• 29 Gen

     

    di p. Attilio F. Fabris 

     

    Un altro scolio per la nostra preghiera è l’illusione di credere di essere sempre pronti ad incontrare Dio.

    Si tratta di una doppia illusione in quanto da un lato il nostro cuore è occupato da tante cose e dentro di noi non vi è silenzio; dall’altro rimaniamo estranei alle cose di Dio: una mancanza di familiarità con la dottrina.

     

    LA MANCANZA DI SILENZIO E DI DISTACCO

     

    Dice un proverbio arabo: “Non sono le difficoltà del cammino che fanno male ai piedi, ma i sassi che hai nelle scarpe”. Ovvero: è dall’interno di noi stessi che provengono i principali ostacoli, mentre spontaneamente saremmo portati a trovarli immediatamente all’esterno: scrive Basilio di C.:

    “Ho ben abbandonato le occupazioni del mondo, sorgenti di mille mali, ma non ho saputo ancora abbandonare me stesso. Io sono come quei tali che, sul mare, non conoscendo cosa sia una traversata, provano la nausea del mal di mare, e malcontenti della barca in cui si trovano, che sembra loro non adatta, passano su un’altra; ma sempre stanno male, perché nausea e bile li hanno accompagnati.

    Così è per noi: portando in noi le passioni siamo ovunque nella stessa confusione, come non avessimo guadagnato nulla nella solitudine. Al che bisogna dire: <Se qualcuno vuol seguirmi, rinunci a se stesso>“.

    Così è per noi. Spesso pretendiamo di ascoltare Dio, mentre siamo ingombri di noi stessi: ascoltiamo solo noi stessi e i nostri progetti. Magari sì siamo portati a credere importante il silenzio esteriore, ma nonostante questo il sasso che è nella scarpa rimane, non riusciamo a liberarcene; lo sforzo ci sembra inutile.

    Potremmo proporci un piccolo esame di coscienza sul nostro silenzio:

    – la nostra memoria: l’amarezza interiore, il rancore, i cambiamenti di umore, il ricordo di tutto ciò che non è stato secondo quello che ci aspettavamo riguardo a noi stessi, gli altri, gli avvenimenti… “Quando accetterai in pace la prova di non amarti per te stesso? Solo allora fari posto a Cristo” (s. Teresa d’Avila). Forse nella preghiera siamo troppo preoccupati da ciò che ci ingombra la memoria.

    – la nostra persona: un’altra fonte di disturbo interiore è costituito da tutte le idee che ci siamo fatti di noi stessi. Siamo molto attaccati all’immagine di noi stessi che ci viene riflessa dagli altri. Purtroppo molto spesso ricerchiamo negli altri l’immagine che noi vorremmo essere, un’immagine che ci rassicuri, in cui possiamo trovarci tranquilli, nel falso silenzio del nostro sogno. “Io non ho nulla – amava ripetere l’abbé Chevence – io non ho assolutamente nulla, e ci ho messo trent’anni per riconoscerlo. Ciò che pesa all’uomo è il sogno” (Bernanos, La gioia).

    – la nostra attività: un’eccessiva inclinazione al lavoro, la smania di arrivare rapidamente a dei risultati possono creare in noi una tensione tale da impedirci la preghiera.

    “La tentazione più frequente, la più nascosta, è la nostra mancanza di fede. Si manifesta non tanto in una incredulità dichiarata, quanto piuttosto in una preferenza di fatto. Quando ci mettiamo a pregare, mille lavori e preoccupazioni ritenuti urgenti, si presentano come prioritari; ancora una volta è il momento della verità del cuore e del suo amore preferenziale.” (CCC 2732).

    Questa tensione si riversa nella preghiera stessa: la caccia di distrazioni diviene a sua volta fonte di distrazione. Si diviene incapaci di imporsi delle pause di silenzio.

    – le nostre passioni: sono tutti i nostri piccoli o grandi attaccamenti, a livello di persone, cose, situazioni: “Che l’uccello sia legato ad una catena o ad un filo non importa, è sempre legato” (s. Giovanni della C.).

    Tutte queste difficoltà traggono forza dal falso amore per noi stessi. Dal ricercarci per noi stessi dimenticando il nostro fondarci sul un Altro. Siamo allora terrorizzati dall’idea di “perderci”. Ci troviamo costretti a rimpiazzare l’autentico amore, con altri piccoli ed insufficienti amori.

    Se amare significa divenire una sola cosa con chi si ama, ciò può avvenire nella misura in cui si è liberi dall’attaccamento per tutto il resto. Amare è preferire la persona amata a tutto il resto: “Nulla antepongano all’amore di Cristo” (RB).

    Questo è il senso più vero del silenzio interiore: un silenzio colmo di amore:

    “L’orazione è silenzio <simbolo del mondo futuro> (Isacco di N.), o <silenzioso amore> (s. Giovanni della C.). Nell’orazione le parole non sono discorsi, ma come ramoscelli che alimentano il fuoco dell’amore. E’ in questo silenzio, insopportabile all’uomo <esteriore>, che il Padre ci dice il suo Verbo incarnato, sofferente, morto e risorto” (CCC 2717).

    Il silenzio fa sì che ci poniamo nella condizione di unificare la nostra vita. Ciò che esaurisce l’anima, una delle sue sofferenze, è l’inevitabile moltiplicarsi in noi e dall’esterno di infiniti messaggi che disperdono. Siamo dis-tratti: portati, strappati quasi in mille diverse direzioni.

    A motivo di questa dispersione siamo sempre alla ricerca del nostro vero centro, perno della nostra esistenza, che è impossibile scoprire a livello di semplici impressioni e diversità di messaggi.

    Se il punto di riferimento del nostro agire siamo noi stessi, allora rimarremo nella discontinuità, nella molteplicità. Solo il silenzio può fare unità nella nostra vita poiché esso si inscrive nel più profondo di noi stessi, nella nostra anima che ci rimanda ad un Altro al di fuori di noi stessi.

    Il silenzio non è facile, anzi. I ritmi della nostra cultura non ci aiutano Si ha paura del silenzio e della solitudine. E’ per questo motivo che dobbiamo continuamente apprendere il silenzio. attraverso uno stile di vita, delle abitudini sane che possono far da argine a stili di vita ed abitudini diametralmente opposte.

    “L’amico del silenzio si avvicina a Dio. In segreto si intrattiene con lui e riceve la sua luce” (. Giovanni C., Sc. Par.).

     

     

     

     

  • 28 Gen

     

    di p. Attilio F. Fabris 

     

     

    “Il Nome che comprende tutto è quello che il Figlio di Dio riceve nell’Incarnazione: Gesù. Il Nome divino è indicibile dalle labbra umane, ma il Verbo di Dio, assumendo la nostra umanità, ce lo consegna e noi possiamo invocarlo: Gesù, YHWH salva. Il Nome di Gesù contiene tutto: Dio e l’uomo e l’intera economia della creazione e della salvezza. Pregare Gesù è invocarlo, chiamarlo in noi. Il suo Nome è il solo che contiene la presenza che esso significa. Gesù è risorto, e chiunque invoca il suo Nome accoglie il Figlio di Dio che lo amato e ha dato se stesso per lui” (CCC 2666).

    Gesù ha promesso indistintamente l’efficacia della preghiera a condizione che essa sia fatta nel suo Nome:

    “Qualunque cosa chiederete nel mio nome la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio” (Gv 14,13).

    “In verità in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena” (1Gv 16,23-24).

    Anche l’autore della Lettera agli Ebrei ci presenta Gesù come “nostro sommo sacerdote” (Ebr 7,24-25): colui che intercede per noi presso il Padre.

    Egli ripete davanti al Padre le nostre parole, trasformandole e facendole sue. Perciò la nostra preghiera nel suo Nome è efficace: perché è divenuta quella di Cristo:

    “Chi prega partecipa alla preghiera del Verbo di Dio, che sta in mezzo anche a quelli che lo ignorano, e non è assente dalla preghiera di nessuno. Egli prega il Padre in unione col fedele di cui è mediatore. Infatti il Figlio di Dio è il gran sacerdote delle nostre offerte, e nostro avvocato presso il Padre. Prega per quelli che pregano e implora per quelli che implorano” (Origene).

     

    La nostra preghiera non è più quella dell’A.T. Essa è ormai la preghiera di Cristo:

    “Finora non avete chiesto nulla nel mio nome: chiedete ed otterrete” (Gv 16,24).

    Una preghiera perciò che si estende universalmente a tutte le necessità del regno.

     

    Sant’Agostino scrive:

    “Nostro Signore è colui per il quale, nel quale, rendiamo gloria a Dio, ed è anche colui che preghiamo”.

    E ancora:

    “Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce e in noi la sua voce” (Agostino, En. in Ps. 85).

     

    Il Cristo è colui per il quale noi preghiamo il Padre. In effetti da noi stessi non possiamo celebrare il Padre in verità: non lo conosciamo.

    “nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11,27).

    L’adorazione più vera al Padre è quella del Figlio. E’ il prototipo del modo in cui una creatura deve rapportarsi nei riguardi di Dio:

    “attraverso Cristo sale il nostro Amen per la gloria di Dio” (2Cor 1,20).

     

    Il Cristo è colui nel quale noi rendiamo gloria e onore al Padre. Compito della Chiesa è di riprendere continuamente la preghiera del Cristo davanti al Padre, facendo sua l’obbedienza di lui al Padre, la sua passione per il Regno. Noi compiamo l’opera di Cristo. Riviviamo i suoi misteri (cfr la liturgia):

    “abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo” (Fil 2,5).

     

    Riconosciamo in noi il dono pasquale di Cristo: lo Spirito che abita i nostri cuori. Per questo siamo creature abitate da Cristo e non siamo mai soli davanti a Dio: si è sempre in due:

    “Gesù prega anche per noi, al nostro posto e in nostro favore. Tutte le nostre domande sono state raccolte una volta per sempre nel suo grido sulla croce ed esaudite dal Padre nella sua Resurrezione, ed è per questo che egli non cessa di intercedere per noi presso il Padre. Se la nostra preghiera è risolutamente unita a quella di Gesù, nella confidenza e nell’audacia filiale, noi otteniamo tutto ciò che chiediamo nel suo nome; ben più di questa o quella cosa: lo stesso spirito santo che comprende tutti i doni” (CCC 2741).

     

    Non siamo soli a pregare i Salmi o la Scrittura o ad adorare il Padre: è Cristo sommo sacerdote che in noi prega i salmi, legge la scrittura, adora il Padre:

    “Che il Cristo parli allora, nel Cristo la Chiesa parla, e nella Chiesa il Cristo parla. Il capo parla nel corpo e il corpo nel capo” (sant’Agostino).

     

    Il Cristo è colui che noi preghiamo e celebriamo. La preghiera cristiana soprattutto quella liturgica non è che una lunga meditazione del mistero di Cristo nei suoi vari aspetti, che ci ha rivelato la grazia e la misericordia di Dio. La chiesa “fa’ memoria”. La liturgia celebra Cristo come sposo della Chiesa.

    L’apocalisse pone la contemplazione e l’adorazione dell’Agnello ritto ed immolato, centro dell’universo: é lui solo che possiede le chiavi della storia:

    “Quando ebbe preso il libro i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardo si prostrarono davanti all’agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe colme del profumo che sono le preghiere dei santi” (Ap 5,8).

     

    Sovente la scrittura muove l’invito a “fare memoria” (es. Es 32,11-14; Sal 105,106; Dt 9,18-26; Is 63,7-9). Il ricordo, il memoriale, di tutto ciò che Dio ha compiuto, diviene forse il motivo principale della preghiera e la ragione della nostra speranza. E’ questa la struttura della fede biblica.

    E’ questo il dinamismo centrale della grande preghiera eucaristica che fa memoria del mistero pasquale, perno della nostra fede:  “Celebrando il memoriale…”.

     Attraverso la preghiera fatta nel nome di Gesù si attua una trasformazione dei nostri sentimenti, dei desideri, delle sofferenze, nei sentimenti, nei desideri, nelle sofferenze di Cristo. Una trasformazione simile a quella che avviene nell’eucaristia per il pane e il vino che si transustanziano nel corpo e sangue di Cristo:

    “E’ entrando nel santo Nome del signore Gesù che noi possiamo accogliere, dall’interno la preghiera che egli ci insegna” (CCC 2750)

     

    Se abbiamo compreso che come cristiani la nostra preghiera non può che essere fatta nel nome di Gesù, allora comprendiamo come non abbia senso contrapporre preghiera pubblica e privata.

    Fuggiamo i rischi sia dell’individualismo come del collettivismo. Preghiera pubblica e privata non possono essere contrapposte: è sempre e comunque preghiera di Cristo.

    Comprendiamo pure come la preghiera liturgica esiga una relazione personale di ciascun membro con Cristo. E’ questo è sempre dono dello Spirito in noi: egli solo può formare in noi tale relazione. Saremo pienamente cristiani quando ci accorgeremo che non potremo parlare a Dio se non con e per Cristo, sapendo che il solo sguardo a cui Dio non resiste è quello del Figlio:

    “Per Cristo, con Cristo e in Cristo:

    a te Dio Padre onnipotente

    nell’unità dello Spirito santo

    ogni onore e gloria

    per tutti i secoli dei secoli. Amen”

     

    Tutto quanto è stato detto ci impone un punto di riflessione importante: la nostra preghiera in che misura si spinge a conformarsi ai desideri di Cristo? In che misura ci preoccupiamo a comprendere il pensiero di Cristo su ciascuno di noi, su ciò che facciamo, diciamo, pensiamo?

    Forse potremmo accorgerci che finora la nostra preghiera non è stata che una carellata di pensieri che nulla avevano a che fare con l’autentica preghiera. Forse ci si rivela come una sorta di sterile monologo. Una ricerca di idee “su…”.

    Per la meditazione : cfr Ebr. 5.

     

  • 28 Gen

    di p. Attilio F. Fabris

     

     

    Confrontiamoci con la parabola degli invitati a nozze in Lc 14,16-24.

    Ci viene mostrato un Dio che vuole farci suoi commensali. Ma sono tanti i motivi di rifiuto apposti al suo invito.

    Tutti questi rifiuti si possono riassumere in due:- la preoccupazione per la famiglia e il lavoro.

    Se questi motivi fossero veri allora chi potrebbe pregare? Sarebbe vera l’obiezione che il più delle volte si porta: “Non ho tempo”.

    Il messaggio della parabola al contrario ci dimostra che tutti sono chiamati, nessuno escluso.

     In effetti rimane pur sempre vero che la preghiera esige uno sforzo che spesso ci risulta difficile: ma questa difficoltà è normale perché non possiamo pretendere di “sentire” umanamente il mistero di Dio: si tratta di uno sforzo di fede:

    “La preghiera… presuppone sempre uno sforzo: … la preghiera è una lotta. Contro noi stessi e contro le astuzie del tentatore” (CCC 2725).

    La grande tentazione della nostra preghiera è la stanchezza, lo scoraggiamento. Una tentazione dalla quale Gesù stesso ci mette in guardia nelle sue due parabole: l’amico importuno in Lc 11,5-13 e la vedova e il giudice iniquo in Lc 18,1-8.

    Queste due parabole sono molto chiare: “giorno e notte” “insistentemente”, a costo di importunare occorre chiedere al Padre ciò di cui abbiamo bisogno.

    “L’amico importuno esorta ad una preghiera fatta con insistenza: “Bussate e vi sarà aperto”. A colui che prega così il Padre del cielo “darà tutto ciò di cui ha bisogno” e principalmente lo Spirito santo che contiene tutti i doni”.

    La seconda, la vedova importuna, è centrata su una delle qualità della preghiera: si deve pregare sempre, senza stancarsi, con la pazienza della fede. “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”” (CCC 2613).

    Il termine greco utilizzato dall’evangelista suggerisce di non prendere in maniera puramente materiale la parola “continuamente”; forse sarebbe meglio tradurla con  “in ogni occasione”. Questo ridimensionerebbe il problema circa il tempo da dedicare alla preghiera.

    Se la prima legge della preghiera ci dice del necessario atteggiamento di povertà e umiltà, la seconda ci insegna la continuità.

    Esse sono strettamente collegate: solo il povero, che si sente realmente tale, non si dà pace sino a che non abbia ottenuto ciò di cui ha bisogno.

    Quantità e/o qualità? Quali di queste due caratteristiche dobbiamo privilegiare?

