi per “non cadere nel gioco di qualche illusione e scambiare delle semplici immagini per la realtà“. Equilibrio pure tra l’attenzione a sé e a Dio: la preparazione implica infatti ad es. la contrizione dei peccati, ma senza appessantirvisi perché è meglio “piangerli nell’abisso della misericordia domandando a Dio rimedio e perdono“. Più importante ancora è porsi “alla presenza di Dio” presentandosi a lui come il lebbroso del vangelo che domanda guarigione.
    L’attività umana è necessaria nell’orazione, ma ricordando che “la devozione non si acquista a forza di braccia“, occorre attendere con pazienza la visita del Signore.
    La preghiera di domanda può e deve portarci a chiedere “le cose di cui sentiamo un bisogno particolare“, allargando tuttavia il cuore ai bisogni della chiesa e del mondo intero.
    Infine, nella logica del suo cristocentrismo, Luigi da Granada, invita a dare priorità alla meditazione della Passione del Salvatore e al mistero della redenzione. 

     

    9. IL CARMELO RIFORMATO

     La spiritualità del Carmelo riformato ha per fine specifico la contemplazione,  dunque l’orazione vi appare come lo strumento privilegiato per attendervi. I grandi maestri sono s. Teresa d’Avila (+1582) e s. Giovanni della Croce (+1591).
    Sostanzialmente i metodi di meditazione riprendono quelli di Luigi  da Granada. Tuttavia vi si  introduce un punto nuovo, una  contemplazione  o  colloquio affettivo tra la meditazione e il ringraziamento. Questa aggiunta susciterà  alcune discussioni circa il rapporto tra meditazione, contemplazione acquisita e infusa.
    Essi danno tre avvertimenti importanti circa la meditazione:
    – mai tralasciare nell’orazione di aderire alla umanità del Salvatore
    – non confondere nel proprio colloquio affettivo la propria immaginazione con la risposta di Dio.
    – l’amore sensibile è secondario nei confronti di un amore puro frutto di una         volontà di fede.

    IL PASSAGGIO ALLA CONTEMPLAZIONE

     Sottolineiamo il fatto che ritroviamo nella scuola carmelitana una duplice tendenza: essa possiede un forte carattere affettivo, e un orientamento verso forme superiori di orazione.
    Ne consegue che i due riformatori non misconoscono l’importanza che ha la meditazione nella fase iniziale del cammino spirituale, ma insegnano che si tratta sempre e solo di un esercizio per principianti, perché la meta a cui tendere è una forma di preghiera che consiste nella contemplazione acquisita.
    Infatti la letteratura spirituale afferma che la fase successiva alla meditazione è la contemplazione. Anche se ciò non accade né in modo automatico né necessario. Rimane però il problema di quali possono essere i segni indicatori di questo possibile passaggio. Giovanni della Croce (SMC e NO) da i suoi avvisi che rimangono classici:
    – vi è quasi sempre un miscuglio di elementi naturali e soprannaturali
    – mancanza di gusto per le cose di Dio e le cose create
    – l’impossibilità di meditare producendo atti distinti di conoscenza e volont�
    – l’anima si compiace di essere sola con Dio senza considerazioni interiori e in  pace con se stessa.

    10. LA SCUOLA FRANCESE: S. FRANCESCO DI SALES

     

    Mentre Ignazio di Loyola e Luigi da Granada riservavano il loro metodo di meditazione soprattutto all’ambito della vita religiosa, la preoccupazione di s. Francesco di Sales (+1622) è di offrire anche ai laici un metodo semplice a loro adatto. L’opera più significativa è l’Introduzione alla vita devota (1608) dove l’autore presenta a Filotea “un metodo semplice e breve” che comporta tre parti e una conclusione.�
    Quanto alla materia della meditazione Francesco di Sales presenta diverse tematiche a scelta, tuttavia raccomanda di fare orazione soprattutto sulla vita e passione di Cristo: “Noi  non sapremmo come andare a Dio se non attraverso questa porta”.
    Sottolineiamo due sue istanze :
    1. anzitutto l’importanza data all’esercizio preparatorio della presenza di Dio, di cui egli esplicita quattro modalità (onnipresenza, inabitazione della grazia, l’umanità di Cristo in cielo, e in noi). Alle visitandine consegnerà addirittura un metodo di preghiera fondato semplicemente sulla consapevolezza della presenza di Dio.
    2. Successivamente il carattere affettivo e soprattutto pratico che egli attribuisce all’orazione, al punto di giungere a stimare che, senza il frutto concreto di risoluzioni precise, la meditazione “è spesso non solamente inutile, ma riprovevole, poiché le virtù meditate e non praticate gonfiano ingannevolmente lo spirito e il coraggio”.

     

    11. IL METODO SULPIZIANO

     Fu formulato da J.J Olier (+1657) nell’ “Introduzione alla vita e alle virtù cristiane” (1661). Per quest’autore la meditazione rappresenta uno strumento privilegiato per conservarsi in un atteggiamento di umiltà interiore necessario affinché l’anima sia inabitata dallo Spirito di Gesù.
    Scrive: “Abbiamo creduto di dover offrire a questo punto un metodo che faciliterà parecchio questo esercizio… Esso consiste nell’aver Gesù davanti agli occhi, nel cuore e nelle mani”. Questo metodo non fa che dare espressione all’essenziale della vita cristiana: “Il cristianesimo consiste in questi tre punti, e questo metodo di orazione li comprende tutti: imparare a guardare Gesù, a unirsi a Gesù, ad operare in Gesù. Il primo punto conduce al timore e alla religione, il secondo all’unione e all’unità con lui, il terzo all’agire non individualistico ma congiunto alla forza di Cristo Gesù” (cap. 4).
    Avere Gesù davanti agli occhi, osservandolo adorare, santificare il nome Dio. Ciò corrisponde alla prima parte del Pater. Si tratta di rivestirsi di un atteggiamento adorante. Si tratta già di una impregnazione silenziosa di tutta la persona che si espone in qualche modo all’azione interiore dello Spirito di Gesù.
    Avere Gesù nel cuore, e attraverso questo entrare in comunione con lui. Gesù continua infatti a rivivere nelle sue membra i suoi misteri e le sue virtù; lo Spirito che le operò in lui le riproduce ancora oggi nel cristiano. “In questa parte dell’orazione, ci si dona a Dio per entrare in comunione con ciò che lui è… La partecipazione che si fa nell’orazione si chiama comunione spirituale, a motivo dei doni che Dio vi comunica attraverso l’operazione intima del suo Spirito”.
    La meditazione perciò diviene momento privilegiato di adesione a Cristo che si riversa in noi amandoci col e nel suo Spirito: essa implica un’offerta di se e un’attenzione silenziosa all’azione trasformante dello Spirito. Olier insiste molto su una docilità attenta e un’accoglienza silenziosa dello Spirito, verso il quale non bisogna opporre ostacolo. Questo secondo momento dell’orazione è la concretizzazione della seconda parte del Pater: “Il Regno di Dio viene in noi allorquando, nella preghiera, noi attiriamo il suo Spirito su di noi, il quale con la sua forza ci assoggetta interamente a lui”.
    Il terzo tempo è Gesù nelle mani.. Si tratta della nostra cooperazione che tende alla realizzazione della terza domanda del Pater: “Portare Nostro Signore nelle mani significa volere che la sua divina volontà si compia in noi… Gesù Cristo… deve essere operante in noi e attraverso noi”.
    A questo punto si farà il “buon proposito. Coerente con l’accento posto sul dono di Dio e l’azione dello Spirito piuttosto che sullo sforzo dell’uomo, Olier preferisce alla parola risoluzione quella di cooperazione, la quale sottolinea più nettamente la dipendenza dalla grazia: la domanda essenziale sarà di offrirsi a l’azione dello Spirito perché sia lui a operare in noi i “buoni propositi”.Citiamo infine san G.B. de la Salle. Nella sua “Spiegazione del metodo di orazione“, mette in evidenza soprattutto l’importanza del porsi alla presenza di Dio. Egli addirittura consacra tutta la prima parte dell’orazione a questo esercizio: “Non bisogna fermarvisi poco tempo, perché esso contribuisce anzitutto a far scaturire lo spirito di orazione.

     

    12. LA MEDITAZIONE DELLA PASSIONE

    IN S. PAOLO DELLA CROCE

     

    I. IMPORTANZA

     Per S. Paolo della Croce (1694-1775) la meditazione della Passione è via eccellente per giungere alla perfezione della vita cristiana. Essa è “ss.ma scuola dove si impara la vera sapienza”.Per questo egli si augura che le anime da lui dirette siano fedeli alla pratica meditativa quotidiana sui misteri della Passione: “Sopra tutto prego il dolce Gesù che imprima nel di lei cuore la continua, tenera e divota memoria della sua SS.ma Passione, che è il mezzo più efficace per essere santo nel suo stato. A tale effetto supplico SDM che le conceda la grazia di non lasciare passare giorno senza meditare qualche mistero della SS.ma Passione per mezz’ora, lo accerto che conserverà l’anima sua monda di ogni peccato e ricca di virtù, tanto più se accompagnerà tale meditazione colla divota frequenza dei SS.mi Sacramenti e la lezione dei libri sacri” (LETT. IV,140)Per il santo tale meditazione rappresenta anzitutto una immersione nell’amore infinito di Dio per l’uomo, ed è perciò che non può assolutamente ritenersi superflua: “non si deve lasciare, abbenché vi fosse il più profondo raccoglimento e altro dono di orazione, anzi questa è la porta che conduce l’anima all’intima unione con Dio” (lett. I,582).
    Si tratta di una meditazione adatta a tutti: clero, religiosi e laici. Ai genitori raccomanda ad esempio che insegnino già ai piccoli a meditare “con parole semplici e infantili” in modo da introdurre i figli in questo metodo di orazione.

