• 28 Feb

    II

    IL DIO DELLA VITA

    di p. Attilio Franco Fabris


    La Scrittura apre davanti a noi le sue pagine parlandoci di un Dio vivente che chiama alla vita tutte le cose, che progetta l’uomo affinché possa  condividere la sua stessa vita. Dice il Salmo 36: “E’ in te la sorgente della vita”.

    Da un capo all’altro la Scrittura è pervasa da un senso profondo della vita in tutte le sue forme.

    E l’uomo preso da stupore per la scoperta della vita in se stesso e in tutto ciò che lo circonda, consapevole che esso da un momento all’altro può essere ripreso, persegue e chiede a Dio questo dono con una speranza instancabile: “Stavo bene e pensavo: «Non corro alcun pericolo». Tu sei stato buono con me, mi hai reso stabile come una montagna, ma quando mi hai nascosto il tuo sguardo, la paura mi ha preso. A te, Signore, ho gridato, a te ho chiesto pietà: «Se muoio e finisco nella tomba che vantaggio ne avrai? I morti non possono lodarti, non proclamano la tua fedeltà. Ascoltami, Signore, abbi pietà, Signore, vieni in mio aiuto” (Sal 30,7-11).

    NELL’ANTICO TESTAMENTO

    La vita compare nelle ultime tappe della creazione, come suo coronamento. Nel quinto giorno nascono “i grandi cetacei, gli esseri viventi che guizzano e pullulano nelle acque” (Gn 1,21) e gli uccelli. A sua volta la terra produce altri esseri viventi (1,24). Infine Elohim crea, a sua immagine, il più perfetto dei viventi: l’uomo.

    E, per assicurare a questa vita nascente la continuità e la crescita, Dio le fa’ dono della sua benedizione: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (1,22.28).

    Dunque la prima parola di Elohim per l’uomo, è una parola di benedizione per la vita, per la sua crescita, per il suo sviluppo e incremento.

    La crescita è la legge della vita. Essa si deve moltiplicare. Ma l’uomo non deve far solo quest’opera di “moltiplicazione”, egli è chiamato bensì anche ad una ulteriore opera di “crescita” nella sua responsabilità: egli deve avere dominio sul mondo, ovvero governarlo dome luogotenente del Dio Creatore (Gn 1,22.28.;9,7).

    L’uomo, per vivere correttamente questa sua vocazione, avrà sempre coscienza che la sua vita, la sua crescita non trova origine in lui stesso, ma nel Dio della vita: “Cresce forse il papiro fuori della palude e si sviluppa forse il giunco senz’acqua?” (Gb 8,11).

    O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato te, la fonte di acqua viva, il Signore” (Gr 17,13)

    E’ la benedizione del Creatore infatti che assicura il principio della vita, il suo permanere e il suo crescere.

    Sant’Ireneo vescovo di Lione nel IV secolo, dirà  che nel creare l’uomo, Dio lo fece bambino perché potesse crescere: gloria Dei homo vivens.

    Rileggendo sotto questa angolatura la storia della salvezza risulta evidente come JHWH abbia avuto un progetto fondamentale disatteso per l’umanità intera: che essa non solo crescesse nel numero ma anche nella sua fedeltà e nel suo amore.

    L’umanità disobbedendo a questo progetto ha fatto entrare la forza del male nella sua storia: un male che porta con sé la morte, l’assenza della vita: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”(Gn 3,19).

    Ma Dio è fedele. Da quel momento la sua azione sarà un continuo riproporre all’uomo il ritorno a lui, con la conseguente uscita da ogni situazione di morte, affinché l’uomo possa ritrovare e risperimentare  il dono della vita vincendo la gravitazione negativa dell’abisso della morte.

    Ripercorrendo le pagine della Scrittura appare evidente di come JHWH abbia perseguito fedelmente questo progetto fondamentale: “Quando Israele era giovinetto io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio… Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano… Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4).

    Così la storia dell’Alleanza, l’offerta della vita che si concretizza nel dono della Thorà (=Legge), tra Dio e il suo popolo è contrassegnata dagli interventi di Dio al fine di farlo crescere nella libertà e nella responsabilità. Questi interventi si manifestano nella sconfitta delle forze statiche della morte che rischiano di far naufragare il piano della salvezza: “Ponete nella vostra mente tutte le parole che io oggi uso come testimonianza contro di voi. Le prescriverete ai vostri figli, perché cerchino di eseguire tutte le parole di questa legge. Essa infatti non è una parola senza valore per voi; anzi è la vostra vita; per questa parola passerete lunghi giorni sulla terra di cui state per prendere possesso passando il Giordano” (Dt 32,46s)

    Ecco così che ad Abramo Dio rivolge l’invito ad uscire dalla sua terra, dalla staticità dell’adorazione di idoli falsi e morti, ad incamminarsi. Gli viene proposto un cammino, un itinerario con una meta.

    La vita si rivela un compito da portare a termine: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo Padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gn 12,1).

    Israele schiavo in Egitto fa’ esperienza di un Dio che irrompe improvviso nella rassegnazione della sua situazione di schiavitù come liberatore, che lo strappa da una situazione di morte letta come perdita di speranza, ripiegamento su di sé.

    Israele fa’ esperienza di questa uscita e di un lungo cammino, faticoso e sofferto ma necessario alla sua crescita affinché egli possa imparare a rispondere all’Alleanza del suo Dio: “Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso… Il Signore marciava alla loro testa” (Es 13,18s).

    Anche la predicazione dei profeti si situa sempre in questa direzione: Dio vuole dare la vita al suo popolo, e tramite lui all’umanità intera. Ad es. Ezechiele di fronte alla tremenda catastrofe del 586, la distruzione di Israele e la deportazione a Babilonia, annuncia al popolo che ormai si crede morto, abbandonato che JHWH ridonerà la vita: “Ecco io apro i vostri sepolcri e vi resuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese di Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi resusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio! Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (37,12-14).

    E come non ricordare il grande e tenerissimo racconto nuziale di Ez. 16? JHWH raccoglie con premura materna quella bambina, che raffigura Israele, appena nata, abbandonata nei campi, sporca di sangue e a cui non era ancora stato tagliato il funicolo ombelicale. Era destinata irrimediabilmente alla morte. Ma JHWH la prende con sé, la alleva con cura, la fa’ crescere affinché divenga sua sposa: “Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza” (16,6s).

    NEL NUOVO TESTAMENTO

    Il dono della vita all’umanità raggiunge il suo vertice e la sua completezza nel dono del Verbo della vita: “In lui era la vita”(Gv 1,4a).

    Il dono della vita non è più perciò mediato dalla Legge ma è offerto nella sua pienezza nell’incarnazione del Verbo: “Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”(Gv 1,17).

    La vita che ci viene donata nel Verbo allarga la sua dimensione sull’eternità di Dio, è molto più del solo esistere biologico: diviene tensione ad una pienezza alla comunione con l’origine stessa di ogni vita: è questa la “grazia” di cui parla Giovanni: la promessa di una vita eterna in comunione con Dio.

    Nell’Incarnazione il Verbo eterno assume la vita umana in tutta la sua realtà, diviene soggetto alle leggi della condizione umana: è in primo tempo un bambino che nasce da donna, che cresce in forza e sapienza (Cfr. Lc 2,40.52). E questo sta ad indicare il collocarsi di Gesù in modo reale sul cammino di crescita di ogni uomo. Si tratta di un dinamismo di crescita non semplicemente umana ma bensì di fedeltà ed obbedienza alla volontà del Padre.

    La vita di Gesù e la missione con cui essa si identifica, in modo particolare in Luca, sono descritte come un itinerario, un cammino, una crescita, una salita verso un compimento: Gerusalemme.

    Anche la realtà del Regno, della Chiesa suo sacramento, è presentata in termini dinamici di crescita vitale: il vangelo parla di granellino di senape, di lievito, gli Atti parlano di accrescimento progressivo del numero dei credenti (cfr 2,41) e di crescita della Parola: “Intanto la Parola di Dio cresceva e si diffondeva” (12,24).

    Inserito per il battesimo in Cristo e nella Chiesa anche il singolo discepolo è chiamato a crescere nella maturazione della sua vita cristiana.

    Egli deve crescere nella fede (cfr. 2Cor 10,15); nella conoscenza di Dio, fruttificando in ogni opera buona e crescendo nella carità (cfr. Col 1,10).

    E’ Dio che opera anzitutto questa crescita (cfr. 1Cor 3,6-9), ed è lo Spirito “che è Signore e dà la vita” che fa progredire verso Cristo, il capo del corpo. Dunque la crescita per il cristiano ha una meta ben precisa l’aderire sempre più a Cristo, e farlo crescere in sé conformandosi sempre più a Lui: “Quelli che da sempre ha conosciuto (il Padre) li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29).

    In tal modo sia il corpo mistico di Cristo sia il singolo credente, vengono edificati con Cristo e verso Cristo.

    In Cristo ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,21s)

    La forza dinamica di questa crescita è la carità. Il testo fondamentale lo ritroviamo nella lettera ai cristiani di Efeso: “E’ lui che ha stabilito alcuni… al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto nella misura in cui conviene alla piena maturità di Cristo… Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (4,11-16).

    Abbiamo dunque una meta e uno strumento per raggiungerla: arrivare alla statura di uomo perfetto (Cristo) nella forza dinamica dell’amore.

    Allora deduciamo che: vocazione primaria fondamentale dell’uomo, del cristiano che ha la conoscenza, è il saper riconoscere la vita come dono offerto da un Altro, Dio, un dono che diviene compito, che richiede un cammino verso una meta ben precisa. Si tratta di dire di sì alla vita.

    In Paolo questo sì alla vita si trasforma addirittura in un “correre verso la meta”: “Fratelli io non ritengo di essere giunto ancora alla meta. Questo soltanto io so. Dimentico del passato e proteso verso il futuro corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù” (Fil 3,13-14).

    Tale corsa anche per l’autore della Lettera agli Ebrei non è opzionale, ma un imperativo per ogni discepolo: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (12,1-2).

    SCHEDA DI LAVORO

    1.                 Mi guardo attorno. Tutto ciò che vedo è vivo, è pregno di vita. Riconosco in ogni cosa la presenza e l’azione dello Spirito di vita.

    2.                 Mi fermo, prendendo coscienza del mio esistere. Sono vivo. Questa vita mi è stata donata, non mi appartiene. Essa è un dono del Padre che mi ha chiamato all’esistenza dall’eternità.

    3.                 Vi sono, o vi sono state, situazioni in cui ho sperimentato situazioni di morte, di non senso, di ripiegamento, di sfiducia. Momenti in cui la speranza ha lasciato il posto alla disperazione. Ma ho altrettanto sentito che la spinta alla vita spingeva in avanti, ad una non resa. Lì ho sperimentato come il Dio della vita mi accompagna e mi sostiene.

    4.                 La vita cristiana è una crescita verso la piena conformazione a Cristo. Quando un cristiana non avverte più il desiderio, una spinta, ad un perfezionamento, ad una sempre maggiore fedeltà alla Parola di Dio, è segno che in lui il dono della fede rischia di spegnersi o è già spento. Posso dire che in me la fede è viva?

    LETTURA


    NON FERMARTI: CONTINUA A CAMMINARE

    E Mosè scrisse riguardo alle loro tappe e alle loro soste a causa della parola del Signore (Nm 33,2). Egli scrisse dunque cose: “A causa della parola del Signore”, affinché, leggendole, noi vediamo quante tappe, quante soste ci attendono nel viaggio verso il regno, e ci prepariamo a questa strada; affinché, alla vista del cammino che dobbiamo fare, non lasciamo consumare nella debolezza e nell’inazione la durata della nostra vita, e non ci attardiamo nelle vanità di questo mondo, prendendo piacere a ogni diletto della vista o dell’udito, o ancora del tatto, dell’odorato e del gusto: affinché i giorni non se fuggano così, affinché il tempo non scorra senza che noi ci affrettiamo a coprire la distanza del viaggio da fare, affinché non veniamo meno per via e non subiamo la sorte di coloro che non poterono arrivare al termine e “le cui membra sono cadute nel deserto” (Ebr 3,17). Noi siamo in viaggio, noi siamo venuti in questo mondo solo per passare di virtù in virtù, e non restare sulla terra per amore degli oggetti terrestri, come chi dicesse: “Distruggerò i miei granai, e ne costruirò di più grandi… e dirò all’anima mia: Anima mia, tu hai molti beni riposti nel granaio per molti anni… mangia, bevi e rallegrati” (Lc 12,18s). Ah! Che il Signore non ci dica come a lui: “Insensato, questa notte stessa ti sarà rapita l’anima”. Egli non ha detto: “Questo giorno”, ma “questa notte”: quest’uomo è colpito la notte, come lo furono i primogeniti d’Egitto” perché ha amato il mondo e condiviso la vita “dei principi di questo mondo delle tenebre” (Ef 6,14). Ora questo mondo è chiamato tenebre e notte a causa di coloro che vivono nell’ignoranza e non ricevono la luce della verità. Costoro non partono da Ramesse e non vanno a Succot.

    Origene, Omelia 27 sui Numeri, 2-3

  • 27 Feb

    1. IL CAMMINO DI DIO E DELL’UOMO

    p. Attilio Franco Fabris

    L’uomo “biblico” è un nomade. Nella sua esistenza i concetti di strada, via, sentiero, cammino hanno un valore fondamentale. Con tutta naturalezza egli si serve di questo vocabolario per parlare della sua esperienza umana, morale e religiosa: “Beato il popolo che cammina alla luce del tuo volto”(Sal 89,16);  “Siano diritte le mie vie nel custodire i tuoi precetti”(Sal 119,5).

    All’epoca del giudaismo la dottrina delle “due vie” riassume la condotta che gli uomini possono scegliere. Esistono infatti due modi di comportarsi, due diversi cammini: uno buono e l’altro cattivo: “La strada dei giusti è come la luce dell’alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio. La strada degli empi è come l’oscurità: non sanno dove saranno spinti a cadere” (Pr 4,18s).

    La via della virtù  è dunque strada diritta e perfetta (cfr. 1Sam 12,23) e consiste nel praticare la giustizia, nel praticare la verità, nel ricercare la pace. Tutti gli scritti sapienziali proclamano che questa è la via della vita; essa assicura lunghezza e prosperità di esistenza: “Per l’uomo assennato la strada della vita è verso l’alto; per salvarlo dagli inferi che sono in basso” (Pr 15,24).

    La via cattiva invece è tortuosa, è quella scelta dagli insensati, dai peccatori, dai malvagi. Essa porta alla perdizione: “La via degli empi andrà in rovina” (Sal 1,6), e alla morte: “Nella strada della giustizia è la vita, il sentiero dei perversi conduce alla morte” (Pr 12,28).

    Tra queste due vie l’uomo è libero di scegliere ed ha la responsabilità della sua scelta: “Vedi io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva e ti moltiplichi e il Signore tuo Dio ti benedica nel paese che tu stai per entrare a prendere in possesso. Ma se il tuo cuore si volge indietro e se tu non ascolti e ti lasci trascinare a prostrati davanti ad altri dei e a servirli, io vi dichiaro oggi che certo perirete, che non avrete vita lunga nel paese di cui state per entrare in possesso passando il Giordano… Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità” (Dt 30,15-20).

    Anche Gesù segnala l’angustia del sentiero che conduce alla vita, e l’esiguo numero di coloro che l’imboccano; mentre la maggioranza segue la via larga che conduce alla morte: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano” (Mt 7,13s).

    LE VIE DI DIO

    Abramo si è messo in cammino all’appello di Dio: “Il Signore disse ad Abram: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò” (Gn 12,1).

    Con questa chiamata fatta al padre dei credenti incomincia un grande cammino, durante il quale l’atteggiamento più importante da parte dell’uomo sarà il riconoscere le strade di Dio e seguirle.

    Queste “vie” a volte appaiono sconcertanti: “Le mie vie non sono le vostre vie” (Is 55,8) dice il Signore che però assicura il loro esito di pienezza di vita.

    Di questo cammino l’esodo è l’esempio privilegiato. Durante questo tempo Israele sperimentò che cosa significa “camminare con il suo Dio” (Mi 6,8) ed entrare nella sua alleanza.

    Dio stesso si mette alla testa del suo popolo per aprirgli la strada verso la vita e la libertà, e la sua presenza è nube di giorno e fuoco di notte (cfr Es 13,21).

    Il mare simbolo di morte, dell’abisso del caos, non può arrestare il cammino di Dio liberatore:  “Sul mare fu la tua via, il tuo sentiero sulle acque innumerevoli” (Sal 77,20), cosicché Israele può  sfuggire al giogo di morte degli egiziani ed essere liberato.

    Poi c’è la marcia nel deserto: “Dio quando uscivi davanti al tuo popolo quando camminavi per il deserto”(Sal 68,8). Dio vi combatte per il suo popolo e lo sostiene come un uomo sostiene il proprio figlio; gli procura il necessario sostentamento e veglia perché nulla gli manchi.

    Ma Dio interviene pure per punire Israele delle sue mancanze di fede. Il cammino con Dio in effetti è difficile. Il cammino del deserto è cammino di prova. Perciò la via di Dio è divenuta lunga e sinuosa. “Per quarant’anni…”.

    Ma essa non manca di giungere a compimento: Dio conduce il suo popolo al riposo, alla terra dove scorre “latte e miele”.

    Viene rivelato con ciò come sempre “i sentieri di JHWH sono amore e verità” (Sal 25,10).

    Il ricordo del cammino dell’esodo sarà ravvivato ogni anno a Pasqua e nella Festa delle Capanne. I pellegrinaggi a Gerusalemme contribuiscono a fissare la nozione di “via sacra” che porta a contemplare il volto di Dio.

    LA THORAH

    Giunto alla terra promessa Israele deve nondimeno continuare a camminare nelle vie del Signore (cfr. Sal 128,1). Nel dono della Legge Dio ha rivelato al suo popolo “tutta la via della conoscenza”. Occorre che egli “cammini nella legge del Signore(Sal 119) per mantenersi nella sua alleanza ed avanzare verso la luce, la pace e la vita.

    La dimenticanza e la disobbedienza al dono della legge porta Israele alla catastrofe. Egli dovrà essere condotto in esilio, su una strada che va esattamente a ritroso dell’esodo.

    Ma i profeti ricordano al popolo deportato che Dio è fedele e non si arrende di fronte al peccato; la sua alleanza non può venir meno, bisogna perciò “preparare nel deserto una strada per JHWH” (Is 40,3) perché Israele torni nuovamente salvato e liberato alla terra promessa ai padri.

    CRISTO VIA VIVENTE

    Il ritorno dall’esilio è ancora soltanto una immagine della realtà definitiva.

    Questa è annunziata dal Battista con gli stessi termini di Isaia: “Preparate la via del Signore”.

    Gesù inaugura un nuovo esodo che porta effettivamente al riposo di Dio (cfr Ebr 4,8s). Egli chiama gli uomini a seguirlo: “Seguitemi…” (Mt 4,19).

    La trasfigurazione illumina per un istante la strada di Gesù e del discepolo, prima di iniziare il cammino tortuoso e doloroso della passione. L’ingresso nella gloria non può avvenire se non per la via della croce:: “Se qualcuno vuol venire dietro a me prenda la sua croce…”(Lc 9,23s).

    Luca contempla Gesù che si pone risolutamente in cammino verso Gerusalemme, ascesa al cui termine è il suo sacrificio.

    E’ un sacrificio che ci apre una nuova strada: mediante il sangue di Cristo noi abbiamo ormai accesso al vero santuario; attraverso la sua carne Gesù ha inaugurato per noi una via nuova e vivente: “Avendo dunque, o fratelli, la confidenza di entrare nel santuario, nel sangue di Gesù, via che egli ha inaugurata per noi nuova e vivente attraverso il velo, cioè la sua carne” (Ebr 10,19s).

    Negli Atti degli Apostoli il cristianesimo nascente è chiamato “la via”. Di fatto i discepoli hanno coscienza di aver trovato la vera strada che fino allora non era manifesta, che essa non è più la Legge ma Cristo stesso: “Io sono la via”( Gv 14,6). In lui avviene la vera pasqua e il vero esodo.

    In lui dobbiamo camminare: “Camminate dunque nel Signore Gesù Cristo, come l’avete ricevuto” (Col 2,6).


    LA VITA E’ UNA CORSA

    Se l’esistenza umana spesso è paragonata al cammino, essa si trasforma addirittura in una corsa quando si vuole esprimere un’obbedienza pressante o una missione urgente: “Non ritengo la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù” (At 20,24).

