• 01 Ott

    Vita comune: una festa continua?

    a cura di p. attilio franco fabris

     La parola comunità oggi è di moda. Un po’ dappertutto, ma soprattutto nella chiesa. Qui si parla di comunità “di vita cristiana”, “di base”, “neocatecumenali” carismatiche”… Cosa significa? Tenendo conto che non sempre in questi gruppi si attuano in pienezza quelle caratteristiche che sono proprie di una vita comunitaria, questo tuttavia manifesta una nostalgia, un desiderio che è nell’uomo per una vita che sia aperta agli altri, fatta solidale e partecipe del destino degli altri.

    Ma cosa ne pensa la scrittura della vita comunitaria? Un primo riscontro che ci lascia un po’ delusi è quello che nella Scrittura non si usa la parola “comunità”. La parola più frequentemente usata è invece Ekklesìa – Assemblea – Chiesa. In questa parola viene messo in risalto anzitutto l’elemento della chiamata, della vocazione rivolta dal Signore. Ciò che costituisce “comunità” è l’unione nella stessa chiamata.

    La parola più vicina al nostro concetto di comunità è “fraternità”. Essa appare due volte (1Pt 2,17; 5,9).

    Appaiono invece numerose altre espressioni. Anzitutto Koinonia – comunione. Altri vocaboli si riallacciano a questa stessa radice (comunicare, essere in comunione…). La “koinonia” significa ciò che è in comune, la reciproca appartenenza tra i credenti in Cristo e Cristo stesso. Questa koinonia è frutto della presenza e dell’azione dello Spirito Santo: La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi (2Cor 13,13).

    Il segno più importante all’interno della comunità cristiana che esprimeva tale koinonia era l’Eucaristia, lo spezzare il pane in memoria del Signore:  il calice della benedizione che noi benediciamo, non è comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è comunione con il corpo di Cristo?(1Cor 10,16).

    Questa comunione non si ferma solo agli aspetti spirituali ma si estende anche a tutti gli altri beni compresi quelli materiali (cfr. Gal 6,6), fino al punto che la stessa parola koinonia viene ad indicare la condivisione dei beni materiali (cfr. Ebr 13,16).

    Da quanto detto ci sembra di dover ricavare anzitutto un dato rilevante. E’ più importante parlare di comunione che di comunità. L’autenticità di una comunità si misura dal grado di comunione che esiste tra i suoi membri, non dalla complessità delle strutture, dalle abitudini o dal numero di ore passate insieme.

    Vivere sotto lo stesso tetto non costituisce una comunità, altrimenti anche i carcerati o gli ammalati in un ospedale sarebbero una comunità. Lavorare insieme in una stessa impresa non significa necessariamente  essere comunità.

    Ciò che trasforma in comunità cristiana è la comunione di fede, di preghiera, di sofferenze, gioie, progetti e speranze: è il desiderio comune di seguire il Signore Gesù.

    Si può andare incontro talvolta a quella che si potrebbe chiamare inflazione comunitaria. Ciò accade quando il numero delle attività e delle strutture non corrisponde alla ricchezza reale di koinonia esistente nella comunità. In questo caso, le strutture e le attività si vanno progressivamente svalutando, finché si trasformano in qualcosa di puramente formale, artificioso, privo di calore umano, di sincerità e del soffio dello Spirito.

    Allora potenziare una comunità comporta anzitutto non il potenziare le strutture comunitarie, ma incrementare il livello di koinonia.

    “Fare comunità” o meglio vivere la comunione significa instaurare un’alleanza che in certo qual modo richiama l’immagine delle nozze. Non per nulla Gesù per dare inizio al suo ministero sceglie una festa di nozze a Cana di Galilea. Una festa che rischia di spegnersi, di lasciare un po’ tutti delusi e imbarazzati. L’amore si consuma, si esaurisce; la gioia delle festa cala alle prime difficoltà. Non rischia l’amore di finire come il vino alle nozze? E’ questa un’inquietudine che attraversa il cuore dell’uomo di oggi; non per nulla sembra essere sempre più raro sentire l’espressione “ti amerò per sempre”: non se ne più sicuri!  A questo triste stato di cose risponde l’evangelista Giovanni con il meraviglioso episodio di Cana. Il vino simboleggia l’allegria straripante, l’abbondanza dei tempi messianici (cfr. Gl 4,18). Chi assicura la durata della gioia, chi la può garantire, è soltanto Gesù che riversa sul mondo il dono dello Spirito. Non c’è da stupirsi se i discepoli di Gesù, saturi dello Spirito santo il giorno della Pentecoste, diedero l’impressione di essere ubriachi: è il vino nuovo delle nozze.

    Questa durata dell’amore non si riduce ad una perseveranza “doverosa”. Non si tratta di seguitare per puro senso del dovere, ma di assicurare un amore gioioso costante che si rinnova, che ogni giorno cerca modalità e mezzi per esprimersi.

    L’amore degli inizi finisce, ma il Signore è presente per donare un vino nuovo, migliore di quello degli inizi.  Ciò che la comunità può celebrare ininterrottamente non è il suo amore, così limitato, né la sua fedeltà che è fragile, ma la presenza fedele di Gesù tramite il dono incessante dello Spirito.  Si potrebbe applicare alle comunità cristiane ciò che san Paolo scrive a riguardo del matrimonio cristiano: si tratta di una “grande mistero” (Ef 5,32). Come ogni mistero, è qualcosa che si rivela agli occhi illuminati del cuore (Ef 1,18).  Ovvero occorre andare al di là delle apparenze sensibile, avere uno sguardo contemplativo per cogliere la grandezza del dono di comunione che il Signore vuole dare ad ogni comunità dei suoi  discepoli. Gli occhi “illuminati del cuore” scoprono sempre, dietro le rughe, il viso sfavillante di cui si innamorarono, viso che mai appassirà col passare degli anni e col peso delle delusioni.

    SCHEDA  DI  LAVORO

    1. Leggi e medita attentamente il brano di Atti 2, 41-47.

    Evidenzia ciò che ti colpisce di più. Perché? Cosa suggerisce concretamente alla tua vita?

    1. La comunità cristiana è frutto di una chiamata, di una “vocazione” che parte non da noi stessi ma dalla forza  della Parola che ci interroga. Prendo consapevolezza di questa verità.

    Si tratta di rispondere ogni giorno, in novità di vita, a questo appello. Cosa significa?

    1. E’ più importante parlare di comunione che di comunità. L’autenticità di una comunità si misura dal grado di comunione in essa esistente. Guardo alla mia vita: c’è lo sforzo verso una comunione sempre più profonda

    Con i miei fratelli/sorelle? Mi sforzo di far sì che la mia comunità sia un luogo di festa perché in essa colgo sempre la presenza operante dello Spirito del Signore Gesù?

     

    Posted by attilio @ 14:46

Leave a Comment

Please note: Comment moderation is enabled and may delay your comment. There is no need to resubmit your comment.