     II. METODO

     Non si può dire che san Paolo abbia sviluppato un suo vero e proprio metodo. E’ molto interessante e significativo invece il fatto che egli facesse anzitutto attenzione alla singola persona, alle sue condizioni e possibilità. Partendo da questo presupposto si comprendono le differenti indicazioni che Paolo della Croce offre per l’esercizio della meditazione alle varie persone da lui dirette.
    L’aspetto comunque fondamentale resta il fatto che egli proponesse a tutti un cammino ascendente: partendo da una riflessione discorsiva si giunge ad un riposo contemplativo passivo, ovvero, dall’impiego attivo dell’immaginazione si arriva ad un silenzio adorante privo di immagini e di parole. Egli vuole introdurre le anime ad una esperienza prettamente mistica.

    I COLLOQUI CON GESU’ APPASSIONATO

    Una sua caratteristica sono i colloqui con Gesù sofferente.
    Di tale meditazione ne troviamo traccia già nel Diario Spirituale: “So che feci anche dei colloqui sopra la dolorosa Passione del mio caro Gesù, quando li parlo de’ suoi tormenti li dico: Ah! Mio caro Bene, quando foste flagellato come stava il vostro SS. Cuore, caro mio Sposo, quanto v’affliggeva la vista dei miei gran peccati e delle mie ingratitudini: Ah! Mio Amore perché non muoio per voi? Perché non vengo tutto spasimi? E poi sento che alle volte lo spirito non può più parlare, e se ne sta così in Dio con i suoi tormenti infusi nell’anima” (I,401).
    Questi colloqui si riferiscono a scene concrete della passione storica di Cristo. Essi fanno parte sostanziale della meditazione, anche di quella a livello comunitario che egli prescrive da svolgersi durante le Missioni. Vediamo in questo metodo un ricorso soprattutto alle facoltà dell’immaginazione e dell’affettività.
    Incentrandosi soprattutto sul mistero dell’amore, perno dell’evento salvifico della passione, si ottiene che la meditazione venga sempre più essenzializzata e spiritualizzata. In effetti la mira è che il pensiero lasci posto all’intuizione mistica.
    I  colloqui sono perciò definiti “intrattenimenti di amore”. Paolo Danei continua nel suo Diario: “Sappia che nel raccontare le pene al mio Gesù, alle volte come ne ho raccontata una o due, bisogna che mi fermi così perché l’anima non può più parlare e sente liquefarsi, sta così languendo  con altissima soavità mista con lagrime, con la pena infusa nel suo Sposo infusa in sé, o pure, per più spiegarmi, immersa nel cuore e dolore santissimo del suo Sposo dolcissimo Gesù” (diario 8.12.1720). Non troviamo in san Paolo nessun ricorso a quel razionalismo tipico dell’età dei lumi, anzi riscontriamo un movimento quasi opposto.

     MEDITAZIONE DELLA PASSIONE STORICA DI GESU’

     Nelle lettere troviamo esempi concreti di meditazione sui fatti storici della Passione.
    Paolo della C. Avverte, facendosi eco di tutta una tradizione precedente, di “non aver fretta di passare da un punto all’altro” ma di avere l’accortezza di fermarsi “dove si prova più devozione e raccoglimento”.  Ciò che interessa infatti non è la completezza del metodo o del procedimento, ma che avvenga un dialogo sincero, cuore a cuore, con Dio. Sentiamo le parole del santo: “Io ve ne porgo un esempio. Figuratevi sopra la flagellazione. Ah, dolce Gesù mio, fosti condannato ad essere flagellato, onde qui perfidi ti condussero al luogo della flagellazione, ove avanti tutto il popolo ti spogliarono delle tue povere vesti… Oh Gesù mio, oh amor mio, oh vita mia, come ti vedo avanti tutto il popolo sì vilmente spogliato! Dunque colui che veste i nudi è spogliato sì vilmente delle vesti? Dunque colui che fa ardere i suoi amanti col suo dolce fuoco, or gela e trema di freddo? Dunque la gloria del cielo è così vilipesa? Ah amor mio! Vorrebbe pur il dovere che se tu, che sei il Re dei Regi, la gloria del cielo, per me sei spogliato, ancor io mi spogliassi affatto dell’amor del mondo e di tutte le creature. Ah! Quando, vita della mia vita, amerò te solo? Ah!, quando ti darò tutto il cuore? Ah! Quando sarò teco unita senza mezzo alcuno? Così potrete regolarvi nel meditare la flagellazione, le piaghe, i tormenti, ecc. E lo stesso negli altri misteri. Ma bisogna fermarsi alquanto negli affetti, fermarsi con vista di viva fede nel mistero, acciò l’anima più si infiammi d’amore” (lett. III,359).
    Il filo conduttore resta dunque questo dialogo a tu per tu con Gesù appassionato. San Paolo non è affatto preoccupato di dipingere con particolarità le scene dell’azione; egli insiste piuttosto sull’infiammare il cuore con gli affetti. Le scene rimangono così solo sullo sfondo.
    Il fine infatti, occorre far molta attenzione, non è di suscitare una mera compassione sentimentale, non sarebbe sufficiente per una vera meditazione, ma una compassione che spinga la volontà a muoversi, a conformarsi a ciò che medita. L’obiettivo cioè rimane l’imitazione delle virtù di Cristo. 

    DALLA MEDITAZIONE ALLA MISTICA DELLA PASSIONE

     Si potrebbe  enucleare tutto il discorso sulla meditazione di san Paolo della Croce dicendo che il suo interesse è quello di creare in colui che medita una visione interiorizzata e trasformante della Passione.
    Scrive il fondatore dei passionisti: “Un semplice sguardo di fede a qualche mistero particolare della Passione o a tutta in genere, può tenere l’anima in alto raccoglimento”. Notiamo qui alcuni dati importanti:
    si suggerisce un “semplice sguardo di fede” e un’attenzione amorosa (=raccoglimento) a Dio.
    Gli affetti non fanno divagare in inutili distrazioni, ma fissano immediatamente sul mistero di Cristo sofferente, introducendo l’anima ad un’esperienza tipicamente contemplativa o quasi mistica: “In quanto all’oscurità e tenebre che prova nell’orazione, non sono segni questi che sia abbandonata, come V.R. crede, ma è segno che Dio benedetto vuole che la sua orazione sia tutta in fede purissima. La fede oscura guida sicura del santo amor. Oh! Qual dolcezza la sua certezza mi reca al cuor! Così cantava un’anima divota. V.R. si porti all’orazione un mistero della passione di Gesù Cristo, e spogliata di ogni immagine, con l’intelletto netto da ogni altro pensiero, se n’entri dentro il tempio interiore del suo spirito e con un dolce soliloquio sopra quel mistero, ma sempre in pura fede, si lasci tutta perdere nel mare immenso della divina carità ed ivi in sacro silenzio di fede e di s. Amore si riposi in Dio puramente, stando con la mente ossia con la parte superiore dello spirito con attenzione amorosa al Sommo Bene, ma non faccia ritornelli sopra se stessa, ma riposi in pace nel seno di Dio. E quando le mosche delle distrazioni svolazzano attorno al suo spirito non faccia altro che un pacifico ravvicinamento di fede della divina Presenza in se stessa ed  accompagni quel ravvicinamento di fede con uno slancio amoroso, ma fatto con l’apice dello spirito, senza il minimo sforzo sensibile, per esempio: Ah! Padre! Ah Bontà! E basta o è ancor troppo, ed in tal forma prosegua a starsene tutta in Dio con attenzione amorosa nel sacro deserto interiore dello spirito suo. In tal forma l’anima sua rinascerà a vita deifica nel Divin Verbo, il dolce Gesù” (lett. IV,48).
    I
    n questa mistica del raccoglimento non si esige nessun sforzo di fantasia o di intelletto: “spogliata di ogni immagine, con l’intelletto netto da ogni altro pensiero”, questo facilita il rimanere completamente in Dio in un “sacro deserto interiore“. Siamo nella linea di quel “fondo dell’anima” di cui parla la mistica renana (Eckart, Taulero, ecc…).
    Meditazione della Passione (e sua esperienza mistica) ed esercizio delle virtù in essa contenute sono il cammino che l’uomo deve intraprendere con l’aiuto della grazia per conformarsi alla volontà di Dio. E questa via non può mai essere abbandonata “abbenché vi fosse il più profondo raccoglimento ed alto dono di orazione”.
    Per Paolo Danei dunque questa meditazione rappresenta la porta privilegiata per la contemplazione, ovvero per un’esperienza di Dio: “Ego sum ostium, et nemo venit ad Patrem nisi per me; ma quando poi l’anima si perde nell’immenso della Divinità, standosene in quella vista di fede e di amore dell’infinito Bene tutta cibata d’amore e di carità, deve star così; e sarebbe errore ben grande il divertirsi ad altro. E che si crede lei, che sebbene le pare di perder di vista la SS.ma Passione, che non resti ad essa unita? “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). “La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3)”” (lett. II,810).