    Ma correre può stare ad indicare anche  la gioia di una vita giusta e fedele ai sentieri di Dio: “Io corro sulla via dei tuoi comandamenti perché tu mi hai dilatato il cuore” (Sal 119,32). “A coloro che sperano nel Signore spuntano delle ali come aquile: corrono e non sono stanchi” (Is 40,31).

    Trasferito nel linguaggio del Cantico dei Cantici questa tensione di tutta l’esistenza al servizio del Signore diventa la frenesia della sposa rapita di gioia alla voce dello sposo: “Trascinami dietro di te, corriamo” (Ct 1,4).

    E questo ci rimanda significativamente alla corsa di Pietro e Giovanni al sepolcro del Signore il mattino di Pasqua (cfr. Gv 20,4).

    In Paolo l’esistenza cristiana questa corsa diventa una gara sportiva che esige sacrifici e rinunce per riportare la vittoria: “Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto, essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza meta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato” (1Cor 9,24-27).

    La vita del cristiano è un protendersi verso i beni futuri sperati nella fede: “Dimentico della via percorsa, proiettato con tutto il mio essere in avanti, io corro diritto verso la meta per riportare il premio della celeste chiamata di Dio in Cristo Gesù” (Fil 3,12).

    Quale gioia per il credente poter dire come Paolo al termine del suo cammino: Ho combattuto sino alla fine la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede (2 Tm 4,7).

    SCHEDA DI LAVORO

    1. Mi sono poste dinanzi in ogni istante due vie: la via della vita e la via della morte.

    –          come intendo queste due espressioni applicate alla mia vita?

    2. Nella mia vita mi sono capitate (o mi stanno capitando) occasioni significative in cui mi sono trovato ( o mi trovo) ad un bivio:

    – quali? Le nomino.

    – ne scelgo una: come ho vissuto ( o come vivo) il trovarmi a decidere?

    – cosa ho scelto? Mi sembra di aver aderito ( e di aderire) alla via della vita? Se sì perché?

    3. Ad Abramo è stato chiesto di uscire dalla sua patria e di mettersi in cammino, ai discepoli Gesù domanda di lasciare tutto per seguirlo:

    – Dio mi mette in cammino: se sì in che modo?

    – che cosa sento di aver sinora lasciato?

    –          che realtà sento  che mi tengono ancora legato e fermo?

    –          Che cosa il Signore mi chiede di  abbandonare per potermi mettere in cammino (cose, relazioni, affetti, luoghi…)?

    UNA LETTURA

    La strada: due possibilità di conoscenza

    Durante i miei corsi di meditazione, per far prendere coscienza che oltre alla conoscenza razionale ce ne sono anche altre, sono solito proiettare una diapositiva che rappresenta una strada, e faccia quindi sperimentare, una dopo l’altra, le due specie di conoscenza anzitutto lasciando contemplare a lungo l’immagine, e pi comincio a far rivivere il primo tipo di conoscenza dicendo: Con l’intelletto io posso conoscere la strada come realtà esteriore. Quindi continuo in modo da avere l’approvazione degli ascoltatori: la strada è terra battuta con sopra della ghiaia. Essa è immobile, a differenza degli animali o delle piante non si muove al vento. In se stessa è anche senza rumori. Ha sempre la stessa forma; nona giunge più nessuna curva alle già esistenti. E’ passiva, non agisce. Durante le mie considerazioni sul suo conto, essa mi sta di fronte, separata da me. C’è però, un altro modo con cui io posso conoscere la strada e parlare di essa. Faccio quindi delle affermazioni quasi contrarie alle precedenti ricorrendo sempre a dei verbi di azione, la strada viene da una parte e va in un’altra direzione. Si apre, si snoda, si allunga, si perde, finisce. Mi invita, mi attira, mi promette qualcosa, mi prospetta una meta, mi porta, mi conduce. Mi dischiude il paesaggio, mi esorta alla fiducia, mi impedisce di perdermi. Se è ripida mi stimola; se è comoda mi invita alla distensione. La strada mi può salvare, liberare (la via della fuga). Osserviamo: soltanto ora la strada ci si dà a conoscere nella sua vera natura, nella sua pienezza. E’ qualcosa di più di terra battuta. Devo lasciarla operare in me. Prima ne ero rimasto lontano, distaccato, ora sono in contatto con essa. E’ in questa fase che iniziano gli sviluppi. Incontrandosi con me, la strada si esprime nella sua vera natura, mi parla, mi rimette in movimento, mi chiama in causa. Non è più soltanto fuori, ma anche in me; io non sono più solo in me, ma ho dilatato il mio interno fino ad essa. Io la interiorizzo… Una volta che nell’incontro ne ho compreso la vera essenza, posso usarla come immagine. Ecco che parlo di “strada della vita”. Ora non è più questione di terra o di ghiaia, ma di qualcosa di più profondo, nascosto nella sua vera natura. E’ strano, ma evidentemente questo qualcosa esiste.Ecco perché Cristo può anche affermare: “Io sono la via”…

    Karl Tilmann, Guida alla meditazione, Brescia 1982, pp.37-38


  • 26 Feb

    11 annotazione pratiche per il servizio liturgico del lettore

    1. Il leggere le letture durante l’Eucarestia è un’azione sacra; più precisamente si tratta di un “ministero” (=servizio) liturgico vero e proprio sempre esistito e stimato nella tradizione liturgica della Chiesa Cattolica e Orientale.  Si tratta del servizio fondamentale del proclamare la stessa Parola di Dio e non un parola qualsiasi!

    2. Al lettore si esige una vita di fede autentica e una condotta morale adeguata al servizio pubblico che egli ricopre nell’assemblea eucaristica (chi vive in una situazione moralmente contraddittoria della fede cattolica non può svolgere questo servizio.

    3. Svolgi questo servizio come un gesto concreto di amore e di umile servizio per la comunità cristiana; come un dono e un’occasione per vivere la tua appartenenza a Cristo e alla comunità cristiana. Non compiere questo gesto per ostentazione o per far bella mostra di te.

    4. Il primo scopo che devi aver chiaro quando leggi è che gli ascoltatori che hai dinanzi devono sentire e capire ciò che viene letto!

    5. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile che tu abbia a prepararti bene prima di svolgere il tuo compito: non improvvisare mai la lettura! (Meglio ancora se possedendo un messalino festivo tu possa già molto prima della celebrazione preparare la lettura)

    6. Cerca anzitutto tu di capire bene quel che dovrai leggere: è una regola basilare. Se non capisci quel che leggi non lo potrai proclamare correttamente e con frutto all’assemblea.

    7. Quando è il tuo turno esci dai banchi, ai piedi dell’altare, prima di salire all’ambone (=luogo da cui si proclama la Parola) fai con calma un inchino (evita genuflessioni o segni di croce). Fai attenzione a che il microfono sia all’altezza della tua bocca.

    8. la dignità e solennità della proclamazione della Parola richiede che la lettura sia fatta dal Lezionario (il libro liturgico che contiene le letture) e non dal foglietto che hai sui banchi.

    9. Altra regola essenziale! NON AVER FRETTA! Di terminare la lettura. Faresti un pessimo servizio. Sii puntiglioso nel rispettare la punteggiatura e la spaziatura. Ma soprattutto ascolta, assimila e gusta tu per primo ogni parola che pronunci! Usa una voce chiara, forte: non mangiare le parole e le finali.

    10. Già durante la tua preparazione cerca il tono più adatto alla lettura che dovrai proclamare: altro è un racconto, altro un testo sapienziale, altro un testo profetico e così via… fai però attenzione a non scadere mai nella teatralità.

    11. al termine della lettura ritorna davanti all’altare che rappresenta Cristo, fai l’inchino e torna con calma e non di corsa al tuo posto


    Dall’Introduzione al Messale Romano n. 66

    Il lettore è istituito per proclamare le letture della sacra Scrittura, eccetto il vangelo; può anche proporre le intenzioni della preghiera universale e, in mancanza del salmista, recitare il salmo interlezionale.

    Il lettore nella celebrazione eucaristica ha un suo ufficio proprio, che deve esercitare lui stesso, anche se sono presenti ministri di ordine superiore.

    Perché i fedeli maturino nel loro  cuore, ascoltando le letture divine, un soave e vivo amore della sacra Scrittura, è necessario che i lettori incaricati di tale ufficio, anche se non ne hanno ricevuta l’istituzione, siano veramente idonei e preparati con impegno.

  • 26 Feb

    Alcune considerazioni pratiche

    sulle nostre Celebrazioni Eucaristiche

    di p. Attilio Franco Fabris

    Un dono e un’occasione di incontro non solo un… precetto


    La Chiesa invita a riscoprire la centralità dell’Eucaristia domenicale ad ogni discepolo del Signore Gesù. Non sei chiamato a vivere la tua partecipazione alla Eucaristia domenicale anzitutto come un dovere (ma è anche questo!), un “qualcosa da dare a Dio”. Lui non ha bisogno di nulla: quello che ci chiede è solo per noi. Chiamandoti a partecipare alla messa domenicale è Lui che ti chiama per donarti ciò che ha di più prezioso: la sua Parola e la Carne e il Sangue del Figlio suo. Allora tu ,cristiano, vivi la Messa come un suo dono, un appuntamento immancabile e prezioso con Colui che è la speranza della tua vita.

    Ricorda che rimane tuttora valido il comandamento di “Santificare le feste” e che perciò sussiste il “precetto” (ovvero del dovere morale sotto pena di peccato grave) della partecipazione alla santa Messa domenicale e nelle feste di precetto: gli unici validi motivi per cui è possibile esserne esonerati sono per malattia, anzianità, assistenza ad ammalati gravi o bambini piccoli, o altri impedimenti gravi o improvvisi. Tutti gli altri motivi per il cristiano non sono validi! Cosa vi può essere di più importante dell’incontro con Dio e dell’ascolto della sua Parola e del mangiare e bere il Corpo e Sangue di Gesù?

    Soprattutto se sei genitore non scordarti dell’impegno solenne assunto, nel giorno del battesimo dei tuoi figli, dinanzi a Dio e alla Chiesa di educarli nella fede. Che senso avrebbe “costringere” i figli alla prima comunione, alla cresima, se tu per primo non vivi quello che chiedi loro di fare? Sarebbe stato più onesto ed educativo non avanzare la richiesta dei sacramenti per i figli se i genitori non li vivono.

    Di conseguenza a ciascuno di noi la fedeltà e serietà nel vivere, anche a costo di sacrificio, questo incontro settimanale col Signore e la comunità. Non vi può essere vita cristiana senza eucaristia: sarebbe come voler vivere senza mangiare né bere!  Il pretenderlo è vivere in una grande illusione spirituale; significherebbe pretendere di andare a Dio e vivere di lui a prescindere dalle strade che Lui stesso ha predisposto per incontrarlo.


    Sei figlio nella casa del Padre tuo, non un servo che se ne deve stare lontano…

    La celebrazione eucaristica è un banchetto a cui si mangia alla stessa mensa: come una grande famiglia. Sentiti in una grande famiglia! Se io vengo invitato a casa vostra, voi sicuramente mi inviterete ad entrare, a venire in salotto e non a starmene impacciato sulla porta. Se lo facessi pensereste: Questo qui non vede l’ora di andarsene, non gli interessa nulla di noi, e interpretereste il gesto come indelicato se non addirittura maleducato. Vedi allora che non ha significato per il cristiano rimanere in fondo alla Chiesa, vicino alle porte, o nascosti dietro le colonne. Il messaggio implicito che in questo caso viene lanciato da costoro è: “di quel che accade sull’altare non è affar mio, ma del prete. Io non c’entro!” Ricorda: Alla messa sei attore e non spettatore!

    Questo atteggiamento non è neppure testimonianza per chi magari sporadicamente partecipa alla messa. Vedere dei cristiani così distaccati, lontani da quel che dovrebbe essere la ragione del loro esser lì diviene motivo in più per dire: “questi qui sono qui per un dovere, e non vedono l’ora di andarsene perché allora ci dovrei venire?”.

    Allora un piccolo impegno: non aver paura di venire davanti, ai primi posti. Senti questo come un privilegio del tuo essere figlio nella casa del Padre, non un servo che se ne sta il più lontano possibile dal padrone. Se vedi banchi vuoti all’inizio della messa, abbi la gentilezza di venire avanti e magari di invitare altri a fare lo stesso. Ti sentirai partecipe della messa e non uno spettatore lontano e disinteressato.


    Renditi disponibile: esercita il diritto-dovere di svolgere il tuo ruolo


    Nella celebrazione eucaristica sono tanti i servizi che puoi svolgere per rendere più bella, partecipata e dignitosa la liturgia.

    C’è il servizio del lettore che proclama dall’ambone la Parola di Dio. Ritorneremo con calma su questo fondamentale servizio che deve essere svolto con competenza e dignità.

    C’è il servizio del ministro dell’altare  che non è delegato solo ai bambini anzi nella chiesa è un ministero ufficiale di per sé svolto da adulti che si chiama “accolitato”, c’è poi il servizio della raccolta delle offerte, dell’animazione del canto, della guida liturgica, ecc….

    Ci auguriamo che al più presto tante persone si rendano disponibili secondo quanto si sentono in grado di poter offrire al fine di sentirsi tutti “attori” nella grande azione liturgica che è l’assemblea eucaristica domenicale.

    Lo Spirito suscita tanti doni in vista del servizio alla Chiesa: quale il tuo dono? Li stai mettendo a disposizione, o per pigrizia o altro li tieni per te? Abbi il coraggio di dire la tua disponibilità. La comunità sarà ben lieta di vedere i suoi membri attivi e capaci di collaborare perché il culto del Signore sia bello. Perché allora  non vai dal tuo parroco per chiedergli: “Cosa potrei fare per rendermi utile all’animazione della nostra liturgia domenicale?”.


    Prega con tutto il tuo essere: tutto è dono di Dio!


    Capita purtroppo e spesso di vedere assemblee eucaristiche, spente, monotone, stanche, annoiate, disinteressate. Tra i motivi non solo a volte l’incapacità di animare da parte del celebrante ma anche la scarsa volontà di partecipazione attiva da parte dei presenti.

    Abbiamo il dono della voce: usiamola per lodare il Signore e dire la nostra gioia nell’essere nella casa del Signore, e con i fratelli cantare a lui. Fai lo sforzo di prendere il libro dei canti che ti trovi davanti, di aprirlo al numero indicato e di… cantare. Non si tratta di sbraitare sguaiatamente volendo apparire e farsi sentire, ma di partecipare e fare bene la tua parte: canta come puoi e riesci, ma canta. Non stare lì, muto, assente, con lo sguardo perso nel vuoto: l’impressione è quella di una persona che non sa bene cosa è lì a fare. Perché alle feste del paese si canta tutti a squarciagola e in chiesa si sta zitti? Qualcosa allora non va!

    Così pure partecipa con la voce alle risposte dell’assemblea alla preghiera liturgica. Un’assemblea che canta e risponde è assemblea viva, in cui è bello sentirsi inseriti, in cui è bello celebrare il giorno della resurrezione del Signore. Diviene testimonianza bella del nostro vivere la fede davanti al mondo. Una liturgia bella è stimolo a chi è lontano dalla fede e non partecipa a entrare a farvi parte. Altrimenti anche a causa nostra allontaniamo gli altri con la nostra negligenza.

    Facciamo allora il piccolo ma importante proposito di partecipare attivamente alla preghiera liturgica con il canto, avendo sotto gli occhi il testo che trovi sul libro apposito, e con le risposte proprie dell’assemblea. Darai la tua bella testimonianza del sentirti membro vivo e attivo, non amorfo e staccato da tutto e da tutti.


    Accogli sulle tue mani il tesoro preziosissimo del Corpo di Cristo


    Il momento in cui ti accosti a ricevere l’Eucarestia è il più importante. Quel pane non è più pane ma il Corpo vero e santissimo del Signore Gesù. Accostati all’immenso dono della comunione con grande adorazione e rispetto, evita nel modo più assoluto ogni superficialità e trasandatezza. La Chiesa raccomanda che il gesto del ricevere tra le mani il Corpo di Cristo sia fatto con grande consapevolezza e amore. Mentre sei in fila preparati nella preghiera, giunto davanti al sacerdote poni la mano destra sotto la sinistra, alle parole. “Il Corpo di Cristo” rispondi con grande fede dicendo: “Amen!”. Accogli nel palmo della mano sinistra le sacre specie con grande attenzione a non lasciar cadere nessun frammento. Ponendoti a lato del sacerdote con le dita della mano destra raccogli la particolare dalla sinistra e comunicati. Evita  di mettere davanti al prete le due mani parallele e stese, oppure di presentare le dita  a mò di… pinza volendo afferrare la particola, di avere guanti o altro tra le mani. Così pure comunicati da fermo e non camminando.

    Hai tra le mani l’immensa preziosità del Corpo di Cristo offerto per te, non profanare il dono preziosissimo che ti è dato! Anche con il gesto esprimi la tua preghiera e la tua fede, non solo con le parole.


    Dall’inizio alla fine


    L’Eucaristia domenicale ha degli orari ben precisi: non inizia né prima né dopo. Anche qui purtroppo vi sono coloro che, quasi per pessima abitudine arrivano con cinque o dieci minuti di ritardo a celebrazione iniziata, magari a lettura del vangelo conclusa. E’  da notare che in questo caso la partecipazione non è valida in quanto si è “saltata” la prima parte essenziale della Messa che è quella della liturgia della Parola. Anche qui occorre che la nostra coscienza abbia un po’  più di attenzione e finezza spirituale.

    Arrivare tardi è segno di poca attenzione e rispetto verso il Signore, al quale viene dato solo“qualcosa” e non tutto. Questo alla lunga provoca un ottundimento letale della mia coscienza di fede. Se tratto consapevolmente le cose di Dio senza rispetto meglio allora che coerentemente tralasci di farle!

    Inoltre il mio arrivare in ritardo è fattore di distrazione per gli altri, è impedimento ad entrare in un sano clima di preghiera nella liturgia.

    La medesima cosa vale per il termine della celebrazione: non si esce dalla casa del Signore e dalla comunità prima del congedo del sacerdote. Farlo significa mettere prima le mie cose che quelle di Dio. Aspetta dunque la benedizione finale e il congedo : è il tuo essere mandato nel mondo come missionario.

    Buona cosa, anzi ottima e doverosa, sarebbe riuscire a fermarti qualche minuto a tu per tu col Signore al fine di ringraziarlo e dialogare con lui nella preghiera.

    Fai allora il buon proposito di arrivare puntuale, anzi con qualche minuto di anticipo, in modo da prepararti bene all’incontro col Signore. Evita la trasandatezza e la superficialità nelle cose del Signore che sono le più vere e le più sante.


    Un po’ di galateo… da chiesa


    Fa attenzione prima di entrare in Chiesa di spegnere il cellulare, onde evitare che all’improvviso l’assemblea  (e il celebrante!) sia distratta dal trillo di qualche telefonino. Sei qui per ascoltare Colui che nella tua vita è la presenza più determinante: il Signore! Tutto il resto passa in secondo piano.

    Evita, se devi spostare qualche sedia, di trascinarla o di fare rumore inutile: aiuta i tuoi fratelli a conservare il clima di silenzio e di  preghiera.

    Così pure cerca di evitare di parlare con altri: conserva il silenzio nella casa di Dio permettendo così anche agli altri di vivere la loro preghiera nel raccoglimento.

    La medesima cosa riguarda l’accensione di lumini durante la Messa: evita questo gesto inopportuno. La preghiera liturgica è la cosa più importante, stai vivendo il memoriale della passione, morte e resurrezione del Signore. Le tue devozioni ai santi e alla Vergine Maria, lasciale per la fine della messa.  L’accensione del lume può essere certo un gesto di ringraziamento, di supplica e di lode ma fallo nel tempo giusto.

    Pessima cosa partecipare all’Eucaristia con la bocca intenta a masticare gomma, capita purtroppo anche questo: inutile richiamare che nell’incontro con Dio questo atteggiamento è a dir poco maleducato e di pessimo gusto. Non lo farei mai davanti ad una persona di riguardo, come mai lo faccio così spavaldamente nella casa di Dio?

    Facciamo sì che il nostro comportamento sia di stimolo alla preghiera e al raccoglimento: non facciamo della casa del Signore una piazza, o un luogo qualsiasi: è luogo santissimo in cui ci poniamo con ancor più consapevolezza alla presenza del Signore.


