• 31 Gen

    Possibile accompagnamento spirituale per una guarigione interiore dopo l’interruzione volontaria della gravidanza

     

     

     

    La donna che fa riferimento all’operatore pastorale (sacerdote, religioso/a…) lo chiede generalmente per il forte disagio, talvolta devastante, dovuto al senso di colpa che vive interiormente. Sente di non poter ricevere perdono da Dio (es. confessioni reiterate), teme per la perdita definitiva del bambino rifiutato in un  disperato tentativo di riappropriazione (“che ne è di lui?”), vive un senso di vuoto e dunque di “di-sperazione”: “Ma tu credi che mio figlio si sia salvato???.. Dio potrà perdonarmi?”[1]

    Se dovessimo riassumere il significato dell’itinerario proposto esso si può riassumere come un cammino della rieducazione della coscienza in vista di una libertà “per” e non semplicemente e distruttivamente solo “da”. È questa l’urgenza psico-spirituale al giorno d’oggi nella nostra società. Per la donna significa intraprendere per se stessa la gestazione faticosa di una “nuova nascita” della sua identità.

    Parto dal presupposto che esista nella donna che ha abortito, come d’altronde in ciascuno di noi, un profondo bisogno di riconciliazione con la vita stessa e con le ferite subite come per quelle da noi stessi inferte.

    La violenta esperienza dell’IVG rappresenta un vero e proprio trauma sotto tutti gli aspetti della persona che necessita a questo punto di essere riascoltata, interpretata, guarita.

    “Al risveglio dall’anestesia l’infermiere mi disse: “Signorina, è tutto finito!”…..Non dimenticherò mai queste parole, che crearono in me sollievo per aver finalmente concluso un capitolo della mia vita, ma amareggiata per come era stato concluso…non aspettandomi MAI che il dopo sarebbe stato tragico…più di prima….da allora non sono più la stessa ragazza, quella ragazza che anche con mille problemi amava, era felice, aveva mille ideali….ora sono una che tenta di sopravvivere all’angoscia profonda di aver distrutto un essere umano….un figlio!”

    La necessità di riconciliazione emerge più o meno in modo dirompente e drammatico, mettendo prima o poi fine ad uno status quo stazionario in cui il conflitto era solo rimosso: “Posso distrarmi, impegnarmi, fare di tutto per non pensarci, posso fare di tutto per far cicatrizzare una ferita…ma questa, purtroppo, non potrà mai essere cancellata!”

    Qualsiasi ferita, la ferita interiore provocata dal IVG, provoca sempre una destrutturazione nella persona. La donna che ha negato la sua maternità non solo ha rifiutato la vita nascente ma anche parte del proprio Sé. Questo rifiuto comporta come conseguenza appunto una destrutturazione che conduce talvolta la donna a non cogliere più il senso del suo esistere e del suo agire con le conseguenze devastanti di cui psichiatri e psicologi si trovano spesso ad aver a che fare (cfr psicosi, stress e sindromi post abortivi).

    Il bisogno di riconciliazione diviene richiesta pressante al fine di porre fine ad un vivere “divisi” dentro di sé, ad una solitudine che generalmente la donna che ha abortito ha sperimentato drammaticamente prima e dopo l’intervento.

    L’aborto è quasi sempre l’esito di una solitudine e di un abbandono in cui la donna è stata lasciata: “Arrivai in sala operatoria piangendo e chiedendo all’infermiera di pregare per il mio bambino, le altre ragazze, come me offuscate dal falso perbenismo di parenti e amici mi sostenevano dicendo: “non ti preoccupare…l’operazione è semplice e dura poco!!” Cosa poteva in quel momento interessarmi dell’operazione, in quel momento pensavo solo al mio bambino e chiesi di pregare per lui..sperando che almeno lì, dove credo sia ora l’avrebbero accolto e amato, cosa che io non sono stata in grado di fare”

    Quando si intraprende un cammino di “riconciliazione”  si entra necessariamente nell’area conflittuale della persona e delle sue ferite.