     EFFETTI DELLA MEDITAZIONE DELLA PASSIONE

     Da perseveranza in questa meditazione si trarranno due principali effetti:
    – il timore e l’abbandono del peccato avvertito come il più grande male
    –  l’accesso alla contemplazione.
    L’anima si sentirà soprattutto “penetrata di amore e di dolore, cosicché i dolori di Gesù diventano i propri dolori“. Ciò non dipende da una particolare tecnica ma è puro dono di grazia. Sono “pene infuse” che rendono atti a partecipare alla stessa passione del Figlio di Dio. L’uomo diventa capace di amare nello stesso amore di Dio, aprendosi ad un mistero di compassione e di intercessione: “Questo è un lavoro tutto divino… Amore doloroso, dolore amoroso”. Ci troviamo nel linguaggio poetico dell’esperienza contemplativa.
    Forte è pure l’accento che Paolo della Croce pone per invitare ad uno stile di vita meditativo: egli continuamente suggerisce la pratica del ritiro, del silenzio, del raccoglimento, dell’esercizio delle virtù. Questo rimane infatti sempre il substrato fondamentale per attuare un’autentica meditazione. A sua volta questo substrato favorisce la progressiva partecipazione alle virtù di Gesù sofferente.
    Da quanto detto possiamo comprendere l’impegno che Paolo della Croce domanda ai suoi religiosi di promuovere la meditazione della passione: “risveglino le anime addormentate nel peccato colla continua, divota meditazione, delle medesime ss.me pene affinché s’accendano più di santo amor di Dio” (lett. IV,229).
    Questo è per il fondatore dei passionisti il mezzo più efficace nell’apostolato. 

    13. CONCLUSIONE

     Sembra utile evidenziare alcune costanti che si possono ricavare da questa sommaria panoramica, cercando di scoprire anche il loro significato.
    Si possono evidenziare tre principali aspetti.
    1.        Vi è un’insistenza generale sull’esercizio primario del porsi alla presenza di Dio. In questa sottolineatura possiamo scoprire la consapevolezza che per la preghiera cristiana l’esercizio della meditazione, non è tanto uno sforzo di volontà, quanto piuttosto l’accoglienza e il riconoscimento di una relazione, non è tanto una conquista del dominio di sé quanto il consegnarsi all’Altro il quale è sorgente del nostro essere, agire, amare. La meditazione non è dunque un concentrarsi su di un’idea ma è frutto e radice di una apertura all’azione della grazia in noi.
    Da ciò comprendiamo ad esempio l’invito di più autori a porre all’interno dell’attività meditativa i colloqui affettivi.
    2.        Tutti i metodi sottolineano il ruolo primario della s. Scrittura, in particolar modo la necessità di ritornare senza sosta sulla vita e gli insegnamenti di Cristo, sui suoi “misteri”, non in vista di studi esegetici, ma  al fine di una trasformazione cristiana dell’esistenza, di una evangelizzazione della vita quotidiana. In questo senso tutti i metodi ripetono che la meditazione è indissociabile dal suo aggancio profondo della rivelazione con l’esistenza quotidiana, la sua verità e la sua utilità dipendono dallo stile cristiano di tutta l’esistenza.
    3.        I maestri di meditazioni raccomandano la povertà e l’umiltà interiore, l’accettazione dei ritmi lenti e imprevedibili dell’orazione, lo scopo è uno solo: l’unione profonda con il Dio vivente,  la docilità alle mozioni dello Spirito. Per questo il metodo appare sempre un semplice strumento e mai un fine: è buono quando aiuta, cattivo quando asservisce. E’ lo Spirito il solo maestro di orazione.
    Rimangono sempre aperti alcuni problemi che di volta in volta si ripropongono, i quali se teoricamente è facile risolvere, praticamente necessitano sempre di saggio discernimento: come conciliare il dono di Dio e lo sforzo ascetico dell’uomo? L’attività con la passività? La parola col silenzio? Il rendimento di grazie con la supplica?… Si tratterà di volta in volta di ricercare un saggio equilibrio in base alle situazioni concrete in cui la persona si trova.

      

    14. LA MEDITAZIONE CORPOREA

     La storia della spiritualità ha visto nel nostro occidente lo  sviluppo di una certa metodologia della preghiera meditativa che fa ricorso al silenzio, alla dinamica intellettuale, immaginativa, affettiva e volontarista. In questo contesto il corpo appare più un impedimento che un aiuto alla pratica meditativa.
    Fino all’epoca moderna in effetti la dimensione corporea non è stata presa in considerazione. Tuttavia sia nella tradizione monastica, negli Esercizi di sant’Ignazio come nella spiritualità domenicana ritroviamo una certo ricorso ad essa. San Tommaso (ST II,II,84,a2) insegna ad es. che la preghiera corporale è buona e valida, egli infatti si colloca sulla scia degli insegnamenti di san Domenico. (Cfr. il testo dal titolo “Le nove maniere di pregare di san Domenico“: la preghiera è fatta di inchini profondi e lenti, di prostrazioni, genuflessioni frequenti, di lacrime, nel tenersi tesi al cielo “sulla punta dei piedi, le mani levate al cielo”).

    Trasformare il corpo in linguaggio

    Il corpo è chiamato a innescare il processo interiore della preghiera. Un autore moderno fr. R. Schutz afferma: “Non saprei come pregare senza il corpo. In certi periodi ho coscienza di pregare più con il corpo che con la mente. Il corpo è là, ben presente, per ascoltare, capire, amare. Sarebbe una beffa fare i conti senza di lui”.
    I
    n rapporto alla pratica meditativa si tratterà ad esempio di far sì che il corpo raggiunga una certa sufficiente integrazione fisica, psichica e spirituale, perché è solo da una base di unità e di quiete che può scaturire una buona meditazione.
    Un ulteriore aspetto è lo sforzo di far sì che lo stesso corpo si trasformi in linguaggio di preghiera: “i movimenti del corpo aiutano la liberazione della mente e le trasformazioni del mentale permettono al corpo di esplicare tutte le proprie potenzialità”.
    Accanto a questo discorso quindi si affiancherà la ricerca di posizioni che facilitino la meditazione 

    15. LA MEDITAZIONE CRISTIANA OGGI

      IL CONFRONTO CON ALTRE TRADIZIONI

     

    Il concetto di meditazione ed elementi comuni

     Oggi la tradizione meditativa cristiana viene a trovarsi a confronto con altre concezioni di meditazione di importazione soprattutto asiatica. Il successo di metodi importati dall’Est asiatico potrebbero essere considerati quasi un prolungamento della rivoluzione copernicana, di cui Kant e Jung potrebbero essere i nostri più immediati antecessori.
    Certamente esistono dei punti in comune:
    1.        Si tratta di una esperienza di senso. Esperienza e quindi non semplicemente riflessione. Senso della vita, ovvero di una totalità e non di qualcosa di immediato e contingente.
    2.        Si tratta di un esercizio e di metodo.
    3.        Si tratta di un superamento del superficiale per tendere ad una realtà più profonda e vera. Superamento del proprio Io al fine di raggiungere un livello più profondo di consapevolezza di SE.

     L’aspetto specificatamente cristiano

     Possiamo ritrovare tre orientamenti di fondo:
    1.        In relazione allo Yoga: lo Hata-Yoga con la sua attenzione consapevole all’elemento corporeo.
    2.        In relazione con lo Zen: forma estrema del buddismo, esperienza del vuoto e dell’unità primordiale. La parola “zen” indica la concentrazione. Lo Zen non è né religione né filosofia, si tratta di un’esperienza personale che si colloca al di là dei concetti discorsivi. L’Illuminazione (“satori”) fa intuire o meglio toccare (sentire) il mistero dell’esistenza: è la riscoperta del significato primo ed elementare delle cose mediante un’adesione immediata che scavalca l’attività discorsiva. Comporta l’abbandono della guardia intellettuale. Fondamentale per lo zen è l’eperienza del vuoto di sé, l’abolizione di ogni differenziazione.
    3.        In relazione alla Meditazione Trascendentale: che si avvicina in qualche modo alla recita del rosario in occidente, o alla preghiera di Gesù.
    Ciò che appare urgente sottolineare o meglio denunciare è una certa qual semplificazione e cattiva divulgazione nella nostra cultura dei dati offerti da queste tradizioni. Si assumono aspetti esteriori o metodi estetici prescindendo dalla loro antropologia; o viceversa vengono riletti autori cristiani (cf Eckart e i mistici) alla luce di quelle tradizioni. Così constatiamo ad esempio un ventaglio che si estende da esercizi utili e inoffensivi sino ad altri che mettono a rischio lo psichismo, da esercizi che possono essere ben integrati nella dottrina cristiana sino ad altri che coltivano un atteggiamento anti-cristiano.
    Ritengo che tutte queste eccessive semplificazioni siano deleterie per entrambe le tradizioni, impedendo un loro effettivo e fruttuoso dialogo.
    Sembra dunque necessario, più che fermarsi ad inutili discussioni e confronti circa metodi ed esercizi vari, andare direttamente alla radice del problema ovvero impiegare la propria riflessione e attenzione allo schema di base.
    Il discorso circa la meditazione deve essere inserito in un discorso globale, ovvero all’interno del quadro della visione del mondo, del concetto di Dio, dell’esperienza spirituale, della mistica, della preghiera…
    Qui si evidenzia subito in questo senso una fondamentale divergenza. Nella tradizione orientale la meditazione non ha direttamente significato religioso in quanto essa riveste importanza solo per una retta impostazione della propria coscienza, al fine di disporsi ad un’esperienza di sé.
    Le teorie e le pratiche orientali fanno riferimento ad una “metafisica dell’unità”: ogni molteplicità e differenza deve essere superata e cancellata nella ricerca di un Principio Unitario Transpersonale, l’individuo deve creare dentro di sé il vuoto.
    Nel cristianesimo al contrario la meditazione è un esercizio preparatorio ad un incontro, un volgersi verso l’Altro che non è considerato come oggetto ma come un “Tu” che mi interpella: si tratta di una relazione con la vita trinitaria, e non l’oceano indifferenziato dell’unità.
    La meditazione cristiana è attività essenzialmente religiosa e che domanda una presenza attiva e consapevole del soggetto. Quindi la persona nella sua unicità è un dato fondamentale nella teologia. Da qui l’importanza della storia e la sua direzionalità, la ragione dell’azione morale e della scelta tra bene e male, (e non la loro indifferenziazione)  affermando così di conseguenza il dato fondamentale della libertà dell’uomo
    Per la meditazione cristiana la figura di Cristo non è un ostacolo per l’esperienza dell’infinità e misteriosità di Dio. Egli è piena e perfetta rivelazione del Padre. L’incarnazione vi è accolta in tutta la sua verità sconcertante: Dio presente totalmente nell’ umanità perfetta di Gesù di Nazareth. Così ancora una volta appare evidente come la Croce e la Risurrezione servono da criterio di discernimento per ogni forma di meditazione che si voglia dire cristiana. Croce intesa non solamente come simbolo di unificazione universale ma come continuazione “dell’agonia di Gesù fino alla fine dei tempi” (Pascal); Resurrezione dell’uomo nella sua totalità e non solamente come trasmigrazione dell’anima o suo scioglimento nell’assoluto.
    Per il cristiano di conseguenza rimane fondante la virtù della speranza, che ad esempio per lo zen costituisce un ostacolo alla meditazione. La salvezza è ricercata nella rivelazione del Cristo. 