    Il valore dell’elemosina


    La chiesa è composta anche dal lavoro di persone concrete che devono vivere e di strutture che occorre mantenere efficienti in modo che il servizio religioso venga offerto con dignità, bellezza. Intervengono anche diverse spese fisse come la luce, il riscaldamento… Comprendi allora che l’offerta che viene raccolta durante l’Eucaristia è in vista anche di questo oltre che ad essere devoluta a chi necessita di aiuto o in vista di qualche altra iniziativa particolare. Concretamente conosci il costo della vita e del mantenere in piedi ed efficienti le strutture che anche tu utilizzi

    Il tuo contributo lo devi offrire con generosità, secondo le tue possibilità ma senza spilorceria, a volte diamo meno del valore di una tazzina di caffé!  Sii allora generoso nel donare ciò che necessita al mantenimento della casa del Signore. Anche da questo semplice e concretissimo gesto manifesti la tua collaborazione e il tuo inserimento nella realtà ecclesiale di cui devi sentirti responsabile.

  • 25 Feb

    LA FAME DEL POVERO,

    IL FOLLE AMORE DI CRISTO

    Dio nutre il suo popolo durante tutta la marcia nel deserto. E’ la lezione della storia.  Una lezione fonte di speranza.

    “Allora essi mormorarono contro Dio dicendo: « Potrà forse Dio preparare una mensa nel deserto?”.

    Ecco, egli percosse la rupe e ne scaturì acqua, e strariparono torrenti.

    «Potrà forse dare anche pane preparare carne al suo popolo? ».…

    Dio comandò alle nubi dall’alto e aprì le porte del cielo; fece piovere su di essi la manna per cibo e diede loro pane del cielo.

    L’uomo mangiò il pane degli angeli, Dio diede loro cibo in abbondanza.  Scatenò nel cielo il vento d’oriente, fece spirare l’australe con potenza.

    Su di essi fece piovere la carne come polvere, e gli uccelli come sabbia del mare; caddero in mezzo ai loro accampamenti, tutto intorno alle loro tende.

    Mangiarono e furono ben sazi, li soddisfece nel loro desiderio “

    (Sal 77,19-20.23-29).

    Per l’uomo la fame è sempre una prova; per Dio è un’occasione per dimostrarsi misericordioso.

    Se la fame infatti, causa di rivolta, dev’essere combattuta come un male, deve anche disporre l’uomo all’intervento di Dio. E’ la sua ambiguità.

    Ecco perché Dio da una parte dà da mangiare all’affamato, ma dall’altra non ama i ben pasciuti.

    Perciò fa nascere e rinascere continuamente in noi la fame.

    Fame della parola

    Il popolo di Dio ha conosciuto un’avventura straordinaria, ore gloriose: l’uscita dall’Egitto, l’alleanza, la manna nel deserto, l’entrata nella terra promessa.  Per Israele è la gioia, l’esultanza, ma anche la dimenticanza, la stabilità, l’organizzazione. E’ la ricchezza, la vita degli affari.  E tanto peggio per gli altri, per i poveri soprattutto che vengono maltrattati, disprezzati, sfruttati.

    Ma Dio continua a vegliare.

    Farà sorgere dei profeti dal pugno di ferro, dalla parola tagliente. Moltiplicherà le prove… Dovrà essere ridotto alla più nera miseria, prima che se ne renda conto e che il suo cuore sia disposto finalmente all’intervento del Signore.

    Finalmente il popolo si scuote e piange al ricordo del grano perduto, dei vigneti e delle ficaie distrutte (Os 12,11.14).

    Nuovamente Dio lo sedurrà riconducendolo nel deserto (Os 2,16).

    Nuovamente il popolo conoscerà la fame « non fame di pane, né sete di acqua, ma di udire la parola di lahvè » (Am 8,11).  Questo significa aver fame e sete di Dio:

    Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio!

    L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente; quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sal 41,2-3).

    Questa fame e questa sete saranno vive soprattutto nei poveri, i trascurati, i deboli, gli individui costretti a curvare la schiena sotto il destino o la prepotenza della ricchezza, i distrutti dal dolore, i prigionieri (cfr. Is 61,2).

    Al contrario gli individui ben pasciuti, i grassoni non conoscono i morsi lancinanti della fame.  Sono troppo ricchi, troppo soddisfatti: non è possibile far presa nella loro vita.  Per i poveri invece Dio è la speranza, che non sarà mai delusa:

    Il Signore è il mio pastore,

    non manco di nulla;

    su pascoli erbosi mi fa riposare,

    ad acque tranquille mi conduce.

    Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,

    per amore del suo nome.

    Davanti a me tu prepari una mensa,

    sotto gli occhi dei miei nemici;

    cospargi di olio il mio capo.

    Il mio calice trabocca (Sal 22,1-3.5).

    Come si vede Dio non disprezza l’uomo disprezzato, né disdegna la povertà del povero: al contrario:

    I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano: « Viva il loro cuore per sempre! » (Sal 21,27).

    Proprio per i poveri JHWH preparerà:

    un convito di carni grasse, un convito di vini speciali, di gustosi grassi, di vini raffinati (Is 25,6).

    Per partecipare a questo festino c’è una sola condizione: la fame, la sete, la disperazione.  Niente altro.  Perché il festino è gratuito:

    Orsù, tutti voi assetati venite all’acqua;

    anche se non avete denaro venite lo stesso.  Comprate del grano e mangiate, senza denaro, e, senza pagare, acquistate vino e latte (Is 55,1).

    In realtà «Dio sazia di beni gli affamati, e rimanda a mani vuote i ricchi» (Lc 1,53).

    Tutto ciò avrà la sua più esplicita verifica nell’Eucaristia: che non è per i soddisfatti, ma per i poveri, gli storpi, gli zoppi, la plebaglia che Cristo invita al banchetto di nozze.  Egli è venuto per loro, è il messia dei poveri (Lc 1,53), per soddisfare la loro fame e la loro sete (Lc 6,21), per disporre il loro cuore alla parola di Dio (Mt 4,4), alla speranza, alla sua stessa vita, in comunione col Padre (Gv 4,32ss).

    Naturalmente un po’ alla volta. Perché anzitutto bisogna nutrire il corpo, far nascere il desiderio: soltanto allora i cuori saranno disponibili.  E Gesù fa proprio così nel vangelo: non brucia le tappe.  Altrimenti uno finirebbe coll’accettare passivamente la cosa, cadendo in una forma di alienazione che finirebbe coll’opporsi a Cristo.

    Pane per le folle

    Cristo ha pietà delle folle affamate.  Sempre la stessa carica di umanità.

    «Vedendo le folle ne ebbe pietà, perché erano stanche e abbattute come pecore senza pastore» (Mt 9,36; cf Mc 6,34).

    E un po’ più avanti:

    «Ho pietà di questa folla, perché da tre giorni sono con me e n:)n hanno da mangiare» (Mt 15,32; cf Mc 8,1-3).

    Gesù sente pietà delle folle. In Cristo si tratta di una forza amorosa profonda, si direbbe istintiva, che nasce dall’intimo del cuore, e si traduce in interventi operativi che rendono possibile all’uomo l’uscire dalla propria miseria e gli fanno raggiungere pienamente quella libertà di cui aveva bisogno.  Per Cristo la pietà è sempre un amore attivo ed efficace.

    Di fronte alla folla è mosso da due motivi: anzitutto perché è una folla stanca e sfiduciata, disorientata e sperduta; e poi perché è una folla affamata e assetata. Si tratta cioè di una folla che cerca disperatamente un cibo materiale e un senso alla propria vita.

    La fame degli uomini si manifesta su questi due piani: la parola e il pane, e Gesù risponde ad entrambi.

    Nel racconto della prima moltiplicazione dei pani nel deserto

    (cf Mt 14,13-21; Mc 6,30-34; Lc 9,10-17; Gv 6,1-15),

    di fronte ad una folla numerosa ma disorganizzata, quasi pecore senza pastore, il primo atteggiamento di Gesù è di istruirla.  Di questo hanno bisogno: bisogno di parola, una parola che diventi nutrimento e permetta ad un popolo di prendere coscienza della propria realtà.

    Questa parola rivela il significato della vita e crea valori, questa parola dà unità: è una parola creatrice di un popolo.  Finora esisteva una folla che si ritrovava senza ordine, senza guide e senza un capo.

    Ora diventa possibile nutrire questa folla immensa bene ordinata con «cinque pani e due pesci».  Gesù alza gli occhi al cielo e pronuncia la benedizione. I pani vengono spezzati e distribuiti dai discepoli.

    «Tutti ne mangiarono e furono saziati, ed essi raccolsero gli avanzi»: dodici canestri o sette sporte colme di pani e di pesci.  La folla era di quattro o cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

    Tutte queste precisazioni sono importanti.  Se da una parte esse mostrano all’evidenza che ci muoviamo in un clima di miracolo, dall’altra parte dimostrano l’incidenza della parola sulla folla, l’azione dei discepoli, la chiara volontà del Signore di costituire un popolo.

    Soprattutto, con il valore simbolico di cui sono cariche, aprono le prospettive su un’altra realtà: quale sarà poi ampiamente sviluppata nella letteratura patristica.

    La parola è nutrimento. Essa è indispensabile. Dispone i cuori allo Spirito, all’azione del Signore: preparandoli a ricevere un cibo veramente nutriente.  Questo cibo è stato infatti preparato per gli affamati.  E tuttavia, in modo ancora più decisivo, si tratta di un cibo inesauribile: di un cibo cioè che è stato preparato non per gli invitati di un solo giorno.  Esso è destinato anche a coloro che verranno in seguito, come pure agli estranei.

    Qui cogliamo il simbolo degli avanzi, le sette sporte o i dodici canestri di pane.  Perché raccogliere questi avanzi se non perché anche altri hanno fame, perché anche altri devono approfittare di questa moltiplicazione?  La cosa è importante.  La parola del Signore ha bisogno di espandersi. Il pane del Signore dev’essere condiviso fraternamente con tutti.  La tavola del Signore non è riservata, ma preparata per tutti.  L’allusione contenuta nel racconto della moltiplicazione non lascia dubbi.  Ritroveremo questo gesto nell’ultima Cena.  E’ il gesto fondamentale di ogni Eucaristia (“per voi e per tutti”).

    La marmaglia alla tavola del Signore


    Ciò che abbiamo detto ci permette di capire due cose molto importanti, sottolineate del resto dallo stesso Signore, nel vangelo: gli invitati alle nozze; la chiamata dei poveri.

    Il Signore invita tutti al banchetto.  Alcuni rifiutano: non hanno tempo, sono troppo occupati.  Gli affari urgono. L’invito li infastidisce.

    Ci sono cose più urgenti e più importanti.  E poi non sentono nessun bisogno di quel pranzo.

    Ce ne sono però degli altri che non hanno ricevuto nessun invito; e che sono convinti che ciò dipenda dal fatto che non ne sono degni. I banchetti non fanno per loro: non hanno titoli per cose simili: e in ogni caso si sentirebbero a disagio.  Ecco, proprio costoro il Signore manda a cercare: proprio la marmaglia.

    « Presto, va’ per le piazze e per le vie della città e conduci qua poveri, storpi, ciechi e zoppi… Va’ per le strade e lungo le siepi e costringili a venire, affinché la mia casa sia piena » (Mc 14,21-23).

    La lezione è importante.  Non dovremo dimenticarla!  L’Eucaristia acquista significato solamente per l’affamato, perché solamente lui è capace di accogliere l’invito del Signore.

    L’Eucaristia non dev’essere confinata nelle chiese per un popolo d’élite, ma dev’essere accessibile al povero.

    E siccome ci sono dei limiti a prima vista invalicabili, essa deve soprattutto presentarsi come un gesto d’amore, come un atteggiamento umano per l’immenso numero di coloro che, per capire il gesto del Signore nella sua creazione o nella sua Eucaristia, hanno bisogno di verificare, di toccare direttamente, di risentire nel loro cuore, attraverso la testimonianza di coloro che si proclamano cristiani e che celebrano il Signore, la verità del gesto compiuto.  Perché, dopo tutto, la verità di Cristo passa attraverso l’autenticità della compartecipazione alla vita.

    E’ necessario che l’Eucaristia sia anzitutto il sacramento della fraternità: la verifica quotidiana, incarnata nelle situazioni più banali della realtà umana, dell’amore di Cristo per tutti noi, così come viene celebrato nell’azione liturgica.

    Del resto, il richiamo al povero è un preciso appello alla fede e alla comunione.  Sappiamo benissimo che Cristo fa tutt’uno con l’affamato, il disgraziato, il prigioniero… Cristo si identifica nel povero, e perciò nel povero si fa presente e noi lo raggiungiamo:

    Poiché avevo fame e mi deste da mangiare.

    Avevo sete e mi deste da bere.

    Ero pellegrino e mi ospitaste, nudo e mi rivestiste,

    infermo e mi visitaste

    carcerato e veniste a trovarmi (Mt 25,35-36).

    Pane per lo straniero

    La seconda moltiplicazione dei pani (Mt 15,32-39) assomiglia moltissimo alla prima.  Certamente dipendono entrambi da un’unica tradizione, diversificatasi poi secondo gli ambienti o i testimoni che l’hanno riferita.  Ma non è qui il punto, bensì nel valore e nel significato di alcune differenze.  Come ad esempio l’occasione che provoca la pietà di Gesù.  Mentre nel primo racconto si trattava di una folla di poveracci, qui si parla di una folla che segue Gesù da tre giorni e che non ha da mangiare. E’ una folla sfinita dal cammino e attanagliata dalla fame, che non potrà più andar avanti senza venir meno dallo sfinimento.  Gesù ne ha pietà e decide di sfamarla con pane e pesce.

    Marco inserisce un altro particolare interessante: « Alcuni di loro vengono da lontano » (Mc 8,3).

    Ora sono sfiniti: non puoi non intervenire. In una prospettiva neotestamentaria è un preciso richiamo ai pagani, a coloro che sono lontani e ai quali bisogna portare la buona novella; a coloro che non fanno ancora parte del gregge e che non hanno sentito la parola.  Del resto si tenga presente che Marco scrive il suo racconto in ambiente pagano.

    Per quanto riguarda il rapporto del racconto con l’Eucaristia, è interessante notare un piccolo dettaglio lessicale. Mentre durante la prima moltiplicazione Gesù pronuncia la benedizione sul pane (eulogein), qui rende grazie (eucharistein). Come si vede, sono esattamente i due termini usati poi nel racconto dell’istituzione dell’Eucaristia.  Al momento della Cena, in Matteo e Marco Gesù pronuncia la benedizione (eulogein) sul pane; mentre in Luca e Paolo rende grazie (eucharistein).

    Notiamo poi che questo intervento del Signore in favore dei poveri s’iscrive in un contesto pasquale (cfr. Gv 6,4).  Preannuncia quindi un’altra cosa.  E Gesù ne approfitta per mettere in chiaro di essere venuto per tutti: ebrei e pagani.  Così comincia a preparare gli spiriti ad accogliere la prodigiosa novità, il cibo immortale, fonte di vita eterna, il pane di Dio, che viene dal cielo e dà la vita al mondo (Gv 6,33).

    E’ facile capire la reazione della folla: « Signore, dacci questo pane per sempre ». Allora, fra lo sbalordimento generale, Gesù dichiara:

    « lo sono il pane di vita.  Chi viene a me non avrà più fame, e chi crede in me non avrà più sete » (Gv 6,35).

    Naturalmente si tratta della fede in Cristo: ma, del resto, solamente questa fede è capace di ricevere e far proprio l’incredibile dono del Signore:

    lo sono il pane di vita.

    I padri vostri hanno mangiato nel deserto la manna e sono morti;

    questo è il pane disceso dal cielo affinché lo si mangi e così non si muoia mai più. lo sono il pane vivo, disceso dal cielo.

    Chi mangerà di questo pane vivrà in eterno.  E il pane che io darò,

    è la mia carne per la vita del mondo.

    Se ciò scandalizza, poco importa:

    In verità, in verità, vi dico:

    Se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non ne berrete il sangue, non avrete la vita in voi.

    Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna.

    E io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

    Perché la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda.

    Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui (Gv 6,48-56).

    Ecco, qui trova la sua collocazione l’Eucaristia: al termine della più straordinaria avventura vissuta da Dio col suo popolo, un’avventura che trova in Cristo la sua perfetta e totale espressione; al termine inoltre del cammino di Cristo nella condizione carnale e temporale, durante la quale ha sperimentato tutto il peso del peccato dell’uomo, tutta la sua sofferenza e miseria, tutta la sua sete di speranza e di vita.

    In questo momento essa assume tutto il suo significato: essa è un gesto d’amore che s’iscrive per sempre nella vita degli uomini, attraverso la materialità del pane e dei vino, in forza del quale Cristo sarà per sempre presente in mezzo ai suoi come viatico nel cammino.  In un contesto pasquale che Giovanni ha cura di sottolineare

    «Prima della festa di Pasqua, Gesù sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine » (Gv 13,1):

    cioè fino all’espressione massima dell’amore.  L’Eucaristia s’iscrive appunto in questa logica dell’amore che trova la sua autentica verità nelle forme estreme della donazione, che porta Cristo a donarsi totalmente agli uomini con la sua morte in croce come espressione somma ed ultima dell’amore salvifico.  Un amore in forza del quale non la morte ma la vita ha l’ultima parola.  Una vita sanzionata dalla risurrezione di Cristo.


    LA FAME DEL POVERO, IL FOLLE AMORE DI CRISTO


    * Per l’uomo la fame è sempre una prova: per Dio un’occasione per dimostrare la sua misericordia. E’ la situazione critica in cui l’uomo versa nel suo pellegrinare nella vita. Dio cerca di far nascere sempre in te la fame. Cfr:  Sal 77

    * Questa fame e questa sete sono vive nei poveri, in coloro che sanno di non poter appoggiarsi unicamente su se stessi, in coloro che sono provati dal dolore. Al contrario i “ben pasciuti” non conoscono la fame. Sono ricchi e soddisfatti: non è possibile far presa sulla loro vita. Cfr: Sal 22; 2127; Is 25,5ss; Is 55, 1; Lc 1,53

    * Gesù sente compassione per le folle affamate e stanche che lo seguono. Una folla che cerca un cibo materiale e un senso alla propria vita. Gesù risponde ad entrambi queste necessità dell’uomo Cfr: Mt 9,36; Mc 6,34; Mt 15,32; Mc 8,1-3

    * Le folle che seguono Gesù sono composte di poveri, peccatori, prostitute, lontani . Sono costoro che maggiormente aprono il cuore, nella loro necessità, alla parola di speranza che esce dalla bocca di Cristo. L’eucaristia non è per un’elite, ma per un popolo di poveri. Cfr:  Mc 14,21-23

    * A tutti Gesù si presenta come il “pane di vita” capace di soddisfare ogni fame Cfr:  Gv 6,48-56

    * Tutto questo in un contesto di amore, che si fa dono, capacità di compassione. E’ questo l’ambito “pasquale” dell’eucaristia: un dono che può iscriversi solo in una logica di amore Cfr: Gv 13,1

  • 24 Feb


    IL    MONACO IN UN MONDO  CHE CAMBIA

    Thomas Merton

    Sarebbe illusorio pensare che il monaco possa vivere comple­tamente separato dal resto del mondo. Come singolo, è vero, mantiene pochissimi contatti con la società esterna. Egli vive nella solitudine, lontano dalle città abitate. Non esce a predicare o a insegnare. Resta nel monastero a contemplare e pregare Dio. Ciò nondimeno, è inestricabilmente coinvolto nelle sofferenze e nei problemi comuni della società in cui vive. Da queste soffe­renze e problemi non vi è e non vi può essere fuga. Anzi, nel monastero essi possono forse essere avvertiti con maggiore acu­tezza, perché colti in una forma più spirituale.

    Lungi dall’essere esonerato dalle battaglie della sua epoca, il monaco, quale soldato di Cristo, è designato a combattere queste battaglie su un fronte spirituale, nascosto – nel miste­ro, mediante la preghiera e il sacrificio di sé. Non può far questo senza essere in qualche modo a contatto con il resto del mondo, senza immedesimarsi con gli altri che soffrono fuori delle mura del monastero e per i quali sta lottando nella sua solitudine, una lotta “non contro sangue e carne, ma contro i prin­cipati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tene­bra, e contro gli spiriti malvagi che abitano le regioni celesti” (Ef 6,12).