    Nei confronti della donna che ha vissuto il trauma dell’aborto volontario significa entrare in ascolto e in dialogo con aree esistenziali sofferte bisognose di guarigione:

             il rapporto con se stessa e la propria storia

             il rapporto con il bambino rifiutato

             con gli altri (partner, famiglia, società …)

             l’immagine di Dio quasi sempre distorta

    Queste aree esistenziali spesso necessitano di un ascolto specialistico in quanto in esse sono contenuti aspetti clinici, psicodinamici con ampi risvolti inconsci e altamente conflittuali. Il rapporto e l’interazione con il medico e/o lo psicoterapeuta risulta in questi casi necessario tenendo presente che agli interrogativi più profondi che scaturiscono dall’esperienza dell’IVG non si può rispondere solo in termini tecnici o farmacologici: il dramma dell’aborto va ascoltato molto al di là nelle sue più o meno immediate conseguenze psico-patologiche investendo quella serie di interrogativi espressi in modo più o meno consapevole che vanno a collocarsi nella direzione del senso dell’esistenza stessa.

    Provo ora ad elaborare alcune possibili tappe verso una riconciliazione-guarigione da far compiere alla donna che ha abortito: lo strumento elettivo è l’ascolto attento e profondo, l’empatia nei confronti della sua sofferenza, e un dialogo capace di riaprirla progressivamente alla speranza. Tutto questo all’interno di una fondamentale esperienza di perdono ricevuto e dato.

     

    La prima fase è rappresentata dall’ascolto empatico della sofferenza che emerge dal vissuto della donna che ha ricorso all’IVG aiutandola in questo a giungere ad una coscienza corretta del male compiuto

     

    Si tratta di una presa di coscienza dolorosa. La donna ha fatto una scelta vissuta allora come esperienza liberatoria e positiva per sé.

    Quella scelta si è rivelata al contrario devastante in quanto in modo più o meno improvviso e drammatico la donna ha preso coscienza che ha fatto e si è fatta del male in modo oggettivamente irrimediabile. In questo vissuto segnato quasi sempre da un senso di colpa di stampo nevrotico la donna si pone dinanzi ad un debito insolvibile: non gli è possibile tornare indietro.

    Questo dolore investe diverse fasce che si compenetrano:

    – quello della ferita emotiva che ne è scaturita

    – quello conflittuale legato alla negazione dell’essere donna e madre

    – quello per la responsabilità negata nella relazione col figlio

    – quello di un peccato imperdonabile

    Generalmente la donna che domanda un ascolto o un accompagnamento spirituale sta già vivendo questa fase in modo drammatico sperimentando in se stessa un’incapacità di riconciliazione: “ho cominciato a piangere, urlare, gridare a squarciagola”.

    Niente di peggio in questa prima fase del minimizzare, anestetizzare questo “grido”: i facili e comodi  riduzionismi non sanno ascoltare veramente e profondamente il dolore che vuole emergere dalle ferite anche “se fa male da morire”: “Ero consapevole dell’omicidio….certo alcuni medici hanno tentato anche con varie teorie e pseudo teorie scientifiche di dimostrarmi che quello non era un bimbo, ma un semplice agglomerato di cellule, compreso mio padre e mio fratello lo sostenevano…(in cuor mio so che in realtà non lo credevano)….queste teorie convincevano la mia mente e soffocavano il mio cuore e la mia coscienza che urlava e piangeva…il cuore di una mamma sa benissimo che quel embrione è un figlio! E le mamme che lo negano a se stesse è perché non vogliono ascoltare il loro cuore e la loro coscienza….perchè fa male, fa davvero tanto male, fa male da morire!”