    Valore antropologico

     Certamente la meditazione orientale possiede caratteristiche altamente positive che devono essere prese in considerazione e saggiamente utilizzate; ad esempio essa costituisce un valido aiuto per ritrovare l’equilibrio ed unità interiore, rendendosi meno dipendente dai fattori esterni. Dal punto di vista psichico i risultati della meditazione orientale sono addirittura avvicinabili a quelli di una psicoterapia reintegrativa.
    E’ possibile considerare come risultato secondario di questi esercizi – così come ad esempio capita negli esercizi di Training autogeno – tutti quei fenomeni che talvolta accompagnano certe esperienze mistiche: esperienza del vuoto, di immersione nell’infinito, felicità, calma e riposo, di leggerezza (levitazione), calore, cessazione del dolore, scoperta del senso… Il risultato più importante è tuttavia il senso della pienezza del sé, che corre il rischio di essere frainteso con l’esperienza di Dio.
    Altro effetto è la sensibilizzazione. Sovente lo sforzo per la concentrazione, le posizioni fondamentali fisiche, controllo dei ritmi vitali (es. Respirazione) possono aprire gli occhi del corpo e quelli dell’anima ai valori profondi della vita. Ma possono altresì sboccare in una apatia imperturbabile e stoica, concentrati sull’unico valore del sé.
    Questa meditazione può contribuire a far sì che l’uomo moderno ritrovi se stesso e il suo equilibrio interno, oggi purtroppo messo continuamente in discussione da stili di vita errati.
    In questo senso è importante che l’uomo occidentale faccia esperienza del corpo al fine di riappropriarsi del suo vero centro (l’hara-ventre contrapposto alla testa dello yoga), raggiungendo una nuova consapevolezza di sé che è porta di accesso alla meditazione.

  • 13 Mar

    Li amò sino alla fine  

    Lectio di Gv 13,1-26

     

     di p. Attilio Franco Fabris

    La parola di Dio giunge sempre a rimettere in discussione il nostro modo di leggere e di intendere la realtà, la nostra vita, il nostro stesso modo di essere comunità e di vivere le nostre relazioni all’interno di essa. Corriamo il pericolo che avendo già impostato tutto secondo schemi e modalità, forse un tempo validi, questi alla fin fine divengano però talmente scontati e ovvi da impedirci dal prendere in considerazione l’ipotesi che la storia esiga dei cambiamenti. Questi cambiamenti in linguaggio biblico si chiamano…”conversione”.
    Per ovviare a questo rischio risulta indispensabile una nostra “perseveranza” nell’ascolto della Parola: essa è luce infuocata capace di entrare nella nostra vita e nella nostra storia apportandovi il giudizio di Dio, il più delle volte molto lontano dal nostro: Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,9).
    Lasciando che la Parola “dimori sempre più abbondantemente tra di noi” (Col 3,16) come ci invita Paolo apostolo, invochiamo lo Spirito affinché disponga ora il nostro cuore a ricevere il prezioso dono della Parola, perché essa non cada sulla strada della nostra superficialità, fra i rovi delle nostre ansie o tra i sassi delle nostre durezze di cuore.
    Mandaci, Signore, il tuo Spirito a consacrarci nella verità come tuoi veri discepoli, a liberarci dalla concupiscenza, dalla vanità, dall’orgoglio, dalla distrazione, affinché, invasi dalla tua beatitudine possiamo gioire in te e trovare la forza di essere servi con te” (Bernard Haring).

    Lectio

     Il racconto della Passione nel vangelo di Giovanni viene introdotto con l’inaspettata scena della lavanda dei piedi. Si tratta di una solenne introduzione che offre all’ascoltatore la chiave di lettura di tutto ciò che l’evangelista sta per narrare nei capitoli riguardanti la passione.
    L’episodio si svolge “prima della festa di pasqua“, sembrerebbe, stando alla cronologia di Giovanni, la sera del giovedì santo durante la cena pasquale. Per Gesù è la celebrazione della sua pasqua di passione e morte verso la terra promessa del regno del Padre suo. È una nuova Pasqua, quella definitiva, che segna l’inizio di un mondo nuovo e di un popolo nuovo.
    A Giovanni preme sottolineare che Gesù non è costretto ad entrare nella sua passione, quasi fosse un triste incidente di percorso. Per ben tre volte, nei capitoli che narrano la passione, l’evangelista ricorda all’ascoltatore che Gesù “sa“e “conosce” quello a cui sta andando incontro (13,3; 18,4; 19,28). Proprio per questo Gesù è sovranamente libero, e questo è di capitale importanza considerando che solo una piena libertà può esprimere la grandezza e la gratuità del dono che egli sta per fare della sua vita al Padre e ai fratelli.
    Egli è altresì consapevole del “potere” che il Padre gli ha dato “su ogni cosa“. Per lui “potere e autorità” significano mettere a disposizione dei fratelli la propria vita fino alla morte, non trattenendo nulla per sé. E’ un “potere” che svuota se stesso facendo della vita e della morte un servizio d’amore.
    Tutto il racconto della lavanda dei piedi e della Passione che segue, trova la sua nota iniziale nella formula solenne che descrive Gesù come colui che “avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine“.
    “Sino alla fine“: ovvero si tratta di un amore che non teme di scendere fino alle più estreme conseguenze del perdere se stessi. “Sino alla fine” si potrebbe tradurre con “fino alla morte” il che significa che tra la sua vita e la nostra, Gesù non ha dubbi, sceglie la nostra. Il suo amore è realmente un amore che è disposto a morire per l’altro. Nell’umanità di Gesù, Dio, rinunciando a tutti i suoi privilegi di “potenza” e di “autorità”, viene incontro alla sua creatura ponendosi gratuitamente al suo servizio, incondizionatamente, rivelando allo stesso tempo il mistero del suo “folle” amore per le sue creature.
    Dopo questa intensissima premessa teologica ecco l’evangelista Giovanni descrivere minuziosamente la scena della lavanda dei piedi. Nelle cene rituali ebraiche il capofamiglia presiedeva il rito e le solenni preghiere conclusive. All’inizio il più giovane, o un servo, lavava le sue mani. Gesù capovolge l’uso: lava i piedi anziché le mani ed è lui stesso che compie il gesto. Lavare i piedi era comunque un lavoro proprio dello schiavo o tutt’al più del servo: un maestro non lo poteva richiedere neppure ad uno schiavo giudeo. Agli occhi dei discepoli Gesù compie dunque un gesto sconcertante e incomprensibile, in certo qual modo scandaloso.
    Le azioni di Gesù sono descritte quasi al rallentatore una ad una, minuziosamente, il che significa che, per l’evangelista, esse vanno attentamente contemplate ed interiorizzate. Gesù si alza da tavola, depone le vesti che sono segno della dignità dell’uomo libero, si cinge con un asciugatoio che è la divisa del servo, e in ginocchio inizia a lavare i piedi umilmente e in silenzio ai suoi discepoli. Prendono qui forma visibile i detti di Gesù in Luca e in Marco: “Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve?… Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27), e: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire” (Mc 10,45; cfr 1 Pt2,21-24).
    Deponendo le vesti e “assumendo la condizione di servo” (Fil 2,7) Gesù anticipa così l’umiliazione della croce. Egli vuole rappresentare, in una sorta di drammatizzazione, la sua morte di croce. I verbi “deporre” e “riprendere” le vesti rimandano in effetti chiaramente all'”offrire la propria vita” per poi “riprenderla di nuovo” (10,18).
    La reazione di Pietro è significativa: egli rifiuta categoricamente il gesto di Gesù. Il suo “No!” è una negazione assoluta in tutto simile a quel “Non ti accadrà mai!” riferito alla passione preannunciata da Gesù a Cesarea (cfr. Mc 8,31-33). Per lui vedersi lavare i piedi dal Maestro è incomprensibile perché è ancora distante dall’intendere la vita come dono e servizio. Resiste a lasciarsi amare e ad amare incondizionatamente da e come Gesù. Rifiuta il gesto di Gesù nello stesso modo in cui dinanzi alla croce fuggirà. Pietro d’altronde non può capire. E come lo potrebbe? Potrà iniziare ad intendere qualcosa solo dopo l’annuncio e la catechesi postpasquale di Gesù risorto e il dono del suo Spirito che, finalmente, offrirà a lui e agli altri discepoli la giusta interpretazione della passione e morte del Maestro e dunque anche del gesto della lavanda dei piedi.
    Al termine Gesù, tornato al suo posto, rivolge una parentesi ai suoi. Egli invita i discepoli a far proprio il gesto veduto affinché tra loro facciano altrettanto. Se lui “Maestro e Signore” ha fatto così anche loro dovranno assumere il ruolo di servi gli uni degli altri.
    Questa imitazione contiene una promessa di beatitudine (è una delle due sole beatitudini contenute  nel vangelo di Giovanni): “Sarete beati se la metterete in pratica“. E’ un invito esplicito a riportare quello che si è visto e ascoltato nella vita della comunità (cfr. Gc 1,22-26; Mt 7,21-27). Essa però non deve, e non può, scaturire da un modello semplicemente esterno. Sarebbe ancora un imperativo morale dato da una legge esterna dalla quale Gesù ci vuole liberare. Sarà solo alla luce dell’esperienza dell’essere stati amati infinitamente, come prefigurato dalla lavanda dai piedi e realizzato dalla morte di croce, che questo comando potrà trasformarsi in spinta dinamica ed interiore perché anche la vita del discepolo si trasformi in umile servizio agli altri rinunciando ad ogni sorta di potere. 