    Pertanto, sebbene il monaco viva ritirato dal mondo, conser­va un intimo contatto spirituale con coloro che sono realmente o potenzialmente uniti “in Cristo”, nel mistero della nostra unità nel Salvatore risorto, il Figlio di Dio. Sente di averli tutti nel cuore, e che essi sono in lui e con lui, quando si pone dinanzi al trono di Dio. Le loro necessità sono le sue, i loro interessi sono i suoi, le loro gioie e i loro dolori sono i suoi, perché si è identifi­cato con loro non solo per la consapevolezza di condividere la medesima natura umana, ma principalmente per la carità di Cri­sto, riversata nei nostri cuori dallo Spirito santo che ci è stato donato in Cristo (cf. Rm 5,5).

    E così il monaco deve prendere coscienza del mondo in cui vi­ve. Non gli sarà tuttavia di giovamento perdersi nel dedalo delle complicazioni politiche che sono solo alla superficie della storia. Meglio forse comprenderà la vicenda della sua epoca se conosce di meno quanto occupa le prime pagine dei giornali. Avrà una prospettiva diversa, e forse più esatta.

    Deve chiaramente rendersi conto che il mondo del XX secolo si trova in uno stato di crisi perché sta attraversando una trasfor­mazione improvvisa e profonda come mai è avvenuto. È uno sconvolgimento di tutto il genere umano, e nessuno può dire con certezza quale sarà il risultato finale di questa trasformazio­ne. Una cosa soltanto è certa: il mondo come lo conosciamo, la società come la conosciamo subiranno, nei prossimi cinquant’anni, cambiamenti profondi, più di quanto è avvenuto nella prima metà del secolo. E questo significa che alla fine del XX se­colo la nostra società sarà irriconoscibile, rispetto agli standard del secolo scorso e delle epoche che lo precedettero.

    In questo mondo in trasformazione la chiesa, contro la quale non prevarranno le porte degli inferi (cf. Mt 16,18), ha un ruolo permanente. E il monaco, parte integrante del Cristo mistico, ha a sua volta un ruolo permanente nel mondo umano in trasformazione. Questo significa che in alcuni aspetti la chiesa e l’ordi­ne monastico devono cambiare, altrimenti non potranno rima­nere in contatto con il resto degli uomini. Certo, i cambiamenti saranno superficiali e accidentali, esterni, secondari. L’essenza profonda e nascosta della vita cristiana e monastica rimarrà sempre la stessa. Ma gli atteggiamenti secondari, le abitudini, le osservanze e le consuetudini sono sempre cambiate con i tempi e così avverrà ancora.
    Il monaco si trova quindi, nel nostro tempo, posto di fronte a una responsabilità nei riguardi di Dio, di se stesso e del mondo intero
    . Deve essere attento a che la sua vita monastica sia salda­mente radicata nelle verità essenziali del cristianesimo, che viva nel mistero di Cristo. Altrimenti, se la sua vita e il suo ideale monastico si appoggiano su quanto è secondario e accidentale, verrà tutto vanificato nel processo di trasformazione. Perché, lo ripetiamo, è certo che i cambiamenti attraverso cui deve passare il nostro mondo richiederanno il sacrificio di molti aspetti se­condari e transitori della vita cristiana e monastica. Ciò che è essenziale emergerà necessariamente in tutta la sua chiarezza e forza dopo questa trasformazione.

    Come esempio di quanto è “accidentale” e “secondario” nella vita monastica, possiamo includere tutto ciò che vi è di proprio di un’epoca o di una nazione o di una cultura particolare: per esempio, l’uso dell’architettura gotica per gli edifici monastici o alcune forme di consuetudini religiose o certe pratiche di pietà, quali la devozione a un particolare santo o l’attaccamento a pie pratiche che non siano universali. Nei loro aspetti accidentali, anche la prospettiva e la spiritualità dei monaci possono variare di epoca in epoca. Ma nella sua sostanza – solitudine, povertà, obbedienza, silenzio, umiltà, lavoro manuale, preghiera e con­templazione – la spiritualità monastica non cambia.

    La trasformazione attraverso cui il mondo deve passare non sarà solo politica. E’ infatti illusorio pensare che le forze che agi­scono nella nostra società moderna siano, anzitutto, politiche. I grandi movimenti politici del nostro tempo, così complessi e spesso così insignificanti, almeno in apparenza, sono solo la cor­tina fumogena dietro al quale si vanno sviluppando i movimenti di una guerra spirituale troppo grande perché gli uomini possa­no affrontarla con strategie umane. E’ un qualcosa che sta avve­nendo in tutta l’umanità, e andrebbe avanti anche se non vi fos­sero movimenti politici. I politici sono solo strumenti di forze che essi stessi ignorano. Queste forze sono più potenti e più spi­rituali dell’uomo.
    Dietro e oltre l’azione delle forze create, siano esse umane o sovraumane, sappiamo che attraverso tutti questi agenti in con­flitto tra loro è inesorabilmente all’opera la suprema sapienza di Dio, per una soluzione che trascende gli interessi particolari di alcuni gruppi e porzioni di umanità. Il monaco, nascosto nel mi­stero di Dio, dovrebbe essere, tra tutti gli uomini, il più consa­pevole di questa azione nascosta della volontà divina. Lo sarà certamente se è pronto al sacrificio, se è puro di cuore,se è un uomo di preghiera.

    Il monaco non deve pensare che in un’epoca caotica come la nostra la sua unica funzione sia quella di conservare le antiche abitudini e usanze del suo ordine. Queste infatti sono necessarie­ e valide nella misura in cui sono vitali, portano frutto e ci aiutano a vivere più liberamente e consapevolmente nel mistero di Cristo. Il passato deve continuare a vivere, e il monaco è cer­tamente un custode del passato. Tuttavia, il monastero deve es­sere qualcosa di più di un museo. Se il monaco non fa altro che tenere in vita i monumenti della letteratura, dell’arte e del pen­siero che altrimenti andrebbero in rovina, non è quello che do­vrebbe essere. Decadrà con quanto attorno a lui va decadendo. Il monaco infatti non esiste per conservare alcunché, fosse anche la contemplazione o la stessa religione. Il suo ruolo non è tanto di tener viva nel mondo la memoria di Dio. Dio per vivere e agire nel mondo non dipende da nessuno, nemmeno dai suoi monaci! Il ruolo del monaco ai nostri giorni è invece testimonia­re che il contatto con Dio mantiene vivi.

    Mentre il resto del mondo si inchina davanti al denaro, al po­tere e alla scienza, il monaco respinge gli espedienti mondani e si dona, nella povertà, nell’umiltà e nella fede, all’Onnipotente. Mentre il resto del mondo adora la tecnica ed è impegnato in uno sfrenato culto del lavoro fine a se stesso, il monaco, mentre vive del lavoro delle proprie mani, ricorda che l’attività più alta e fruttuosa dell’uomo è il “lavoro” spirituale della contempla­zione. Mentre il mondo, reso schiavo dal propri bisogni e desi­deri materiali, impazzisce d’ansia, il monaco si innalza al di so­pra dell’angoscia per dimorare in pace nel “sabato” della carità divina.
    Nella nostra epoca, in cui chiunque altro è travolto dalle esi­genze di una grande lotta politica e culturale, il monaco ha, co­me sua prima funzione, il compito di essere monaco, di essere un uomo di Dio, che è come dire un uomo che vive solo grazie a Dio e per Dio. Solo così il monaco conserva ciò che vi è di ricco e vitale nella sua tradizione monastica e cristiana.

    Al fine di essere quello che dovrebbe essere, il monaco deve elevarsi al di sopra del livello etico comune, che è proprio di un paganesimo umanitario, e vivere la vita “teologica” incentrata su Dio, una vita di pura fede, di speranza nella provvidenza di Dio, di carità nello Spirito santo. Deve abitare nel “mistero di Cristo”. Deve percepire che Cristo e la sua chiesa sono uno e deve radicare tutta la sua esistenza in quest’unica fede e in quest’unica direzione, verso l’unità dell’unica chiesa di Cristo. Nell’oscurità della lotta, il monaco deve aggrapparsi, con tut­te le forze della propria anima, agli insegnamenti della Chiesa, alla sua autorità e al suo potere santificante. Non può contare sulla sua visione personale limitata o prendere decisioni cruciali in base al suo giudizio personale. Oggi, soprattutto, deve pensa­re e agire con la Chiesa.

    In breve, questa è la vocazione del monaco, in ogni epoca: vi­vere in Cristo, per Cristo e grazie a Cristo. Ma quando il miste­ro dell’iniquità (cf. 2Ts 2,7) agisce più apertamente nel mondo, allora più che mai è necessario che il monaco si dissoci da tutto quello che non è spirituale e cristiano, da tutto quello che mira ad altro che non sia Dio, al fine di mantenere viva nel mondo quell’atmosfera spirituale senza la quale tutto ciò che vi è di buono e di sano nella cultura umana morirà di asfissia. Nella notte della nostra barbarie tecnologica i monaci devono essere come alberi che silenziosamente esistono nell’oscurità e con la loro presenza vitale purificano l’aria.

  • 24 Feb

    IL RITO E I SUOI CONTENUTI


    La celebrazione della Messa si divide in due parti: Liturgia della Parola e Liturgia Eucaristica. Tuttavia queste due parti sono intimamente connesse perché, in forma diversa, ci presentano un unico Cristo: è lui il contenuto ultimo delle Scritture e del segno sacramentale. Diceva Origene (+253): “È preparato a mangiare il Verbo del sacramento chi ha mangiato il Verbo della Scrittura”.
    Questo corpo centrale della Messa è preceduto da un prologo (riti iniziali) e concluso da un epilogo (riti conclusivi).

    Riti iniziali

    Comprendono tutto ciò che si svolge dall’ingresso fino alla proclamazione della Parola. Hanno il carattere di esordio, di introduzione e di preparazione. Il loro scopo è quello di far sì che i fedeli, riuniti insieme, costituiscano una comunità, e si dispongano rettamente ad ascoltare la Parola di Dio e a celebrare degnamente l’Eucaristia. Concretamente essi si articolano così:
    a) Il popolo si raduna. Il fatto di radunarsi esprime e realizza il mistero della Chiesa, che è “un popolo radunato”, e rende presente Cristo in mezzo ai suoi riuniti nel suo nome (Mt 18,20). Tutto questo è una epifania della Chiesa.
    La celebrazione comincia già quando i fedeli escono di casa e si avviano verso la chiesa.
    b) Accesso dei ministri all’altare. Canto di ingresso.
    c) Con il saluto iniziale il sacerdote apre il dialogo con l’assemblea e annuncia alla comunità radunata che il Signore è presente.
    d) Il celebrante invita tutti a compiere insieme l’atto penitenziale che si conclude con l’assoluzione del sacerdote (Dio onnipotente abbia misericordia di noi…).
    L’atto penitenziale sottolinea un’esigenza di fondo: per accostarsi al Dio tre volte Santo è necessaria la purificazione interiore del cuore per fare spazio alla grazia di Cristo.
    e) Segue il “Signore pietà” e nei giorni festivi il “Gloria”.
    f) Questi riti trovano il loro culmine e la loro conclusione con la preghiera chiamata colletta.
    Essa ha lo scopo di raccogliere la preghiera interiore dei singoli in una formula comunitaria in cui viene espressa l’indole della celebrazione, il significato della festa o della circostanza che li ha riuniti in assemblea.

    Liturgia della parola

    La Chiesa è una comunità in ascolto. Il popolo di Dio è chiamato ad ascoltare Cristo: è lui infatti, presente, che parla al suo popolo quando nella chiesa si leggono le Scritture. Essa deve accoglierne le parole e rispondergli con la preghiera e il canto. Il dialogo viene poi sancito da un sacrificio: è il sangue di Cristo che sigilla la “nuova ed eterna alleanza”.
    Il dialogo si snoda nel modo seguente:
    a) Letture. È Dio che parla. L’iniziativa parte sempre da lui, perché da lui vengono la verità e la salvezza. Non è solo la lettura di un libro. È una parola viva, perché è Cristo glorioso, presente che parla. Essa è forza divina di salvezza. Ogni domenica ha tre letture: dal profeta, dall’apostolo, dal vangelo. Nel ciclo triennale di letture vengono presentate tutte le pagine centrali della Bibbia. Le acclamazioni del popolo “Gloria a te, o Signore” e “Lode a te, o Cristo” sono rivolte a Cristo realmente presente e parlante.
    b) Dopo le singole letture non è imposta, ma è raccomandata, una pausa di riflessione e di preghiera silenziosa.
    c) Canto o preghiera responsoriale. È la risposta comunitaria attinta normalmente dai salmi e dai cantici della Scrittura perché “solo Dio parla bene a Dio” (Pascal).
    d) L’omelia commenta la Parola, la adatta alla situazione degli ascoltatori, li aiuta ad accoglierla e ad “entrare” pienamente nella celebrazione.
    e) Il “Credo” è un sì gridato con gioia a Dio. Esprime l’adesione alla Parola ascoltata. Questa obbedienza alla Parola ascoltata è la migliore preparazione al sacrificio, la cui anima è un atto di suprema obbedienza al Padre.
    f) La preghiera universale o dei fedeli. Il suo carattere è appunto l’universalità. Deve contemperare le esigenze locali con quelle della Chiesa universale e di tutto il mondo secondo questo quadruplice schema: la santa Chiesa, coloro che ci governano, quelli che si trovano in necessità, tutti gli uomini. La formulazione di queste invocazioni si dovrà muovere tra questi tre poli:
    1) La tematica delle letture proclamate.
    2) La necessità della Chiesa e del mondo.
    3) Gli avvenimenti e le necessità della Chiesa locale.

    Liturgia eucaristica

    Per comprendere bene questo rito è essenziale riferirsi alla Cena. Chi volesse vedere corrispondenze visibili tra i gesti della Messa e la tragedia del Golgota si metterebbe su una strada sbagliata. Il contenuto è il sacrificio di Gesù, ma la forma rituale è quella di un banchetto gioioso, allietato dalla presenza del Risorto.
    Ecco le principali componenti del rito:
    a)
    Preparazione dei doni. Prima di tutto si prepara l’altare collocandovi l’occorrente. Quindi si portano le offerte e si depongono sopra l’altare. È bene che siano recate dai fedeli in forma processionale, mentre si esegue un canto adatto. Questo serve ad esprimere la parte attiva che ognuno prende al sacrificio. Il pane e il vino sono il simbolo di tutto il creato. Presentiamo a Dio questi doni come per affermare il suo sovrano dominio su tutte le cose. E poiché essi sono “frutto del lavoro dell’uomo” sono anche offerta della nostra esistenza in un gesto d’amore.
    b) Preghiera eucaristica. È il centro della celebrazione ed è la chiave per afferrare la portata del rito.
    Eccone gli elementi:
    1- Il Prefazio. Un inno di ringraziamento e di lode esultante al Padre per tutta l’opera di salvezza che ha realizzato per noi.

    2- Il “Santo”, che è il grido di gioia e di riconoscenza, cantato o proclamato da tutti a conclusione dell’inno di ringraziamento.
    3- L’epìclesi (invocazione, preghiera) con cui si chiede al Padre di santificare i doni con l’effusione dello Spirito Santo trasformandoli nel corpo e sangue di Cristo e di santificare coloro che li riceveranno.
    4- Il racconto dei gesti compiuti e delle parole dette da Gesù nella Cena, quando istituì il sacramento della sua Pasqua e diede ai discepoli l’ordine di perpetuarlo.
    5- L’anàmnesi (ricordo, commemorazione) con cui la Chiesa celebra il memoriale della Pasqua di Cristo (passione, morte, resurrezione e ascensione) in attesa della sua venuta gloriosa.
    6- L’offerta con cui la Chiesa presenta Cristo al Padre e se stessa con lui per portare a perfezione i suoi figli nell’unione con Dio e tra di loro.
    7- Le intercessioni (ricordati…) per tutti i membri della Chiesa cattolica, per i defunti e per i presenti.
    8- La formula finale di glorificazione a Dio che il popolo conclude con un amen corale. Questo amen è la ratifica dell’intera assemblea a tutta la grande preghiera.
    L’asse dominante che attraversa tutta la preghiera e la sostiene è l’azione di grazie: la proclamazione, nel giubilo e nella fede, delle meraviglie di Dio. In fondo si dice a Dio: Tu che hai fatto tutto questo nella storia della salvezza, compilo nuovamente ora per mezzo di questi segni sacramentali. Tutto ciò che Dio ha compiuto in favore degli uomini in passato confluisce in questi segni sensibili ove si rende presente Cristo con tutte le ricchezze del suo regno.
    c) Riti di comunione:
    1- La preghiera del Signore, il Padre nostro. È sempre stata considerata la preghiera classica di preparazione alla comunione. In questo momento ci sentiamo tutti fratelli intorno alla mensa dell’unico Padre.
    2- L’abbraccio di pace. Significa l’unità dei cuori. Deve eliminare tutti gli spazi di indifferenza che separano i fedeli e trasformare la vicinanza fisica in un segno di unanimità spirituale.
    3- La frazione (o spezzamento) del pane. Riproduce il gesto di Cristo che nella Cena spezzò il pane e attraverso questo gesto fu riconosciuto dai discepoli di Emmaus (Lc 24,35).
    4- La comunione è la comune unione a Cristo. È questo il frutto ultimo dell’Eucaristia, ed è l’anima stessa della Chiesa. Ci vuole la Chiesa per fare l’Eucaristia, ma soprattutto ci vuole l’Eucaristia per fare la Chiesa.
    È desiderabile che le ostie a cui si comunica siano consacrate nella stessa Messa affinché la comunione appaia meglio come partecipazione al sacrificio che si sta celebrando. Il silenzio che ne segue è carico di tensione spirituale perché segna il momento personale di incontro con il Salvatore.
    5- Il rito della comunione termina con una preghiera del celebrante a nome di tutti. Esprime il grazie di tutti e chiede che il mistero celebrato produca i suoi frutti lievitando e trasfigurando la vita quotidiana.

    Riti conclusivi

    Comprendono un saluto, una benedizione e il congedo dell’assemblea: “La Messa è finita; andate in pace”.
    Il che significa: Il rito è concluso, ma ora comincia la celebrazione nella vita. Andate per le strade del mondo e siate in mezzo a tutti i testimoni della morte e della resurrezione di Cristo con la parola, con l’azione e con la vita.


    Contenuti del rito

    Ogni rito, parola o gesto, deve essere capito, diversamente non serve ed è destinato a cadere. Ci sono alcuni punti particolarmente importanti che vogliamo ricordare.
    • La celebrazione della Messa costituisce il centro di tutta la vita cristiana sia per la Chiesa universale che per quella locale e per i singoli fedeli.
    • La Messa è il culmine sia dell’azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre per mezzo di Cristo.
    • Tutte le azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa, da essa derivano e ad essa sono ordinate.
    • Nella Messa il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce in persona di Cristo. Per questa riunione, soprattutto, vale la promessa di Cristo: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).
    * Cristo è realmente presente nell’assemblea dei fedeli riunita nel suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche.
    * Nell’ultima Cena Cristo istituì il sacrificio e convito pasquale per mezzo del quale è reso di continuo presente nella Chiesa il sacrificio della croce, allorché il sacerdote che rappresenta Cristo Signore compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli perché lo facessero in memoria di lui.
    * La Messa è il memoriale della morte e della risurrezione del Signore: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene colmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura.
    * L’Eucaristia è anzitutto azione di Cristo, cioè intervento di Dio nella vita degli uomini. Cristo è il supremo atto divino; egli ricapitola in sé tutta la storia sacra e condensa in sé tutta la salvezza. Cristo è tutto l’agire di Dio.
    * Cristo è presente in ogni eucaristia. È una presenza dinamica che assume varie forme, tutte però reali, esprimenti l’unico Cristo. È lui che parla quando si leggono le Scritture, è lui che prega nel suo popolo, è “in sua persona” che il ministro agisce: dunque le Scritture, il popolo e il ministro diventano segni della sua presenza viva. Vertice della sua presenza il pane e il vino che diventano Cristo presente in forma sostanziale e permanente.
    * L’Eucaristia è anche azione della Chiesa ossia del popolo di Dio. La chiesa è “il Cristo diffuso e comunicato (Bossuet): è proprio nel suo agire che si rende presente l’azione di Cristo. Il soggetto della celebrazione non è la Chiesa astratta e lontana: è quella porzione concreta del popolo di Dio che è lì radunato per celebrare il memoriale del Signore. L’agire di tutti è uno strumento e un riflesso dell’azione di Cristo. Tutto il popolo quindi è soggetto della celebrazione: è il protagonista che si pone davanti a Dio come il popolo ebraico ai piedi del Sinai: perché il dialogo e l’alleanza avvengono tra Dio e il suo popolo.
    * L’assemblea concretamente fa quello che ha fatto Cristo quando ha celebrato la prima Eucaristia. Cristo ha fatto una cena, quindi l’Eucaristia è un rito conviviale. Egli prese il pane e il calice: è la preparazione dei doni; rese grazie: è la grande preghiera eucaristica; lo spezzò: è la frazione del pane; lo diede ai suoi discepoli: è la comunione. Non è esclusa neppure la liturgia della parola: nella cena Cristo ha parlato lungamente nel grande discorso sacerdotale che alla fine si traduce in preghiera al Padre. La cena eucaristica è straordinariamente densa di intimità, di fraternità e di letizia quali si hanno o si devono avere attorno a ogni desco familiare. Ma il suo contenuto trascende quello di ogni banchetto. Riproduce la cena, ma contiene la croce. Non si rende presente l’atto della morte e della risurrezione di Cristo, che sono avvenute una volta per sempre, ma il contenuto di salvezza di quell’evento.

