• 22 Dic

    Thomas Merton

    INCONTRO CON LA VITA MONASTICA

    Tratto da Thomas Merton, UN VIVERE ALTERNATIVO – ed. QIQAJON COMUNITA’ DI BOSE a cui rimandiamo per l’approfondimento.

    Incontro e interrogativi

    La vita è fatta di incontri. Un vero incontro stimola domande e risposte. Quando incontri uno straniero interessante, ti scopri attento e curioso. Chi è costui? Cerchi di scoprire qualcosa del mistero della sua identità e della sua storia. Se poi ispira fiducia, se sembra una persona di esperienza e profondità non comuni, cominci ad aprirti a lui e a condividere con lui il segreto della tua stessa vita. In questo senso, un incontro personale vero non porta solo una conoscenza dell’altro ma anche una più profonda comprensione del proprio io.

    Incontrare non una persona ma una comunità religiosa – una comunità monastica – è un’esperienza insolita. Non solo perché una comunità monastica è un insieme di uomini davvero unico e originale, con una caratterizzazione religiosa e storica che desta interesse e sfida la mentalità moderna, ma anche perché l’incon­tro con una tale comunità ha regole e limiti propri.

    Puoi osservare gli edifici, ascoltare i monaci in coro. Puoi par­lare a un fratello in portineria. Puoi fare un ritiro nello spazio ri­servato agli ospiti, visitare gli ambienti del monastero, parlare con il foresterario o con il responsabile dei ritiri. Ma subito ap­paiono le restrizioni. Alle donne non è permesso varcare la so­glia. Gli uomini possono farlo ma non è concesso loro di dialo­gare con tutti i monaci. Di fatto, i membri della comunità che non hanno incarichi speciali, li vedi raramente da vicino. Perché queste restrizioni? Perché i monaci conservano fra di loro il silenzio e si astengono dal parlare agli esterni? Perché i monaci stanno in clausura invece di insegnare e predicare e svolgere al­tre attività che sono normalmente congiunte con una vita dedi­cata a Dio?

    Ad ogni modo, che genere di vita conducono questi uomini silenziosi? Sono felici? Trovano la loro esistenza in monastero maggiormente significativa o rimpiangono segretamente non solo i piaceri e i vantaggi del mondo esterno ma anche le sue re­sponsabilità, le sue sfide e le sue conquiste?

    Monachesimo oggi

    La vita monastica è una vita di rinuncia e di servizio totale e diretto nei confronti di Dio, per amor suo. Può essere considera­ta ancora come qualcosa che un uomo del XX secolo può ragione­volmente intraprendere? E’ solo una fuga? E’ rifiuto della compa­gnia degli altri uomini, misantropia, evasione, delusione?

    Un monaco deve comprendere le ragioni che lo hanno portato in monastero e riesaminarle di tanto in tanto nel suo cammino vocazionale. Ma un atteggiamento difensivo, apologetico non si accorda con la vita monastica. Non è del monaco tentare di con­vincere tutti affinché giustifichino la sua vita. Egli si aspetta soltanto di essere preso per quello che è, di essere giudicato per quello che è e non perde tempo nel cercare di convincere gli al­tri, o anche se stesso, di essere qualcosa di speciale.

    Il monaco si occupa più di Dio e di coloro che da Dio sono amati che non di se stesso. Non cerca di giustificarsi a proprio vantaggio confrontandosi con altre persone: piuttosto osserva con un unico sguardo se stesso e tutti gli uomini, alla luce dei grandi e importanti fatti che nessuno può fuggire. Il fatto di una morte inevitabile che pone fine alle battaglie e alle gioie della vi­te. Il fatto che il significato della vita sia solitamente oscuro e appaia talvolta impenetrabile. Il fatto che la felicità sembri al­lontanarsi da un numero sempre maggiore di persone mentre il mondo in se stesso diviene più prospero, più confortevole, più sicuro delle proprie capacità. Il fatto del peccato, questo cancro dello spirito, che distrugge non solo il singolo e i suoi desideri di felicità ma intere comunità e perfino nazioni. Il fatto dei con­flitti umani, dell’odio, della violenza, della distruzione, della ri­bellione, della falsità, dell’uso indiscriminato del potere. Il fatto che certi uomini si rifiutino di credere in Dio perché ritengono ciò “irragionevole”, e si abbandonino poi, di fatto, irrazional­mente, a forme di fede più meschine: credono ciecamente a un mito secolare – razzismo, comunismo, nazionalismo – o a uno delle migliaia dì altri miti che oggi acriticamente si accettano.