    La Scrittura ci insegna che non dobbiamo misurare il tempo. Dio ci aspetta sempre e in ogni luogo senza alcun istante di interruzione.

    Ciò che è essenziale è mantenere viva in noi quella tensione alla pienezza alla quale il Vangelo ci invita.

    “Pregate incessantemente (1Tess 5,17), rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre nel Nome del Signore nostro Gesù Cristo (Ef 5,20) Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi (Ef 6,18). <Non ci è stato comandato di lavorare, di vegliare, e di digiunare continuamente, mentre la preghiera incessante è una legge  per noi> (Evagrio P.). Questo ardore instancabile non può venire che dall’amore. Contro la nostra pesantezza e la nostra pigrizia il combattimento della preghiera è quello dell’amore umile, confidente, perseverante… Pregare è sempre possibile: il tempo del cristiano è quello di Cristo Risorto, che è con noi  <tutti i giorni>(Mt 28,20), quali che siano le tempeste. Il nostro tempo è nelle mani di Dio: <E’ possibile, anche al mercato o durante una passeggiata solitaria, fare una frequente e fervorosa preghiera. E’ possibile pure nel vostro negozio, sia mentre comprate, sia mentre vendete, o anche cucinate> (Giovanni Cr.)” (CCC 2742s).

     

     

    DIO ATTENDE IL CUORE

     

    Pregare “continuamente” sarà impossibile se facciamo della preghiera un puro sforzo intellettuale:

    “Se la preghiera dimorasse nel corpo, noi non potremmo contemporaneamente pregare e lavorare; se stesse nella sensibilità, ogni preoccupazione sensibile, la malattia, le emozioni la renderebbero impossibile, essa sarebbe succube di ogni minima variazione di umore; se essa stesse unicamente nel cervello, non potremmo pregare se non facendo della teologia. Ma la preghiera dimora anzitutto nel profondo del nostro cuore, nel profondo di noi stessi; il nostro <cuore> può sempre parlare con Dio, anche quando siamo occupati, quando la sensibilità è oppressa e la nostra testa piena di preoccupazioni. Il cuore può sempre parlare di ciò che è la sua vita e il suo amore.

    Di conseguenza: se il nostro cuore sarà occupato da altre cose più che da Dio, la preghiera tacerà in noi” (P. Chevignard).

    Sul piano concreto è evidentemente impossibile essere in “costante” esercizio di preghiera, ma la tensione che sta nell’amore è una realtà viva che perdura anche quando non ne siamo coscienti.

    L’educazione della preghiera sarà allora una tensione a far s^ che si tenda a dialogare con Dio in ogni occasione, trasformando ogni avvenimento, ogni circostanza in una possibile apertura a Dio, in ricordo costante della sua presenza.

    Distinguiamo perciò l’”esercizio” dallo “stato” di preghiera: si diceva di s. Francesco “Franciscus non orabat, factus enim oratio”.

    Non facciamo perciò dipendere la nostra preghiera da stati, luoghi od orari: essa è sempre possibile in quanto essa dimora nel profondo di noi stessi, nel nostro cuore, come realtà interiore indipendente:

    “Lo Spirito, quando abita in un uomo, non lo lascia dal momento in cui quest’uomo è divenuto preghiera, perché lo Spirito stesso non smette di pregare in lui. Che quest’uomo dorma o vegli, che mangi o beva o faccia qualsiasi altra cosa, e fin nel profondo sonno, il profumo della preghiera si innalza senza fatica nel suo cuore. La preghiera non lo abbandona più. In tutti i momenti della sua vita, anche quando sembra cessare, essa è segretamente attiva in lui di continuo” (Isacco di N.)

     Questa fedeltà ed apprendistato interiore non si può raggiungere se non consacrando ogni giorno un tempo alla preghiera:: per poter offrire tutto il proprio tempo, bisogna imparare a donare un tempo preciso:

    “La preghiera è la vita del cuore nuovo. Deve animarci in ogni momento. Noi invece dimentichiamo colui che è la nostra vita e il nostro tutto. Per questo i Padri della vita spirituale, nella tradizione del Deuteronomio, insistono sulla preghiera come “ricordo di Dio”, risveglio frequente della “memoria del cuore”: <E’ necessario ricordarsi di Dio più spesso di quanto respiriamo> (Gregorio Niss.). Ma non si può pregare in ogni tempo se non si prega in determinati momenti, volendolo: sono i tempi forti della preghiera cristiana, per intensità e durata” (CCC 2697).

    Troppo spesso invece, delusi, lasciamo andare la barca alla deriva scoraggiati, e la dimenticanza di Dio rischia di permeare il nostro cuore:

    “La nostra lotta deve affrontare ciò che sentiamo come nostri insuccessi nella preghiera: scoraggiamento dinanzi alle nostre aridità, tristezza di non dare tutto al signore, poiché abbiamo <molti beni>, delusione per non essere esauditi secondo la nostra volontà, ferimento del nostro orgoglio che si ostina sulla nostra indegnità di peccatori, allergia alla gratuità della preghiera ecc…: la conclusione è sempre la stessa: perché pregare? Per vincere tali ostacoli, si deve combattere in vista di ottenere l’umiltà, la fiducia e la perseveranza” (CCC 2728).

    Abbiamo dunque bisogno, come necessità, di tempi precisi perché si faccia calma in noi stessi e si possa ricomporre un certo ordine interiore:

    “La scelta del tempo e della durata dell’orazione dipendono da una volontà determinata, rivelatrice dei segreti del cuore. Non si fa orazione quando si ha tempo: si prende il tempo di essere per il Signore, con la ferma decisione di non riprenderglielo lungo il cammino, qualunque siano le prove e l’aridità dell’incontro… sempre si può entrare in orazione, indipendentemente dalle condizioni di salute, di lavoro o di sentimento” (CCC 2710)

    Da questa  fedeltà nasce la capacità e l’esercizio ad un’apertura più vasta di fede.

    Allora non è tanto il tempo che manca, ma la fede. Quando saremo convinti dell’importanza della preghiera troveremo di certo anche il modo per farle sempre più posto nella vita. Dovrà avere la stessa importanza del mangiare e del dormire, del respirare: non potremo vivere più senza di essa:

    “La tentazione più frequente, la più nascosta, è la nostra mancanza di fede. Si manifesta non tanto in una incredulità dichiarata, quanto piuttosto in una preferenza di fatto. Quando ci mettiamo a pregare, mille lavori o preoccupazioni, ritenuti urgenti, si presentano come prioritari; ancora una volta è il momento della verità  del cuore e del suo amore preferenziale…. In tutti i casi la nostra mancanza di fede palesa che non siamo ancora nella disposizione del cuore umile: <Senza di me non potete far nulla>(Gv 15,5)” (CCC 2732).

    Prendiamo sempre atto che il fatto stesso di pregare è sempre una grazia unita ai nostri sforzi (Dio lavora l’uomo suda), ed è grazia da domandarsi continuamente.

  • 28 Gen

    di Attilio Fabris

     

     

    Aprirei questa nostra conversazione con un testo di K. Gibran, poeta libanese, che contiene preziosi luci (è la potenza del linguaggio poetico) per dare avvio al nostro discorso:

    Cantate e danzate insieme e siate felici,

     ma lasciate che ciascuno sia solo.

    Anche le corde del liuto sono sole 

    pur se vibrano con la stessa musica.

    State insieme ma non troppo vicini

    perché i pilastri del tempio sono separati

    e la quercia e il cipresso

     non crescono l’uno all’ombra dell’altro.

     

    La solitudine è qui descritta come condizione perché si possa crescere vicendevolmente divenendo pienamente se stessi, senza tentare di vivere “l’uno all’ombra dell’altro”.

    Difficile scelta perché non ci rassicura, anzi innesca la paura di rimanere senza alcun tipo di appoggio: è per questo che solitudine è una parola che può risvegliare dentro di noi risonanze contraddittorie.

    Della solitudine possiamo avere paura perché essa ci può sprofondare nell’angoscia dell’abbandono, ma possiamo anche ricercarla – è il caso dell’esperienza delle grandi religioni e filosofie – con appassionato desiderio, come condizione per riprendere contatto con le profondità del mistero che ci abita, come luogo privilegiato in cui far esperienza dell’Assoluto.

    Essa si presenta perciò come un’esperienza ambivalente-critica che può divenire occasione di di-sperazione come, al contrario, luogo di crescita e di riappropriazione di sé e di autentica apertura all’Altro.

     

     

    1. L’inevitabile solitudine dell’Io

     

    L’etimologia della parola può essere illuminante: la parola “solitudine” trova il suo etimo latino corrispondente nel verbo “se-parare”, parola che rimanda a quella iniziale separazione necessaria anche se dolorosa del nascituro dalla madre. In quel momento la persona inizia la sua avventura da “sola” nel mondo, non più collegata alla madre. Da quel momento la persona intraprende il suo cammino “solitario” nel mondo. E come la nascita segna l’inizio della nostra solitudine così pure l’ultimo respiro segna e conferma drammaticamente che ciascuno è solo al mondo. Consapevolezza faticosa e dolorosa da accogliere perché accettazione del fatto che ciascuno si ritrova “gettato” (per usare il termine haidegheriano) da “solo nel mondo” come essere unico e irripetibile.

    Perciò alla solitudine – per il semplice fatto di nascere e di dover morire – non si sfugge! Sarebbe assurdo perciò rifiutarla e negarla. Con essa occorre “fare i conti” dal primo all’ultimo momento della vita.

    Si prende consapevolezza della propria solitudine quando ci si incontra/scontra, in modo più o meno improvviso, con la propria unicità/diversità/responsabilità dinanzi alla vita. Si tratta di un’esperienza che emerge sempre più imperiosa e talvolta drammatica man mano che la persona avanza nel cammino della vita (la nascita, lo svezzamento, l’asilo, la scuola, l’adolescenza, la giovinezza con i suoi progetti, l’età adulta con le sue responsabilità e sconfitte, la vecchiaia, la malattia, la morte): “si diventa solitari quando si ha l’improvvisa percezione della propria inalienabile solitudine” scriveva il monaco trappista Thomas Merton nel libro intitolato “Pensieri dalla solitudine”.

    Proprio perché inevitabile e situazione nella quale l’uomo si ritrova “solo” al mondo ecco che proprio nella solitudine egli è chiamato a dare una risposta alla domanda essenziale della vita: “Cosa ci sto a fare al mondo? Che senso ha la mia vita?”

     

     

    2. Una solitudine ambivalente

     

    Il discorso si fa più complicato quando si affrontano le modalità con cui ci si rapporta con questa fondamentale situazione di solitudine “esistenziale”.

    Ciascuno cerca modalità a volte estremamente diversificate per tentare di “colmare” a suo modo il “vuoto” derivante dalla propria unicità. Quali le strategie adottate per tentare di uscire dalla solitudine che ci accompagna inesorabilmente? Fatto per la relazione con l’altro ciascuno cerca sin dal principio di uscire (pensiamo solo al neonato) dall’orbita centripeta della sua solitudine (da questa “monade” direbbe Leibniz) entrando in una relazione, in un dialogo con gli altri, col mondo, con Dio. È una ricerca estremamente difficile e ambivalente perché o si riconosce vicendevolmente l’inalienabile solitudine-alterità dell’altro o si ricorrerà a stratagemmi più o meno patologici per inglobare l’altro a sé, fagocitarlo, alla fin fine distruggerlo con la pretesa che egli sia quel tutto che possa riempire la mia vita al prezzo di negargli la sua diversità da me: l’incontro con l’altro è sempre l’incontro con un’altra solitudine. È solo il silenzio che “garantisce la percezione dell’alterità, del mistero dell’altro” (Enzo Bianchi).

    Io in quanto sono “io” devo accettarmi come solitudine chiamata alla comunione con la diversità dell’altro: “il nostro desiderio di amore, anche quando lo viviamo con una persona matura, è sempre in perdita, perché dentro di noi permane un anelito che non deriva da una carenza affettiva, ma da una dimensione incolmabile, da un bisogno che va oltre ogni dose di affetto terreno che riceviamo” (G. Daquino, Bisogno d’amore).

    Comuni a tutti sono i sentimenti e gli stati d’animo (legati in modo particolari a certi passaggi della vita) legati al rimpianto di istanti di pienezza e comunione, allo struggimento per relazioni ormai scomparse, all’ansia d’una ricerca di appartenenza che sembra sempre fatalmente negata (ci si sente sempre fuori posto!), al desiderio inappagato – che a volte diviene aggressivo e violento – di intimità capace di colmare il vuoto della propria vita, all’angoscia che scaturisce dal fatto di ritrovarsi frustrati ed incapaci di vere relazioni: così “sembra che la solitudine del cuore sia così abissale da non essere raggiunta da nessuna voce umana” (Galimberti, Le cose dell’amore).

    Ma vi possono essere sentimenti positivi legati ad esperienze di solitudine: essi generalmente sono vissuti come “peak esperiences” (Maslow), ovvero istanti di pienezza in cui la solitudine non spaventa ma rappresenta al contrario l’instante di un’intuizione felice e piena di un “ritrovarsi immersi” in una totalità nella quale alla persona è dato di toccare, fosse solo per un momento, la gioia di essere se stessi nel mondo. È nel silenzio misterioso di chi è immerso nella natura, o sotto la cupola infinita delle stelle, o all’ombra delle volte di una grande cattedrale, o il silenzio dolcissimo colmo di parole non dette che intercorre tra innamorati, o il silenzio dolce della madre che tiene tra le braccia il suo bambino, o del monaco in preghiera nella notte nel silenzio della sua cella.
    Dunque la risposta alla solitudine non è per nulla scontata. Essa per essere costruttiva esige un ascolto della propria coscienza e una conseguente maturità che porti in un primo tempo a riconoscere e in secondo tempo a dare significato e spessore a questa solitudine “esistenziale”. Un percorso non facile e di maturazione della propria libertà e responsabilità.

    Non meraviglia perciò il fatto di constatare tante risposte se non abnormi e patologiche il più delle volte insoddisfacenti e talvolta addirittura distruttive.

     

     

    3. La solitudine “ vuota”

     

    Uno sguardo attorno a noi ed in noi ci porta a riconoscere che questo percorso è reso oltremodo difficile, a volte culturalmente e socialmente insormontabile: alla solitudine “esistenziale” l’uomo della nostra cultura occidentale non sa più dare, e non è più aiutato a dare!, una ragione e una risposta (dia 7).

     Li abbiamo tutti sotto gli occhi: bambini lasciati soli davanti alla TV e sballottati da un genitore all’altro, famiglie in cui ristagna solo una pesante cappa di silenzio,  vecchi abbandonati negli ospizi, malati relegati in anonime corsie di ospedale, ragazzi sprofondati nella solitaria prigione del loro walkmann o del loro videogioco, il disoccupato disperato,  il divorziato che si ritrova a far i conti col fallimento di una vita, il gruppo anonimo degli ultrà o il gruppetto muto e spaesato dei ragazzi del muretto, il senza-casa o l’extracomunitario in fila per il pasto…è un panorama desolante che si incontra ogni giorno!

    La solitudine-isolamento è il male della nostra “città”. Il rumore e una musica banale è il continuo sottofondo per riempire il silenzio.

    La soluzione è più che altro cercata all’interno di orizzonte inconcludenti e vuoti, realtà apparentemente piene di immagini e di suoni e di parole ma in realtà estremamente vuote: il denominatore comune è dato dal costante sforzo di fuggire-evitare- sopprimere la solitudine, il silenzio, in un’angoscia del non “dover-mai-restare-soli”.

    A questo fine tutto può essere usato: dipendenze da alcol e droga o altro, comportamenti compulsavi (internet, cell., shopping, gioco d’azzardo, a surrogati di vario tipo: il lavoro…).  Queste piste di soluzione rischiano di sprofondare la persona nell’inferno di un grave disagio che può evolversi in malattia psichiatrica vera e propria.