    * * *

    Il rito per essere vero deve afferrare l’uomo reale presente alla celebrazione, diversamente non serve a nulla e a nessuno. La liturgia è fatta per gli uomini e non gli uomini per la liturgia. Il culto sale a Dio passando per il cuore dell’uomo: è lì l’altare della celebrazione, è lì che Dio trova la sua gloria. Tutto il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento è un passaggio dall’esterno all’interno.
    La partecipazione esteriore è solo segno di quella interiore. Ci vuole una partecipazione intima e personale che produca un frutto di grazia nel cuore dell’uomo. Il fine della liturgia è il bene spirituale dei fedeli; il modo è una ricerca fatta insieme da tutte le parti in causa. La creatività può essere la migliore e la peggiore delle cose: dipende dall’uso che se ne fa. L’apertura al futuro non è mai chiusura al passato: l’albero non cresce di più se si tagliano le radici. È la grande via dell’autenticità che risolve tutti i problemi. Ci vuole un cuore impregnato di Vangelo: allora la parola di Dio sulle labbra prende un sapore nuovo. Ci vogliono gesti che nascono dal cuore: allora diventano davvero espressivi del divino e sono in grado di contagiare.
    La creatività più feconda è quella che nasce da un cuore in preghiera che si è preparato alla celebrazione liturgica. Questa creatività deve nascere unicamente dallo zelo pastorale che è amore per i fratelli.


    PARTECIPAZIONE ATTIVA, COSCIENTE, PIENA

    Il solo modo di capire l’Eucaristia è quello di inserirsi nel suo svolgimento e di sintonizzare ad essa le nostre energie spirituali: la capisce solamente chi la vive.
    L’Eucaristia è un’azione, non uno spettacolo a cui si assiste, sia pur pregando. È un’azione di cui noi siamo gli attori ma in cui Cristo è il protagonista. Le parole con cui Cristo l’ha istituita non sono: “Dite questo in memoria di me” o “Ricordate, proclamate, meditate, ecc.”, ma “Fate”.
    Di conseguenza il modo di parteciparvi è quello di un’azione. Tutti i fedeli devono agire con il celebrante. “I fedeli non assistano come estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (Conc. Vat. II SC 48).
    La Messa è un’azione comunitaria. Per partecipare alla Messa è dunque necessario creare la comunità. Non basta che la gente entri in chiesa e ciascuno prenda posto accanto all’altro, per avere una comunità. Si può avere una moltitudine di piccoli mondi chiusi: ciascuno coi suoi pensieri, i suoi sentimenti, i suoi problemi che alzano un muro di indifferenza e di separazione da tutti gli altri. Bisogna abbattere questo muro, lasciar penetrare gli altri in noi, sentire le loro gioie e le loro sofferenze come nostre; in una parola: amare. Bisogna che ciascuno senta di non essere solo davanti a Dio, ma cellula viva del corpo di Cristo che è la Chiesa.
    Per lungo tempo i fedeli sono stati abituati a una preghiera individuale, ad essere raccolti, a chiudere gli occhi, a mettere il viso tra le mani per stare raccolti. Nessuna meraviglia se oggi molti si trovano a disagio quando si chiede loro di essere attivi, parlanti, fusi in una preghiera collettiva.
    Non si prega solo con l’anima, ma anche con la voce, con l’atteggiamento e con tutto l’essere. La serie di atti che si compiono in chiesa (gesti, parole, atteggiamenti) sono autentica preghiera. Nella liturgia hanno particolare importanza il guardare e l’ascoltare. La Messa è un’azione, ma non è un’azione muta. Implica dei gesti e delle parole e anzitutto la parola di Dio.
    Ora la Parola è fatta per essere ascoltata. La liturgia non vuole che la Parola sia ridotta a una lettura. Se così fosse basterebbe distribuire dei libri e tutti, sacerdoti e fedeli, si sprofonderebbero in una lettura silenziosa: ne risulterebbe un circolo di lettori, un club del libro. Agli apostoli non è stato detto di scrivere la parola di Dio, ma di proclamarla. La Parola letta non dà il senso vivo della presenza di un Altro. Le manca quella forza che solo una voce umana le può conferire. Tutte le parole veramente belle, veramente solenni, vogliono essere ascoltate dalla viva voce e non lette. E alla messa c’è assai più che delle parole belle e solenni: c’è la parola di Dio. E questa Parola, nella sua proclamazione autentica, risuona viva ed attuale in tutta la sua divina efficacia. Bisogna ascoltarla.
    Si deve indurre l’assemblea ad ascoltare i testi sacri e, per ottenere questo, il tono della proclamazione deve essere all’altezza del messaggio. I messalini e i fogli in uso sono cosa ottima per prepararsi alla Messa durante la settimana e come testi di meditazione e di preghiera. Ma il loro uso abituale durante la celebrazione spesso distoglie dal seguire i riti e dalla partecipazione comunitaria. Il messalino letto privatamente durante la Messa non può sostituire la proclamazione autentica della Parola.
    Se la Messa è un banchetto, una cena, parteciparvi significa prendere parte a questa mensa. L’atto supremo della partecipazione alla Messa, quello che li riassume tutti, è la comunione. La comunione è anzitutto essenzialmente questo: la partecipazione al mistero della cena e della croce: comunione e sacrificio sono indissolubilmente uniti. Occorre fare una revisione del modo di concepire e vivere la comunione. Essa ci inserisce in un mistero immenso, di cui la croce costituisce il centro, ma che abbraccia anche tutta la grande storia sacra, dalla creazione all’ultima venuta del Cristo.
    La Messa rende presente tutto questo grande mistero e la comunione inserisce ogni fedele nel suo dinamismo vitale. Gli incontri con Cristo nella comunione non possono essere chiusi in un individualismo angusto o in forme devozionalistiche.
    L’uomo è una unità vivente e quindi tutto l’uomo deve pregare, corpo e anima. Quindi le tre posizioni più comuni (in piedi, in ginocchio, seduti) sono atteggiamenti comunitari che esprimono modi di essere e di pregare.
    Lo stare in piedi è segno di rispetto e di disponibilità attiva.
    Lo stare in ginocchio evoca l’atteggiamento di umiltà: ci si fa piccoli, ci si dimezza, si china il capo, si dice concretamente: “Mio Dio, tu sei grande e io sono piccolo, sono un nulla”. Ma bisogna che col corpo si inchini e si pieghi anche l’anima: solo allora il gesto è umiltà, verità e adorazione.
    Lo stare seduti non è una posizione di comodo: è l’attitudine dell’attenzione raccolta e rispettosa verso Dio che parla.
    I gesti e gli atteggiamenti comunitari sono connaturali alla nostra psicologia umana, associano il corpo ai sentimenti dell’anima ed esprimono questi stessi sentimenti in stile comunitario.
    Ogni celebrazione deve essere autentica preghiera. Nessuno ha mai condotto gli altri a una esperienza vitale senza esserci passato per primo. Ne consegue che tutti gli animatori della celebrazione, sacerdoti e laici, devono prepararsi e prepararla non solo sotto l’aspetto esecutivo o “spettacolare”, ma soprattutto nei suoi contenuti spirituali. L’Eucaristia domenicale è il cuore della settimana: tutto deve partire da lì e tutto vi deve tornare: programmi di ogni genere e impegni di ogni specie. Il prete deve essere un “mistagogo”: ha il compito di prendere i fedeli per mano e condurli incontro al Cristo presente nel mistero. Ciò che è detto del sacerdote vale, con le debite precisazioni, anche per tutti gli animatori della Messa: lettori, ministranti, suonatori, cantori …
    Il presidente della celebrazione deve educare gli altri con il suo stesso modo di pregare. La sua presenza deve emanare forza spirituale, sicurezza e calma composta. Deve essere tra la sua gente come uno che veramente crede e prega e non come uno che dice di credere e recita delle preghiere. Uno che dà vita alle parole e ai riti che si compiono. Un “capo” spirituale si affina e si attrezza pregando: poi effonde sull’assemblea quello che ha attinto nella contemplazione. Lo Spirito si serve di lui per illuminare le menti, infiammare le anime e suscitare desideri fattivi di santità.
    Non sa che farsene Dio di un culto che non impegna, che non provoca una opzione concreta, che non afferra la vita con i suoi problemi e le sue aspirazioni, e il cuore con tutta la gamma dei suoi sentimenti. Le invettive profetiche contro il formalismo del culto conservano una attualità drammatica. Dio non vuole il sangue dei tori, ma il cuore dell’uomo. Il culto non ha valore in sé, ma per le energie, la fede e l’amore che le persone vi impegnano e vi fanno confluire.
    Per evitare il pericolo del formalismo, degli atteggiamenti falsi e vuoti è indispensabile avere la percezione viva del Risorto, presente nel cuore dell’assemblea. La preghiera non sgorga dal cuore, se non quando si avverte la sua divina presenza. Non si dialoga con un assente. Come i polmoni si muovono a contatto con l’ossigeno dell’aria, così l’intimo dell’uomo si muove a contatto di questa presenza percepita nella fede. Dio, in quel momento, cessa di essere un “Egli” di cui si parla e a cui si pensa, e diventa un “Tu” a cui ci si rivolge.
    Soprattutto nell’Eucaristia questa presenza del Risorto raggiunge il massimo grado di intensità. È una realtà stupenda non mai scoperta e assimilata a sufficienza.
    Nei segni del pane e del vino il Risorto si rivela come una presenza realissima e sostanziale che perdura anche al di là nella celebrazione, nel tabernacolo. Attraverso il gesto sacramentale che è azione personale di Cristo si rivela come presenza dinamica. Attraverso la proclamazione della sua Parola, in cui Cristo presente annunzia oggi il suo vangelo, si rivela come una presenza parlante. Attraverso il celebrante che agisce “in persona di Cristo”, si rivela una presenza personale. Attraverso il popolo, in cui Cristo stesso prega, si rivela come una presenza incarnata nella Chiesa.
    Questo è il cuore del mistero dell’assemblea: tutta la densità orante del suo clima dipende dalla percezione viva, commossa, esultante di questa presenza. In nessun altro spazio e tempo l’incontro con Cristo è più facile e più pieno che nella Messa. Sant’Ambrogio diceva di incontrarsi con Cristo a faccia a faccia nei suoi sacramenti e ne percepiva quasi l’alito del suo respiro (praesentiae eius flatum aspirare).
    I primi cristiani sapevano che quando la comunità si radunava per spezzare il pane Egli veniva in mezzo a loro. Il loro pensiero correva spontaneamente alla sera di Pasqua in cui il Risorto appare in mezzo ai suoi per consolarli ed incoraggiarli ma soprattutto per donare loro il suo Spirito ed inviarli in missione al mondo intero.
    La loro esperienza deve diventare la nostra. Questa presenza deve essere il centro focale che galvanizza l’assemblea e la fa prorompere in preghiera. Nulla è più importante per rendere viva una celebrazione. Ci vorrà per questo una fede altrettanto viva. Abbiamo il torto di ridurre spesso la fede all’accettazione piena di un certo numero di verità. L’essenziale della fede consiste invece nella capacità di percepire la presenza misteriosa e nascosta del Signore nelle realtà della Chiesa e del mondo; soprattutto nei sacramenti e nell’assemblea riunita che rappresentano il culmine di tutta la vita ecclesiale.
    Chi crede così, sa incontrarsi con Lui, “respira” la sua presenza, e la preghiera diventa il respiro della sua vita.
    Nella celebrazione della Messa risuona la parola di Dio ed è Lui che parla quando nella Chiesa si leggono le Scritture. Bisogna imparare a mettersi in ascolto. Questa è una componente irrinunciabile della preghiera. Se la preghiera è dialogo con Dio, è chiaro che dovremmo lasciare a Lui l’iniziativa della Parola. La nostra preghiera non potrà essere altro che un’umile risposta a quanto Lui ci ha detto. Senza un religioso ascolto della Parola non c’è preghiera cristiana. Il popolo di Dio è un popolo in ascolto. Tale ascolto esige che abbiamo ben chiari alcuni principi di fede.
    1- Cristo è presente nella sua parola. È Lui che la pronuncia ora. Perciò la liturgia della Parola non è la lettura di un libro, ma l’ascolto di Qualcuno. “È come se vedessimo la sua bocca” (san Gregorio Magno). Cristo fa risuonare viva la voce del Vangelo e in Lui il Padre “viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli e discorre con essi” (Conc. Vat. II, Dei Verbum n. 21). L’acclamazione “Lode a te, o Cristo” esprime la fede in questa presenza.
    S. Agostino commenta il versetto 3 del salmo 50 (49) “Viene il nostro Dio e non sta in silenzio” così: “Il lettore è salito al suo posto: è Cristo che non tace. Il predicatore parla: se parla secondo verità, è Cristo che parla. Se Cristo tacesse, io non sarei qui a dirvi queste cose. Ma anche sulla vostra bocca egli non tace: quando cantavate, era Lui che parlava. Egli non tace: è necessario che noi l’ascoltiamo, ma con l’orecchio del cuore; perché è troppo facile ascoltare con quello della carne”.
    2- Cristo parla oggi e interpella oggi il suo popolo e in esso ciascuno degli ascoltatori. Ognuno deve dire: “È a me che parla!”. Bisogna sentirsi interpellati personalmente. La Scrittura è tutta intera per noi: per tutti e per ciascuno. Risponde ai problemi personali e ai bisogni concreti di ciascuno.
    Non è vero che Dio ha parlato soltanto una volta: Dio parla adesso, parla sempre. Nelle parole della Bibbia è presente lo Spirito di Dio che ringiovanisce e attualizza continuamente il messaggio. “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).
    Il vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (Rm 1,16). Nessuno ha dunque il diritto di mettersi di fronte alla Parola in atteggiamento da spettatore disinteressato. Nessuno può fare lo gnorri e dire: “Parla con me?”.
    3- Cristo domanda oggi una risposta. Una risposta a noi, a me. Esige una risposta che metta in movimento tutte le mie energie vitali: obbedienza, amore…
    La risposta avviene a due livelli:
    a) a livello di parole e di sentimenti: ed è la preghiera;
    b) a livello di atti: ed è tutta la vita.
    Anzitutto si risponde con la preghiera. Dicevano gli antichi: quando leggiamo è Dio che ci parla; quando preghiamo, siamo noi che rispondiamo. Nella liturgia questo dialogo avviene in modo comunitario. Dio parla attraverso le letture. Ognuno dà la risposta personale nella pausa di silenzio meditativo che dovrebbe sempre seguire. Poi si risponde coralmente attraverso il canto responsoriale. Per imparare a pregare bisogna guardare alla “Chiesa in preghiera”: e la liturgia non è altro che questo. È il metodo classico su cui si deve modellare il nostro colloquio personale al di là dell’azione liturgica.
    Ma non basta rispondere a parole. Ci vuole la concretezza degli atti. Bisogna rispondere con tutta la vita. L’udire deve tradursi in ubbidire. Ai piedi del monte Sinai, a Dio che parlando aveva proposto l’Alleanza, tutto il popolo rispose insieme e disse: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” (Es 19,8). L’ascolto diventa sterile, se la vita non si lascia modellare dalla Parola.
    Bisogna imparare ad entrare nelle celebrazioni con queste disposizioni. La pratica ci sembra tanto lontana da questo ideale. Spesso la Parola non è colta sulle labbra di Cristo e perciò risuona nel vuoto, in un’assemblea che naviga nella apatia e nella noia. Entra da un orecchio ed esce dall’altro senza scalfire neppure l’epidermide dello spirito e lasciando il tempo che trova. Al più è vista come una vaga istruzione religiosa. Non suscita la preghiera, non stimola l’impegno di vita. “Basta prendere una parola di lì (dalla Bibbia) per avere un viatico per tutta la vita” (s. Giovanni Crisostomo); e da noi i fedeli escono di chiesa con il cuore vuoto.
    Quale meraviglia se durante la settimana muoiono di fame o sono sopraffatti dalle chiacchiere degli uomini? Quando riusciremo a creare delle assemblee in ascolto del Dio vivo, allora non ci mancheranno i mezzi per contagiare il mondo intero.
    Percepire la presenza viva del Cristo, entrare nel colloquio con Dio mediante la Parola: sono indicazioni importantissime per rendere la celebrazione viva e pregata. Ma da sole non bastano. Non è solo questione di percepire una Presenza e una Parola: bisogna entrare in un dramma, il dramma della salvezza. La liturgia è un evento. Le grandi meraviglie compiute da Dio nella storia della salvezza si prolungano nei sacramenti della Chiesa. Nell’evento pasquale, che è la sintesi suprema di tutto l’agire di Dio, tutte le meraviglie del passato sono rese contemporaneamente presenti. E la Pasqua di Cristo è il contenuto di ogni atto liturgico e di ogni sacramento. Nelle nostre celebrazioni ogni evento rivive: tutto si compie ora. La liturgia non si ripiega sul passato: celebra l’oggi della nostra salvezza. È vero che questo “oggi” non ci sarebbe se non ci fosse la magnifica storia di “ieri”; e che ci sentiamo spinti irresistibilmente verso il “domani” che attendiamo. Ma la storia di ieri è resa ora presente in pienezza; e quella di domani è anticipata nel mistero. La liturgia, soprattutto nella Messa, riassume tutte le dimensioni del tempo, tutta la storia della salvezza nelle sue varie fasi. Occorre trasporre tutto in chiave di attualità. Devo sentirmi implicato nell’evento che si celebra perché è qui presente per afferrare la mia vita. Oggi Cristo rinasce nella mia vita, oggi muoio con lui, risorgo con lui, salgo al cielo e siedo alla destra del Padre con lui, oggi scende su di me il suo Spirito…
    Dio stringe oggi la sua alleanza con noi come in passato l’ha stretta con i nostri padri. Tutto quello che si fa e si dice oggi è parola ed evento attuale; si prolunga in noi e deve trovare in noi, ora, qui, una nuova attuazione. Ricordiamo che i sacramenti sono azioni di Cristo, Cristo che agisce e ci salva, qui, oggi.
    Facciamo qualche esempio concreto. Nel culmine dell’Eucaristia si rievoca la cena del Signore: “Nella notte in cui fu tradito, Egli prese il pane …”. Si usano i verbi del passato e sembra che si racconti una storia. E così è, infatti. Ma non è tutto. Mentre è raccontata quella storia si traduce in realtà. È Cristo che, ora, prende il pane nelle sue mani, ripete i gesti della cena e si dona a noi sotto il segno del pane spezzato. Esattamente come quella sera, ormai lontana nel tempo.
    Nella IV domenica di quaresima si legge il vangelo del cieco dalla nascita. Al momento della comunione si canta: “Il Signore unge i miei occhi; ed io vado, mi lavo, ci vedo e credo a Dio”. Cosa significa? Quello che è accaduto al cieco in quel giorno, accade ora a me: gli occhi della mia fede sono illuminati, la mia vita intraprende un nuovo cammino alla ricerca del volto di Dio.
    La Messa non è uno spettacolo più o meno suggestivo: si entra in un dramma, si è afferrati dal mistero di Cristo, si esce dalla celebrazione rinnovati.
    Il segno sacro è un elemento sensibile che esprime e contiene una realtà interiore di grazia: un fatto esterno che vuole arrivare soprattutto al significato e al contenuto delle cose. Dobbiamo esaminarci sulla esecuzione di tali segni (segno di croce, genuflessione, scambio della pace, ecc.). Lo stile di questi gesti sacri dev’essere degno della celebrazione e non fare magra figura messo a confronto con la recita dell’ultimo teatrino ambulante. Si tratta di realtà divine espresse in figura e in gesto umano. Dal nostro gesto deve trasparire l’azione di Cristo che agisce in noi.
    Quando una genuflessione diventa un gesto frettoloso e meccanico, mentre lo sguardo vaga altrove in cerca di un posto a sedere, come potrà essere un “segno” della nostra fede adorante Cristo presente? Se al battesimo la veste bianca non è né veste, né bianca, come pretendiamo che esprima la bellezza radiosa di un’anima che ha rivestito internamente Cristo?
    Quando non c’è coerenza tra ciò che esprimiamo all’esterno con parole o con gesti e ciò che sentiamo e viviamo nell’intimo, siamo bugiardi. C’è il rischio che le bugie più grosse le diciamo proprio a Messa. Sarebbe una tragica farsa.
    L’obiettivo ultimo non è fare dei bei gesti, ma la grazia che trasforma il nostro cuore: anche la presenza di Cristo è ordinata a questo. Ad ogni gesto esterno deve corrispondere una attitudine interiore, un frutto di preghiera e di grazia. Se mi batto il petto, bisogna che esprima nell’intimo tutto il mio pentimento sincero. Se stringo il mio fratello in un abbraccio cordiale, devo sentirmi con lui in comunione d’amore. Se pronuncio formule di preghiera, bisogna che il cuore si accordi con la voce, perché le formule pronunciate con le labbra non sono la preghiera, ma solo mezzi di preghiera. Altro è recitare preghiere, altro è pregare. Se canto, non sarò un semplice esecutore di musiche: pregherò cantando, sintonizzando il grido del mio cuore con quello dei fratelli.
    L’Eucaristia deve essere il cuore delle nostre giornate perché è il centro di ogni attività dello spirito.
    È il centro di tutta la storia della salvezza perché lì si rende presente il passato di questa storia e in qualche modo è anticipato perfino il futuro. È il punto di convergenza di tutte le attività della Chiesa: il suo fulcro, il suo cuore. È il centro della attività spirituale. L’iter terreno di Gesù sfocia sul Calvario e intorno a quel perno gravita tutta la sua vita. Così è per ogni cristiano. Ogni itinerario spirituale deve sboccare nell’Eucaristia.
    La Messa è il nodo di tutte le strade dello spirito. Da questa ricchissima fonte bisogna attingere la vita spirituale.
    L’atto più grande che un uomo possa fare a questo mondo è quello con cui, sotto l’impulso dello Spirito santo, prende la sua vita tutta intera e la presenta a Dio in gesto di offerta e di amore. È il gesto che ci lega più direttamente e più strettamente a Dio.
    Questa offerta a Dio nell’amore ha un intimo rapporto con l’Eucaristia, perché l’Eucaristia rende presente l’offerta che Cristo fa al Padre della sua vita, per salvare noi. Vivere l’Eucaristia è unire il nostro gesto di offerta al suo.
    Celebrando la sua offerta, impariamo ad offrirci anche noi. Celebrare l’Eucaristia senza questa disposizione a mettere la nostra vita nelle mani del Padre è offrire non un sacrificio vivo, ma un sacrificio cadavere, una Eucaristia senza vita.
    “Nell’Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che mediante la sua carne vivificata dallo Spirito santo e vivificante dà la vita agli uomini i quali sono invitati e indotti a offrire assieme a lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create” (Conc. Vat. II, PO n. 5). Chi è capace di vivere il suo sacrificio spirituale in unione con quello di Cristo vive l’Eucaristia.
    Ogni Eucaristia rende presente la suprema offerta che Cristo fa di se stesso al Padre. Egli è sempre stato pienamente disponibile alla volontà del Padre: entrando nel mondo (Eb 10, 5-9) e durante tutta la sua esistenza, facendo della volontà del Padre il suo cibo (Gv  4, 34) e donando la sua vita sul Calvario in un gesto totale d’amore. Ogni Eucaristia ci rende presente, in tutta la sua freschezza ed efficacia, questa adesione e questo amore al Padre: è l’atto supremo di religione che mai sia stato compiuto.
    Ogni altro atto ha valore solo in quanto è collegato ad esso. Ogni offerta di sé a Dio, per aver valore, deve essere agganciata a questa.
    La Messa è l’insieme di due oblazioni: quella di Cristo sull’altare e quella del cristiano che si offre insieme con Cristo sullo stesso altare e prolunga questa offerta in tutta la sua vita. Solo chi crede in Cristo può offrire se stesso a Dio. Credere infatti è “entrare in Lui” (s. Agostino), diventare parte integrante del suo Corpo.
    Nella Messa questo possiamo vederlo significato nell’acqua unita al vino “segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”.
    La Chiesa è un “essere insieme”, è una comunità di persone. Ciò esige che per fare l’Eucaristia ci sia una vera comunità. La celebrazione sarebbe radicalmente falsata se lì ci fosse, anziché una comunità, una accozzaglia di gente. È lì nell’Eucaristia che ogni giorno si costruisce la comunità, è lì che devono essere distrutti diffidenza, incomprensione, antipatie e tutto il resto. È una scuola d’amore. Il segno della pace, per essere autentico, deve essere segno di un amore che non si arrende mai.
    Quindi, da una parte ci vuole la comunità per fare l’Eucaristia e dall’altra è nell’Eucaristia che la comunità si costruisce e si cementa sempre più.
    Ogni comunità cristiana ha queste quattro linee di forza: il modello è la comunità primitiva, quella di Gerusalemme; la sorgente è l’Eucaristia; il centro focale è la presenza di Cristo attorno a cui si stringe; il vincolo che la cementa è l’amore.
    Chi vive l’Eucaristia quotidiana si sente ogni giorno con le spalle al muro e viene “costretto” dall’evidenza dei fatti a riconvertirsi a Dio e ai fratelli. Non può andare all’Eucaristia con un fratello al quale non rivolge la parola o col quale non si sente unito fraternamente e riconciliato. È questione di sincerità e di autenticità.
    Liturgia della parola e liturgia eucaristica sono l’unica mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo. La Chiesa è una comunità in ascolto, il cristiano è uno che ascolta la parola di Dio e la osserva (Lc 11,28). Ogni giorno il Signore parla e la vita cristiana è una risposta, un sì, ripetuto con gioia. La Parola ascoltata durante la Messa deve essere la lampada che guida e illumina i nostri passi ogni giorno. È noto che la prima vocazione monastica, quella di s. Antonio abate (+356), è nata proprio dall’ascolto della parola di Dio nella celebrazione eucaristica. “Un giorno mentre si recava, com’era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato ogni cosa… Meditando su queste cose entrò in chiesa proprio mentre si leggeva il vangelo e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli” (Mt 19,21).
    Allora Antonio, come se quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia…
    Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: “Non vi angustiate per il domani” (Mt 6,34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era rimasto… Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi” (2Ts 3,10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri… Era così attento alla lettura che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. Tutti gli abitanti del paese e gli uomini giusti, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello (dalla “Vita di s. Antonio” scritta da s. Atanasio, vescovo).
    Antonio aveva capito che era Cristo che parlava, e parlava a lui, e voleva da lui la risposta quel giorno.
    Voi capite che cosa accadrebbe nelle nostre giornate, se vivessimo così la liturgia della Parola! È il Risorto vivente che è lì, e quelle cose le dice a me! Quelle cose che ha detto, le vuole da me, oggi! Allora la vita si rovescia, si converte. “Dire di sì al Signore che parla è essere salvati” (s. Bernardo).
    Poi c’è la seconda parte della celebrazione: la liturgia eucaristica. Il segno è un banchetto che esprime la comunione con Cristo e con i fratelli. Il rito conviviale è accompagnato da una grande azione di grazie, da cui deriva il nome di tutta la celebrazione: eucaristia.
    “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio” non è solo un ringraziare. È anzitutto uno sguardo contemplativo fissato su una persona, Cristo, con tutto quello che ha fatto. È spalancare gli occhi, ammirare e sentirsi il cuore riempito di gioia. Poi è lodare e dire: “Signore, quanto sei grande! Quanto sono mirabili le tue opere! Cosa potevi fare di più per noi?”. È un invito a fare di tutta la vita un canto e dare, nella preghiera, la prevalenza alla lode.
    Ogni cristiano deve essere un contemplativo, cioè uno che sa spalancare lo sguardo sulle cose meravigliose che Dio ha fatto, sa stupirsene e, pieno di gioia, sa cantare. Il credente canta perché ha bisogno di cantare.
    Ha bisogno di cantare perché la lode è al centro della sua preghiera. “Il cantare è l’atteggiamento tipico di chi ama, dell’innamorato: cantare amantis est” (s. Agostino). Si canta e si loda sempre, in ogni circostanza, in ogni luogo e si rende grazie di tutto. Questo atteggiamento ricco e molteplice è riassunto nel termine liturgico “rendere grazie”. Si è scelta una espressione fuori uso per conservare tutta la ricchezza originale che significa molto di più del nostro ringraziare.
    S. Agostino chiama l’Eucaristia “il sacramento della memoria”. Che cos’è questa memoria? È la rievocazione di tutta l’opera della salvezza. Se uno ci chiedesse: “Perché andate a Messa?”, la risposta dovrebbe essere questa: “Per ricordare che Cristo ha donato la vita per noi e la dona in questa Eucaristia…”. La dona al presente. Infatti questa memoria è di tipo particolare. Non è un puro ricordo psicologico; è una memoria che rende presente la cosa ricordandola: è una memoria efficace. Questa stupenda storia di salvezza, nell’atto in cui la ricordiamo, diventa reale. Ricordiamo nuovamente il momento culminante della Messa: “Prese il pane, lo spezzò… Prese il calice…” Sembra che sia solo il racconto di una storia passata. In realtà, mentre la storia viene raccontata, diventa vera, perché è Lui che prende il pane ancora nelle mani, lo spezza e lo dona a noi.
    La vita spirituale è fatta soprattutto di memoria. Non si tratta tanto di capire. Capire è il primo passo. Si tratta di ricordare. Questo ha un peso enorme nella vita spirituale. Questa memoria eucaristica è efficace non solo nel pane e nel vino nei quali produce la presenza di Cristo, ma efficace nelle mie giornate. Bisogna prolungare nella giornata ciò che abbiamo celebrato nella Messa. Quella memoria deve passare dall’ambito della celebrazione a quello della vita.
    Nella Messa offriamo al Padre il Cristo presente e insieme con Lui offriamo anche noi. La Messa è una scuola nella quale si impara ad offrirsi: offrirsi a Dio in chiesa e al fratello nella vita.
    Nella Messa si prega, si intercede per tutti, per la Chiesa e per il mondo. Bisogna che impariamo a pregare sempre così, a dare alla nostra preghiera una dimensione cattolica. “Non trascura nessuno chi prega per tutti” (s. Agostino). Allarghiamo il respiro della nostra preghiera perché non diventi bolsa. Bisogna avere la mente e il cuore aperti alle grandi intenzioni ecclesiali: questo ci aiuta a dare respiro cattolico alla nostra preghiera. La nostra comunità locale non deve diventare un ghetto, ma una scuola di universalità ecclesiale.
    Il momento della comunione è la conclusione di tutta la vicenda eucaristica. L’Eucaristia è una cena: “Beati gli invitati alla cena del Signore”. Fare la comunione non è soltanto accogliere dentro di noi il Signore che ci fa visita.
    Fare la comunione è inserirsi nel mistero che c’è in quel banchetto. In quel banchetto c’è la croce e la risurrezione di Cristo, il Cristo morto e risorto. Fare la comunione significa inserirsi in questo dramma. Ciò è molto impegnativo! Accogliere una visita, dopo tutto, non esige molto: basta fare un po’ di pulizia e mettere un mazzo di fiori sul tavolo. Ma essere inseriti nella Pasqua è un’altra cosa. È la solidarietà totale con Cristo: egli viene in me per ripetere dentro di me e con me quello che ha fatto sul Calvario. Bisogna essere disponibili a morire con Lui per risorgere con Lui. Immergiamo in Lui il nostro morire quotidiano perché diventi vita, Pasqua di risurrezione.
    Nella Messa trova il suo massimo rilievo la tensione escatologica: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione nell’attesa della tua venuta”.
    “Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini” (Conc. Vat. II, SC n. 8). Rinnovare la cena del Signore “nell’attesa della sua venuta” è un’attitudine di vigilanza, di gioiosa aspettativa, di pregustamento delle realtà celesti, di intima comunione con l’assemblea dei santi in cielo, raccolta intorno al Cristo.
    Nella liturgia della festa di tutti i santi rendiamo grazie a Dio dicendo: “Oggi ci dai la gioia di contemplare la città del cielo, la santa Gerusalemme che è nostra madre, dove l’assemblea festosa dei nostri fratelli glorifica in eterno il tuo nome. Verso la patria comune noi, pellegrini sulla terra, affrettiamo nella speranza il nostro cammino…” Questa tensione verso la santa Gerusalemme del cielo è molto decelerata o addirittura volutamente frenata: non vorremmo arrivare mai!
    È urgente ricuperare, al livello concreto della vita, questo valore cristiano. L’attesa della venuta del Signore era vivissima nella prima generazione cristiana.
    La celebrazione della Messa deve diventare una veglia di attesa e di speranza. I due eventi entro cui si muove l’esistenza cristiana sono la risurrezione di Cristo e il suo ritorno alla fine dei tempi (la parusia).
    L’Eucaristia viene a collocarsi su questa linea continua che va dal mistero pasquale di Cristo alla parusia.
    I primi cristiani hanno l’esperienza di una presenza viva del Risorto, nel momento in cui la comunità celebra la Messa. Egli viene nel seno della comunità riunita. Si stringono attorno al Risorto invisibilmente presente, in attesa di contemplarlo a viso scoperto nella gloria del suo avvento.
    Da questa presenza attuale, sperimentata nel mistero, sgorga la gioia (At 2,46).
    Colui che viene nella Chiesa riunita per spezzare il pane è quello stesso che tornerà nella parusia per compiere ogni cosa. Questa presenza misteriosa costituisce un ponte fra le due sponde della Chiesa: quella pellegrina e quella della Patria.
    Per rinnovare lo spirito e il clima della celebrazione dobbiamo rituffarci nel clima della celebrazione primitiva, quella della Chiesa nascente, esuberante di energie, carica di tensione spirituale, stimolata dal ricordo vivo della presenza del Signore. Riusciremo forse a eliminare le nostre stanchezze e a desiderare con lo stesso ardore la venuta del Signore. Sentiremo come loro di essere inseriti in una storia che sbocca nell’eternità e ci lasceremo trascinare dal suo movimento.
    È quello che ci chiede il Signore attraverso un testo del canone ambrosiano: “Ogni volta che farete questo lo farete in memoria di me: predicherete la mia morte, annunzierete la mia risurrezione, attenderete con fiducia il mio ritorno, finché di nuovo verrò a voi dal cielo”.
    L’Eucaristia è il cuore della Chiesa e la pupilla dei suoi occhi. Deve diventare il cuore della vita di ogni fedele e di ogni comunità: tutto lo sforzo ascetico, tutte le attività di apostolato devono confluire lì, e da lì attingere la loro ispirazione e la loro energia conquistatrice.
    Ogni domenica deve vedere radunata intorno all’altare una vera famiglia di figli di Dio, consapevole di costituire “un popolo di sacerdoti”, intelligentemente attiva con l’anima e con il corpo “per attingere il vero spirito cristiano dalla sua prima e indispensabile fonte, che è la partecipazione attiva ai sacrosanti misteri e alla preghiera pubblica e solenne della Chiesa” (S. Pio X, 22/11/1903).