    Collactio

     “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). Questo detto di Gesù trova la sua visualizzazione e realizzazione prima nel Cenacolo e poi, in pienezza, sul Calvario (Gv 19,18).
    Stare in mezzo” per Gesù significa porsi nell’atteggiamento della piena disponibilità agli altri. Lui non rifugge né si nasconde per timore dell’esigenza del servizio. A differenza di noi, non “sta in mezzo” per emergere, per disporre ed imporsi. Nel Cenacolo e sul Calvario “sta in mezzo” facendosi scandalosamente, lui Maestro e Signore, servo di tutti.
    Ciò che ci sconvolge ancor più è il fatto che Gesù lava i piedi ai suoi, “sapendo” che dopo non molte ore lo avrebbero abbandonato. Eppure non per questo rifiuta il dono del servizio della propria vita: anzi egli sa che proprio per questo i discepoli hanno bisogno di toccare con mano il dono della sua vita.
    Inginocchiarsi e mettersi a lavare i piedi degli altri non è facile. Anzi! Anche noi, come Pietro, reagiremmo all’invito di Gesù dicendo: “Questo è troppo! Non è il caso… non esageriamo”. E’ infatti scomodo lasciarci lavare i piedi da Gesù, non tanto per lui che si trova perfettamente a suo agio nelle vesti del servo (“Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire” Lc 22,27), quanto soprattutto per noi. Vorremmo non confrontarci con quel che Gesù è e fa in ginocchio davanti ai suoi: va troppo contro il nostro modo di intendere la vita e la relazione con gli altri. Il gesto di Gesù ci fa entrare in una “porta stretta” scomoda ed esigente: per lui autorità e potere significano la piena libertà di porre la propria vita a servizio dell’altro, volere e preferire il bene dell’altro a costo di rimetterci la propria vita. E’ venuto a dirci che Dio è proprio così: è in questo modo che esercita il suo potere sulle sue creature.
    Questo suo modo di intendere il “potere” e il suo essere “Maestro e Signore” contesta in modo stridente i nostri giudizi e criteri. Noi siamo assetati del potere che vorrebbe assoggettare gli altri a noi stessi imponendo la nostra volontà in una sorta di illusione di onnipotenza. Vorremmo ad ogni costo successo, riuscita, realizzazione, vorremmo vivere alla luce della ribalta sempre applauditi e riconosciuti. Questo accade non solo all’esterno, nel mondo, ma anche all’interno delle nostre famiglie, delle nostre stesse comunità religiose; non per nulla Gesù ammonisce la sua comunità conoscendo il perenne rischio: Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo” (Mt 20,26).
    Inginocchiarci a servire l’altro lo avvertiamo come una “perdita” di noi stessi, equivale ad un morire a tutte le nostre pretese di essere al centro, un attentato alla nostra dignità, alla nostra libertà, al  nostro… potere. 
    A questa prospettiva la nostra coscienza intaccata dal nostro egocentrismo, come quella di Pietro, si ribella. Noi non siamo capaci di questa gratuità. Abbiamo perciò bisogno di guarigione nel ripensare e reimpostare le nostre relazioni all’interno delle nostre comunità. Ma perché si operi tale guarigione abbiamo bisogno ogni giorno di recarci al Cenacolo e sul Calvario, di farci lavare i piedi da Gesù. Solo l’esperienza di lasciarci toccare da quelle mani può aiutarci a comprendere, seppur a stento, che il potere è servizio. Nel Cenacolo e sul Calvario non si può più cadere in equivoco nell’interpretare le nostre relazioni e le modalità con cui vivere il potere all’interno della comunità dei discepoli. Scriveva Agostino nella sua “Regola”:  “La superiora non si consideri dominatrice per autorità, quanto piuttosto felice di servire per carità“. E la “Regola di Taizé” definisce il superiore come “servo della comunione“.
    Solo l’aver udito, visto e toccato la misura del servizio di Gesù nella sua passione può far sgorgare improvvisa in noi, come una sorgente inaspettata sepolta nel profondo del cuore e dimenticata, la gratuità che nasce dalla gratitudine.
    Da Gesù impareremo anche noi “a stare in mezzo” alla comunità per servire, per fare della nostra vita un dono gratuito a Dio e ai fratelli in unione alla sua offerta. 

    Oratio

     Signore Gesù, è difficile accettare di farci lavare i piedi da te. Ci sentiamo a disagio, vedendoti lì in mezzo, inginocchiato davanti a noi col grembiule e il catino. Un disagio difficile da comprendere.
    Forse, Signore, la ragione è che facciamo fatica a lasciarci amare da te così come siamo, con i nostri piedi sporchi che hanno calpestato strade di tradimento, egoismo, chiusura.
    Ma è altresì un disagio, Signore, che avvertiamo considerando che quel che tu fai lo domandi anche a noi. Ma troviamo così difficile, a volte impossibile, lavare i piedi al fratello e alla sorella.
    Metterci in ginocchio davanti a loro ci costa, ci sembra di perdere, di morire troppo al nostro orgoglio e al nostro bisogno di emergere e imporci.

  • 11 Mar

    Un solo corpo, molte membra…

    Lectio di 1 Cor 12,12-28

     

    di p. Attilio Franco Fabris

     

    La nostra esistenza è un tessuto di relazioni. Pensiamo solo al pane che troviamo sulla nostra tavola tutti i giorni: quante relazioni, fatte di volti e di mani, sono occorse affinché arrivasse sino a noi. Noi viviamo di relazioni fin dal nostro stesso concepimento. Nessuno può vivere – ricorda la Scrittura – per se stesso (cfr Rm 14,7); abbiamo bisogno gli uni degli altri perché “non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,18). Fatto ad immagine di Dio, che nel suo profondo mistero è relazione perfetta d’amore, l’uomo è costituzionalmente creato per la relazione e in vista della comunione.
    Ma l’uomo, lo stiamo amaramente constatando, si illude di poter far a meno della relazione con gli altri instaurando rapporti fatti di prevaricazione, potere, violenza. Il mondo è ferito da questo tessuto di relazioni spezzato, ingarbugliato, sfilacciato.
    Chiediamo allo Spirito che è relazione d’amore di suscitare in noi la sete di autentiche relazioni fatte di accoglienza e riconoscimento. Chiediamogli uno sguardo nuovo capace di vedere nell’altro non un nemico da sconfiggere ma un dono, così che insieme possiamo edificare il mondo nel progetto di quel Regno annunciato da Gesù.
    Vieni, Spirito di comunione, che costruisci la tua Chiesa come un prezioso tessuto in cui ciascuno trova la sua perfetta collocazione in vista di quel disegno misterioso e straordinario che è nel cuore di Dio. Donaci di poterci consegnare gli uni agli altri nella fiducia, nella gioia che insieme con te stiamo costruendo il Regno. Vieni, Spirito di comunione, abbattendo in noi tutte quelle barriere fatte di paura, presunzione, interessi, rivendicazioni che ci impediscono di stendere la mano al fratello, alla sorella che ci sta di fronte. Che nessuno viva per se stesso, ma che la vita divenga disponibilità ad entrare in quel mosaico a cui tu, da tutta l’eternità, pazientemente stai lavorando.