    Culturalmente e socialmente si è esasperato il soggettivismo (e dunque l’individualismo) con la conseguenza  che si è ancor più esasperato l’orizzonte della solitudine. Le relazioni sentite come necessarie sono vissute più che altro in funzione dell’io, in un contesto spesso di rivalità e competizione, di predominio. Galimberti commenta questa situazione: “Nella nostra epoca l’amore diventa indispensabile per la propria realizzazione e al tempo stesso impossibile perché, nella realizzazione d’amore, ciò che si cerca non è l’altro, ma attraverso l’altro, la realizzazione do sé” (Le cose dell’amore). L’uomo alla fin fine cerca “solo se stesso”: e la conclusione inevitabile di questa tensione esasperata è lo sprofondare in una solitudine sempre più vuota, nella quale è precluso ogni autentico incontro di sguardi e si riscontra un’assenza di parola vera capace di intessere dialogo: “Non ci si angoscia per “questo” o per “quello”, ma per il nulla che ci precede e che ci attende. Ed essendoci il nulla all’ingresso e all’uscita della nostra vita, insopprimibile sorge la domanda che chiede il senso del nostro esistere” (Galimberti, Le cose dell’amore).

    Spietata nella sua crudezza, l’analisi che di questa situazione faceva già a suo tempo  F. Nietzsche ne “La gaia scienza”: “Che mai facemmo a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non abita su di noi uno spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte?”. Non è forse proprio nella notte che soprattutto i giovani, in masse anonime, cercano di fuggire alla loro solitudine ricorrendo allo “sballo” delle droghe, dell’alcol, del sesso, della violenza, della sfida al pericolo? Non è forse nella notte che le angosce più profonde assalgono all’improvviso il cuore togliendo la voglia di vivere?

    Un complesso musicale degli anni ’70 cantava un motivo di successo: “Tutta mia la città: un deserto…”. (Equipe 84). La “città” paradossalmente assurge sempre più a un deserto senza vita, senza colore, dove gli sguardi non si incrociano, una folla anonima senza direzione, dove non esistono parole ma solo comunicazioni di servizio, silenzio pesante e vuoto che impermea il caos rumoroso del traffico. La città è il deserto “vuoto” e sterile, senza punti di riferimento e in cui si corre a vuoto, intorno a se stessi e senza destinazione(il quadro di Munch, “L’urlo” ne potrebbe essere emblematica icona).  

     

     

    4. La sfida del deserto

     

    Tuttavia la coscienza attenta percepisce che il dramma della solitudine può trasmutarsi in  portatrice di certo temibili ma quanto salutari! rivelazioni. Essa potrebbe far emergere, più o meno violentemente, le proprie paure, i propri vuoti e conflitti, che nella vita quotidiana si cerca continuamente di mettere a tacere e di non affrontare perché scomodi, dolorosi, bisognosi di risposta e cambiamento.

    Accettare di entrare nella solitudine equivale ad accettare d’entrare in battaglia con i “nostri demoni”, obbligando la nostra coscienza ad assumere la propria libertà e responsabilità nei confronti della direzione da imprimere alla nostra vita. Si tratta di una vera e propria discesa nel “profondo” del cuore per scoprirvi la radice del senso della vita. Ci si dirige verso il luogo in cui si è collocati dinanzi all’essenziale! “Solo la solitudine permette all’uomo di scoprire, e dunque di affrontare, tutte le forze oscure ch’egli porta in sé. L’uomo che non sa restare solo, non sa neppure (e oscuramente non vuole) riconoscere, in fondo al suo cuore, i conflitto ch’egli si sente incapace di mettere a nudo, o anche solo di sfiorare. La solitudine è una prova terribile, perché fa scricchiolare ed andare a pezzi la vernice delle nostre sicurezze superficiali: essa ci scopre gli abissi sconosciuti che tutti portiamo in noi stessi. E, afferma la tradizione degli antichi monaci, essa ci scopre che questi abissi sono infestati: non sono soltanto le profondità della nostra anima, ignorate da noi stessi, che noi scopriamo, ma anche le potenze oscure che vi sono come rimpiattate, e di cui noi resteremo fatalmente schiavi fino a quando non ne avremo preso coscienza. E, a dire il vero, questa coscienza ci schiaccerebbe se non fosse illuminata dalla luce della fede. Solo il Cristo può impunemente scoprirsi “il mistero di iniquità”, perché egli solo, oggi in noi come una volta già per noi, può affrontarlo con successo” (L. Bouyer, Spiritualità dei Padri).

    Nella tradizione biblica e spirituale cristiana il deserto, la solitudine, assurge a luogo di una duplice rivelazione: quella di Dio e quella del male. Nella storia della spiritualità il deserto è il luogo della lotta con il demonio (cfr Vita di Sant’Antonio) perché nella sua essenzialità smaschera inevitabilmente tutti quei “demoni-mostri” che, in altri contesti, subdolamente abitano il fondo della nostra coscienza e la governano.

    Intravediamo in questa disponibilità ad entrare in contatto, attraverso la solitudine, con le profondità del nostro essere. Questa è la condizione perché si recuperino quelle dimensioni che sono tipicamente “umane”: la riscoperta della libertà, della responsabilità dinanzi alla vita, del suo senso ultimo.

     

     

    5. Opportunità di crescita

     

    (dia 11). Se l’uomo si ritrova oggi sprofondato in queste solitudini per la maggior parte subite, sofferte, rifiutate è saggio e doveroso chiedersi: che fare per aiutare la persona ad affrontare la propria solitudine, a leggerla in modo costruttivo, a saperla utilizzare per il proprio sviluppo umano e spirituale?  Non potrebbe l’esperienza del vuoto e dell’angoscia trasformarsi in occasione (“crisi”) per intraprendere nella propria vita percorsi diversi che vadano in profondità, che rieduchino e risveglino le domande vere e i bisogni più profondi che nascono solo dall’ascolto della coscienza? L’uomo contemporaneo proprio perché frastornato, “sfilacciato”, “di-sperso”, nel rumore e nell’anonimato, nei suoi frustranti tentativi di colmare inutilmente il proprio disagio ha bisogno di riscoprire urgentemente proprio dentro la sua solitudine il luogo e l’occasione per ritrovare se stesso, cessando di vivere da “alienato” ovvero fuori di sé. Bernardo di Chiaravalle monaco cistercense affermava con lucidità che: “Dio non discorre con quelli che stanno al di fuori di se stessi” (Lettere, 107).

    Così la solitudine può trasmutarsi in trampolino per un balzo verso la ricerca della verità, e quindi verso il bene, il buono e il bello. Essa diviene possibilità in cui all’uomo è offerto di aprirsi alla consapevolezza di essere fatto per “un oltre” che “va al di là” di quel “soggettivismo-individualismo-relativismo” che ci impregna e costringe all’isolamento.

    Perché questo accada non rare volte si necessita di un evento che sia traumatico, un elettroshok spirituale..  Nella vita di ciascuno giunge quasi sempre – c’è da augurarselo! – il tempo di smettere di fuggire da se stessi – fosse pure negli ultimi istanti della vita – e di entrare nella tragedia-dramma della “propria” solitudine ovvero in quella grazia del ritrovarsi – finalmente – di fronte al mistero di  se stessi e dell’Altro. Qui si attua – se si fa in verità – un giudizio spietato, e talvolta dall’esito drammatico, sulla propria vita!: “A dire il vero – scrive il teologo psicoterapeuta Eugen Drewermann – dal punto di vista psicologico non esiste forse niente di più augurabile che venire messi, ad un certo momento, di fronte a se stessi senza orpelli, ma non è una cosa che si può forzare. Si presenta quando è matura, e non siamo noi a recarci in questo genere di deserto, ma come dice Marco, in questi spazi decisivi dell’esistenza ci veniamo sospinti”.

    Nel “deserto” luogo dove si “spengono le luci e i colori del mondo esterno, per rivolgere lo sguardo verso l’interno” (P. Evdokimov) ci troviamo faccia a faccia con noi stessi, senza falsi specchi che ci rinviano alle nostre precostituite, illusorie, compromettenti immagini di noi stessi. (dia 13).Qui si offre un’opportunità preziosa per imparare l’essenziale, ovvero a discernere ciò che conta da ciò che non conta: “La vita solitaria, essendo silenziosa, dissipa la cortina di fumo delle parole, posta dall’uomo tra la sua anima e le cose. Nella solitudine rimaniamo faccia a faccia con la nuda essenza delle cose. Eppure scopriamo che la crudezza della realtà, da noi temuta, non è motivo né di paura, né di vergogna. Viene ricoperta nell’amichevole comunione del silenzio, e questo silenzio è legato all’amore” (T. Merton)

    Nel silenzio e nella solitudine del deserto si è obbligati a scegliere continuamente tra la morte e la vita, tra il ripiegamento nelle nostre paure e angosce, o l’aprirci fiduciosi alla promessa e alla speranza che ci pone in cammino. Il deserto pone in uno stato di perenne tensione, di pellegrinaggio, obbligando a fissare lo sguardo fuori di noi all’orizzonte cercando sempre al di là. Non ci si può fermare nel deserto, pena la morte: si è obbligati o ad avanzare o a tornare indietro!

    In questo avanzare pellegrini nella solitudine è racchiusa una promessa di un tesoro che non è immediato e alla portata di mano, esso esige il lento, faticoso e paziente scavo nelle “profondità del proprio cuore”, perché liberato da tutte le macerie e i rottami di una vita inconcludente si apra alla rivelazione di un nuovo modo di guardare alla vita che passa attraverso la griglia dell’essenzialità e la categoria dell’eterno: il frutto è la pace interiore di un orizzonte sconfinato che si apre dinanzi alla propria libertà.

     

     

    6. Una proposta

     

    Da quanto detto appare chiaro come la fede biblica non debba e di fatto non annulla la solitudine “esistenziale” in cui l’uomo è collocato sin dall’inizio. Essa tuttavia all’interno della rivelazione si pone come una premessa in vista di un progetto di comunione per cui l’uomo è stato creato: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2,21). La spiritualità biblica assume e riconosce la solitudine come situazione nella quale all’uomo è riofferta l’occasione di ritornare (“convertirsi”) a ciò per cui è stato creato.

    Tutta la spiritualità cristiana (pensiamo all’esperienza del monachesimo o all’esperienza degli Esercizi Spirituali) ben utilizza la solitudine some strumento, mai fine a se stesso!, per imparare a leggere nelle proprie nostalgie, ansie, paure, desideri più profondi un invito alla trascendenza per cui siamo stati fatti. Nel silenzio il cuore può parlare e dire ciò che più desidera senza la tentazione di fuggire a se stessi. Un motto monastico intuiva questo risvolto quando ripeteva: “O solitudo vera beatitudo”.

    Così la solitudine da nemica diviene amica irrinunciabile al fine di aiutarci a dare spessore e scopo alla vita quotidiana fatta di tante cose da fare, da mille contraddizioni da affrontare, di mille problemi da risolvere. Non diviene fuga ma luogo in cui ritrovare il bandolo della matassa e non sperdersi nei meandri della cose. Diviene maestra di “umanizzazione” in quanto insegna a riaccostarsi alla verità di se stessi senza fuggirla, un tesoro a disposizione di ogni essere umano che sia disposto a scavare nella propria interiorità per poterlo dissotterrare, come sapientemente invitava a fare il poeta Kavafis: “E se non puoi la vita che desideri / cerca almeno questo / per quanto sta in te: / non sciuparla / nel futile commercio con la gente, / vane parole in un viavai / frenetico. / Non sciuparla portandola in giro / in balìa del quotidiano / gioco balordo degli incontri e degli inviti, / fino a farne una stucchevole estranea“.

    E un grande testimone contemporaneo della fecondità del deserto quale è stato Charles de Foucauld scriveva dalle infuocate distese di sabbia del Sahara: “Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvici per ricevere la grazia di Dio: è là che ci si svuota, che si scaccia da noi tutto ciò che non è Dio e che si vuota completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare il posto a Dio solo”.

    Sono convinto della necessità di dare vita a “laboratori di umanizzazione” in cui alle persone che lo richiedono possano trovare un contesto fatto di luoghi e persone che siano di aiuto nell’insegnare a riprendere contatto con se stesse e con il Mistero.

    Rientra tutto questa proposta quell’emergenza educativa di cui oggi molto si parla, e a ragione! Alle coscienze troppo ottenebrate, distolte dall’essenziale, fagocitate da una società del consumo e del potere che trova enormi interessi a far sì che l’uomo disimpari a pensare e riscoprire la propria libertà e responsabilità, è urgente offrire loro la possibilità di rieducarsi anche attraverso il silenzio e  la solitudine al fine di saper riascoltare se stesse, al riprendere contatto con il proprio “io”.

    Urgenza da offrire soprattutto alle nuove generazioni che stanno vivendo e incontreranno disagi non indifferenti nel prossimo futuro, ma da offrire anche a non pochi adulti che ad un certo punto della loro cammino spesso domandano di essere aiutati a riprendere il “filo della matassa” della loro esistenza sfilacciate da sofferenze, abbandoni, sconfitte, malattie…

    Le comunità cristiane e in particolar modo quelle religiose e soprattutto quelle contemplative dovrebbero essere impegnate in questo in prima fila nella consapevolezza che quest’opera di rieducazione dell’ascolto della coscienza è la premessa indispensabile se si desidera poi procedere ad una significativa proposta di apertura alla fede.

     

     

    Bibliografia

     

    Sant’Atanasio, Vita di sant’Antonio-Lettere, ed Paoline, Milano 1995

    L. Bouyer, La spiritualità dei Padri, EDB , Bologna 1968

    San Bruno; Lettera a Rodolfo il Verde, PL 154,421

    E. Borgna, L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano 2001

    E. Borgna, Noi siamo un colloquio, feltrinelli, Milano 1999C.

    C. Carretto, Lettere dal deserto, La Scuola, Brescia, 1975

    S. De Fiores, Deserto, in “Nuovo dizionario di Spiritualità”, ed Paoline, 1975

    U. Galimberti, Le cose dell’amore, Feltrinelli, Milano, 2005

    U. Galimberti, Psiche e tecne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano 1999

    A. Grun, Lacerazioni. Il cammino verso l’unità personale, ed. Messaggero, Padova 2003

    M. Melenso, Passione per la vita, ed. CVX, Roma 1997

    Un Monaco, L’eremo-spiritualità del deserto, Queriniana, Brescia, 1976

  • 28 Gen

     

    Una prima constatazione che possiamo fare è che non sappiamo pregare; è un’esperienza fatta dagli stessi apostoli:

    “Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei suoi discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1)

    E’ importante per la verità di noi stessi e di conseguenza per la preghiera, accorgerci di questa difficoltà: “io non so pregare”. Affermare questo implica già una spinta a cercare, a non fermarci.

    Se la preghiera è dialogo, incontro, essa è difficile perché il più delle volte non percepiamo il nostro interlocutore. Egli rimane nascosto, apparentemente assente. Se è incontro essa deve perciò essere caratterizzata dalla spontaneità.

    Ma allora è giusto parlare delle leggi della preghiera senza rischiare l’artificiosità, l’inautenticità, la non spontaneità?

    Se la preghiera è incontro, dialogo con Dio, dobbiamo imparare il linguaggio nascosto di Dio:

    “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo Spirito dell’uomo che è in lui?

    Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio” (1Cor 2,11)

    “Nessuno può dire: “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3)

    “Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26)

    E’ vero: non sappiamo pregare. Da noi stessi non potremmo parlare il linguaggio di Dio; ma il dono dello Spirito fattoci da Gesù nella Pasqua, ci rende capaci ormai anche di questo.

    All’inizio della nostra preghiera non deve mai mancare l’invocazione allo Spirito che abita in noi, perché ci suggerisca pensieri secondo il cuore di Dio:

    “Nessuno può dire: “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12,3).

     

    Ogni volta che incominciamo a pregare Gesù è lo Spirito Santo che, con la sua grazia preveniente, ci attira sul cammino della preghiera… Ecco perché la Chiesa ci invita ad implorare ogni giorno lo Spirito Santo, soprattutto all’inizio e al termine di qualsiasi azione importante: Vieni Spirito, riempi il cuore dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore”” (CFC 2670s)

     

    Una delle prime difficoltà che incontriamo nel cammino della preghiera è: “Devo preoccuparmi delle formule?”.

    Anzitutto consideriamo come Gesù nella parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14) ci mostra che l’essenziale della nostra preghiera è presentarci come poveri, “mendicanti di Dio”.

    S. Giovanni della Croce ci offre le ragioni per cui alle formule dobbiamo preferire l’atteggiamento interiore:

    “La ragione per cui è meglio per colui che ama presentare le sue necessità piuttosto che domandare di soddisfarle è per tre motivi: il primo perché il Signore sa meglio di noi stessi ciò di cui abbiamo bisogno; il secondo perché l’amico è preso da compassione più vedendo la necessità di colui che l’ama; il terzo perché l’anima è più protetta dal rischio dell’amor proprio e dalle pretese presentando ciò che le manca, più che domandando ciò di cui le sembra di aver bisogno” (lettera alle carmelitane di Becs).