  • 23 Feb

    SCOPRIRE LA VOLONTA’ DI DIO

    p. Jean Lafrance s.j.

    Questi tre capitoli sono estratti dall’importante opera del padre: Prega il Padre tuo nel segreto.

    a cura dei monaci della Abbazia Nostra Signora della Trinità – Morfasso (PC) Italia

    Prega per scoprire la volontà di Dio su di te
    senza possibili illusioni.
    Poi rimani disponibile e abbandonato
    tra le mani del Padre.

    Hai sentito la chiamata a seguire Gesù e hai accettato consapevolmente il rischio dell’amore, servendolo nella totale povertà e umiltà. Come Paolo vuoi la vera sapienza: « Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso » (1 Cor 2, 2). È normale che tu viva in te una grande lotta tra questo desiderio di amare veramente il Cristo e quello di compiere invece la tua volontà. Solo lo Spirito Santo può purificare il tuo cuore, al punto di disporlo davanti a Dio a compiere la sua volontà.

    Nella tua vita, tutto si riduce – in definitiva – a scoprire questa volontà di Dio, e a compierla: « Non sono coloro che dicono: Signore, Signore, che entreranno nel Regno, ma coloro che fanno la volontà di mio Padre ». In definitiva tu desideri accostarti al Cristo più da vicino nella sua totale povertà, ma non sai con esattezza quale forma particolare di povertà il Cristo voglia da te. Tutto quanto è buono e perfetto in sé, non lo è necessariamente per te. Tu aspetti dunque nella preghiera assidua che Dio ti riveli quello che in te fa ostacolo al dono totale e vero. L’importante non è quello che tu decidi di abbandonare per Dio, ma quello che egli vuole che tu abbandoni per lui.

    È qui che le illusioni possono insinuarsi nelle tue migliori intenzioni. Ti può capitare di pensare che il meglio per te è il più difficile: quello che importa, in realtà, non è il fatto che un distacco o una attività ti ripugni o ti piaccia, ma che esiga maggior amore. Se, dopo aver pregato lungamente, intravedi quest’opera nella pace e nella fiducia, come una volontà di Dio per te, è un segno chiaro che Dio ti chiama a rispondervi generosamente. Sta certo che se preghi nella verità e lasci tempo al tempo – che è un fattore di primaria importanza per una decisione – Dio ti farà vedere quello che si aspetta da te.

    È il momento di metterti di fronte all’opera dello Spirito Santo in te. Guarda semplicemente i doni ricevuti da Dio nelle differenti tappe della tua vita, le chiamate ricevute attraverso gli avvenimenti e le persone. Cerca di scoprire la vocazione che Dio traccia in te e che deve stagliarsi come un crinale sull’orizzonte. Ogni uomo porta nell’anima un mistero, il suo proprio mistero, che è quello del suo nome particolare. Tutta la sua angoscia su questa terra è di individuarlo. Solo il Cristo può rivelare all’uomo il mistero del suo nome, lui che, nel suo cuore di Figlio di Dio, è aperto eternamente all’essere, al cuore del Padre.

    E insieme guarda se sei stato fedele a questa chiamata di Dio. Molto spesso hai utilizzato questi doni per servire le tue vedute personali, anche se di per sé buone. La vocazione che intravedi è un dono di Dio, o una costruzione che dipende da te? Quante illusioni nei tuoi desideri di santità e nelle tue attività al servizio degli altri!

    Attento a non abbandonarti ad analisi psicologiche e ancor meno a considerazioni razionali, ma làsciati interpellare nel cuore del tuo essere. Proprio tu sei rimesso in causa da questa volontà di Dio. Da ciò deriva la necessità di una preghiera intensa e prolungata, per vedere te stesso con lo sguardo dello Spirito Santo. Ripeti a Cristo il tuo desiderio di non essere più che una sola cosa con la volontà di Dio. Solo la preghiera può purificare le tue motivazioni profonde e fare apparire in piena luce le intenzioni del tuo cuore.

    Non ti stupire, allora, se fai l’esperienza della tua grande povertà che ti riduce a essere malleabile e duttile tra le mani di Dio. Sei un po’ di terra nel cavo della mano di Dio e chiedi al soffio dello Spirito di venire a modellarti a immagine del Figlio. È una situazione non comoda, poiché non si tratta più di decidere da te solo di evitare una determinata cosa o di intraprenderne un’altra, ma di lasciarti puramente e semplicemente lavorare da Dio.

    Tu ti abbandoni tra le mani di Dio in una totale indifferenza. È la disponibilità fondamentale quella che assicura la concordanza della tua vita di uomo con il disegno di Dio. In fondo, tu accetti di abbandonare tutto per seguire il Cristo, ma ti rifiuti di decidere da te solo: metti la tua forza nel non volere né un bene né un altro, se non ti muove il solo servizio di Dio nostro Signore (cfr Esercizi Spirituali di S. Ignazio. n. 155).