    Lectio

    Il problema che Paolo dovette affrontare nella comunità di Corinto fu quello dell’interazione dei diversi carismi. La comunità di Corinto rischiava di fare dei doni accordati ai singoli credenti occasione non di crescita per tutti, ma di competizione e opposizione, stravolgendone così completamente il significato. Ecco allora l’apostolo Paolo preoccupato per questa situazione scrivere quel capolavoro di teologia e spiritualità che è la prima lettera ai cristiani di Corinto.
    Al cap. 12 egli entra espressamente nella situazione che gli sta a cuore. Il testo della nostra lectio appartiene a questa parte della lettera.
    Paolo ricorre, per affrontare il problema dell’interazione dei carismi, ad un apologo delle membra e del corpo già sfruttato ampiamente in quasi tutte le letterature antiche. L’utilizzo che ne fa san Paolo non è tuttavia, come in quei casi di tipo morale o sociologico, ma strettamente teologico.
    E’ nel suo intento cercare di illustrare la complessità del mistero della Chiesa nella sua duplice valenza di unità e pluralità, il che apparentemente sembrerebbe creare una tensione inconciliabile: come infatti far concordare il diritto all’individualità con le esigenza della comunità? Tale tensione è risolvibile, secondo Paolo, ricorrendo al concetto dinamico della crescita e dello sviluppo di un unico corpo composto dalla diversità delle varie membra.
    Ma veniamo al nostro testo che desideriamo ripercorrere con attenzione.
    Al v. 12 l’apostolo scrive: “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo”. Si tratta di un’equazione stringente posta tra il corpo e le sue singole membra e il Cristo e la sua Chiesa. Rimane però il problema di come intendere questo rapporto? Le spiegazioni esegetiche si collocano su due diverse interpretazioni.
    Alcuni studiosi affermano un semplice rapporto di equivalenza. È come se si dicesse: “così avviene anche in Cristo”, dove il Cristo svolge solo un’attività unificatrice nei confronti dei credenti in lui. In questo caso non ci sarebbe un riferimento personale a Cristo ma solo globale. Siamo nella linea della dottrina del “Cristo totale”. Agostino dirà a proposito: “La totalità di Cristo è composta dal capo e dal corpo: il capo e l’Unigenito Figlio di Dio e il corpo la Chiesa; lo sposo e la sposa, due in una sola carne“.
    Altri esegeti invece propendono per un’interpretazione più realistica che sembra corrispondere maggiormente al pensiero di Paolo: i credenti appartengono, si inseriscono, nel corpo stesso glorioso e personale di Cristo (cfr 6,15; 10,17). Ovvero Gesù risorto associa a sé personalmente, come sue membra tutti i credenti in lui: un corpo solo di cui Cristo è il capo: “pur essendo molti, siamo un corpo solo” (10,17).
    Tale inserimento avviene attraverso la fede e i sacramenti nei quali agisce l’unico Spirito. Ecco allora il testo riferirsi alla grazia battesimale (v.13): “Siete stati battezzati in un solo corpo” (trad. CEI “in un solo Spirito”). Si accenna anche ad una comunione che nasce in forza di un comune  “abbeveramento”: “ci siamo abbeverati a un solo Spirito”. E’ un’espressione non molto chiara: a cosa allude l’apostolo? Ancora al battesimo, alla confermazione, o all’eucarestia? Per i Padri è in riferimento all’eucarestia, tuttavia si potrebbe intenderla anche in relazione alla confermazione amministrata subito dopo il battesimo (cfr At 8,17; 19,6) . E’ ricorrente infatti l’immagine dello Spirito quale sorgente d’acqua viva alla quale attingere per dissetarsi (cfr Gv 4,13-17; 7,38-39; Ap 22,1).
    Nei vv. 14-26 si prosegue riprendendo a pieno titolo la metafora. Nessun membro del corpo perciò può rivendicare assurdamente di essere la totalità, nessuno può agire in modo indipendente. Il corpo necessita infatti della collaborazione di tutte le singole membra, nessuna è esclusa, e tale collaborazione richiede un’azione non caotica, ma coordinata. Fra le singole membra, come nel corpo umano, deve vigere una sorta di legge della solidarietà (v.20).
    Viene assunta nel testo anche una “difesa” delle membra più deboli. Ognuno dovrà, all’interno di questa visione unitaria del corpo, occuparsi dell’altro, averne cura, portarne il peso. La sofferenza di uno è la sofferenza di tutti, la gioia di uno è la gioia di tutti.

    Collactio

    Nella nostra società le relazioni sembrano ormai inflazionate: vi è una mobilità esasperata, gli SMS sono in incremento vertiginoso, e i telefonini e i computer si presentano come sempre più potenti strumenti di incontro. Gli scambi tra persone a tutti i livelli si susseguono a ritmo sempre più incalzante.
    Sembrerebbe a prima vista che l’uomo di oggi colga nella relazione la sua ragion d’essere, e che per questo non voglia mai essere solo. Ma come ogni realtà inflazionata questa ricerca di contatto così sfrenata con gli altri alla fin fine appare svuotata. Si è sì insieme, ma il più delle volte lo si è alla maniera di sperdute “monadi” di leibziana memoria.
    E’ un dato di fatto che la nostra società vive un profondo disagio nelle sue relazioni: la famiglia, ad esempio, che dovrebbe essere il luogo naturale e privilegiato delle relazioni nella nostra cultura sta vivendo una sempre più grave disgregazione. A livello sociale l’ “altro”, sia l’immigrato o il vicino di casa, viene percepito come una minaccia, un antagonista alla propria presunta libertà e sicurezza.
    E nella Chiesa come si vive il tessuto delle relazioni? Dal concetto di Chiesa “societas perfecta” si è passati, col Concilio Vaticano II, a quella di Chiesa “Popolo di Dio” passando da una visione freddamente giuridica ad una visione che certamente sottolinea la nostra comune appartenenza fatta di molteplici e complementari relazioni.
    Eppure il disagio delle relazioni investe talvolta anche le strutture ecclesiali: conferenze episcopali e curia romana, vescovi e preti, parroci e consigli pastorali, movimenti e chiesa locale, superiori/e e il resto della comunità…. Non possiamo negare l’esistenza di vari e talvolta profondi problemi di relazione. C’è sempre il rischio che qualcuno, o un gruppo, si senta esonerato dal dovere di interagire con l’altro, in certo qual modo ci si crede autosufficienti, bastanti a se stessi, se non addirittura in antagonismo agli altri.
    Nelle nostre comunità religiose avvertiamo la fatica delle relazioni, a tessere incontri e scambi veri e profondi. Spesso le nostre relazioni sono solo superficiali, tecniche, stentiamo a relazionarci al livello dell’esperienza di fede. Il fatto che l’individualismo si sia insinuato sottilmente e in modo disgregante tra le mura dei nostri conventi, incrinando minacciosamente la loro stabilità è un dato da tutti riconosciuto.
    Non insisteremo mai a sufficienza sul percepire la Chiesa e le nostre comunità, non come semplici strutture sociali e organizzative, ma come un unico e vero e proprio corpo vivente. Un corpo in cui ciascuno, per la sua parte, contribuisce corresponsabilmente alla comune crescita e benessere che va a beneficio di tutti e di ciascuno. Sentirsi tutti chiamati non solo a far parte ma ad edificare l’unico corpo comporta  cogliere la Chiesa come luogo costituito essenzialmente dalla interazione e complementarietà delle relazioni.
    Queste sono sorgente di bellezza e vita: si è sorretti, accompagnati. E’ una sorta di cordata nella quale uno è di aiuto e stimolo all’altro a proseguire nel cammino nella certezza di non essere soli. E’ accogliere la complementarietà nella consapevolezza che io non sono “il tutto”, e che ciò che sono e faccio io non lo può fare l’altro e viceversa.  Ed è per questo che tutti siamo ugualmente importanti seppur in ruoli apparentemente tanto diversi. Tra il superiore generale e l’ultimo portinaio non dovrebbe esiste differenza di importanza: entrambi nel disegno di Dio sono indispensabili!
    La relazione è fatica: essa implica infatti il riconoscere umilmente di non essere autosufficienti. È accogliere la mia dipendenza dall’altro non come una sconfitta ma come un’opportunità di una crescita maggiore per entrambi. Talvolta questo è faticoso da accettare perché comporta il riconoscere il mio limite e la mia presunzione orgogliosa di “onnipotenza”.
    Abbiamo bisogno di essere guariti nelle nostre relazioni. Di ritrovarne il vero valore e la loro assoluta necessità in ordine alla costruzione del regno di Dio. Quale la strada?
    Paolo apostolo parla di un corpo con diversa membra le quali sono invitate dalla prima all’ultima a superare la tentazione autodistruttiva di credere di poter bastare a se stesse, ritenendosi migliori delle altre.
    Dobbiamo tornare a pensarci nel mondo non in riferimento a quell’ “io” che pretenderebbe d’essere  il fantomatico “ombelico del mondo”. Pensare, da parte di ciascuno, che il nostro essere qui e ora è in vista di un comune e immenso progetto di Dio che tutti ci abbraccia e supera, e al quale tutti siamo invitati a cooperare “ciascuno per la sua parte“. Così ognuno ritrova il suo posto e il suo significato e di risvolto quello altrettanto importante e diverso dell’altro. Tutto questo va al di là di un generico e inconcludente “vogliamoci bene”, comporta invece una solida visione di fede molto più ampia e profonda alla quale il testo di Paolo apostolo ci invita. 

    Oratio

    Ti ringraziamo, Signore, per il dono d’averci fatto entrare nello straordinario disegno che è la creazione e il tuo Regno. La consapevolezza di questo nostro trovarci iscritti in esso talvolta si affievolisce in noi, e così ci ripieghiamo nei nostri piccoli mondi, nei nostri miseri progetti e disegni. Quando dimentichiamo il nostro essere fatti per qualcosa “di più grande” che a tutto dà senso le nostre relazioni spesso si ammalano, e il tessuto che ci lega gli uni agli altri si allenta, si sfilaccia e si strappa. Facci uscire dalle nostre solitudini per intessere relazioni vitali generatrici di gioia e di pace.
    Aiutaci ad alzare lo sguardo, apri i nostri occhi perché possiamo riconoscere che colui che ci sta accanto è un fratello, non un nemico, col quale in cordata incamminarci al fine di giungere insieme a quella vetta che è il tuo Regno. Impareremo a stenderci vicendevolmente la mano, segno di un’alleanza donata da te a tutti noi e nella quale siamo chiamati ad entrare, dando fiducia alla tua promessa di un’umanità nuova.
    Che le nostre comunità siano già ora luoghi di guarigione per tutte le relazioni malate che sono in noi e attorno a noi: che possiamo essere guariti dall’indifferenza e dallo sfruttamento, da ogni forma di violenza e rifiuto. Nella bellezza e nella fatica del costruire le nostre relazioni, ogni giorno scopriremo di avvicinarci sempre più al tuo volto, o Dio Trinità d’amore, così che il nostro vivere insieme, per tua grazia, si trasformerà in specchio capace di dire al mondo, seppur in modo sempre  incerto e appannato, il tuo mistero.