    Tutto quanto detto è confermato dagli esempi tratti dalla Scrittura.

    Maria a Cana non dice: Protesti dare loro del vino?; ma “Non hanno più vino” (Gv 2,3).

    Marta e Maria implorano: “Il tuo amico Lazzaro, colui che ami, è malato” (Gv 11,3).

    Così il centurione a Cafarnao (Mt 8,6) e la donna cananea (Mt 15,22ss).

    Anche nell’antico testamento troviamo un esempio significativo: è la storia di Mosè. Ciò che ottiene la liberazione del popolo non sono né i miracoli, né le assicurazioni, né l’eloquenza. Questi strumenti non hanno che un risultato: l’indurimento del cuore del faraone. Ma è quando Mosè sperimenta tutta la sua debolezza ed è scoraggiato che egli innalza la sua vera preghiera: “Ma chi sono io?” (Es 3,11; 4,10; 5,21-23).

    Mosè stesso sperimenta la paura; ma è attraverso la sua paura e la sua debolezza che impara a parlare con Dio.

    Così anche Elia, quando scoraggiato nella fuga implora di morire (1Re 4,5); così Geremia, al momento della sua chiamata e nelle difficoltà e sofferenze della sua missione (Gr 20,7).

    Soprattutto abbiamo ancora l’esempio di Gesù nell’orto del Getsemani, e il suo grido sulla croce.

    Nel momento dell’estrema debolezza e povertà Dio interviene, quando è impossibile ingannarsi su colui che veramente può portarci in salvo.

    JHWH risponde a Mosé: “Io sarò con te”; l’angelo dirà a Maria: “Non temere”. Gesù nella sua agonia sperimenta la vicinanza del Padre: “Venne allora una voce da cielo: L’ho glorificato e lo glorificherò ancora” (Gv 12,28).

     

    Le formule della nostra preghiera non si esprimono necessariamente a parole o rappresentazioni intellettuali. La preghiera, talvolta, potrà solo consistere in un grido del cuore, uno sguardo supplice rivolto a Dio:

    “Che la vostra preghiera ignori ogni molteplicità: una parola bastò al pubblicano e al figliol prodigo per ottenere il perdono… Nessuna ricercatezza nelle parole della vostra preghiera: quante volte i semplici e monotoni balbettamenti dei bambini inteneriscono il loro padre! Non abbandonatevi a lunghi discorsi per non dissipare il vostro spirito nella ricerca delle parole. Una sola parola del pubblicano ha commosso la misericordia di Dio, una sola parola piena di fede ha salvato il ladrone” (G. Climaco, Sc. Par.).

    Sarà tuttavia utile esprimere la preghiera attraverso la nostra parola. E’ la cosiddetta preghiera vocale:

    “Con la sua Parola Dio parla all’uomo. E la nostra preghiera prende corpo mediante parole, mentali o vocali. Ma la cosa più importante è la presenza del cuore a colui al quale parliamo nella nostra preghiera: Che la nostra preghiera sia ascoltata non dipende dalla quantità delle parole ma dal fervore delle nostre anime” (Giov. Crisost.)”

    “Il bisogno di associare i sensi alla preghiera interiore risponde ad un’esigenza della natura umana. Siamo corpo e spirito, e quindi avvertiamo il bisogno di tradurre esteriormente i nostri sentimenti. Dobbiamo pregare con tutto il nostro essere per dare alla nostra supplica la maggior forza possibile” (CFC 2701s)

    Riassumendo: la preghiera è una realtà molto semplice.  Il dialogo con Dio non è complicato. Prima preoccupazione non è cercare delle formule, né sapere che cosa dobbiamo ottenere: la cosa indispensabile è imparare a parlare a Dio con la nostra

    debolezza:

    “Che la mente non si sparpagli in cerca di parole…Le molte parole nell’orazione sovente riempiono la testa solo di idee e distrazioni, mentre la brevità e talora una parola sola può conciliare il raccoglimento. Quando in una parola dell’orazione ti senti pervadere di dolcezza o di compunzione, fermati in essa” (G.Climaco, Sc Par).

    Non bisogna spaventarsi se Dio nella sua pedagogia inizia col smascherare tutte le nostre illusioni, al fine di collocarci nella verità. Infatti, se egli veramente ci ama, non può sopportare che noi ci sbagliamo sulla nostra vera felicità.

    Accettare l’amore di qualcun altro è permettergli di esercitare su di noi una certa gelosia: Dio ha per noi la gelosia della verità.

    Dio purifica così il nostro desiderio, trasformandoci in uomini dell’attesa: “Siate vigilanti” (Mt 24,42). Dio ha sempre agito così, in modo da condurre l’uomo a preferirlo a tutto il resto.

    La preghiera è vera nella misura in cui ci spinge a ri-cercare Dio, se diviene testimonianza che preferiamo Dio a tutto il resto.

    La scoperta della nostra povertà è la modalità attraverso cui l’immensa ricchezza di Dio ci è data da condividere, a cui siamo invitati ad aderire:

    “Tutto posso in colui che mi dà la forza”

    “Nulla è impossibile a Dio”

    “Mi glorierò della mia debolezza perché possa risplendere in me la potenza di Dio”

    Nella vita di Mosè, come in quella dei santi, le prove e le sconfitte superano il loro senso immediato: esse testimoniano che l’opera di Dio si è manifestata e rivelata come unicamente sua, un’opera dettata dall’amore per la sua creatura:

    “Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi con compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,3-4).

    Nella nostra vita Dio non può rivelarci il suo amore se non passiamo l’esperienza che Lui solo può liberarci, e in lui solo possiamo riporre ogni nostra speranza.

    Ripeteva Gandhi: “Pregare è un’ammissione quotidiana della nostra debolezza”.

    Sa Paolo scriveva: “Quando sono debole è allora che sono forte” (2Cor 12,9-10).

    Accettare la povertà non comporta allora la gioia per una mancanza, ma una gioia in quanto essa può essere occasione di rivelazione del nostro dipendere da un altro. E’ il senso del verbo”credere” nella Scrittura: lasciarsi portare da un altro.

     

     

     

  • 27 Gen

    di p. Attilio F. Fabris 

     

    Nel libro della Genesi troviamo il meraviglioso racconto del dialogo orante di Abramo e i suoi tre misteriosi ospiti sotto la quercia di Mamre.

    Certo Dio non cambia, e anche noi come Abramo possiamo scoprire che Dio non sarebbe più tale nel caso egli cambiasse; infatti un Dio sottomesso alle nostre esitazioni non potrebbe essere Colui dal quale attendiamo sicurezza:

    “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della Luce, nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento” (Gc 1,17)

    Ma allora perché supplicare Dio di intervenire? A cosa serve presentargli la nostra miseria?

    Dio non cambia, ma tuttavia “allorché distrusse le città, egli si ricordò di Abramo, e fece fuggire Lot dal disastro” (Gn 19,29). Questa è la risposta alla sua preghiera.

    Dio è immutabile nei suoi disegni, ma ciò sarebbe mutilare la sua provvidenza se si limitasse ai soli risultati visibili, alle realtà apparenti.

    Dio è immutabile nei suoi disegni, ma in questi disegni interviene la preghiera dei suoi figli.

    Scopo della preghiera non è cambiare l’ordine delle cose stabilito da Dio, ma di ottenere ciò che Dio ha deciso di compiere attraverso la nostra preghiera.

    Dio ha voluto far dipendere la realizzazione di certe realtà, dalla nostra preghiera.

    “La preghiera cristiana è cooperazione alla Provvidenza di Dio, al suo disegno di amore per gli uomini” (CFC 2738).

    L’ordine voluto da Dio comporta la mia collaborazione. Siamo fatti per cooperare al nostro destino e all’evolversi della storia.

    Potremmo quasi suddividere tutto ciò che capita nella nostra vita in due categorie di avvenimenti:

    – ciò che capita, ma che non dipende da noi

    – ciò che possiamo ottenere attraverso il nostro sforzo ed impegno.

    Se non preghiamo noi rimaniamo puramente passivi di fronte agli avvenimenti della prima categoria e attribuiamo ai nostri sforzi quelli della seconda.

    Al contrario: pregando noi sostituiamo alla nostra volontà quella di Dio, ovvero entriamo nel piano di Dio.

    Ci poniamo così sulla stessa lunghezza d’onda del progetto di Dio. Scopro di conseguenza che Dio fa la storia con me. Che, come Maria, sono fattivamente collaboratore di Dio.

    Egli non vuole fare senza di te ciò che ha deciso di fare con te!

    Abbiamo nella Scrittura diversi esempi:

    – Gesù e la donna sirofenicia: ella deve lottare con lui per ottenere ciò che desidera;

    – la lotta dell’angelo con Giacobbe: essa dura tutta la notte, Dio desidera essere vinto dall’uomo;

    – Mosé intercede per il popolo dopo il peccato dell’adorazione del vitello;

    – la vedova importuna che chiede giustizia.

    La preghiera perfetta alla quale tendiamo è sull’esempio di Gesù stesso: “Sia fatta la tua volontà”.

    Essa non cambia, ma deve compiersi con il nostro assenso e collaborazione. Che possiamo volere ciò che Dio stesso vuole.

    Dio entrando in comunione con noi fa appello alla nostra libertà: chiederà a Mosé: “Lascia che la mia collera s’infiammi contro di loro” (Es 32,10).

    Caterina da Siena fa dire al Signore: “Io sono incatenato dalle catene dei vostri desideri; ma queste catene le ho forgiate io stesso”. Dio suscita in noi i desideri che intende esaudire.

    Nel suo disegno eterno ed immutabile, Dio ha collocato un posto preciso alla nostra preghiera, e Dio non cambia. E’ questa una delle peculiarità più profonde della preghiera cristiana, che possiamo tradurre con un’espressione di san Tommaso:

    “L’amore non ha permesso a Dio di restare solo”

    L’amore è condivisione di tutto. Dio vuole farci partecipi della sua felicità. E’ questa la grande rivelazione della fede cristiana. Per la filosofia antica e le vecchie religioni l’uomo non era che uno spettatore. Paolo, con la sua veemenza afferma di costoro:

    “Siamo collaboratori di Dio” (1 Cor 3,9)

    E’ questo l’insegnamento di tutti i santi. Teresa di G.B. scrive ad esempio:

    “Perché Gesù dice: Pregate il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe? Gesù forse non è onnipotente? Ah, è che Gesù ha nei nostri confronti un amore così grande che vuole che anche noi abbiamo parte alla salvezza delle anime, non vuole far nulla senza di noi. Il creatore dell’universo attende la preghiera d’una povera, piccola anima per salvare altre anime, riscattate dal suo stesso sangue. Ecco le parole di Gesù: “Alzate lo sguardo, vedete… Vedete come nel mio cielo vi sono dei posti vuoti, tocca a voi riempirli. Voi siete i miei Mosé che pregano sulla montagna” (Lettere)

    Noi entriamo nel mistero della rivelazione cristiana allorché sperimentiamo che Dio vuole essere amato come colui che attende da noi il desiderio di cooperare al suo piano. Vi scopriamo anche l’estrema delicatezza di Dio che non comanda, non si impone, ma un Dio che chiede un Dio che… prega l’uomo!

    Potremmo tentare così una prima definizione della preghiera: un incontro tra due desideri o meglio, l’assorbimento del desiderio dell’uomo in quello di Dio.

    La preghiera è dunque un incontro, nell’interiorità, fatto di amicizia e di cui Dio ha la prerogativa:

    “Sia che l’uomo dimentichi il suo Creatore, oppure si nasconda lontano dal suo volto, sia che corra dietro ai propri idoli o accusi la divinità di averlo abbandonato, il Dio vivo e vero chiama incessantemente ogni persona al misterioso incontro della preghiera. questo passo d’amore del Dio fedele viene sempre per primo nella preghiera; il passo dell’uomo è sempre una risposta. Man mano che Dio si rivela e rivela l’uomo a se stesso, la preghiera appare come un appello reciproco, un evento di alleanza. Attraverso parole e atti, questo evento impegna il cuore” (CFC 2567).

    Chiaramente la percezione della concretezza della preghiera, il suo rientrare nell’”appello reciproco”, nell’”Alleanza”, fa sì che essa debba in noi allargare sempre più i suoi confini, andando al di là di tante preoccupazioni immediate e talvolta meschine.

    Ancora su queste basi bisognerebbe riflettere alle dimensioni e al realismo che potrebbe assumere la nostra preghiera, all sua audacia, all’abbandono confidente in dio qualora essa sia percepita ed accolta quale collaborazione al disegno di Dio.

     

     

     

     

     

  • 27 Gen

    di p. attilio fabris 

    Vi è una contraddizione nel nostro pregare:

    da un lato avvertiamo il bisogno del dialogo con Dio

    dall’altro la preghiera suscita in noi innumerevoli resistenze.

    Alcune di queste resistenze potrebbero essere:

    – la mancanza di tempo

    – la stanchezza

    – la difficoltà.

    Potremmo fermarci a queste. Ma se abbiamo il coraggio di indagare poco più in profondità scopriamo in noi un’obiezione di fondo: “Forse la nostra preghiera è inutile?” Infatti: “Se Dio già conosce tutto, e per di più non ha bisogno delle mie preghiere, allora perché dovrei pregare?”.

     

    DIO SA TUTTO

     

    In effetti, dobbiamo confermarlo, la preghiera non “serve” a Dio: “Tu non hai bisogno della nostra lode” (Liturgia). Gesù stesso ci pone attentamente in guardia contro questa falsa presunzione:

    “Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6,7-8)

    Dunque Dio conosce meglio di noi ciò che ci serve. La preghiera non serve a lui, ma a noi.

     

     

    L’INTOLLERANZA DEL LIMITE

     

    Una delle esperienze più dure e dolorose che ciascuno, prima o poi, è chiamato a fare è la presa di coscienza del proprio limite.

    Solo chi è stato in grado di integrare questo limite nella sua esistenza può dirsi maturo umanamente; se ciò non accadesse la persona vivrebbe in un mondo illusorio, falsamente idealizzato, tipico dell’adolescente.

    Anche la preghiera è chiamata a farci prendere coscienza del nostro limite. Si tratta della pedagogia di Dio. In questo contesto possiamo collocare quella virtù tanto un tempo apprezzata che è l’umiltà, quella vera. Il CCC afferma a tal proposito:

    “L’umiltà è il fondamento della preghiera… è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: ‘L’uomo è un mendicante di Dio’ (sant’Agostino)” (n. 2559)

    Il prendere coscienza del proprio limite, nell’umiltà, è una prova alla quale ogni uomo è soggetto e che attraversa in varie strade (malattia, sofferenza morale o psichica, morte di cari, esperienze “metafisiche”…): attraverso la prova egli giunge alla coscienza di essere creatura superando la tentazione di Adamo: l’onnipotenza! Essere Dio a se stessi.

    Naturalmente siamo portati a rifiutare il limite, a fuggirlo. Ecco allora la dis-trazione il di-vertimento. Ovvero lo sforzo di distoglierci dagli interrogativi che ci richiamano alla nostra vera realtà. L’uomo che fugge in mille modi e che ha paura di se stesso. La distrazione appare allora come l’opposto della preghiera, come una scappatoia dalla coscienza della nostra reale condizione, un’evasione da essa verso un’illusione, il sogno, il miraggio del “Sarete come Dio!” (Gn 2)

    Allora il primo passo verso la preghiera è l’umiltà, l’apprendere e il riconoscere il proprio limite di creatura.

    La preghiera ci riconduce, essa è pedagogia di Dio, a ciò di cui più autenticamente ha bisogno il nostro cuore limitato:

    “Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (S. Agostino, Confessioni)

    Essa salvaguardia ciò di cui abbiamo più bisogno, ciò che in noi è più prezioso e autentico: il nostro desiderio di Dio.