    L’operatore pastorale deve fare attenzione in questa fase ad aiutare, in concomitanza all’aiuto specialistico medico, la donna a non continuare a vivere scelte di “depistamento” quali potrebbero essere ad esempio atteggiamenti di ripiegamento su di sé e soprattutto di vissuti autopunitivi dai molteplici risvolti ad esempio cadendo nel vortice di pensieri ossessivi in cui teme un “castigo” che se da un lato teme dall’altro spera.

    In tutti i casi non si parte mai dal presupposto di un sano senso di colpa: questo esigerebbe una maturità affettiva che vi è legittimamente da domandarsi  possa esistere in una donna che abbia ricorso “consapevolmente” all’aborto: “Io credente ed amante dei bambini quando si parlava di aborto, affermavo che Mai l’avrei fatto…mai…..ed invece quando dovevo prendere la decisione,….entrai nel panico più totale, sentivo che Dio era vicino a me e che nonostante tutto mi stava facendo un regalo, un dono…quel figlio che da tanto desideravo, anche se in situazioni diverse, era lì…”.

    L’ascolto che non giudica e l’esperienza di essere accolta nel suo dramma segna per la donna un primo passo verso la riconciliazione.

     

    La seconda fase può essere rappresentata come un aiutare la donna a “rientrare in se stessa” al fine di rielaborare il “lutto” e trovando di conseguenza nuove interpretazioni della realtà.

     

    In questa fase si cerca di aiutare la donna a rileggere la propria storia e la propria vicenda scoprendovi un appello per una libertà nuova gestita “per” la vita e non contro di essa come purtroppo ha drammaticamente e ora consapevolmente fatto:  ….a tutti pensavo fuorché a quell’esserino che era dentro di me e che se anche la mia mente rifiutava, non voleva pensarci, il mio cuore ed il mio essere non poteva negare ciò che c’era, ciò che era venuto al mondo, attraverso me, ciò che era nel mio ventre, colui che era lì e già mi amava e chiedeva solo che io facessi in modo che gli eventi della vita continuassero e che non spezzassi quel cordone unico che lo teneva legato alla vita, la mia volontà… Cercavo in continuazione e inesorabilmente qualcuno e qualcosa che legittimasse la mia scelta….”.

    Si colloca qui il fondamentale e faticoso passaggio caratterizzato dalla rielaborazione del lutto. Questo che essa è chiamata a rielaborare ha connotazione tutte sue; infatti è duplice: si tratta non solo di una perdita di sé in rapporto all’oggetto (la vita rifiutata), ma anche della perdita simultanea e concreta di una parte del Sé (l’essere donna e madre): “da quel 21 febbraio, la mia vita è cambiata, mi sento orfana, orfana di un figlio conosciuto per soli  2  mesi e rifiutato”.

    Un aspetto importante è aiutare la donna a non cogliere nel “fantasma” del bambino rifiutato un nemico, ma un possibile alleato per il proprio futuro e le proprie scelte diverse. Il confronto/incontro interiore con lui è utile: non bisogna ignorarlo, evitarlo con la falsa scusa di non voler rinnovare una dolorosa consapevolezza e un dolore. In questo caso la guarigione sta nell’accogliere e leggere questo dolore. L’invito che faccio è di rapportarsi con il bambino (in un’ottica cristiana e di fede) dandogli un nome: “In quel momento sentivo l’amore di Dio, sentivo l’amore del bambino, sentivo l’amore per la vita e solo dopo…..dopo aver abortito che ho sentito, sempre più forte col tempo, un senso di vuoto, un senso di inesistenza di tutto…..di Dio, dell’Amore,…del mio bambino! Cerco disperatamente qualcosa o qualcuno che mi dia nuovamente ciò che ho perso…il senso della vita”.