  • 10 Mar

    Liberami da me stesso

     

    Signore, fa’ che la mia persona ispiri fiducia
    a chi soffre e si lamenta,

    a chi cerca luce perché è lontano da te,

    a chi vorrebbe incominciare

    e non se ne sente capace.

    Signore, aiutami a non passare accanto a nessuno
    con volto indifferente e con cuore chiuso,

    con passo affrettato.

    Signore, aiutami ad accorgermi subito
    di quelli che mi stanno accanto.

    Fammi vedere quelli preoccupati e disorientati,

    quelli che soffrono e non lo mostrano,

    quelli che si sentono isolati senza volerlo,

    e dammi quella sensibilit�
    che mi fa incontrare i loro cuori.

    Signore, liberami da me stesso
    perché ti possa servire,

    perché ti possa mare,

    perché riesca ad incontrarti
    in ogni fratello che tu mi fai incontrare.

     

    G. Volpi

  • 08 Mar

    Esci dalla tua terra e va!

    Lectio di Gn 12,1-10

     

    di p. Attilio Franco Fabris

    Invochiamo all’inizio di questo tempo dedicato all’ascolto lo Spirito affinché pieghi con il suo soffio potente il nostro cuore alla docilità nei confronti della Parola. Si realizzi nella nostra vita l’esperienza del Servo di Jhwh che prega: “Ogni mattina fa attento il mio orecchio, perché io ascolti come gli iniziati” (Is 50,4).
    Solo da questo ascolto docile “da iniziati” al mistero può scaturire l’obbedienza autentica alla volontà di Dio.
    Si tratta di una docilità non facile perché il cuore dell’uomo è duro, ribelle. Il profeta Isaia dirà: “Questo è un popolo ribelle, sono figli bugiardi, figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore” (33,19). Noi per paura e diffidenza facciamo resistenza alla Parola e si comprende la necessità dell’azione stessa del Signore perché è solo in lui in grado di pronunciare l'”effatà”, ovvero la parola capace di vincere la nostra sordità: “Il Signore mi ha aperto (=forato) l’orecchio e io non ho opposto resistenza e non mi sono tirato indietro” (Is 50,5). Ecco perché con insistenza e fiducia preghiamo lo Spirito, il suo soffio perché “pieghi ciò che è rigido“.
    Signore, la tua Parola che oggi ci farai udire resti in noi sempre presente e operante. Continua a farla risuonare al nostro orecchio, fora la nostra sordità: “Piega il nostro cuore verso i tuoi insegnamenti” (Sal 118,36).
    La Parola che ora depositerai in noi come seme di vita, non permettere che rimbalzi drammaticamente contro il muro della nostra sordità. Che il nostro ascolto ci renda capaci di vera obbedienza.

    Lectio

    La lettura biblica con cui vogliamo meditare il tema dell’obbedienza è un testo caro alla tradizione e alla spiritualità della vita consacrata: si tratta dell’ormai “classico” racconto della vocazione di Abramo (Gn 12,1-9). Siamo infatti sempre stati invitati a meditare sulla straordinaria obbedienza del nostro “padre nella fede” (cfr Rm 4,11) alla chiamata di Dio. Ma la domanda che vorremmo oggi rivolgere al nostro vecchio patriarca è questa: Abramo in virtù di chi e di che cosa sei giunto a quest’atto di coraggiosa e totale obbedienza alla voce di Dio?
    Per rispondere a tale domanda occorre partire un po’ prima, ovvero da quello che potremmo definire il “presupposto antropologico” in cui la Parola si fa udire alla coscienza di Abramo. Egli è un uomo che ha un estremo bisogno di una parola di speranza. La sua vita umanamente è un fallimento, infatti è senza futuro e non può assicurare né a sé e tanto meno agli altri la speranza di una continuità. È impantanato in un vicolo cieco che lo conduce ad una sempre più dolorosa esperienza di morte contrassegnata dalla sua sterilità.
    Dio disse ad Abramo” (Gn 12,1): il racconto comincia con una parola di Dio che assomiglia molto alla prima parola del Genesi: “In principio… Dio disse…” (cfr Gn 1,1ss) . Questo lascia intuire che la chiamata di Abramo ha nella storia della salvezza la valenza di una nuova creazione, di una rinnovata benedizione in vista della vita e della fecondità per cui Dio ha creato l’uomo (Gn 1,28).
    Non solo Abramo ma tutta l’umanità, ha bisogno di un rilancio della creazione e della benedizione dopo che il peccato con la sua maledizione aveva trascinato con sé ogni cosa nel vortice del nulla e della morte.
    Questa parola di speranza da parte di Dio ad Abramo è il cuore del racconto. Il centro del discorso di Dio ad Abramo non è il comando “parti e lascia”, ma un altro. Solo alla luce di una speranza che scaturisce da una parola che è promessa si può giustificare e capire il comando di “partire e lasciare”.
    In altre parole: il comando che esige obbedienza (v. 1) è sostenuto e giustificato dalle tre straordinarie (e umanamente impossibili) promesse (vv. 2-3). Queste rappresentano la “Buona Notizia” donata al vecchio e disperato Abramo. Esse sono complementari l’una all’altra: anzitutto Dio promette che farà di Abramo una grande nazione, il che significa che avrà una discendenza. “cosicché io faccia di te una grande nazione” numerosa “come le stelle del cielo e come la sabbia che è sulla spiaggia del mare“. Questa numerosissima discendenza avrà pur bisogno di una terra grande e fertile; ecco allora la seconda promessa che assicura “un paese“. Infine – e questa è la promessa più grande e importante – Abramo diverrà “benedizione per tutte le nazioni della terra“. Egli è chiamato a divenire, proprio in forza delle promesse, segno e portatore di speranza-salvezza per tutti i popoli.
    L’obbedienza richiesta ad Abramo certo comporta delle esigenze. Le esigenze sono pesanti e “dolorose”: Dio infatti enumera tutto ciò che Abramo è invitato a lasciare, e si tratta di una sequenza che segue, in ordine psicologico, dal  più facile al più difficile: la patria, la propria cultura, la propria parentela. Per un nomade è facile lasciare la terra, ne è abituato. Più difficile abbandonare il proprio clan, la propria famiglia. Lasciare la casa del proprio padre è abbandonare ogni riferimento culturale, è lasciare le proprie radici.
    Queste fratture sono inevitabili se Abramo desidera superare i punti morti e stagnanti della sua vita. Ma questi distacchi “obedienziali” di Abramo sono sostenuti e motivati solo dalla fiducia accordata alla parola udita. Senza la docilità alla parola-promessa in Abramo non scaturirebbe alcuna obbedienza di fede!
    Questa risposta-obbedienza di Abramo sarà stata semplice ed immediata, avrà faticato a porsi in questa obbedienza? Pensiamo che Abramo ha settantacinque anni. E’ un’età non sicuramente ideale per iniziare una nuova vita, per dare una svolta alla propria esistenza. Oggettivamente nel momento in cui Abramo parte mutando radicalmente vita, le probabilità che si realizzino le promesse di Jhwh sono praticamente nulle. Tutte le circostanze sembrano “ragionevolmente” contrarie al contenuto delle promesse, e rendono umanamente insensata la sua obbedienza.
    La grandezza delle fede di Abramo sta proprio in questo ascolto che si fa obbedienza nei confronti di una Parola di speranza “impossibile”: “Egli ebbe fede sperando contro ogni speranza e così divenne padre di molti popoli” (Rm 4,18).
    Solo la promessa possiede la forza capace di mettere in moto il nostro settantenne Abramo. La sua obbedienza si è strutturata unicamente sulla speranza scaturita dalla docilità offerta alla Parola ascoltata. 

    Meditatio

    Purtroppo (e indebitamente occorre dire!) nella predicazione e nella catechesi, si è insistito spesso solo sul comando del Signore dato ad Abramo di “partire e lasciare”, dando un po’ l’impressione e la sensazione all’ascoltatore di un Dio che col dito puntato obbliga il povero Abramo a cose impossibili e assurde in virtù unicamente della sua autorità. Ci si offre l’immagine di un povero Abramo che come un soldato reclutato a forza non può far altro che sottostare ad una sorta di “obbedienza “militare” che non si può minimamente discutere. Veniva così presentata sì l’obbedienza “eroica” di Abramo, ma di certo essa non aiutava ad amare di più un Dio così tremendamente esigente.
    Aver insistito in questa linea ha travisato molto e  tragicamente la ricchezza della teologia della rivelazione biblica contenuta nel brano. Di conseguenza anche le applicazioni che del testo si sono fatte in riferimento alla vita del credente erano povere spiritualmente e pervase più che altro da un sterile volontarismo.
    Il “devi partire e lasciare” è risuonato continuamente negli ambienti di convento, nelle volte delle chiese, nelle aule buie di catechismo. Un “devi” che piombava pesantemente dall’alto domandando un’obbedienza indiscussa, e non bastasse, il più delle volte accompagnata dalla prospettiva di fiamme nel caso di “diserzione”. L’obbedienza così andava spavaldamente a braccetto con la paura.
    Il racconto della vocazione di Abramo ha molto da insegnare al fine di correggere l’infausta lettura che da più parti si è fatta della vocazione di Abramo e dell’obbedienza.
    L’obbedienza che scaturisce dalla fede biblica non ha nulla a che vedere con un’obbedienza di tipo disciplinare: quest’ultima ha come punti di riferimento dei comandi impartiti e un’autorità con il potere di comandare. L’obbedienza di Abramo, quella biblica per intenderci, si inscrive invece in tutt’altra categoria: quella della “docilità”. Tale categoria fa riferimento non alla sfera gerarchica ma affettiva. Essa non nasce dall’imposizione dell’altro, ma dalla fiducia accordata all’altro.
    Si tratta di una fiducia-obbedienza che trova radice nell’ascolto. Non per nulla anche la stessa etimologia della parola “obbedienza” è significativa. Essa deriva dal latino ob-audio, che è un composto di audio (= udire, ascoltare). Questo ci mette nella giusta direzione circa una corretta comprensione e prassi dell’obbedienza della fede: fondamento dell’obbedienza del credente non sta il comando, ma l’ascolto! Dall’ascolto scaturisce la persuasione e dalla persuasione la docilità.  E finalmente dalla docilità si giunge all’obbedienza. Siamo ben lontani così da ogni ristretta interpretazione di carattere semplicemente disciplinare e moralistico!
    Ciò che sorregge l’obbedienza di Abramo non è perciò il comando impartito dall’ “autorità divina” ma al contrario è la docilità che egli accorda alla parola-buona notizia-promessa udita.
    Spesso la nostra interpretazione e prassi dell’obbedienza è purtroppo priva di questo elemento essenziale: poggia sul vuoto e cresce fra le spine velenose del “dovere morale” e sulla paura.
    Questo accade perché la nostra “obbedienza” non è preceduta dall’ascolto della “Buona Notizia”, ovvero della promessa di Dio capace di “far mettere ali” all’obbedienza.
    Ne consegue che un’obbedienza che non scaturisca dall’ascolto della Parola  diviene solo un peso insopportabile, ci spinge a tenerci stretta con mille piccoli e grandi espedienti la nostra “libertà”, a rischiare il meno possibile, a non giocarci fino in fondo nell’avventura della fede.
    Mentre è nell’ascolto che si fa obbedienza che si gioca l’autenticità della fede biblica. Scrive un famoso biblista: “La fede non è l’obbedienza, ne è il segreto; l’obbedienza è il segno ed il frutto della fede” (J. Guillet). E la fede nasce dall’ascolto (cfr Rm 10,17).
    Tutto dunque ci riporta a quel nocciolo di partenza al quale la Chiesa del terzo millennio è invitata pressantemente e urgentemente a tornare: ripartire dalla centralità dell’ascolto. 