    Il riconoscimento del proprio limite implica già di per se stesso una chiamata da parte di Dio. La preghiera appare come una risposta alla domanda che Dio pone nel segreto del nostro cuore: Essa è un incontro tra due desideri:

    “Se tu conoscessi il dono di Dio. La meraviglia della preghiera si rivela proprio là presso i pozzi dove andiamo a cercare acqua: là Cristo viene ad incontrare ogni essere umano; egli ci cerca per primo ed è lui che ci chiede da bere. Gesù ha sete: la sua domanda sale dalle profondità di Dio che ci desidera. Che lo sappiamo o no, la preghiera è l’incontro della sete di Dio con la nostra sete. Dio ha sete che noi abbiamo sete di Lui” (CCC 2560)

    Questa chiamata all’uomo nel contesto del limite nella Scrittura appare spesso in forma sconcertante: es: Agar e la gelosia di Sara, la sua fuga (Gn 21,8-21); Elia fuggitivo e perseguitato (1Re 19); l’esilio di Israele (Bar 2,30-3,8); il figlio prodigo (Lc 15).

    Dovremmo porci l’interrogativo: Che atteggiamento assumo io dinanzi alle esperienze del mio limite? Quali sono queste esperienze? Di fronte al limite mi accorgo di soccombere o esso mi spinge ad aprirmi alla scoperta dell’Altro?

    Quando Dio mi conduce allo spogliamento non è forse sempre in vista di una mia crescita?

    “Nella terra del loro esilio ritorneranno in sé, e riconosceranno che io sono il Signore loro Dio. Darò loro un cuore e orecchi che ascoltano nella terra del loro esilio. Mi loderanno e si ricorderanno del mio nome” (Bar 2,26)

     

     

     

     

    DIO HA BISOGNO DEGLI UOMINI

     

    Dice Gesù nel vangelo di Giovanni: “La verità vi farà liberi”: ma questa verità, questa pedagogia di Dio, spesso è dura e dolorosa perché l’esperienza della nostra povertà ci sconcerta.

    La preghiera svolge un ruolo fondamentale: essa trasforma ciò che in noi è limite, pesantezza; essa cambia il nostro modo di guardare la nostra povertà.

    La preghiera dopo averci costretto ad accettare i nostri limiti ed averci insegnato il nostro vero bisogno, trasforma tutto questo in uno sguardo rivolto ad un Altro.

    Il nostro bisogno è in qualche modo indispensabile a Dio per instaurare la sua relazione con noi.

    La nostra povertà diviene il nostro tesoro. E rifiutare di essere poveri è rifiutare che Dio sia Dio per noi.

    Così Dio non ci donerà ciò di cui abbiamo bisogno anche se lo conosce bene, senza che noi glielo domandiamo.

    “Con la preghiera di domanda noi esprimiamo la coscienza della nostra relazione con Dio: in quanto creature non siamo noi il nostro principio, né siamo padroni delle avversità, né siamo il nostro ultimo fine” (CFC 2629)

    Ogni giorno prendiamo atto della nostra povertà. Ogni giorno è necessario che la poniamo alla base della nostra preghiera.

    Scriveva s. Giovanni Crisostomo:

    “Se Dio tarda a rispondere è unicamente per trattenerci più lungamente presso di lui, proprio come i padri fanno con i figli che amano. Ma io sono indegno. La tua perseveranza a pregare ti renderà degno. Spesso Dio si fa attendere per mostrarsi poi più generoso”

  • 29 Dic

    Si assiste sempre più ad un accentuato contrasto tra l’insistenza dei pastori sull’importanza, anzi sulla necessità dell’impegno politico dei cattolici, e il diffuso disimpegno in questo ambito.

    Potrebbe scaturirne una visione pessimismistica: se i cristiani più vicini agli insegnamenti della Chiesa non percepiscono concretamente la necessità dell’impegno politico, sembra superfluo insistervi ulteriormente e dedicare un convegno a questo tema.

    L’altra prospettiva  invece è più ottomistica: il diffuso disinteresse in campo politico deve servire di stimolo per perseverare in tale insegnamento, per insistere sulla necessità dell’impegno politico, e sulle caratteristiche che esso deve avere; e bisogna farlo non solo al livello teoretico, ma anche al livello pratico e in modo incisivo.

     

    1. Il diritto-dovere all’impegno politico

     

    Tutti coloro che partecipano alla vita sociale, vale a dire tutti gli uomini, hanno il diritto e il dovere di impegnarsi in campo politico.

    Naturalmente, ognuno lo farà con modalità diverse, secondo la sua situazione e le sue attitudini; ma nessuno può rimanere estraneo a questo importante compito.

    Ciò è particolarmente vero per i cristiani.

    Prima però vorrei fare una precisazione: il diritto-dovere di partecipare alla vita politica deriva dalla cittadinanza delle persone.

    In tal senso, un cattolico non ha una situazione particolare che accresca o riduca tale diritto-dovere rispetto al resto della società.

    L’essere cattolico costituisce però, di fronte alla propria coscienza, un ulteriore motivo per vivere con più responsabilità l’impegno politico.

     

    1.1. Il punto di vista della Redenzione

     

    Cristo ha redento tutto l’uomo, anche nel suo essenziale rapporto con gli altri e con la società. La realtà sociale naturale è stata assunta nel disegno redentore

    Tutte le attività temporali possono quindi essere vissute come risposta alla vocazione divina, nella quale la persona segue le orme del Signore.

    Nell’esperienza della salvezza l’uomo scopre il vero significato della sua libertà ed è educato al suo retto uso. Così alla dimensione soteriologica della liberazione viene ad aggiungersi una dimensione etica: la persona è chiamata ad agire in favore della liberazione da ciò che schiavizza l’uomo, anche riguardo ai rapporti sociali.

    Sebbene la salvezza non possa essere ridotta alla dimensione etico-sociale, che ne è una conseguenza, la distinzione tra le due non comporta una separazione; infatti, la vocazione dell’uomo alla vita eterna non elimina, anzi conferma il suo dovere di mettere in atto le energie e i mezzi per sviluppare la sua vita temporale.

    Perciò nessuna realtà umana — ambito politico incluso — è estranea al disegno redentore e, pertanto, all’evangelizzazione e alla missione della Chiesa e dei cristiani.

    Tuttavia, «si osservano a volte degli atteggiamenti che derivano dall’incapacità di penetrare in questo mistero di Gesù.

    Per esempio, la mentalità di chi vede nel cristianesimo soltanto un insieme di pratiche e atti di pietà, senza coglierne il nesso con le situazioni della vita ordinaria, con l’urgenza di far fronte alle necessità degli altri e di sforzarsi per eliminare le ingiustizie. Direi che chi ha questa mentalità non ha ancora compreso che cosa significa che il Figlio di Dio si sia incarnato, abbia preso corpo, anima e voce umana, abbia condiviso il nostro destino, fino a sperimentare la suprema dilacerazione della morte. Magari senza volere, alcune persone considerano Cristo come estraneo all’ambiente degli uomini.

    Altri, invece, tendono a immaginare che per poter essere umani bisogna mettere in sordina alcuni aspetti centrali del dogma cristiano, e agiscono come se la vita di preghiera, il colloquio continuo con Dio, costituissero un’evasione dalle proprie responsabilità e un abbandono del mondo. Dimenticano che fu proprio Gesù a rivelarci fino a quali estremi debbono essere spinti l’amore e il servizio. Soltanto se cerchiamo di capire il mistero dell’amore di Dio, il mistero dell’amore che arriva fino alla morte, saremo capaci di darci totalmente agli altri senza lasciarci sopraffare dalle difficoltà o dall’indifferenza».

    In breve: sebbene la crescita del Regno di Dio e la promozione umana non si identifichino, esiste tra di esse una concatenazione profonda ed inscindibile. Perciò la sequela di Cristo richiede l’ottemperanza dei doveri politici, e questi si possono compiere con maggiore perfezione se sono animati dallo spirito cristiano.

    Tutto ciò pone ai cristiani obblighi specifici: essi non devono considerare le strutture sociali, politiche ed economiche come indifferenti rispetto alla storia salvifica, ma come realtà affidateci dal Signore come compito e connotate dalla scelta libera e responsabile degli uomini e, quindi, positivamente o negativamente relazionate ai valori del Regno.

     

    1.2. Punto di vista della perfezione personale

     

    Il disegno del Creatore include la vita sociale degli uomini (cfr. Gn 2,18). Dio ha chiamato l’uomo a raggiungere la patria celeste tramite l’agire terreno; sicché tutte le attività umane indirizzate a far progredire questa vita corrispondono alle intenzioni del Creatore, e le persone devono compierle responsabilmente.

    In unione con Cristo l’operare politico acquisisce una dignità tutta nuova: non è soltanto un’opera “indifferente” resa buona da qualcosa di esterno, ma è molto di più poiché, per l’unione con Cristo, tale agire diviene una realtà santa, santificata e santificante nella storia della salvezza.

    Non esiste un’autentica vita cristiana (neppure umana) se si tiene poco conto dei bisogni, delle leggi e delle istituzioni sociali. E ciò è ancora più vero nelle circostanze odierne, in cui la crescente interdipendenza sottolinea pressantemente che tutti siamo veramente responsabili di tutti.

    Perciò il Vaticano II ammonisce: «Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali, trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna»[14].

    Talvolta si è detto che la preoccupazione dei cristiani per l’aldilà fa loro dimenticare i problemi del mondo presente. La realtà è diametralmente opposta: poiché la vita eterna dipende dal nostro agire in questo mondo, e più specificamente dall’agire in favore degli altri, occorre riconoscere che la vita cristiana è un forte incentivo ad impegnarsi seriamente nella costruzione di una società più giusta e fraterna.

     

    1.3. Punto di vista della società

     

    Lo scopo precipuo della politica è il raggiungimento del bene comune.

    Il dovere di partecipare allo sviluppo del bene comune non riguarda però tutte le persone nella stessa misura; è un dovere differenziato a seconda del ruolo sociale di ognuno. Tale responsabilità è propria in primo luogo dello Stato e dei poteri pubblici, poiché questa è la loro ragion di essere e, conseguentemente, il loro dovere primario.

    Ciò però non giustifica il disimpegno per il bene comune delle singole persone e dei gruppi sociali. Poiché il bene comune è il fine della società, tutti i suoi membri sono responsabili nell’instaurarlo e conservarlo.

    Di più: come la dottrina della Chiesa insegna e la storia ha dimostrato, per assicurare un saldo bene comune occorre una floridezza di società intermedie; «queste, infatti, maturano come reali comunità di persone ed innervano il tessuto sociale, impedendo che scada nell’anonimato ed in un’impersonale massificazione, purtroppo frequente nella moderna società».  La necessità dell’impegno di tutti per il bene comune comporta la necessità dell’impegno di tutti nella vita politica.

     

    1.4. Obbligatorietà dell’impegno politico

     

    Da quanto detto si desume la straordinaria portata umanizzante (o disumanizzante) dell’attività politica. Perciò «la Chiesa ha un’alta stima per la genuina azione politica; la dice “degna di lode e di considerazione” (Gaudium et spes, n. 75), l’addita come “forma esigente di carità” (Octogesima adveniens, n. 46).

    Da ciò derivano il diritto e il dovere di impegnarsi per migliorare la vita pubblica, organizzandola in modo conforme alla dignità della persona umana.

    Questo è oggi un diritto ampiamente accettato nella società.

    Ma è anche un dovere, poiché libertà non significa soltanto mancanza di coazione o indifferenza nell’agire; la libertà è una formidabile energia, una fonte potenziale di progresso che non deve rimanere inattiva, né nelle singole persone, né nelle comunità e nei paesi. Anzi, la “salute” di una comunità politica si esprime, tra l’altro, «mediante la libera partecipazione e responsabilità di tutti alla cosa pubblica”.

    A ciò si deve aggiungere che l’ottenimento di un bene — incluso il bene comune — esige un impegno attivo. La politica non può limitarsi all’ambito teoretico: non basta comprendere perché un’azione umana sia buona o cattiva in ordine al bene sociale. Il suo scopo è anche, e principalmente, quello di “dirigere” l’agire umano verso il bene: perciò la politica possiede una “praticità” inerente al suo stesso enunciato.

    L’insegnamento sociale cristiano possiede, pertanto, un’imprescindibile dimensione pratica, e deve evitare una grave e deleteria dicotomia: quella che separa la fede dalla vita.

    Non è proprio del cristianesimo un malinteso distacco che porta a vedere le cose del mondo come estranee ai propri interessi, né una lamentazione sterile che nulla risolve. È necessario che i cristiani apportino alla vita sociale l’elemento vivificatore dei principi evangelici, rispettando l’autonomia delle realtà terrene, che, pure, costituisce un principio evangelico

    Così Leone XIII ricorda che per i fedeli «l’astensione totale dalla vita politica non sarebbe meno biasimevole che il rifiuto di qualsiasi concorso al pubblico bene: tanto più che i cattolici in ragione appunto dei loro principi, sono più che mai obbligati di portare nei propri impegni integrità e zelo». E Paolo VI invitava tutti a fare, a questo proposito, un serio esame di coscienza: «Ciascuno esamini se stesso per vedere quello che finora ha fatto e quello che deve fare. Non basta ricordare i principi, affermare le intenzioni, sottolineare le stridenti ingiustizie e proferire denunce profetiche: queste parole non avranno peso reale se non sono accompagnate in ciascuno da una presa di coscienza più viva della propria responsabilità e da un’azione effettiva. (…) In tal modo, nella diversità delle situazioni, delle funzioni, delle organizzazioni, ciascuno deve precisare la propria responsabilità e individuare, coscienziosamente, le azioni alle quali egli è chiamato a partecipare»[27]. Indirizzate direttamente ai fedeli laici, le seguenti parole di Giovanni Paolo II sottolineano come questo grave dovere di tutti i cattolici sia oggi sempre più pressante: «Situazioni nuove, sia ecclesiali sia sociali, economiche, politiche e culturali, reclamano oggi, con una forza del tutto particolare, l’azione dei fedeli laici. Se il disimpegno è sempre stato inaccettabile, il tempo presente lo rende ancora più colpevole. Non è lecito a nessuno rimanere in ozio».

    Si deve perciò prendere la decisione di influire positivamente sulla vita politica, evitando così un’apparente vita cristiana, che non può essere autentica se trascura i doveri sociali.

     

     

    2. Elementi che favoriscono un corretto impegno politico

     

    2.1. Finalità dell’agire politico

     

    Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Christifideles laici, afferma che la politica è la «molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente “il bene comune”». E poco dopo ricorda: «Una politica per la persona e per la società trova il suo criterio basilare nel perseguimento del bene comune, come bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, bene offerto e garantito alla libera e responsabile accoglienza delle persone, sia singole che associate»[29].

    Queste frasi sintetizzano un costante insegnamento della Chiesa: lo scopo immediato della politica è quello di promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune. Perciò la politica, ad ogni suo livello, non va considerata soltanto come un metodo per costituire, consolidare ed esercitare il potere pubblico; né va vista come una procedura tecnica per il buon andamento di quanto corrisponde alla natura, alla finalità, ai mezzi e alle forme di organizzazione dello Stato. La politica è soprattutto un servizio al bene comune, che necessariamente include il bene integrale di ogni persona appartenente ad una determinata società.

    Da qui l’importanza di capire correttamente cosa sia il bene comune, affinché l’agire politico sia ad esso adeguato.

    Il Vaticano II insegna che il bene comune è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». La finalità del bene comune è, pertanto, quella di aiutare e facilitare la realizzazione di ogni persona umana, affinché essa “sia” di più, e progredisca secondo l’integra verità dell’uomo. Ciò richiede che gli elementi materiali, culturali e spirituali siano sviluppati in modo armonico, sia in ogni singola persona, sia nei rapporti tra le diverse persone e i diversi gruppi sociali. Occorre ricordare che il bene comune non è la semplice somma degli interessi particolari, ma implica la loro valutazione e composizione, in base ad un’equilibrata gerarchia di valori e, in ultima analisi, ad un’esatta comprensione della dignità e dei diritti umani.

    E bisogna sottolineare che, poiché la perfezione della persona è intimamente legata alla sua dimensione trascendente, cioè alla sua relazione con Dio, il bene comune si ricollega, innanzitutto, all’aspetto spirituale e morale dell’uomo, a cui corrisponde la preminenza tra i diversi elementi dell’uomo stesso[33]. Preminenza, purtroppo, frequentemente dimenticata nel concreto agire politico odierno.