    Il monaco non sfugge questi fatti che lasciano perplessi. Si pone di fronte ad essi così come si pone di fronte al vuoto religioso che c’è nel mondo moderno. E’ consapevole che per molti, “Dio è morto”. Sa che questa apparente “morte” di Dio è, in realtà, espressione di un profondo fenomeno moderno: l’incapa­cità dell’uomo a credere, la morte della fede soprannaturale. Sa che i semi di questa morte sono anche dentro di lui, perché mal­grado sia un credente, deve anch’egli talvolta riscontrare in se stesso la possibilità dell’infedeltà e del fallimento. Più di chiunque altro comprende che la fede è puro dono di Dio e che nessu­no sforzo può dare all’uomo un merito per vantarsi agli occhi di Dio.

    Cos’è questa cosiddetta “morte di Dio”? In realtà è la morte di alcune possibilità di vita presenti nell’uomo. E’ la morte del coraggio spirituale che, nonostante tutte le negazioni e le prote­ste del pensiero comune, osa impegnarsi irrevocabilmente a cre­dere in un principio divino della vita. E’ la morte apparente di ogni capacità di concepire come valida questa possibilità, di rag­giungerla, di aggrapparvisi, di obbedire ai suggerimenti dello Spirito e di abbandonare il nostro cuore e la nostra mente all’e­vangelo di Gesù Cristo.

    Un monaco ha compiuto questo abbandono, ne conosce il prezzo e sa che questo non lo preserva dai dubbi e dai conflitti dell’uomo moderno. Ma crede di possedere la chiave per affron­tarli, e di poter dare un senso alla propria vita, valido non solo per sé ma per chiunque. Scopre questo senso nella fede, e non negli argomenti sulla fede. Certamente la fede non si oppone alla ragione. Si può mostrare come essa sia ragionevole, sebbene non possa essere razionalmente “provata”. Ma una volta che si crede, si comincia a essere in grado di capire il significato profondo della propria fede e a coglierne la validità anche per gli altri. Sia la fede che questa ulteriore comprensione sono speciali doni di Dio.

    Cos’è un monaco?

    In quasi tutte le grandi religioni del mondo troviamo gruppi di uomini e donne che si separano dalla vita ordinaria della società, si assumono particolari e seri impegni e si dedicano sopra ogni cosa a un unico fine: comprendere e praticare sempre più profondamente la propria religione.

    Nell’induismo, attraverso una purificazione ascetica e misti­ca, il monaco cerca la liberazione dal circolo terreno del tempo e dall’inganno dell’apparenza. Nel buddismo cerca l’illuminazio­ne nel fondo del proprio essere. Nel giudaismo, poco prima del­la venuta di Cristo, i monaci di Qumran vivevano la profezia veterotestamentaria con una profonda dimensione escatologica. Nell’islam, sebbene i sufi non siano monaci, hanno sempre cercato una profonda esperienza estatica di unione con Dio. Nel cristianesimo il monaco cerca innanzitutto di vivere la propria fede secondo l’evangelo di Gesù Cristo, rinunciando a se stesso, portando la propria croce e seguendo Cristo. Si unisce a Gesù nel nascondimento degli anni trascorsi a Nazaret lavorando, o lo segue nel deserto condividendo la preghiera solitaria del Mae­stro.

    La vita monastica, secondo la tradizione cattolica, è concepita quale risposta all’appello evangelico di Gesù Cristo alla peniten­za e alla preghiera. Tutti i cristiani cercano di salvare la propria anima seguendo Cristo. Tuttavia, i monaci, prestando una particolare attenzione ai comandi del Maestro, cercano di osservare più da vicino e più fedelmente alcune sue parole, quali:

    State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel (ulti­mo) giorno non vi piombi addosso improvvisamente… Ve­gliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di comparire davanti al Figlio dell’uomo (Lc 21,34-36),

    Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi (Mt 19,21). Se qualcuno vuoi venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? (Mt 16,24-26).

    Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo ame­rà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui… Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamen­ti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore (Gv 14,23; 15,9-10).

    La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune (At 4,32).

    Il monaco prende estremamente sul serio l’evangelo. Median­te la sua fede in Cristo, si impegna a sviluppare una speciale con­sapevolezza delle possibilità e dei rischi spirituali della vita uma­na. “State bene attenti ...”. La vita monastica è una vita che, per mezzo della disciplina e della rinuncia, libera l’uomo dalla disattenzione e dall’irresponsabilità, dall’insensibilità spirituale e dalla mancanza di libertà che sopraggiungono quando ci si im­merge negli affanni, nei piaceri e nella ricerca di sé.

    Il monaco si sforza di apprendere quello spirito di sacrificio at­traverso il quale, affidandosi a Cristo e alla sua vicinanza e po­tenza, potrà liberarsi da se stesso, perdere la preoccupazione per la propria vita e  per la propria realizzazione, al fine di abbandonarsi a un più profondo, invisibile principio. Lo Spirito santo, quale fonte di luce e di vita, si rende misteriosamente presente all’uomo che, per amore di Cristo, non cerca più di avere come guida il      proprio capriccio e la propria volontà.