    Oratio

    Abramo insegna: l’obbedienza prima che essere una virtù è un dono che scaturisce dall’ascolto della Parola che contiene in sé una promessa di vita.
    Solo l’ascolto attento renderà man mano il nostro cuore docile e verremo sospinti dall’amore a consegnarci liberamente al tuo disegno, o Padre, in un’offerta libera, gioiosa e generosa. Sapremo sempre più rinunciare ai nostri soliti innumerevoli calcoli e progetti, che scaturiscono dal nostro cuore di pietra e che appesantiscono tristemente la vita.
    Sappiamo come l’obbedienza che nasce dall’ascolto della Parola mediata dai nostri fratelli, comporti spesso una croce: il nostro cuore infatti è talmente lontano dal progetto che hai su di noi. Ma fa’ che non ci spaventiamo di questo ma che, con perseveranza e fiducia, impariamo ogni “mattino” a rimetterci in ascolto della tua parola “come gli iniziati”.
    Facci udire soprattutto, o Padre, Buona Notizia che è lo stesso Figlio tuo Crocifisso e Risorto. Sarà lui la speranza capace di strapparci come Abramo da tutti i “lacci di morte” (Sal 115,3) e a porci in cammino obbediente alla sua esigente sequela.
    Con Gesù e come Gesù impareremo ogni giorno a dire: “Ho detto: Ecco io vengo. Sul rotolo del libro di me è scritto, che io faccia il tuo volere. Mio Dio questo io desidero, la tua parola è nel profondo del mio cuore” (Sal 40,7).

  • 08 Mar

     CONTEMPLARE LA PAROLA

     di p. Attilio Franco Fabris

    Noi crediamo che nella pienezza dei tempi la Parola di Dio si è “fatta carne”. S. Giovanni della Croce dirà: “Dandoci il suo Figlio, che è la sua unica Parola, Dio ci ha detto tutto in una volta con questa sola Parola”.
    La Parola è cibo che deve essere assimilato per sostenerci.
    Questa assimilazione è possibile tramite un ascolto obedienziale:
    “Ascolta, popolo mio, ti volgio ammonire, Israele se tu mi ascoltassi… Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari portrei la mia mano. Lo nutrirei con fiore di frumento, lo sazierei con miele di roccia” (Sal 81).
    Tutto inizia con l’ascolto.
    Non dimentichiamo che l’orazione è anzitutto questo ascolto totale, è entrare nella volontà di Dio che si rivela a noi tramite la sua Parola.
    I metodi sono molti per meditare la Scrittura sono molti, ma tutti fanno perno su un elemento essenziale: la lettera deve diventare spirito.
    Cerchiamo di abbozzare ora un metodo. 

    1. Raccogliti alla presenza di Dio  e arrenditi all’azione dello Spirito

    Sii presente anzitutto a te stesso, qui e ora, in un atteggiamento di pacificazione esterna ed interna.
    Lascia da parte per ora le tue preoccupazioni: il passato e il futuro. Sii qui totalmente.
    Poniti alla presenza di Dio con un atto di fede interiore.
    Poi invoca lo Spirito, perché è lui il maestro della preghiera: “Lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26)

    2. Non pensare prima ai tuoi problemi…

    Essi sono molti e di vario genere, di ordine pratico e conoscitivo.
    Di fronte alla Parola ad esempio vorremmo una risposta immediata ai nostri problemi. Non dimentichiamo: la meditazione dice: Dimenticati! Come puoi contemplare la Parola se pensi soltanto a te stesso?
    Si può essere tentati di voler capire tutto, comprendere, consultare, approfondire… questo sarebbe studio, non preghiera!Quando meditiamo la Parola non si tratta di fermarsi all’interpretazioone esegetica del testo, né di cercare una soluzione ai nostri interrogativi. Certo uno studio è utile, ma deve essere previo.
    Nella meditazione ci avverte s. Ignazio, più che la conoscenza conta l’assaporare del cuore, l’atteggiamento interiore accogliente, ricettivo. Un cuore duro è sasso che non può essere impregnato dall’acqua viva della parola (cf Gv 6,60).

    3. …Ma raggiungi il Signore 

    Non scordiamo che dietro quella Parola vi è Qualcuno che mi sta parlando, che si sta rivolgendo proprio a me. Più che la Parola è lui che devi cercare ed incontrare. La Parola è solo strada verso l’incontro. Quando lo hai raggiunto lascia la Parola quando avverti che lo Spirito ti sta introducendo al silenzio della contemplazione. 

    Primo tempo: leggo il testo sacro

     Lo leggo e lo rileggo. Con calma.
    Ritorno con amore sulle singole frasi e lascio che ogni parola venga assimilata dalla mente e dal cuore, che si depositi nella memoria.
    Se il testo non è lungo, più breve è meglio è, lo posso trascrivere o imparare a memoria, lo ripeto lentamente dentro di me, lo “mormoro” interiormente. 

    Secondo tempo: la chiave che apre all’incontro

     In ogni testo c’è una chiave, un’espressione che apre la porta all’incontro, una scintilla che fa accendere la devozione: una frase, un’espressione, o solo un nome. A volte questa chiave la si scopre in modo spontaneo, altre volte occorrerà pazienza e silenzio finché emerga.
    Quando hai raggiunto questo centro rimani in ascolto, rileggi poi ogni frase alla sua luce. 

    Terzo tempo: personalizza l’annuncio

     Questo è molto semplice. Diventa interlocutore e protagonista. Lascia che ogni parola, gesto, azione del brano siano rivolti direttamente a te.
    Poniti in discussione. Lascia che la Parola sia pada a doppio taglio che ferisce, separa, disbosca… 

    Quarto tempo: resta solo con Colui che ti parla

     La parola è l’involucro che rivela una presenza: il Padre, il Figlio, lo Spirito… Quando gli hai dato il nome, rimani con lui.
    Questo è il tempo della contemplazione. E’ Mosè che parla “bocca a bocca” con Dio”. E’ il “cuore a cuore” con Dio, il momento dell’intimità.
    Lentamente ti accorgi che non hai bisogno più di tante parole, di tanti pensieri. Più che di parole si tratta di assumere un atteggiamento della e nella totalità del proprio essere.
    La Parola mi rigenera con il semplice dono della Presenza. 

    Qunto tempo: concretizza un impegno che scaturisca dall’ascolto e invoca l’aiuto e  ringrazia il Signore

     L’ascolto non deve rimanere sterile. Deve portare frutti di conversione nella vita. Quindi cerca di concretizzare questa dinamica di conversione in un impegno verificabile (non è necessario che sia grande, anzi…).
    Chiedi dunque al Signore che ti aiuti a portare a termine ciò che hai compreso.
    Ringrazia per ultimo il Signore per la luce e la forza che ti ha donato in questo tempo di meditazione.
    Non sentirti legato o schiavo del metodo. E’ uno schema, uno strumento utile soprattutto nei momenti di aridità. Spesso la Parola non richiede altro da parte tua che semplicità e disponibilità. “Farsi piccoli come bambini” “Ad essi è rivelato il segreto del Regno”.
    Tieni comunque presente che un esercizio metodico instaura un automatismo mentale che facilita e naturalizza poi la meditazione.
    Accetta pure di rimanere a volte apparentemente a mani vuote. Impari a dare senza pretendere il contraccambio, ami senza la pretesa di essere riamato. Impari la gratuità e il puro dono di te stesso. Nella notte continua ad ardere la fiamma della fede, ciò che più conta perché è il dono più prezioso che tu puoi offrire a chi ti viene incontro ed è presente benché tu non lo veda e non lo senta.
    Impari a rapportarti con Dio nella gratuità vincendo la grave tentazione di ridurlo a tuo beneficio.

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