    Certo, la priorità dell’aspetto trascendente non esclude la necessità dei beni terreni, ma fa sì che questi siano integrati nel quadro generale della vita umana senza prendere il sopravvento:. Lo sviluppo integrale include il possesso di beni materiali, ma lo scopo di tali beni è di contribuire alla maturazione e all’arricchimento della persona umana in quanto tale. Per risolvere le “questioni sociali”, per trovare più efficienti strutture di governo o di produzione è necessario quindi che la ricerca sia accompagnata e, in un certo senso, preceduta dalla consapevolezza delle questioni umane più profonde e basilari.

    Bisogna curare, in primo luogo, lo sviluppo delle persone poiché il tentativo di migliorare la società senza impegnarsi per il miglioramento personale non può che rivelarsi illusorio.

    In aggiunta ai cambiamenti personali e istituzionali, occorre compiere un terzo passo, senza il quale i primi due rimarrebbero in uno stato di precarietà: bisogna cioè impregnare la cultura di fermenti etici, i soli che danno solidità allo sviluppo umano integrale. «È insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei cattolici possa limitarsi a una semplice trasformazione delle strutture, perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere, giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale, le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta».

    In politica, forse più che in altri campi, non basta risolvere le questioni che si presentano giorno per giorno: è necessaria una programmazione culturale di ampio respiro. Il fallimento di tanti progetti fatti con buona volontà, ma privi di lungimiranza ne è la prova palese.

     

    2.2. I mezzi dell’impegno politico

     

    a) Dimensione morale della politica

     

    il primo “mezzo” dell’attività politica è quello di salvaguardare la sua dimensione morale.

    Tutto l’agire personale appartiene all’ordine morale: l’arte, la scienza, la tecnica, la politica, l’economia, ecc., non si possono considerare soggetti neutrali dal punto di vista della crescita umana. E siccome la politica è finalizzata a promuovere la dignità delle persone, vale a dire, al raggiungimento del bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo, l’agire politico, più di altri ambiti dell’agire umano, è particolarmente legato alle esigenze morali.

    Infatti, «è nella persona umana, intesa nell’integralità dei suoi diritti e doveri, che deve trovarsi la base di partenza, il punto di incontro e il criterio deontologico per l’agire politico o per agire in politica. Il primato e la centralità della persona umana relativizzano ogni sistema politico e la stessa politica, sottolineandone vigorosamente il carattere funzionale e di servizio».

    Sicché la metodologia politica non deve essere sorretta da un’antropologia di tipo quantitativo (che aspira ad un gran numero di consensi), bensì da un’antropologia qualitativa che mira ad ottenere la fiducia dei cittadini; una fiducia che occorre conquistare giorno per giorno tramite un comportamento e un insieme di istituzioni e di leggi che siano in sé affidabili.

    Il principio cardine dell’etica sociale è la dignità di ogni essere umano. Tale dignità ha un limite negativo invalicabile che va applicato sempre a tutte le persone: non bisogna mai considerare una persona come una semplice parte di un corpo sociale e non bisogna abbassarla in nessun caso a mezzo, perché ogni persona ha sempre il valore di fine, in quanto titolare di diritti intangibili ed inviolabili. Tali diritti, che l’autorità politica deve tutelare in ogni circostanza, costituiscono non soltanto un confine invalicabile, ma anche un obiettivo da raggiungere. Perciò il rispetto della persona esige la solidarietà, perché nessuna fascia sociale (economica, etnica, religiosa, ecc.) deve essere esclusa dal bene comune.

    Da quanto detto si evince, e la storia lo ha mostrato in molteplici occasioni, che una vita sociale sana dipende da una moralità personale sana. E, viceversa, la separazione tra etica e politica risulta funesta per la stessa vita sociale.

     

    b) Impegno politico e coerenza cristiana

     

    La fedeltà morale trova un sostegno particolarmente valido nella vita cristiana: essa insegna l’intera verità sull’uomo e sorregge saldamente la condotta morale delle persone. Perciò la fede si rivela un aiuto di prim’ordine. Se vissute con coerenza, le credenze religiose — soprattutto quella cristiana — sono sempre un elemento importante dell’agire umano, sia nell’ambito individuale sia in quello che riguarda le rispettive comunità di appartenenza. 

    Al contrario, se si affievolisce la fede in Dio e in Gesù Cristo, e si spegne negli animi la luce dei principi morali, viene scalzato l’unico e insostituibile fondamento che può sorreggere un vero e duraturo ordine sociale.

    Certamente, la strada del miglioramento interiore delle persone come presupposto per migliorare le strutture politiche può sembrare «più ardua, più lunga, più complessa. A volte essa può apparire anche non adeguata all’urgenza dei problemi. Ma è l’unica che permette soluzioni veramente umane e durature. Insomma, la fede cristiana svolge un ruolo importante nella costruzione della società. Anche per questo il Vaticano II ricorda: «Il distacco, che si constata in molti tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverato tra i più gravi errori del nostro tempo»[54].

    È chiaro che tutto ciò non può costituire un alibi per la pigrizia e il disimpegno, né significa che la politica debba essere succube della religione, ma piuttosto che essa deve servire l’uomo e, di conseguenza, deve rientrare nell’ambito della morale, il cui fondamento saldo è Dio.

    La spiritualità del cristiano impegnato nell’ambito politico consiste nella maturazione della sintesi interiore e profonda tra l’obbedienza al disegno di Dio e l’impegno storico speso alla ricerca di strumenti e nel perfezionamento o nella creazione di istituzioni che rispondano alle esigenze ordinarie dell’esistenza terrena.

    Una fede coerente infonde un grande vigore allo sviluppo sociale, perché da essa deriva una motivazione perenne e profonda per incoraggiare gli impegni terreni e politici; essa comunica fiducia e ottimismo sulla possibilità di costruire un mondo più a misura d’uomo, anche se mai esisterà un «paradiso in terra». Le motivazioni religiose della Redenzione annunciata dalla Chiesa possono non essere condivise, ma l’atteggiamento etico che ne deriva costituisce uno dei cardini comuni più forti attorno ai quali si può sviluppare lo sforzo dei cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà per un cammino da compiere insieme.

     

    c) Inefficacia del comportamento onesto?

     

    Esiste una diffusa ammirazione, non sempre confessata, per coloro che, comportandosi in modo disonesto negli affari pubblici, tuttavia “la fanno franca”. Parallelamente si ritiene spesso che in ambito pubblico, soprattutto in quello politico, un comportamento onesto non risulti efficace. Da ciò nasce non soltanto l’idea che la politica sia sempre un “affare sporco” — il che accresce la disaffezione per questo ambito —, ma anche la pretesa di giustificare tale comportamento. «Oggi siamo in presenza di un tentativo in grande scala, a livello planetario e continentale, di annullare la nostra coscienza, personale e collettiva. Le società più avanzate sono alla ricerca di un “sistema societario” che possa rendere inutili e vani sia i valori sia le norme propriamente umane: il tentativo è quello di costruire un “sistema sociale” che consenta all’uomo di procedere senza dover fare scelte propriamente etiche, cioè fra il bene e il male» (Donati).

    Ma, anche limitandoci ad un’ottica puramente terrena e materialistica, occorre rilevare che un comportamento del genere tende ad estendersi a macchia d’olio — come si è visto in tanti paesi in tempi recentissimi —, e quando dilaga la disonestà dilagano gli svantaggi materiali per tutti. Poi, con un’ottica più profondamente antropologica, è facile capire che i vantaggi che si possono ottenere mediante una condotta immorale sono ben poca cosa rispetto alla perdita umana di chi agisce così: già Socrate sosteneva che è peggio perpetrare un’ingiustizia che subirla, e lo stesso ha sempre insegnato la dottrina cristiana.

    La Chiesa «pensa che occorra, anzitutto, fare appello alle capacità spirituali e morali della persona e all’esigenza permanente della conversione interiore, se si vogliono ottenere cambiamenti economici e sociali che siano veramente al servizio dell’uomo. Il primato dato alle strutture e all’organizzazione tecnica sulla persona e sulle esigenze della sua dignità è espressione di un’antropologia materialistica, ed è contrario all’edificazione di un giusto ordine sociale».

    Ciò non comporta la futilità dei mezzi e delle tecniche politiche, che sono imprescindibili. Ma sottolinea che essi, da soli, non bastano: occorre che siano accompagnati e, ancor meglio, preceduti dai mezzi e dalle tecniche morali e spirituali.

    Abbiamo già ricordato che l’egoismo è il più grande nemico di una vita sociale sana; ciò, perché l’amore disordinato per se stessi tende ad assolutizzarsi e a usare le cose e le persone per il proprio tornaconto fino all’abuso e alla sopraffazione.

      

    d) Necessità della formazione

     

    Quanto detto mette in luce la necessità di unire la formazione tecnico-politica con quella morale. Difatti, per tradurre l’impegno politico in un’azione efficace per lo sviluppo sociale, e per maturare una realistica capacità di iniziativa politica, la persona deve acquisire adeguate competenze tecniche e lucidità di discernimento, nonché le necessarie qualità morali.

    Nell’educazione politica dei fedeli occorre distinguere, di conseguenza, due livelli:

    Il primo può essere descritto come l’edificazione della personalità sociale, intesa come l’insieme delle qualità che rendono la persona in grado di assumere efficacemente l’impegno politico

    Il secondo livello è quello dell’educazione civile e politica, che va impartita diligentemente affinché tutti svolgano adeguatamente il loro ruolo nell’ambito delle comunità in cui sono inseriti.

    Poiché la dottrina sociale della Chiesa trova la sua forza più nella pratica che nella coerenza dei suoi principi, occorre che l’educazione sociale non rimanga soltanto al livello teoretico, ma mostri parimenti, e forse più insistentemente, i modi concreti di applicare tale insegnamento.

    Occorre quindi promuovere esperienze che consentano di tradurre gli orientamenti della dottrina sociale in termini concreti, all’interno di una matura unità tra vita morale e azione pubblica.

    In questo ambito è particolarmente importante non cedere al relativismo etico, e non confondere la giusta autonomia dei cattolici in politica con la disattenzione nei confronti dei valori etici umani e cristiani. Non si può favorire, anzi si deve contrastare «l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta» (Congr. per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24-XI-2002, n. 4). Anche in ambito politico l’intelligenza e la volontà umana sono costitutivamente orientate verso il vero e il bene e, di conseguenza, sono estranee allo scetticismo e al relativismo etico.

    Nella situazione odierna, con un pluralismo sovente affine al relativismo e all’indifferenza morale, occorre, oltre alla virtù della fortezza e a una solida personalità, un’intensa formazione e un profondo rinnovamento delle coscienze per compiere i peculiari doveri politici.

    È opportuno soffermarci un momento anche su un tema che viene riproposto oggi con una certa frequenza: alle volte si sente dire che i cattolici dovrebbero rinunciare alla propria dottrina quando agiscono in una funzione pubblica: ciò è illusorio e ingiusto. Illusorio, poiché le convinzioni di una persona — derivate o meno da una fede religiosa — influiscono necessariamente su quanto tale persona decide e su come agisce; ingiusto, perché i non cattolici — per quanto si è appena detto — applicano in questo ambito le proprie dottrine. Difatti, tutti i cittadini, siano o meno cristiani, hanno il diritto e il dovere di agire coerentemente con le proprie idee, rispettando le differenze e la dignità di ogni persona.

    Anzi, accantonare le proprie convinzioni nella vita politica, accademica, culturale, ecc., comporterebbe una mancanza di sincerità, che è una virtù indispensabile nei rapporti sociali.

     

    2.3. Il ruolo dei laici

     

    Tale missione ha un denominatore comune a tutti i fedeli, ma ognuno deve viverla in conformità con la vocazione ricevuta: sacerdote, religioso o laico. La funzione propria e specifica del laico, anche se non unica né esclusiva, è quella di contribuire alla santificazione delle realtà terrene quasi dall’interno. Tale “indole secolare” dei fedeli laici non si limita ad essere una realtà di fatto, ma è anche una qualità teologica ed ecclesiale; una qualità, cioè, che qualifica i rapporti che tali fedeli hanno con Dio nella Chiesa. Il fatto che l’indole secolare del laico sia di carattere teologico, implica che egli deve — mediante i suoi compiti nel mondo (familiari, politici, professionali, ecc.) — portare a termine quella parte di missione della Chiesa che a lui, in quanto  suo membro, corrisponde. Dio li chiama a vivere nel mondo e a compiere la loro missione cristiana (santità e apostolato) nelle loro mansioni terrene.

    A tal fine, occorrono — come già accennato — un’adeguata formazione e un serio impegno: «Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistarsi una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e le realizzino. Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del magistero» (GS 43).

    Tutti i cristiani godono di un’ampia libertà nel loro agire politico; ma non soltanto nell’agire: secondo l’insegnamento appena ricordato del Vaticano II, essi hanno la stessa autonomia per quanto riguarda gli ideali e i progetti da proporre in questo ambito. Anche per questo, nell’impegno di “cristianizzazione” della realtà politica, i laici non sono semplici esecutori, ma creatori di pensiero sociale.

     

     

    Conclusione

     

    Oggi si assiste a una crescente spoliticizzazione dei cittadini, che si manifesta con una indifferenza generalizzata verso i problemi che riguardano la società (a condizione che essi non ledano gli interessi personali). Il crollo delle ideologie, che va accolto con gioia, ha però portato con sé anche il crollo delle idee e degli ideali politici. L’uomo appare ipersensibile di fronte a ciò che lo riguarda personalmente e incredibilmente apatico nei confronti del bene comune. La causa principale di tale atteggiamento è forse la perdita di significato della vita personale e sociale, per cui le persone tendono a rifugiarsi nell’immediato e nell’effimero. Un’altra causa, non meno grave, va ricercata nel disincanto generato dall’immoralità privata e pubblica di molte persone e di tanti gruppi politici. In definitiva la spoliticizzazione di cui si parlava è dovuta, soprattutto, a cause morali e culturali. Una ragione in più per impegnarsi seriamente e con un alto profilo etico nell’ambito dell’attività politica.

    Occorre ribadire ancora che il cristiano coerente non può disinteressarsi di tale attività, non può essere succube della passività o della rassegnazione in questa sfera così importante per il bene di tutti gli uomini. La partecipazione alla vita politica è un diritto e un dovere, che ognuno dovrà assumersi a seconda delle personali competenze e delle proprie condizioni, ma senza cessioni né scoraggiamenti.

     

     

     

     

     

     

    SCHEDA di LAVORO

     

     

    1. Il diritto-dovere del cristiano all’impegno politico

     

    Tutti coloro che partecipano alla vita sociale, vale a dire tutti gli uomini, hanno il diritto e il dovere di impegnarsi in campo politico.

     

    1.1. Il punto di vista della Creazione e Redenzione

    Cristo ha redento tutto l’uomo, anche nel suo essenziale rapporto con gli altri e con la società. La realtà sociale naturale è stata assunta nel disegno redentore. La vocazione dell’uomo alla vita eterna non elimina, anzi conferma il suo dovere e mandato – e il valore – di mettere in atto le energie e i mezzi per sviluppare la crescita umana.

    Il disegno del Creatore include la vita sociale degli uomini (cfr. Gn 2,18). Dio ha chiamato l’uomo a raggiungere la patria celeste tramite l’agire terreno; sicché tutte le attività umane indirizzate a far progredire questa vita corrispondono alle intenzioni del Creatore, e le persone devono compierle responsabilmente.

     

    1.2. Punto di vista della società

    Lo scopo precipuo della politica è il raggiungimento del bene comune. Il dovere di partecipare allo sviluppo del bene comune è un dovere differenziato a seconda del ruolo sociale di ognuno.

     

    1.3. Obbligatorietà dell’impegno politico

    Da ciò derivano il diritto e il dovere di impegnarsi per migliorare la vita pubblica, organizzandola in modo conforme alla dignità di ciascuna persona umana.

    È oggi un diritto ampiamente accettato nella società. Ma è anche un dovere, poiché libertà non significa soltanto mancanza di coazione o indifferenza nell’agire; la libertà è una formidabile energia, una fonte potenziale di progresso che non deve rimanere inattiva, né nelle singole persone, né nelle comunità e nei paesi.

     

     

    2. Elementi che favoriscono un corretto impegno politico

     

    2.1. Finalità dell’agire politico

    Il costante insegnamento della Chiesa è: lo scopo immediato della politica è quello di promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune. Perciò la politica, ad ogni suo livello, non va considerata soltanto come un metodo per costituire, consolidare ed esercitare il potere pubblico; né va vista come una procedura tecnica per il buon andamento di quanto corrisponde alla natura, alla finalità, ai mezzi e alle forme di organizzazione dello Stato.