    Il monaco si sforza di penetrare il significato profondo di tut­te le parole di Cristo, di conservarle nel cuore notte e giorno, meditandole (cf. Lc 2,19).

    Il monaco cerca l’unione con Cristo attraverso l’amore obbe­diente e fedele. Crede che attraverso l’amore rimane in Cristo e Cristo rimane in lui (cf. Gv 13,1-5). Quest’unione misteriosa del cristiano con Cristo può divenire – e di fatto diviene – davvero molto più di una questione di fede cieca. Nella vita mona­stica, la fede si apre alla luce di una comprensione spirituale, che è comunque proporzionata all’umiltà e alla purezza di cuore del monaco (cf. Mt 5,3-12).

    Purezza di cuore

    La disciplina della vita monastica è tutta orientata verso un unico fine: far crescere la “purezza di cuore“, che è una dimensione di pace, altruismo, umiltà, disinteresse verso i modelli e le preoccupazioni di una vita dominata da affanni che rendono schiavi.

    La purezza di cuore non è però il risultato di un impegno indi­vidualistico, un qualcosa raggiungibile solo con l’introspezione, l’analisi del proprio io e i più seri sforzi per progredire spiritual­mente, senza curarsi delle necessità degli altri. La purezza di cuore, secondo la tradizione monastica, non può svilupparsi senza un’umile fraternità nella carità di Cristo. Questa è la ra­gione per cui la vita monastica comunitaria, con i suoi costanti richiami al servizio disinteressato e alla carità, è il mezzo princi­pale per portare il cuore dell’uomo a uno stato di pace, dolcezza, fede e semplicità.

    Il monaco, tuttavia, vive la sua vita comune in uno spirito di solitudine interiore. Ecco perché in alcuni monasteri, come quelli cistercensi, viene dato un particolare risalto al silenzio e alla preghiera.

    La vita nel silenzio e nella preghiera non dovrebbe mai creare un senso di conflitto tra l’amore di Dio e l’amore del fratello. Quando questi si intralciano e l’uno impedisce l’altro, è segno che non si conduce una vita da vero monaco, in modo pieno e maturo, con spirito di fede. Ma, concretamente, può essere mol­to difficile imparare a fare una vita comune fraterna e allo stesso tempo meditare e adorare Dio nel proprio cuore. Uno dei segni della vocazione cistercense è la capacità di riconciliare queste due linee apparentemente conflittuali in una vita di silenzio e di semplicità tra fratelli.

    Preghiera, lode e lavoro

    Il monaco è un uomo di preghiera e di lode. La sua vita di pre­ghiera è basata sulla liturgia della chiesa, il canto dei salmi e il sacrificio eucaristico.

    Per il monaco, la liturgia è la via regale per andare a Dio. Questa è la ragione per cui Benedetto disse che “niente è da preferirsi all’opera di Dio” (opus Dei: RB 43,3). Centro della litur­gia è la celebrazione eucaristica, il memoriale del sacrificio di Cristo, vittima e sommo sacerdote in mezzo al popolo che si è eletto.

    Per capire realmente che cosa sia la liturgia, dobbiamo comprendere la vera natura del cristianesimo. Che cos’è il cristianesimo se non il mistero di Cristo in noi, il mistero di Cristo nella sua chiesa, il mistero della nostra salvezza e dell’unione con Dio in Cristo Gesù?

    Paolo ci mostra il vero significato del “mistero taciuto per se­coli eterni ma ora rivelato” (Rm 16,25-26). E’ il mistero della no­stra incorporazione a Cristo. E’ il disegno eterno e santo di Dio Padre che ci salva in Cristo suo Figlio, per “benedirci con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo… poiché egli ci ha fat­to conoscere il mistero della sua volontà, secondo la sua benevolenza … per ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo co­me quelle della terra” (Ef 1,3.9-10).

    La “ricapitolazione” di ogni cosa in Cristo significa la pneu­matizzazione dell’intera creazione attraverso il contatto con la sacra umanità del Verbo. L’Uomo-Dio Cristo Gesù regna nei cieli. Ma è presente e agisce sulla terra nei membri del suo corpo, la chiesa. Chiunque è incorporato a Cristo attraverso la fede e il battesimo condivide la sua figliolanza divina e con lui entra nel mistero della sua vita e potenza.

    Ora, è per la forza della sua croce che siamo salvati, e la no­stra vita in Cristo nasce dalla compartecipazione alla sua morte e risurrezione. Ma la croce e la risurrezione di Cristo sono più che una memoria storica. Sono una realtà presente, resa mistica­mente attuale dalla liturgia, o dall’ “azione sacra” che chiamia­mo messa. Questa è un mistero sacro, un’azione divina e umana dove Dio e l’uomo condividono un’unica festa di amore, di sa­crificio e di riconciliazione.