    Di tali esseri, spossessati di sé, Dio può fare dei santi. Per arrivare a una tale disposizione che è difficile, perché tocca le radici stesse della libertà, è evidente che l’orazione è più necessaria che mai. Soltanto il Cristo può venire ad insegnarti e a darti la forza di offrirti così a Dio nel più grande sacrificio. Lui stesso ti ha aperto la strada con la sua Pasqua. Ripeti spesso la preghiera di abbandono del padre de Foucauld: « Padre mio, mi abbandono a te, fa’ di me quello che vuoi. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto ».

    Lascia riposare il tuo cuore nella pace di Dio e vedrai
    apparire la sua volontà chiara e precisa su di te.

    Quando un’acqua è torbida, bisogna solo lasciarla riposare sotto la calda luminosità del sole, perché le impurità si depositino nel fondo e l’acqua pura appaia in superficie. La stessa cosa avviene per la tua vita cristiana, che si purifica a poco a poco, nella preghiera, sotto lo sguardo di Dio. Se sei fedele a vivere sotto la luce dell’Evangelo, le intenzioni profonde del tuo cuore si chiariscono e tu intravedi quello che è di ostacolo all’azione di Dio in te. Nello stesso tempo, lo Spirito Santo inclinerà il tuo cuore verso questa o quella forma di povertà per meglio orientare la tua vita nel senso della volontà di Dio. Imparerai soprattutto ad esser qui, davanti a Dio, per lui solo. Quando lavori, o quando riposi, agisci troppo spesso per un fine, e dimentichi quale meraviglia sia esistere, semplicemente esistere, senza pensare ad altro. La preghiera ti fa esistere davanti a Dio. Essa ti fa raggiungere questo fondo del cuore, più profondo di ogni desiderio, di ogni pensiero, di ogni immagine e di ogni azione. Così, tu sei solo con te, alle origini del tuo essere, là dove la tua anima è uscita dalle mani del Creatore. Tu sei solo con l’Assoluto, solo della solitudine del Solo.

    Ecco, dunque, la differenza che esiste tra questa scelta spirituale compiuta nella luce dello Spirito, e le decisioni morali che tu prendi per cambiare la tua vita sul piano umano. Per esempio, può accadere che tu decida di lottare contro un certo difetto, di darti maggiormente alla preghiera o d’intraprendere un certo atto di ascesi per meglio servire Dio. Non puoi trascurare questo lavoro di perfezionamento se vuoi divenire un uomo libero, ma esso ha i suoi limiti e soprattutto rimane su un piano umano. Per di più, lo puoi fare all’infuori della preghiera, con l’aiuto di qualcuno che ti conosce bene, per esempio. Se chiedi ai tuoi amici che cosa ti rimproverano, capirai quello che bisogna cambiare nella tua vita.

    La scelta spirituale che qui sei invitato a realizzare, si situa sul piano della vita teologale. Si tratta di scoprire la volontà precisa di Dio su di te in un dato momento della tua vita per darle un orientamento. Non puoi dunque fidarti solo dei lumi della tua ragione e delle risorse della tua volontà, ma hai bisogno di una rivelazione superiore dello Spirito, per comprendere i disegni d’amore di Dio a tuo riguardo. La preghiera continua, la contemplazione dell’Evangelo purificano il tuo cuore, invitandoti così ad abbandonare a Dio il fondo del tuo essere.

    In principio vi è la certezza che lo Spirito Santo vuole realizzare in te qualche cosa che non ti è possibile definire anticipatamente; di solito vai alla preghiera con dei problemi precisi, per i quali vuoi delle soluzioni immediate, ottenute con l’analisi o con la decisione. Tu non puoi allora scoprire la volontà di Dio, che esige un’assenza di premesse e l’oblio di quello che sei o di quello che fai. Lascia dunque i tuoi problemi fuori della porta, e apriti a Dio per sottoporti a una presenza attiva dello Spirito che vuole la tua realizzazione. Il tuo essere non sei tu a costruirlo, ma lo ricevi da Dio. Solo così potrai percepire una volontà personale e attuale di Dio: riconoscendo e accettando te stesso.

    L’orazione diventa il luogo del passaggio dello Spirito, e lasci cadere a poco a poco le tue difese e le tue sicurezze. Solo partendo da zero puoi ritrovare il tuo essere profondo e divenire un adulto libero e non un personaggio. L’orazione facilita questa evoluzione, facendoti salire ad un altro livello, che non è quello delle tue preoccupazioni attuali. Allora non vi sono più problemi o dualismi, ma un assumere personalmente e coscientemente la tua vita per darla al Cristo, accettando, senza illusioni, le esigenze dell’amore.

    Per queste ragioni, la volontà di Dio non prende abitualmente delle andature straordinarie o sensazionali. Dio lavora nella trama stessa della tua esistenza; è dunque a livello della tua vita quotidiana che si farà palese la sua volontà. Egli ti chiede soprattutto di accettare in piena lucidità il tuo essere di uomo con i suoi limiti e le sue deficienze, per mezzo delle quali ti purifica.

    Continua a pregare rilevando nella tua vita le chiamate precise e i desideri che lo Spirito ti suggerisce; è sempre per mezzo delle tue aspirazioni profonde che Egli ti parla e ti fa scoprire la volontà di Dio. E poi cerca di tradurre concretamente in quale modo vuoi realizzare questa scelta, se occorre prendendo degli appunti. Può succedere che tu metta il punto finale a questa ricerca riassumendola in una parola dell’Evangelo.

    In ogni caso, se hai scelto secondo Dio, tu proverai in te stesso una grande gioia. La pace e la gioia sono sempre i segni dell’azione di Dio in te, anche quando questa gioia esige da te un sacrificio reale. Un poco alla volta si formerà in te quello spirito di discernimento spirituale che ti farà « sentire » la volontà di Dio in tutti gli avvenimenti della vita.

    Dio non ti abbandona al solo lume della tua ragione
    quando ti chiama a fare una scelta spirituale.
    È nella preghiera che tu vedrai delinearsi la sua volontà.

    Sei qui ormai al centro della vita cristiana, perché tutto si riduce in definitiva, nella tua esistenza di uomo, a scoprire la volontà di Dio e a compierla. Ma se ti è facile discernere questa volontà attraverso i comandamenti, tu dubiti spesso di riuscire a scoprire quello che Dio si aspetta da te, in particolare nella tua situazione attuale. Più progredirai nella vita cristiana autentica e più dovrai fare delle scelte che dipendono unicamente dalla tua coscienza, illuminata dallo Spirito e dalla legge delle Beatitudini, senza poterti riferire né a un codice, né ad un maestro che sembri sapere o detenere la verità. Che si tratti di un impegno politico, di uno stato di vita, di un approfondimento della tua preghiera o di qualche altra decisione che orienti la tua vita, non puoi fare a meno di una scelta onerosa che impegni la tua libertà e la tua fedeltà. Tuttavia, non sarebbe credere in Dio e nella sua Provvidenza il pensarlo capace di abbandonarti a te stesso nelle decisioni della tua vita.

    Se vuoi conoscere la volontà di Dio, la condizione sine qua non è di renderti disponibile, ossia, di fronte ad una scelta da fare, di non voler preferire l’una opzione o l’altra, di abbandonare ogni pregiudizio che impedisca a Dio di farti sapere in quale senso vuole che t’impegni. In una parola, non devi avere alcuna idea in proposito, e devi accettare di entrare nelle vedute di un altro, che sconcertano sempre le tue.

    Questa è certo la disposizione fondamentale per operare una scelta secondo Dio. Ma forse tu ti poni una domanda: come fare a renderti disponibile, se non lo sei? Diciamo così: che devi fermarti, guardarti oggettivamente e interpellare il tuo giudizio critico; questi atteggiamenti si vivono sotto lo sguardo dì Dio, nella preghiera, per scoprire le resistenze alla sua volontà.

    Può accadere che con una tale preghiera Dio ti mostri chiaramente quello che si aspetta da te, ma non è sua abitudine: egli preferisce parlarti con i segni. Non considerare troppo presto le tue buone intenzioni come volontà di Dio. Un mezzo per scoprire questa volontà è analizzare i vari dati e le componenti della scelta, gli argomenti in un senso o nell’altro, come si usa esaminare prima di ogni decisione. Se fai questo sotto lo sguardo di Dio, vedrai le ragioni pro o contro ordinarsi secondo dei criteri spirituali, per esempio seguire il Cristo nella via delle Beatitudini; oppure vedrai apparire i motivi umani o egoistici, poiché il discernimento spirituale si riferisce anche a criteri oggettivi: la sapienza della Croce e delle Beatitudini enunciata da Cristo nell’Evangelo. Da una parte, le ragioni saranno chiare, forti, certe; dall’altra, senza valore, inconsistenti, torbide o dubbie. Dio non sembra avere risposto direttamente alla tua domanda, ma in realtà l’ha fatto, illuminando e guidando la tua intelligenza o il tuo cuore.

    Vi è anche un’altra maniera per scoprire questa volontà: quella d’interrogare la tua affettività profonda. Se sei nella pace duratura, e nella vera gioia, puoi dire che i progetti che accompagnano i tuoi sentimenti interiori sono volontà di Dio perché lo Spirito Santo agisce sempre nella gioia, nella pace e nella dolcezza. Se, al contrario, sei nella tristezza, nello scoraggiamento e nell’irrequietezza, puoi supporre che il progetto concepito è probabilmente ispirato dalla carne o dallo spirito del male.

    In questo campo, ciò che sembra essenziale è la durata e la qualità del desiderio. Non puoi avere nessuna certezza se ti affidi al sentimento di un solo istante. Al contrario, se durante un periodo più o meno lungo, una determinata decisione è sempre accompagnata dalla gioia e il suo contrario dalla tristezza, vi è ragione di credere che sia Dio a mandarti la consolazione dello Spirito e a suggerirti di compiere l’azione corrispondente. Vi è poi l’atto di libertà che ti fa prendere questa decisione per Gesù Cristo. Molto spesso è dopo questa libera opzione che la pace si stabilisce in te. L’esperienza di consolazione o di desolazione che segue la scelta, confermerà la scelta stessa e ti indicherà chiaramente se sei nella volontà di Dio.

    A poco a poco, riuscirai a compiere delle scelte veramente spirituali, interpretando in modo sempre più chiaro i segni di Dio, sia che si tratti di grandi decisioni che impegnano la tua esistenza, o semplicemente delle scelte riguardanti la tua vita quotidiana. D’altronde, questa educazione della tua libertà dovrà proseguire per tutta la vita, e più sarai fedele a rispondere alle sollecitazioni dello Spirito, meglio scoprirai quello che ti viene domandato.

    Per concludere questa meditazione, puoi rileggere nel primo libro di Samuele (3,1-21) la chiamata di Dio a Samuele; capirai come Dio parla agli uomini per indicare loro la sua volontà. Samuele vive nel tempio, è al servizio di Eli e lo aiuta nel culto, ma non è ancora in relazione intima con Jahvè, ossia non ha ancora percepito la parola personale e originale che Dio gli rivolge: « Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore » (1 Sam 3,7). Tu rassomigli a Samuele finché non hai percepito la volontà personale di Dio su di te. Come il giovanetto, ciò che devi fare tu lo chiedi al gran sacerdote Eli oppure a leggi scritte.

    Ma osserva la pedagogia divina. Jahvè comincia col chiamare tre volte per nome il giovanetto: « Samuele! Samuele! Samuele! ». Si tratta proprio di una chiamata personale, di una volontà precisa che vuol fargli udire. Contempla anche la disponibilità di Samuele, che alla minima chiamata si mette alla ricerca della volontà di Dio. Sei sensibile ai più lievi tocchi dello Spirito, che ti fa segno attraverso avvenimenti apparentemente banali?

    Samuele va a trovare il sommo sacerdote; questi non ha per missione di rivelargli la volontà di Dio, non la conosce, ma lo mette semplicemente in contatto con la parola di Dio. Così nella tua vita, tu interroghi il tuo padre spirituale che è in assiduo ascolto della voce di Dio e gli chiedi di aiutarti a metterti in comunicazione con essa. Solo lo Spirito può parlare al tuo cuore, ma la guida spirituale c’è proprio per aiutarti a verificare l’autenticità della sua chiamata.

    Samuele è pronto ad ascoltare la voce di Dio, poiché si è stabilito in una profonda disponibilità, e vuole ormai una cosa sola, al di là di qualsiasi preferenza: la volontà di Jahvè. Quando sei chiamato a fare una scelta secondo lo Spirito, ripeti spesso nella preghiera la parola del giovane Samuele: « Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta » (1 Sam 3,9). Allora il Signore ti rivelerà i suoi profondi segreti e, come Samuele, « tu non lascerai andare a vuoto una sola delle sue parole » (1 Sam 3,19). Comincerai allora a diventare l’uomo spirituale – di cui parla san Paolo – che penetra i segreti di Dio perché lo Spirito Santo lo ha pervaso.

    * * *

  • 23 Feb

    L’aridità spirituale

    Matta el Meskin


    Alla preghiera si frappongono ostacoli diversi per i princi­pianti e per coloro che hanno acquisito una certa esperienza.

    Quelli per i principianti sono dovuti prevalentemente alla mancanza d’abitudine alla preghiera. Consistono nella disper­sione e nel vagabondaggio del pensiero in cose che continuano a interessarli più di Dio, nell’irregolarità dei tempi dedicati al­la preghiera, nelle lamentele perché non comprendono le pa­role della preghiera, siano quelle dei salmi o di altri libri della Scrittura.

    In questa parte ci limiteremo a considerare gli ostacoli che si frappongono alla preghiera in coloro che vivo­no una vita di preghiera e la praticano con un certo successo. È bene tuttavia notare fin dall’inizio che le nostre preghiere possono spesso essere impedite dall’indebolimento del corpo e dalla perdita di vitalità a causa di uno stato di malattia simile all’anemia, o di un calo di energia nervosa dopo uno sforzo intel­lettuale, una depressione, un digiuno eccessivo, disordini di ti­po fisico, eccesso nei lavori manuali o intellettuali. Su tutto ciò è necessario avere un buon discernimento o ricorrere a un con­sigliere spirituale esperto che sappia scoprire tali cause e porvi immediatamente rimedio per evitare che l’angoscia psicologica della persona e il suo sentimento di colpa non si aggravino e non ceda alla disperazione, mentre lo shock, di fatto, non ha altre cause se non le sue malattie fisiche, nervose o psichiche. In real­tà, il suo stato corrisponde alla situazione nella quale Cristo stesso dice ai suoi discepoli distrutti dalla fatica per le veglie, che dormivano mentre avrebbero dovuto pregare: “Lo Spirito è forte, ma la carne è debole” (Mt 26,41).

    I principali ostacoli alla preghiera nei praticanti esperti si con­centrano in tre importanti esperienze ben note: la prima è l’ari­dità spirituale, la seconda la tiepidezza spirituale e la terza la perdita dello scopo della preghiera. […]

    La differenza tra aridità e tiepidezza spirituale è grande. L’a­ridità spirituale è quella difficoltà che l’uomo incontra durante la preghiera senza che gli impedisca di continuare la preghiera, la lettura o le veglie; tuttavia le priva di ogni consolazione, di ogni sapore e di ogni soddisfazione.
    La tiepidezza spirituale riguarda invece l’atto stesso; la pre­ghiera è interrotta e l’uomo perde ogni capacità di proseguire la propria attività spirituale
    ; la lettura diventa penosa, le veglie impossibili e si resta scoraggiati anche dalle pratiche semplici e abituali.

    Nell’aridità spirituale possiamo pregare con facilità e com­prendere il senso della nostra preghiera, la nostra mente è vigile e i nostri sensi ben desti; riusciamo a studiare la parola e a con­centrarci su ciò che leggiamo; tuttavia, siamo costantemente pri­vati di ogni consolazione interiore.

    Nella tiepidezza spirituale, fin dal momento in cui ci alziamo per pregare o ci sediamo per leggere, la nostra mente è distratta e il nostro cuore assente; la preghiera e l’attività spirituale di­ventano non solo estremamente difficili, ma non provocano in noi alcuna eco.


    L’ARIDITÀ SPIRITUALE


    L’aridità è un’esperien­za che riguarda la natura stessa della preghiera, capace, se noi l’accogliamo lucidamente e volentieri, di portarci a un grado su­periore, quello della preghiera pura che non si fonda sui senti­menti, sulle sensazioni e gli incoraggiamenti.

    L’anima che per la prima volta fa l’esperienza dell’aridità spi­rituale si turba profondamente, soprattutto quando la sua ap­plicazione all’adorazione è assidua, devota e fedele. Sconcertata da quel che le accade, ne cerca la ragione frugando tra i propri errori. In realtà, l’aridità spirituale non implica affatto la perdita di qualcosa del nostro buon rapporto con Dio. E’ una tappa impor­tante e necessaria per educare l’anima e prepararla a una vita spirituale progredita che non sia più tributaria di fattori psicolo­gici o di gratificazioni soggettive.
    È, in un certo senso, un cibo un po’ difficile da digerire, ma di grande utilità. Così, se accettiamo di buon grado, con lucidità e pazienza, di sottometterci a quest’esperienza, se le nostre ani­me non illanguidiscono nell’assenza di consolazioni e incorag­giamenti, bensì pongono tutta la loro speranza nella veridicità delle promesse divine, allora quest’esperienza ci farà accedere alla statura di figli perfetti, degni di quell’amore superiore che “non cerca il suo interesse” (1Cor 13,5), non si preoccupa di ri­cevere, ma si accontenta di dare e dì spendersi.

    Se esaminiamo attentamente quest’esperienza, scopriamo che essa non comporta alcun turbamento e non colpisce il cuore con alcuna miseria. L’aridità attiene all’anima nei suoi sentimenti e nelle sue emozioni senza toccare la pace e la calma interiore; si tratta però di una pace priva di calore emotivo, di una calma senza attrattiva né soddisfazione. Per questo l’esperienza dell’aridità è sentita duramente sol­tanto da coloro la cui anima vezzeggiata è stata abituata alle con­solazioni e agli incoraggiamenti, coloro la cui pietà si fonda sul “ricevere” e che considerano prova di progresso spirituale solo le manifestazioni sensibili.

    Il pericolo di questa tappa è che l’uomo, cominciando a dubi­tare e a immaginare che il suo rapporto con Dio sia interrotto, smetta, alla fine, di pregare; al contrario, quest’esperienza, en­tro i limiti che le sono propri – cioè l’aridità spirituale provocata dalla grazia -, permette all’uomo di continuare la preghiera, perché non lo priva della capacità di pregare e di perseverarvi; lo priva unicamente delle consolazioni secondarie sulle quali egli faceva affidamento.
    Se l’uomo cessa la preghiera con il pretesto dell’aridità spiri­tuale e della perdita delle consolazioni, regredisce spiritualmen­te e si espone senza motivo a una prova nefasta e pericolosa, quella della mormorazione contro Dio. Ci si sbaglia quindi se ci si turba quando si attraversa la tappa dell’aridità; come pure è pericoloso smettere di pregare, con la scusa di non trovarvi più soddisfazione.

    L’aridità è un’esperien­za che riguarda la natura stessa della preghiera, capace, se noi l’accogliamo lucidamente e volentieri, di portarci a un grado su­periore, quello della preghiera pura che non si fonda sui senti­menti, sulle sensazioni e gli incoraggiamenti.

    L’uomo potrà avere la sensazione che la grazia apparentemen­te l’abbandoni, che gli basti l’azione interiore e segreta di tale grazia; s’appoggi allora sull’impulso acquisito nella sua vita tra­scorsa con Dio. Se ne accontenterà per attraversare le prime tap­pe di quest’esperienza, finché la sua anima abbia imparato a fis­sarsi in Dio, senza intermediari né incoraggiamenti. Allo stesso modo, nel corso dell’esperienza, colui che cammi­na su questa via si affidi ai consigli di un padre spirituale e ne segua le indicazioni con grande fedeltà. Esse sono, a questo sta­dio, di importanza fondamentale. Ma forse la raccomandazione più importante e più utile è quella di accettare l’aridità spirituale con umiltà, di accettare di essere trattato come l’ultimo degli uomini, inadatto a ricevere le consolazioni e, anche se si dovesse considerare l’aridità come una correzione, un simile atteggia­mento non sarebbe privo di benefici (in realtà però l’aridità non è una correzione, ma un’educazione).

    A chi attraversa questa tappa non serve a niente fermarsi per analizzare la propria situazione, ricercarne motivi e cause e ten­tare di fare piani per uscirne moltiplicando le veglie, le preghiere e i digiuni; è fatica sprecata e rischia di uscire dal campo della grazia. Per contro, quel che di meglio può fare è accettare l’ari­dità e perseverare, attento e ponderato, nella sua opera spirituale non risparmiando i propri sforzi e la propria fatica per prosegui­re la marcia allo stesso ritmo, come il viaggiatore sulle piste del deserto che la scomparsa dei piaceri della città non distoglie dal suo cammino nelle profondità aride del deserto, fino alla fine.