    La politica è soprattutto un servizio al bene comune, che necessariamente include il bene integrale di ogni persona appartenente ad una determinata società.

     

    2.2. I mezzi dell’impegno politico

     

    a) Dimensione morale della politica

    Il primo “mezzo” dell’attività politica è quello di salvaguardare la sua dimensione morale.

    Infatti, «è nella persona umana, intesa nell’integralità dei suoi diritti e doveri, che deve trovarsi la base di partenza, il punto di incontro e il criterio deontologico per l’agire politico o per agire in politica. Il primato e la centralità della persona umana relativizzano ogni sistema politico e la stessa politica, sottolineandone vigorosamente il carattere funzionale e di servizio».

     

    b) Impegno politico e coerenza cristiana

    La fedeltà morale trova un sostegno particolarmente valido nella vita cristiana: essa insegna l’intera verità sull’uomo e sorregge saldamente la condotta morale delle persone. Perciò la fede si rivela un aiuto di prim’ordine. Le motivazioni religiose della Redenzione annunciata dalla Chiesa possono non essere condivise, ma l’atteggiamento etico che ne deriva costituisce uno dei cardini comuni più forti attorno ai quali si può sviluppare lo sforzo dei cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà per un cammino da compiere insieme.

     

    c) Inefficacia del comportamento onesto?

    Esiste una diffusa ammirazione, non sempre confessata, per coloro che, comportandosi in modo disonesto negli affari pubblici, tuttavia “la fanno franca”. Parallelamente si ritiene spesso che in ambito pubblico, soprattutto in quello politico, un comportamento onesto non risulti efficace. Da ciò nasce non soltanto l’idea che la politica sia sempre un “affare sporco” — il che accresce la disaffezione per questo ambito —, ma anche la pretesa di giustificare tale comportamento.

    La Chiesa «pensa che occorra, anzitutto, fare appello alle capacità spirituali e morali della persona e all’esigenza permanente della conversione interiore, se si vogliono ottenere cambiamenti economici e sociali che siano veramente al servizio dell’uomo. Il primato dato alle strutture e all’organizzazione tecnica sulla persona e sulle esigenze della sua dignità è espressione di un’antropologia materialistica, ed è contrario all’edificazione di un giusto ordine sociale».

     

    d) Necessità della formazione

    Quanto detto mette in luce la necessità di unire la formazione tecnico-politica con quella morale. Difatti, per tradurre l’impegno politico in un’azione efficace per lo sviluppo sociale, e per maturare una realistica capacità di iniziativa politica, la persona deve acquisire adeguate competenze tecniche e lucidità di discernimento, nonché le necessarie qualità morali.

    È opportuno soffermarci un momento anche su un tema che viene riproposto oggi con una certa frequenza: alle volte si sente dire che i cattolici dovrebbero rinunciare alla propria dottrina quando agiscono in una funzione pubblica: ciò è illusorio e ingiusto. Illusorio, poiché le convinzioni di una persona — derivate o meno da una fede religiosa — influiscono necessariamente su quanto tale persona decide e su come agisce; ingiusto, perché i non cattolici — per quanto si è appena detto — applicano in questo ambito le proprie dottrine. Difatti, tutti i cittadini, siano o meno cristiani, hanno il diritto e il dovere di agire coerentemente con le proprie idee, rispettando le differenze e la dignità di ogni persona.

     

    2.3. Il ruolo dei laici

    Tale missione nell’attività politica è un denominatore comune a tutti i fedeli, ma ognuno deve viverla in conformità con la vocazione ricevuta: sacerdote, religioso o laico. La funzione propria e specifica del laico, anche se non unica né esclusiva, è quella di contribuire alla santificazione delle realtà terrene dall’interno.

     

     

    Conclusione

     

    Tutti i cristiani godono di un’ampia libertà nel loro agire politico; ma non soltanto nell’agire: secondo l’insegnamento appena ricordato del Vaticano II, essi hanno la stessa autonomia per quanto riguarda gli ideali e i progetti da proporre in questo ambito. Anche per questo, nell’impegno di “cristianizzazione” della realtà politica, i laici non sono semplici esecutori, ma creatori di pensiero sociale.

  • 23 Dic

     

     

     

    A. Introduzione

    Nel periodo post-conciliare abbiamo assistito ad un notevole rifiorire di attenzione alla Parola. Sono nati un po’ dovunque tentativi di «rimettere mano alla Parola»… ma quanta fatica!

    In qualche modo ci ritroviamo un po’ tutti nella situazione di dover imparare a metterci in ascolto di fronte alla Parola, per lasciare che la nostra vita ne sia trasformata. Spesso ci sentiamo proporre cammini in cui si «prega la Parola», si «contempla la Parola». Questo breve lavoro che condivido con gli altri amici di Qumran.net è una sintesi di un corso di iniziazione alla lectio che ho già avuto occasione di proporre a giovani, a religiosi in formazione e… alla mia comunità.

    «Appunti» perché ho pensato di proporre uno schema, pratico e snello, pur cercando di mantenere una certa completezza. In ogni caso trovate in appendice due bibliografie, una molto più ricca, aggiornata al 2002, e un’altra «essenziale», con indicazioni critiche per ogni testo.

    «Una»: non ho certo la pretesa di dira «la»! È “una” proposta che si fonda sulla tradizione, “testata”, ma rimane una proposta.

    «Iniziazione» e non introduzione: può sembrare una distinzione accademica, ma non lo è. Introduzione ha più il sapore di uno studio intellettuale, ma nella lectio divina è tutta la persona umana che è in gioco, perché è “preghiera”, è porci di fronte a Dio. «Iniziazione» dà più il senso di cammino, di un mettersi accanto ad un altro, fornirgli alcune indicazioni e poi lasciare che percorra la sua strada, come e dove lo Spirito lo condurrà.

    Quanto condivido con ciascuno di voi… è anche frutto di riflessione, di cammino comunitario. La lectio divina vissuta insieme (e poi darò alcune indicazioni in merito) ha decisamente favorito la crescita umana e spirituale mia e della mia comunità: un tale dono non poteva che essere condiviso.

     

     

    B. premesse generali

    1. Oggetto

    È la Scrittura «divina»: la Bibbia. Per essere “certi” di questa affermazione si può leggere la Costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano II.

     

    2. Finalità

    Dai testi conciliari, che parlano della lectio divina in termini tradizionali, emergono quattro finalità: teologale, cristologica, ecclesiale ed antropologica.

    1) Teologale: «perché avvenga il colloquio con Dio» (DV 25).

    2) Cristologica: «per ottenere la sovreminente conoscenza di Gesù Cristo» (Fil 3,8 citato in DV 25 e PC 6), per poter «vedere il Cristo in ogni uomo, vicino o estraneo» (AA 4).

    3) Ecclesiale: per «generare» (Gc 1,18; 1Pt 1,23; cf. At 2,37.42), «sostenere» (DV 21) e «far ringiovanire» (LG 4) una comunità cristiana (cf. PO 4) e religiosa (cf. PC 15 [a]). Questo scopo si ottiene tanto meglio quando la lectio privata si sviluppa nella forma comunitaria della collatio.

    4) Antropologica: «perché l’uomo di Dio sia perfetto, preparato per ogni opera buona» (2Tim 3,16). La Sacra Scrittura è la fonte da cui attingere i criteri per «giudicare rettamente le cose in ordine al fine dell’uomo» (AA 4). (Giurisato G., Lectio divina oggi, pp. 7-9).

     

    3. Condizioni richieste dalla qualità specifica del libro sacro

    1) La Bibbia è un libro ispirato da Dio: perciò «deve essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (DV 12).

    2) Nella Bibbia «Dio ha parlato per mezzo di uomini e alla loro maniera»: perciò «si deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi realmente hanno inteso dire e che cosa Dio ha voluto manifestare con le loro parole» (DV 12).

     

    4. Disposizioni soggettive del lettore

    – Pregare perché il Signore ci voglia «aprire la mente all’intelligenza delle Scritture» (Lc 24,45)

    Non ci mettiamo di fronte alla Scrittura come ad un altro libro. Riconosciamo che essa è stata ispirata dallo Spirito Santo e allora per comprenderla c’è sì tutto il nostro sforzo, una “santa fatica”, ma a ben poco potrebbe se lo stesso Spirito non ce ne dà una comprensione più profonda.

    Siamo così chiamati ad esplicitare la nostra professione di fede: «le Sacre Scritture sono veramente parola di Dio» (DV 24). Un atteggiamento di fondo di fede e umiltà.

    – Lettura assidua

    Quando un libro ci ha appassionato, rimane nella nostra mente, anzi spesso vi torniamo per rileggerlo. Ma la Bibbia usa un linguaggio lontano dalla nostra cultura, dal nostro quotidiano. Si tratta dunque  di acquisire una certa familiarità con il testo biblico, ma come fare? Diverse sono le possibilità. La prima è quella di cominciare a leggerla, anche se non si capisce tutto:  su Internet sono già stati pubblicati diversi schemi per leggere tutta la Bibbia in un anno. Esistono in commercio almeno due edizioni con un notevole apparato critico: la Bibbia di Gerusalemme (BJ) e la TOB che hanno una grande ricchezza di note e di rimandi. La seconda consiste nel “navigare” da un punto all’altro della Bibbia, seguendo queste note o rimandi. Non c’è la praticità del mouse o dei “clic” sui link, ma ne vale la pena… anche se all’inizio può essere un po’ faticoso. «La Scrittura spiega la Scrittura».

    – Imparare ad ascoltare la Parola

    Parlare di ascolto della Parola significa far riferimento immediato al silenzio, ma questa dimensione è comune ad ogni ascolto umano. L’ascolto esige silenzio, attenzione, presenza all’altro e quant’altro è necessario perché ci sia un reale dialogo. Il rischio in questo caso è di parlare noi… e lasciare la Parola estranea, così che al termine della lectio ce ne andiamo esattamente come eravamo arrivati.

     

    5. Circa il luogo, il tempo e la durata della lectio divina

    Il luogo dove svolgere la lectio deve essere tale da favorire un clima esterno di silenzio, di raccoglimento e di preghiera. Per questo va cercata una cappella o un ambiente adatto allo scopo, dove ci si trovi a proprio agio. Questo sarà il luogo della lotta di ognuno con il suo cuore, il vero deserto dove il Signore ci parla, ci converte, ci educa e ci attira a sé.

    Anche il tempo da riservare alla lectio riveste la sua importanza per l’assimilazione della parola di Dio: esso deve ritmare la vita del cristiano, senza mai stancarlo (cfr. Lc 18,1-8; 1Ts 5,17). Perché una lettura della Parola sia proficua si esige un tempo determinato di almeno mezz’ora, mentre il tempo dello svolgimento della lectio non è definibile: non si incontra mai un amico tenendo lo sguardo sull’orologio!

    È anche importante e necessario che non avvenga in modo sporadico o occasionale, ma quotidiano.

     

    6. Le difficoltà

    Oggi tendiamo a leggere velocemente; la civiltà moderna esige velocità nella stessa lettura, la quale è soprattutto “informativa”, tende a far sapere il maggior numero di cose nel minor tempo possibile: la lectio divina, invece, deve essere lenta. La lettura che cerca di acquistare nuove conoscenze lo vuole fare nella maniera più veloce: la lectio divina, al contrario, è a base di “ruminazione”, cioè della lenta assimilazione del testo letto.

    Si legge per agire, ci si documenta in vista dell’azione, la lettura guarda all’efficacia, all’efficienza: la lectio divina, invece, deve essere disinteressata.

    Infine, la lectio non è una lettura per distrarsi: è invece una lettura impegnata, in cui uno si sente realmente e direttamente coinvolto.

    Altra difficoltà: non dimentichiamo che la S. Scrittura non sempre è così facile o immediata; richiede una certa preparazione, studio, e quindi tempo.

    Aggiungiamo tutte le difficoltà per raccogliersi, per concentrarsi. Per riuscire in questo, ci vuole sforzo continuo, fatica, allenamento. C’è tutto il problema di una certa preparazione alla preghiera e alla lectio divina: una preparazione remota, che comprende tutta la vita, uno sforzo di coerenza alla propria vocazione, l’evitare una eccessiva agitazione e dissipazione nel lavoro o nella vita quotidiana; una preparazione prossima, per stabilire pace e silenzio in noi stessi, oltre che all’esterno…

     

     

    C. L’invocazione dello Spirito Santo

    Il perché di questa preghiera allo Spirito lo abbiamo già visto nelle premesse generali.

    Quale preghiera? Possiamo utilizzare un salmo, anche solo alcuni versetti: per esempio il salmo 118, che è il salmo per eccellenza dell’ascolto della Parola. Ma possiamo fare nostre altre invocazioni tratte dalla Scrittura, dalla Liturgia, dai Padri della Chiesa, ecc. È chiaro che può essere anche una “nostra” preghiera!

    Vari sono gli effetti di questa invocazione allo Spirito.

    La preghiera allo Spirito, anzitutto, ci preserva dal consumismo privatistico della Parola o da una sua interpretazione soggettiva ed arbitraria, che misconosce la realtà stessa della Parola nella Chiesa.

    Inoltre, in positivo, essa produce, in chi si pone in preghiera dinanzi alla Scrittura, il distacco da noi stessi, la purezza del cuore, la conversione alla Parola, la docilità, realtà che lo rendono libero per accogliere con amore il pensiero di Dio.

    Si determina così una consapevolezza di umiltà profonda, che fa andare incontro al testo con un senso del sacro, di riverente adorazione di fronte al mistero e di docilità, frutto di una collaborazione tra la volontà umana e l’azione dello Spirito.

     

     

    D. Lectio

    Studiare la Scrittura è stato per tante generazioni di cristiani (non solo monaci!) il vero e proprio impegno quotidiano. La fedeltà nel perseguire questo significato letterale della parola di Dio è una delle costanti necessarie alla autentica lectio divina. È una fatica, certo, ma non la si può evitare: il rischio è quello di fare delle “pie meditazioni”, “letture spirituali”, quando non le facciamo dire di tutto, anche quello che la Scrittura non dice!

     

    1. Ancora una piccola premessa

    Alla lectio, ma in un momento decisamente antecedente, si deve premettere la lettura di un commento esegetico al testo che sarà poi oggetto della lectio. Uno strumento molto buono, e semplice, potrebbe essere: AA.VV, I Vangeli, Cittadella editore.

    Con questo primo passo della lectio divina ci lasciamo liberare da una “tentazione”: soprattutto quando il testo è tratto dai vangeli questo è abbastanza conosciuto. Il rischio è di sentire (e non “ascoltare”) la prima frase e poi “disconnetterci” in quanto “sappiamo già come va a finire!”. Un esempio? Se sentiamo leggere «Un uomo scendeva da Gerusalemme» noi sappiamo già che si tratta della parabola del buon samaritano e rischiamo di non “ascoltare” salvo poi ricollegarci all’omelia…

     

    2. Che cosa leggere

    Senz’altro la Scrittura! Ma come? Quanta?

    La liturgia è senz’altro una buona “palestra” e ci dà – secondo la saggezza della Chiesa – il “cibo quotidiano”, ma… c’è un rischio. Se, necessariamente, la liturgia ci propone dei brevi brani, la lectio non può prescindere dal loro contesto.

    Detto questo, si può certo usare il lezionario liturgico della Messa [rapporto liturgia – LD] con particolare attenzione – per iniziare – al vangelo del giorno (non dimentichiamo – ad esempio – le “collette” proprie dei tempi forti, delle domeniche o delle solennità: sono teologicamente ricchissime e ci donano alcune piste di lettura), ma per passare in seguito alla lectio di un libro della Scrittura, iniziando sempre dal Nuovo Testamento.

    Non è mai, comunque, questione di “quantità”.