    Gesù promise chiaramente che sarebbe stato presente nella sua chiesa in modo reale e oggettivo, come sua guida, santificatore e maestro, ma in modo speciale nella più concreta e più spi­rituale di tutte le azioni: il suo sommo sacrificio sacerdotale.

    Gesù Cristo è allora nostro sacerdote e nostra vittima, ed è lui che offre misticamente la messa fra di noi, davvero presente tra i credenti di oggi proprio come lo era tra i suoi discepoli all’ulti­ma cena.

    Da questo grande centro dell’eucaristia, la liturgia si irradia per santificare ogni momento della giornata attraverso le ore canoniche dell’ufficio divino, il sacrificio di lode della chiesa.

    L’uomo ha un corpo e un’anima ed entrambi devono svolgere il proprio compito ogni giorno. Il corpo deve essere nutrito e co­perto, e a questo fine l’uomo deve lavorare con le proprie mani, arare il terreno, spaccare la legna, prendersi cura del bestiame, farsi degli abiti, riscaldare la propria casa e arredarla con sempli­cità. Ma più importante è il nutrimento dell’anima, mediante lo studio, la lettura, la meditazione e la contemplazione delle cose divine.

    L’uomo deve allora innalzare il suo spirito a Dio nel rin­graziamento, nella preghiera, nella penitenza e nell’adorazione. Nessuno di questi aspetti viene trascurato in monastero. La regola di Benedetto tiene in grande conto la natura umana e si cu­ra di dare all’uomo una vita sana e felice, che Benedetto chiama “scuola del servizio divino” (RB, Prol. 45). Sono certo presenti la fatica e il sacrificio ma ancor più vi è la soddisfazione di un compito svolto bene. E alla fine, al di sopra dì tutto, c’è la gioia soprannaturale di chi ha donato tutto il suo tempo e i suoi pen­sieri a Dio e vive come figlio fedele del suo Padre celeste.

    La comunità monastica

    La vita monastica comunitaria ha per modello quella dei di­scepoli riuniti attorno al Maestro. La comunità ha quale suo ve­ro capo Cristo. La fede, per mezzo dello Spirito santo, guida il monaco verso di lui e gli dona forza, consiglio, sostegno, stimolo e coraggio. Ma il Maestro si rende visibilmente presente tra i suoi discepoli attraverso una figura umana, l’abate. Eletto dalla comunità, l’abate è un monaco maturo e ricco d’esperienza, ca­pace di presiedere la vita del monastero e di prendersi cura delle necessità spirituali e materiali dei monaci. Secondo il voto emes­so, tutti i monaci gli obbediscono in spirito di fede, e sotto la sua guida compiono il lavoro che è loro richiesto per il bene comune.

    Alcuni monaci diventano presbiteri e tra questi vi è chi svol­gerà i necessari ministeri sacramentali, spirituali, o di insegnamento, in comunità o presso gli ospiti. Tuttavia, non si ordina uno presbitero solo perché svolga un lavoro.

    Altri in comunità restano monaci senza ricevere gli ordini sa­cri. Essi possono scegliere se dedicare un tempo maggiore alla preghiera corale e allo studio, oppure al lavoro manuale. Ma tut­ti i membri della comunità pregano, lavorano manualmente e leggono o studiano. Le proporzioni variano da monastero a mo­nastero.

    In passato esistevano chiaramente due distinte categorie di monaci: i coristi e i fratelli conversi. Dal punto di vista canonico questi ultimi erano a un diverso livello rispetto ai primi. Ma ora la condizione è stata unificata: tutti hanno gli stessi diritti e so­no giuridicamente equiparati. Resta la diversità dei ministeri, dal momento che alcuni sono attratti maggiormente dal lavoro manuale che non da quello intellettuale e altri sono meglio dota­ti per il servizio del coro. Il vero ideale monastico non ha mai presentato una rigida uniformità: al contrario, deve esservi spa­zio per una diversità di doni e di carismi e nessuno deve tentare di comprimere gli uomini in uno schema per il quale non sono dotati dalla natura o dalla grazia.

    Uomini di ogni genere, professione, carattere, di ogni livello sociale e di ogni razza e nazione, si legano assieme in monastero con vincoli di fede e carità. Per esperienza hanno imparato che sono tutti figli di uno stesso Padre celeste. Qui non esistono distinzioni razziali o sociali. Tutti sono uno in Cristo e tutti posso­no unirsi al canto del salmista: “Ecco com’è buono e soave che i fratelli vivano insieme” (Sal 133,1).

    Posted by attilio @ 16:22

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