    L’atteggiamento fondamentale in ogni esperienza spirituale è accettarla come tale senza alcuna riserva. L’aridità spirituale è una prova spirituale proposta come tale, come una contingenza ineliminabile della via stretta. Se accettiamo le prove spirituali in genere, non è perché sia­mo spinti dal desiderio di pervenire alla perfezione: ciò compor­terebbe una certa esaltazione dell’io; ci sottomettiamo piuttosto al piano di Dio per compiere la sua volontà; la nostra sottomis­sione a Dio condiziona la nostra comunione con lui, e questa so­la può condurci alla perfezione.


    1. Rapporto tra aridità e volontà


    Dobbiamo distinguere tra l’essenza dell’anima umana e le fa­coltà e reazioni che sono proprie della sua attività. L’anima nel­la sua essenza è ben altro rispetto ai sentimenti che essa genera o che la influenzano. Così pure, l’immaginazione e i pensieri possono svelare uno stato dell’anima, ma non sono l’anima stessa e non sono rappre­sentativi dell’anima; solo la volontà, il libero arbitrio, manifesta l’anima e la rappresenta; perciò l’uomo non è né responsabile né colpevole del proprio immaginario, né dei suoi pensieri, né dei suoi sentimenti in quanto tali, ma è responsabile di quel che la sua volontà manifesta.

    Nel caso dell’aridità spirituale ci rendiamo conto che si tratta di una perdita provvisoria della capacità dell’anima ad accoglie­re le ineffabili consolazioni e gli incoraggiamenti spirituali che riceveva dalla grazia per mezzo dell’immaginario, del pensiero e del sentimento. Ma l’anima, in quanto tale, non cessa, nel tem­po dell’aridità, di desiderare ardentemente e di aspirare con la sua volontà a ricevere consolazioni e incoraggiamenti. L’aridità spirituale rimane pertanto una prova esteriore alla volontà.

    Questa verità è estremamente importante, perché libera l’uo­mo da una responsabilità fittizia che la sua coscienza tenta d’at­tribuirgli a causa della sospensione di consolazione e di soddi­sfazione interiore nel tempo della prova dell’aridità spirituale.

    Ne deriva che l’adesione dell’anima alla preghiera (rappresen­tata dalla sua volontà) può rimanere intatta nonostante lo stato di aridità, poiché tale stato, fondamentalmente, non intacca la volontà. In altri termini, malgrado la persistenza dell’aridità spirituale, la preghiera può essere perseguita con tutta la propria forza e tutta la propria energia.

    La perseveranza nella preghiera senza il sostegno delle conso­lazioni e degli incoraggiamenti affettivi che provenivano dall’immaginazione, dai sentimenti e dai pensieri, è l’obiettivo principale di questa prova che la grazia dispone sul cammino spirituale dell’uomo. Questi è così condotto a disfarsi dei legami che l’uniscono al sensibile, alle emozioni umane e alle rappre­sentazioni intellettuali e che impediscono all’anima di avere un contatto diretto con Dio. L’anima non può stabilirsi definitiva­mente in Dio finché l’attività affettiva, immaginativa o intellet­tuale può ancora prendersi gioco di lei.

    Nel momento stesso in cui la preghiera si libera di tali lega­mi, supera la soglia della preghiera pura. Più niente può separare da Dio l’uomo che raggiunge tale soglia, perché l’essenza stes­sa dell’anima si sarà allora profondamente stabilita in Dio, sen­za interferenze esteriori. Essa può allora, durante la preghiera, estendere il proprio sguardo su Dio senza ostacoli e senza simu­lazioni esteriori.

    Risulta così evidente che l’aridità spirituale è un’esperienza che la grazia dispone sul cammino dell’anima per aumentarne la capacità di concentrare lo sguardo direttamente su Dio, sospen­dendo tutte le altre visioni parziali, in particolare consolazio­ni, soddisfazioni e incoraggiamenti che disperdono lo sguardo spirituale.

    2. L’aridità, occasione di perniciosa dissipazione del pensiero

    Tra i pericoli dell’aridità, quello dell’allontanamento delle fa­coltà intellettuali e immaginative dalla sorveglianza spirituale non è tra i minori. L’avversario può captarle per precipitarle da tutta la loro altezza e indurle a errare nei pensieri del male e nel­le evocazioni perniciose che, prima, nemmeno si presentavano allo spirito. L’arresto delle consolazioni con cui la grazia nutriva le facoltà dell’anima, quali l’immaginazione, il pensiero e il sen­timento, dà all’avversario l’occasione di proporre loro il suo fu­nesto nutrimento.

    Così, nella fase dell’aridità spirituale, il pensiero dell’uomo rischia di dissiparsi, senza che egli se ne curi, in continue rap­presentazioni malsane, che si succedono fino a portare l’anima al massimo dell’umiliazione. E’ a quel punto che dobbiamo pre­stare la massima attenzione al ruolo della volontà. Finché la vo­lontà non accetta questa dissipazione, non vi si accorda e non la sostiene, finché manifesta davanti a Dio, nella preghiera, il suo rifiuto, la sua tristezza e le sue proteste, la preghiera resta pura senza che la dissipazione del pensiero e dell’immaginazione pos­sa intaccarla.

    Al di là di ogni considerazione, il primo e l’ultimo responsabi­le della purezza della preghiera è la volontà. Il potere della volontà di perseverare nel rifiuto delle rappre­sentazioni e dei pensieri vani e la sua determinazione a prose­guire la lotta, qualunque sia la durata della prova, sono, in defi­nitiva, le sole che possono mettervi fine. Ciò che dobbiamo credere con fiducia totale è il fatto che Dio non ci chiederà mai di render conto del male che ci attraversa il pensiero o l’immaginazione, finché questo male non ha il nostro consenso e la nostra adesione, e a condizione di confermare que­sto rifiuto con la preghiera costante. Se la volontà persiste nella sua protesta senza deporre le armi e senza che l’intenzione abdi­chi, allora ogni tortura che l’avversario infliggerà al pensiero e alla coscienza ci sarà contato, alla fine, come un’offerta pura. Finché la volontà rimane vigilante, vigorosa e alimentata dalla preghiera il pericolo di abituarsi a rappresentazioni e dissipazio­ni perniciose a causa della durata della prova, non è da temere; perché, quando Dio accondiscenderà a stringere tra le sue brac­cia l’anima liberata dal suo egoismo e dalla sua sensibilità emoti­va, la guerra cesserà definitivamente, in un istante. Quanto a sapere perché Dio permette all’avversario di tor­turare così il pensiero e la coscienza dell’uomo con una durez­za che alcuni santi hanno paragonato a quella dell’inferno, la ri­sposta è nella nostra natura corrotta dal peccato e divenuta un bersaglio per il male. Se alla nostra mente non fosse stata data la libertà d’immaginare e di pensare il male, fosse anche per una volta soltanto, l’avversario non avrebbe mai potuto costringerla a farlo. Se quindi Dio sembra lasciarci gustare per un istante l’ama­rezza del potere di Satana, ciò è ben meritato, ma è vero anche che Dio non può abbandonarci e, al momento opportuno, inter­viene e trasforma tutto il male che subiamo in fattore di forza, di salvezza e di gloria. Quando i nostri sentimenti, i nostri pensieri e le nostre rap­presentazioni saranno fusi nel crogiolo dell’aridità spirituale, sa­remo atti a superare infine la soglia della purezza che ci permet­terà di vivere con Dio.

  • 23 Feb

    L’eucaristia ricapitola tutto

    padre Attilio Franco Fabris

    L’eucaristia è la ricapitolazione di tutto. È l’unità di Dio e dell’uomo nel Cristo: del passato, del presente e del futuro; della natura e della storia, dell’accoglienza e del dono, della morte e della vita.

    Unione a Cristo che si dà in nutrimento

    L’eucaristia è il sacramento di Cristo che si dà in nutrimento agli uomini per trasformarli in se stesso e costituire così il suo corpo mistico che è la Chiesa. Il progetto fondamentale di Dio è unire a sé tutti gli uomini nell’amore e far loro condividere la sua stessa vita. Dio ha condiviso la nostra umanità perché noi possiamo condividere la sua divinità. In altre parole, la nostra umanità è finalizzata alla nostra divinizzazione, la creazione è per l’alleanza.

    L’alleanza è infatti la realtà principale della Bibbia con le sue varie tappe da Noè fino a Gesù Cristo, che consacra il calice della nuova ed eterna alleanza. Questa alleanza non è un’unione giuridica ma un’unione d’amore. Ecco perché da un capo all’altro della Bibbia circola il simbolismo del matrimonio. E la tradizione ha sempre unito in modo molto stretto il sacramento del matrimonio al sacramento dell’eucaristia.

    Dio crea l’umanità per sposarla, e la sposa incarnandosi. La sposa nel senso più forte, cioè diventa con l’umanità una sola carne. Dio vuole essere con l’umanità intera una sola carne: questo è il segno ultimo delle cose. Sappiamo che il voto supremo dell’amore matrimoniale è la fusione senza confusione, nella quale ognuno vuole continuare a sussistere solo per lasciarsi consumare dall’altro, diventando – in certo senso – il suo nutrimento, la carne della sua carne.

    Il simbolismo del bacio è molto eloquente: è l’inizio del gesto di mangiare. Si vorrebbe mangiare l’altro e lasciarsi mangiare da lui per essere carne della sua carne. L’uomo e la donna non riescono a realizzare il voto del loro amore perché i loro corpi – strumenti della loro unione – sono nello stesso tempo anche ostacolo all’amore totale. Il loro voto non si compie perché comporta una morte alla natura e alla storia. Bisogna morire a questa natura che ci fa rimanere esterni gli uni agli altri, tanto che anche i momenti di unione più intima non sono la fusione veramente totale e durano solo un istante. Diventare veramente la carne dell’altro, di colui che amo, implica la morte. In questa vita il voto profondo dell’amore non è mai realizzato in pienezza.

    Entrare nell’amore significa entrare nella gioia, ma anche nella sofferenza: è l’inevitabile sofferenza dell’incompiutezza dell’amore. Il voto supremo dell’amore non può essere esaudito sul piano dell’esistenza naturale; la natura dell’uomo vi si oppone.

    Cristo è morto al mondo delle limitazioni corporali senza cessare di essere per l’umanità lo sposo che si dona. Per questo al di là della morte porta a compimento il voto supremo dell’amore. Cristo che muore e risorge si fa lui stesso nutrimento per diventare veramente la carne dell’umanità, molto più radicalmente di quanto possa fare un abbraccio che unisce due corpi solo per un istante. Dio, nell’eucaristia, sposa veramente l’uomo. Alla base del mistero eucaristico c’è questa idea di nutrimento: è assolutamente essenziale. L’eucaristia non è quindi solo un pasto che si prende insieme e in cui ci si unisce gli uni con gli altri. È soprattutto l’unione di ciascuno a Cristo che si offre in nutrimento. E solo di conseguenza Cristo unisce tra loro quanti si comunicano. La realtà più fondamentale dell’eucaristia è quella di una fusione completa tra sposi. Per capire questo bisogna essere convinti che l’incarnazione di Dio non termina con Cristo, ma riguarda l’umanità intera. Fino a quando immagineremo che l’incarnazione sia Dio che si unisce a un uomo chiamato Gesù, non capiremo nulla. Il nucleo essenziale delle cose è che Dio unisce a sé, o sposa, l’umanità tutta intera mediante Cristo. Dio si è fatto uomo perché tutti gli uomini siano divinizzati. L’eucaristia è l’universalizzazione dell’opera di Cristo, la comunicazione al mondo intero dell’opera di Cristo. Elemento originario e fondante della eucaristia non è semplicemente la presenza di Cristo. Cristo non è lì tanto per esserci. È presente per darsi a noi come nutrimento affinché l’unione tra lui e noi sia totale. L’eucaristia non è solamente una presenza, è una unione.

    Presenza reale

    La presenza di Cristo nell’eucaristia è una presenza reale. È addirittura la più reale di tutte le presenze perché realizza la presenza di Cristo nei nostri atti liberi: Gesù disse loro: in verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i vostri padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno (Gv 6,53-58): è quanto c’è di più reale. Il sacramento eucaristico significa che Cristo si offre in nutrimento per unirci a sé, unendoci gli uni agli altri in un modo che sarebbe per noi impossibile attuare. Questa energia che ci unisce implica ed esige la sua presenza reale. Cristo è presente non come qualcuno che cade dal cielo ma come frutto della trasformazione divinizzante che egli opera in questo mistero centrale della nostra fede: l’eucaristia. Cristo trasforma e divinizza il pane e il vino e attraverso la comunione con essi, diventati il suo corpo e il suo sangue, divinizza l’uomo.

    Sacrificio

    L’eucaristia è il sacramento di un sacrificio. Il sacrificio è l’atto con cui ci si riferisce a Dio (sacrum facere = fare una cosa sacra, riferita a Dio). È quanto c’è di più alto nell’esistenza umana perché ci mette in contatto con Dio. Il sacrificio non è prima di tutto una privazione, ma l’orientamento positivo di tutto il nostro essere verso Dio. E darsi a Dio è l’unico modo di essere veramente se stessi. Dio è amore. L’uomo è pienamente tale se è per Dio.

    Nella storia del mondo, se facciamo eccezione per il caso particolare di Maria, c’è un solo uomo la cui vita tutta intera, in ogni suo atto, è stata un sacrificio: Gesù Cristo. Egli è puro e solo riferimento a Dio, al Padre. Nel suo essere profondo egli è il solo che non abbia mai posto un atto libero per sé, per egoismo; tutti i suoi atti liberi sono stati amore. Nemmeno la più piccola traccia di ripiegamento su se stesso, di volontà di sé, di sguardo su di sé, di movimento di egoismo. Tutto l’essere di Cristo è un essere sacrificale: è un puro e assoluto riferimento al Padre.

    Il sacrificio di Cristo culmina nella sua morte sulla croce. Soltanto la morte può esibire la prova che non si vive per sé. Sappiamo bene che è sempre più o meno per vigliaccheria che noi cerchiamo di sfuggire alla morte, anche a quelle morti parziali che chiamiamo mortificazioni, diminuzione degli agi, la rinuncia a certi privilegi, in una parola a tutto quello che ci strappa al nostro egoismo e alla nostra pigrizia. La vita esiste solo per essere data (Ch. Peguy).

    L’eucaristia è il sacrificio di Cristo, è l’amore che non è altro che amore, che dunque arriva fino alla morte, da cui scaturisce la nuova nascita, la risurrezione. Delle due una: o l’amore è più forte della morte, oppure la morte è più forte dell’amore. Il mistero pasquale significa che l’amore è più forte della morte. E ciò è vero per Cristo ed è vero per noi se siamo uniti a lui come membra al capo. Basta avere il cuore aperto e correttamente orientato per capire che una vita non è autentica se non è una vita sacrificata, cioè un passaggio a Dio. È di questo che l’eucaristia è segno.

    Azione di grazie

    Eucaristia significa azione di grazie. Il senso fondamentale di grazia è gratuità, dono. Il vero dono è gratuito. Il dono supremo è il perdono, cioè il dono perfetto; da qui l’espressione fare grazia o graziare. Rendere grazie significa riconoscere che tutto è grazia: ed ecco la gratitudine. Se tutto è grazia, tutto deve essere ritorno di grazia, rendimento di grazie.

    Nel vangelo Cristo ci mostra la natura intera che deve essere ricevuta dalla mano del Padre, come dono del Padre. Il vangelo ci insegna che dobbiamo vivere l’amore prima di tutto in forma di accoglienza perché tutto è donato. Il mondo ci è donato, è messo nelle nostre mani. Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno (Mt 6,31-32). I pagani sono proprietari delle cose: le acquistano e le possiedono. I cristiani gestiscono le cose: le accolgono dalle mani del Padre. Per questo i pagani sono inquieti e i cristiani sono (o dovrebbero essere) sereni. Il mondo moderno è logorato nella misura in cui la sua fede non è viva, in cui si dimentica che tutto viene da Dio e che, se davvero Dio è nostro Padre, noi abbiamo il dovere di essere calmi e sereni, perché pieni di fiducia in lui.

    Gesù ha verso la natura uno sguardo trasparente, sereno, perfino davanti alla fame e alla morte che sono situazioni limite. Per lui domandare e render grazie si confondono: domanda in forma di azione di grazie, tanta è la sicurezza che il Padre si occupa dei suoi figli, a condizione che essi abbiano la sincera ricerca del regno di Dio: Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,33).

    Davanti alla situazione limite della fame, Gesù non dice: Padre ti chiedo di moltiplicare i pani nelle mie mani, ma prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che erano seduti (Gv 6,11). Gesù ringrazia prima che i pani siano moltiplicati, tanta è la sua sicurezza di essere esaudito. E davanti all’altra situazione limite che è la morte di Lazzaro, Gesù dice: Padre ti rendo grazie che mi hai ascoltato… E detto questo, gridò a gran voce: Lazzaro, vieni fuori! (Gv 11,41-43). Gesù ringrazia quando Lazzaro è ancora morto nella tomba.

    Bisogna cogliere il legame tra l’eucaristia-azione di grazie e l’eucaristia-nutrimento. Il nutrimento è il nostro rapporto essenziale con la natura. Il pane è il simbolo di tutto ciò che Dio ci dà per vivere. Il pane e il vino sono il nutrimento elementare dei paesi mediterranei e dello stesso paese di Gesù. Sottraendo al mio nutrimento un po’ di pane e alcune gocce di vino, io esprimo che è la natura tutta intera che deve fare ritorno al Padre. L’eucaristia è dunque l’azione di grazie sotto le specie del nutrimento.

    Se tutto è grazia, tutto deve essere azione di grazie! E per esprimere questo tutto non c’è niente di meglio che il pane e il vino che sono i simboli più concreti del lavoro e della vita dell’uomo. Dio dona e noi ridoniamo ciò che ci viene donato. Notate che noi non dobbiamo donare, ma ridonare, perché ciò che abbiamo è già dono. Dare è un atto da proprietari. Noi non siamo proprietari di nulla, siamo solo gestori di beni. La carità senza azione di grazie non sarebbe una vera carità cristiana: sarebbe un atteggiamento da proprietari.

    Il pane e il vino eucaristici sono il ritorno a Dio di tutta questa natura che Dio dà all’uomo perché egli viva. Senza l’eucaristia la nostra vita è falsata, è una vita da padroni. Ma la vita eterna è l’assenza totale di proprietà. Con l’eucaristia la nostra vita è vera, è una vita di riconoscenza, cioè di conoscenza riflessa del vero.

    Sacramento della comunità umana da costruire

    Cristo ci offre un nutrimento per riunirci in comunità fraterna.

    Cristo ha istituito l’eucaristia, segno della nuova alleanza, e nello stesso tempo ha enunciato l’unica clausola di questa nuova alleanza: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. La clausola dell’unione a Dio è l’unione fraterna degli uomini tra loro. S. Agostino diceva: Quando mangiamo il corpo di Cristo, incorporiamo in noi l’umanità intera.

    Una comunità non è soltanto una collettività. Esiste solo se ci sono legami reciproci di amore e di amicizia; se ciascuno è più per gli altri che per sé. Chi ci rende uno è Cristo. È la condivisione dello stesso pane che ci ricorda che dobbiamo condividere con gli altri tutto quello che ci è possibile condividere: il denaro, il tempo, la cultura… La condivisione del corpo di Cristo è l’unico pasto che esprime la riconciliazione universale. L’eucaristia ci ricorda, giorno per giorno, che al di fuori della morte e della risurrezione di Cristo non è possibile nessuna fraternità universale.

    L’eucaristia è il sacramento per eccellenza. È il Cristo sacrificato che, in quanto uomo, è tutto teso verso Dio e che, in quanto Dio, è tutto teso verso l’uomo. Cristo è l’abbraccio di questi due slanci.

    L’ostia consacrata è a un tempo il dono dell’uomo a Dio (cioè il sacrificio) e il dono di Dio all’uomo (cioè il sacramento). Alla fine di tutto questo c’è la nostra definitiva divinizzazione, l’oggetto della nostra speranza: la nostra piena e totale libertà nella gioia.

    Gesù ha pregato per noi: Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria (Gv 17,24). E nella prima lettera di Giovanni 3,2 leggiamo: Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. E tutto questo soltanto Gesù Cristo ce lo può dare.

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