     

    3. Come leggere

    – Leggerlo attentamente più volte

     

    Ma come leggere?

    a) È bene leggere ripetutamente il testo e possibilmente farlo risuonare al nostro orecchio mediante una lettura ad alta voce. La lettura del Libro è in funzione dell’ascolto della Parola viva, propria della relazione interpersonale.

    b) Impariamo a leggere «con la matita in mano»: sia per sottolineare, ma anche per copiare.

    c) Facciamo anche la fatica di “sfruttare la fatica altrui”: sfruttiamo la fatica degli esegeti che hanno lavorato per fornirci di seri apparati critici (cfr. ancora BJ e TOB).

    d) La lectio divina suppone una conoscenza esatta del testo biblico, anche se non si ferma ad essa, ma la utilizza per la preghiera. Certamente si riferisce a questa serietà intellettuale la Dei Verbum, quando afferma che occorre accostarsi alla Sacra Scrittura «con uno studio accurato» (DV 25). È necessario ed utile utilizzare i risultati delle ricerche esegetiche. [Queste vanno lette prima della lectio, magari la sera prima, dopo aver letto il testo che ascolteremo il giorno dopo nella celebrazione eucaristica]

     

    Può esserci di aiuto:

           – impararlo a memoria

           – trascriverlo

     

    Personalmente consiglio molto quest’ultimo modo: la trascrizione ci aiuta a concentrarci meglio e a fissare l’attenzione sul testo.

     

    4. Analisi del testo

    – Facciamo molta attenzione ai vocaboli

                                                          ai verbi

    – può essere molto utile la conoscenza del greco o l’aver sottomano un’altra traduzione diversa da quella della CEI: questo ci permette di “appropriarci” meglio del testo e di cogliere sfumature che nella traduzione si sono perse.

     

    Impariamo a farci alcune domande:

    – quali sono i personaggi che troviamo nella pericope

    – dove si svolge l’azione

    – quando

    – che cosa fanno i personaggi

       verbi (atteggiamenti)

       avverbi (sentimenti)

       aggettivi (qualità)

     

    – cerchiamo quella che per noi è l’affermazione principale, la “parola chiave”, quello che per noi è «nucleo». Sarà questa che dovremo portarci nel cuore durante la giornata.

    E se il testo è tratto da una lettera di san Paolo? Dobbiamo conoscere, almeno discretamente, l’epistolario paolino e la struttura della lettera dalla quale è stato tratto il testo.

    Anche in questo caso possiamo porci delle domande:

    – a chi scrive Paolo e perché

    – in che momento della sua vita (cf. gli Atti)

    – qual è il nucleo del testo

     

     

    5. Il “nucleo”

    Durante e dopo la attenta lettura, emerge ai nostri occhi il “nucleo”, o – comunque – quella parola o quella frase che emergono come “centrali” per noi.

    Ora, si può dedicare più attenzione alle note e ai rimandi relativi al “nucleo”. Questa operazione permette di cogliere qualcosa in più del significato del testo biblico. In caso di necessità lo si può approfondire sul Dizionario di teologia biblica o sul Dizionario dei concetti biblici.

     

    6. Dalla lectio alla meditatio

    Ora, la frase o parola, il “nucleo”, può essere imparata a memoria. Questo è l’anello di congiunzione tra lectio e meditatio. La preghiera non è una serie di cassetti “a tenuta stagna”… Il passaggio dalla lectio alla meditatio, alla oratio può avvenire in modi e tempi diversi, secondo la nostra accoglienza e il dono dello Spirito.

     

    E. Meditatio

    1. Cos’è la meditatio?

    «Per gli antichi – ci ricorda J. Leclercq – meditare è leggere un testo e impararlo a memoria nel senso più forte di questo atto, cioè con tutto il proprio essere: con il corpo poiché la bocca lo pronuncia, con la memoria che lo fissa, con l’intelligenza che ne comprende il senso, con la volontà che desidera metterlo in pratica».

    Tale ripetizione è in funzione della memoria: «Ne deriva più che una memoria visiva delle parole scritte, una memoria muscolare delle parole pronunciate, una memoria uditiva delle parole ascoltate. La meditatio consiste nell’applicarsi attentamente a questo esercizio di memoria totale; essa è dunque inseparabile dalla lectio. Essa inscrive, per così dire, il testo sacro nel corpo e nello spirito».

     

    Ai nostri giorni quando si usa il termine “meditazione” si intende un processo di riflessione. Bisogna allora comprendere bene cosa si intende come meditatio nella lectio divina.

    Abbiamo visto che durante la lectio la nostra attenzione (il nostro cuore!) si è fermato su una frase, una parola e abbiamo fatto lo sforzo di memorizzarla. Se la lectio assomiglia a uno “scavo archeologico”, la meditatio avvicina e applica a noi il testo antico: la meditatio comporta l’assimilazione personale della parola di Dio, così da diventare in noi sorgente di preghiera e di contemplazione.

     

    Il ripetere dentro di noi la parola / la frase che è per noi “il nucleo”

    a) è dare realmente uno “spazio” alla Parola dentro di noi;

    b) aiuta a concentrarci lasciando che questo “nucleo” si arricchisca di altri passi che ci aiutano a comprenderlo sempre meglio e più profondamente;

    c) è preghiera.

    In questa “navigazione” è buona cosa rimanere all’interno del vangelo, della lettera (o dell’epistolario) o del libro dell’AT da cui è tratto il brano. Gli evangelisti, Paolo, Giovanni, si sono avvicinati al mistero di Dio in un modo complementare a quello degli altri. Prima di cercare i vari paralleli è importante rimanere all’interno degli scritti dell’autore per capirne meglio il pensiero.

     

    Stiamo inventando qualcosa di nuovo? No: si tratta di una antica tradizione antica, che troviamo anche nella Bibbia:

    «Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte»  (cf. Dt 6,6-9)

     

    Si tratta anzitutto di creare nell’intimo del cuore uno spazio elastico di risonanza, perché la Parola penetri nelle zone più profonde dello spirito e tocchi le fibre più intime: questo ci trasformerà, ci chiamerà continuamente a conversione, ci metterà in crisi. E forse ci metterà anche in crisi la continua novità di Dio e della sua Parola che ci conducono dove non avremmo mai pensato!

    Siamo e rimaniamo nella totale gratuità. Ma sia ben chiaro: la preghiera della Parola – proprio perché tale – non ci distacca dai fratelli. Piuttosto non ci permette di inabissarci nel turbinìo delle nostre fantasie, in balia degli alti e bassi degli umori.

     

    La meditatio all’inizio esige anche uno sforzo della volontà che deve trovare spazi di tempo e concentrazione per mettersi alla presenza della “parola”.

    Sarebbe opportuno meditare con penna e foglio… Tuttavia non è meditare scrivere per far leggere o per pubblicare. È meditazione lo scritto fatto in solitudine che genera ulteriore silenzio adorante in noi ed attorno a noi.

     

     

    F. Oratio

    Il testo conciliare, che invita «tutti i fedeli» a praticare la lectio divina, conclude dicendo:

    «Si ricordino però che la lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo; poiché quando preghiamo parliamo con lui, lui ascoltiamo quando leggiamo gli oracoli divini» (DV 25).

     

    Su questa citazione si devono fare tre rilievi.

    Primo: il termine «lettura» riassume i due momenti trattati fin qui della lectio e della meditatio, perché in fondo costituiscono un unico atteggiamento di ricezione: ascoltare Dio che parla.

    Secondo: la lettura «dev’essere accompagnata dalla preghiera», perché dopo l’ascolto è necessario dare una risposta.

    Terzo: solo quando si dà questa risposta si ottiene lo scopo della lectio divina, cioè che «possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo». Alla lectio divina manca una parte essenziale finché non si connette «Bibbia e preghiera», finché la Parola non è pregata. La frase finale del testo conciliare è una citazione di sant’Ambrogio, che riflette un pensiero tradizionale e mette in risalto i due tempi del colloquio con Dio.

     

    Tutta la lectio divina è preghiera. Allora, che cos’è l’oratio all’interno di essa?

    È il momento in cui dialoghiamo con Dio con la Parola che ci ha donato. Vogliamo un esempio? Pensiamo al Magnificat: Maria canta questo inno… “mosaico di Parola”. Come possiamo vedere nelle nostre Bibbie, vengono messe in evidenza, in corsivo, le citazioni dell’A.T.: ben poco rimane in tondo!

     

    È quindi un momento privilegiato di dialogo con Dio. Prima è stato Lui ad aver parlato attraverso la Sua Parola, noi abbiamo lasciato scendere nel profondo il suo richiamo mediante la meditazione di essa ed ora siamo pronti a “dire” la nostra fede e il nostro amore.

    È il grido dello Spirito in noi che può esprimersi in mille modi. È il nostro rivolgersi a Dio dopo aver colto il frutto dell’ascolto. La preghiera non si preoccupa, a questo punto, di farsi domanda o lode o ringraziamento o adorazione, ecc… È un unico movimento dell’anima che si apre a Dio; è il lasciar sgorgare dal profondo la ricchezza di ciò che vi si è raccolto stando davanti a Lui. Ciò che realmente conta è il desiderio di risposta ad un amore, quello di Dio, che è diventato propria esperienza nella fede, in relazione alla Parola letta, meditata, pregata.

     

    Anche in questo momento, possiamo scrivere le nostre preghiere tenendo ben presente quanto detto per la meditatio: è per noi e per Dio, non per divulgare o pubblicare.

    Rileggendo questi testi a distanza di tempo… avremo delle grandi sorprese.

     

     

    G. Contemplatio

    La lectio divina è riconosciuta come un cammino verso la contemplazione. Ancora una volta intenderci sui termini: contemplare non è meditare, non è riflettere, non è pregare… Ma che cos’è allora?

    Il mistero di Dio che si rivela esige umiltà nel parlarne. Per alcuni secoli fino alla prima metà del secolo scorso veniva accusato di arroganza ci desiderava contemplare Dio. Questo perché non si distinguevano quelle che la teologia chiama “grazie mistiche speciali”, in cui troviamo, per esempio, le visioni.

    La contemplazione è invece secondo i Padri il “normale” sviluppo della lectio perché il primo a volersi rivelare è proprio Dio!! Dunque, non è qualcosa che viene a sovrapporsi come dall’esterno, ma è come un frutto squisito che matura sul tronco stesso della lettura biblica. Frutto normale: a condizione che non si prenda il termine – mi ripeto!! – come l’espressione di grazie mistiche straordinarie. C’è infatti una contemplazione che è alla portata di tutti e che è il coronamento normale di un cristianesimo preso sul serio.

    Con queste premesse, è evidente che prima di tutto è dono, assoluto e gratuito dono di Dio che si fa conoscere da noi. Noi possiamo chiedere di contemplare il suo volto, ma poi… possiamo solo attendere e desiderare.

     

    Essendo dunque dono gratuito di Dio… non può esistere un manuale di istruzioni sul come fare. Possiamo però provare a dire qualcosa sul che cos’è la contemplazione.

    La sua fonte è biblica: è un «elevarsi dell’anima» che parte dalla lettura della parola di Dio. Il Concilio si esprime così:

    «Questa Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura dell’uno e dell’altro Testamento sono come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina sulla terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com’egli è» (DV 7).

    Perciò si distingue da qualsiasi speculazione filosofica e naturalistica.

    La Bibbia non usa i termini contemplazione e contemplare, ma preferisce i verbi conoscere, vedere e soprattutto ascoltare, che è il verbo più usato nell’AT.

    La contemplazione cristiana non è un’introspezione psicanalitica, né una capacità visionaria; ma attinge dal di fuori il suo oggetto che entra, più che per l’occhio, per l’orecchio: attraverso l’ascolto o la lettura della Parola.

     

    2) Il suo culmine è assaporare la rivelazione divina: «gustare le gioie della dolcezza eterna». Nella tradizione latina contemplare e sapere sono sinonimi. È contemplazione ogni volta che con la lampada della Parola (cf. Sal 119,105) si coglie il piano sapienziale di Dio, nel suo insieme o sotto qualche aspetto particolare.

     

    3) Il suo obiettivo è Dio: l’anima si eleva al di sopra di sé, «rimanendo come sospesa in Dio». Non si tratta di una conquista dal basso, affidata alle forze della ragione. Dio è al di là di ogni immaginazione umana. Nella pienezza dei tempi «ha deciso di entrare in modo nuovo e definitivo nella storia umana inviando a noi il suo Figlio» (AG 3), «immagine del Dio invisibile» (Col 1,15).

     

    La contemplazione cristiana quindi non è speculazione o introspezione, ma apertura a una realtà oggettiva, storica. Uno dei testi più luminosi al riguardo sta nel prologo della prima lettera di Giovanni, dove l’esperienza contemplativa degli apostoli ha per oggetto la rivelazione storica della vita divina in Cristo (“ciò che”: 1Gv 1,1-3).

    Nella lectio divina la contemplazione consiste nel fissare lo sguardo e il cuore in Dio, quale si rivela nella storia, e nel vedere la storia alla luce della parola di Dio. La lectio divina diventa una scuola dove imparare a «pensare secondo Dio» (Mt 16,23), a interpretare ogni situazione secondo «il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16). Con tale esercizio l’occhio è spinto a vedere sempre più tutte le cose nello stadio definitivo, secondo il compimento escatologico.

     

    Possiamo far riferimento al termine utilizzato in greco per indicare contemplazione: theoria, e significa vedere, andando dentro a ciò che si osserva. Ora il punto di riferimento di questo termine greco, theoria, è, nella tradizione cristiana, uno soltanto: il Cristo crocifisso. San Luca adopera per l’unica volta in tutto il Nuovo Testamento il termine theoria solo per indicare questa visione di Cristo crocifisso.

    Per i Padri antichi questo significa che colui che ha il dono della theoria, della contemplatio, è sempre uno che ha davanti a sé il mistero del Cristo crocifisso come asse portante della storia, come la Parola che tutta la storia ha rivelato e rivela. In questo caso il contemplativo sarebbe allora colui che guarda tutto a partire da questa visione del Cristo crocifisso, un uomo che vede in tutte le pieghe della storia umana e del mondo l’annunzio e la manifestazione del Cristo crocifisso.

    Anche in questo caso vediamo però che il cristiano contemplativo non è fuori dalla storia e non si riferisce a cose esterne alla storia, ma è colui che è nel cuore della storia, è colui che si riferisce al cuore stesso delle cose e degli avvenimenti.

    E là dove gli occhi dell’uomo vedono soltanto uno sfiguramento di volto umano, gli occhi della fede vedono la riconciliazione nel Signore, nel Figlio di Dio crocifisso per l’uomo. Quindi l’annunzio che porta il contemplativo è anche qui un annunzio di pace, è una bella notizia che parte come da fonte di grazia dal Cristo crocifisso.

    Ovviamente tutto questo in prospettiva della notte di pasqua. È questa la visione del contemplativo. Educato alla scuola della parola di Dio, egli sa benissimo che il Signore non permetterà che il suo santo veda la corruzione. Il Signore non permetterà che l’ultima parola sia detta dal male, dal peccato alla morte. Perché, proprio quando raggiunge la profondità dell’abisso del male, proprio lì il contemplativo sa che il Signore risponderà al grido d’aiuto che sente uscire dall’uomo.

     

    Alla radice della contemplazione, in tutte queste forme, c’è in concreto la trasfigurazione determinata nell’uomo dalla sua conformazione alla parola di Dio.

     

     

    H. Collatio

    1. Che cos’è

    La collatio è condivisione vitale di quanto Dio ci ha donato di vivere nella lectio.Non è dunque un’omelia o una dotta dissertazione sul testo… ma è consegnarci reciprocamente gli uni gli altri.

    È un momento molto delicato. È bene che ci sia qualcuno che aiuti il gruppo a rimanere in un clima di preghiera, di ascolto.

    S. Basilio (sec. IV, Epistola I, 2, 5, PG 32, 229), che doveva avere molta esperienza di vita comune, ci dona alcune note che mi sembrano utili per una collatio:

    «Parlare conoscendo l’argomento,

    interrogare senza voglia di litigare,

    rispondere senza arroganza,

    non interrompere chi parla se dice cose utili,

    non intervenire con ostentazione,

    essere misurati nel parlare e nell’ascoltare,

    imparare senza vergognarsene,

    insegnare senza prefiggersi alcun interesse,

    non nascondere ciò che si è imparato dagli altri»

      

     

    I. E al termine?

    Nella lectio comunitaria, chi ha guidato la collatio può spendere qualche minuto per sintetizzare – a beneficio di tutti – i significati principali emersi nella collatio stessa. Questa sintesi può essere proposta anche come preghiera finale. La conclusione può essere affidata ad un canto.

     

    Nell’esperienza personale, si può terminare con un salmo, con la preghiera sgorgata nella oratio. In ogni caso si faccia in modo che il ritorno alle occupazioni avvenga con calma.

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