    Questo processo comprende il riconoscere effettivamente ed affettivamente la perdita senza negarla. In definitiva si tratta di rieducare la donna al desiderio di essere donna e madre: “La donna ha bisogno di essere aiutata, sorretta e consigliata nel migliore dei modi in quei giorni…ha bisogno di grande aiuto, vive dei momenti indescrivibili di indecisione e di scelta, io ho incontrato medici e psicologi che mi hanno illustrato la facilità di scelta..come fosse semplice rinunciare ad un figlio… e secondo loro, a volte giusto…bastavano 10 minuti di intervento per eliminare un problema…si 10 minuti che intervengono a condizionare la donna per sempre… ho sbagliato a rivolgermi a loro, avrei tanto voluto conoscere in quei momenti ragazze madri e ragazze che avessero già vissuto la tragica scelta dell’aborto, avrei voluto consultarmi con loro, mi avrebbero aiutato a decidere e scegliere ciò che è giusto, più loro, che i “dottori”, che non avevano vissuto sulla propria pelle l’aborto, ma parlavano secondo teorie, statistiche, pensieri …ecc..ecc.. Perchè nei consultori non fanno entrare il Movimento per la Vita? Perchè??”

    Gli scogli da evitare sono rappresentati da un irrigidimento nei confronti di nuove possibilità di lettura del proprio essere e della propria identità, con il derivante negarsi il pensiero di nuove prospettive.

    Questa fase è la più lunga e laboriosa: può durare molto a lungo e varia da persona a persona.

     

                                                           

    La terza fase è aiutare la donna ad assumersi nuove decisioni.

     

    Questo comporta  la capacità di farsi carico di sé e della propria storia ferita, e il coraggio di mettere in atto operativamente scelte e gesti concreti  che non devono essere interpretati come una sorta di “riscatto” (si farebbe ancora il gioco contorto dell’autopunizione) ma come scelta di vivere la propria libertà in termini diversi da quelli usati precedentemente: “ Ora non mi resta che pregare ed augurarmi che sempre meno mamme vivino l’incubo di un figlio mai nato per propria scelta…Sono laureata in Giurisprudenza e dovrei difendere la legge se considerata giusta, ma la Legge 194 non posso condividerla…non posso…perchè si soffre troppo con l’aborto, se mi soffermo a pensare a quello che ho fatto, scoppio a piangere, la donna soffre per l’aborto, anche quella che lo condivide, anche quella che crede di avere fatto la scelta più giusta…la donna sa di avere avuto un figlio in grembo e che gli ha negato la vita, lo sa, anche se vuole adombrare e nascondere, spesso anche a se stessa, questa atroce verità!”

    Gli scogli qui sono rappresentati da possibili e infiniti rimandi e attendismi che hanno lo scopo di impedirsi la prospettiva di scelte concrete diverse.

     

     

    La quarta tappa, o meglio lo sfondo che sta al cammino di riconciliazione, è un sempre maggior confronto realistico con l’immagine di sé che porta come conseguenza una riconciliazione che si pone a più livelli: non solo con se stessa, ma anche con gli altri e con Dio.

     

    Questa fase consiste nel coraggio di lasciarsi amare, e amarsi, anche nei propri errori accettando il bisogno di riconciliazione che proviene dall’ “Altro”. E’ un vero e proprio disarmo, un arrendersi e un riconsegnarsi alla vita, alla propria libertà, rendendosene responsabili costruttivamente. E’ un rifare un vero e proprio patto con la vita. Questo è possibile nella misura in cui si è capaci di rinuncia alle proprie difese, aggressività.

    L’itinerario spirituale proposto vuole alla fin fine aiutare la donna a passare dal rimorso al pentimento, dal senso di colpa alla confessione del peccato: a questo punto finalmente è possibile annunciare un perdono possibile che ha come frutto una riconciliazione con sé, con l’ “altro” e con Dio.

    Riconciliazione che non è da intendersi come un colpo di spugna che cancelli l’irrimediabilità di un male compiuto verso se stessi e l’altro. E ancora non è frutto di un pentimento che cavalchi il senso di colpa, che esiga un pagamento del danno che in questo caso è insolvibile: il pentimento vero nella visione cristiana è riconoscere in verità il proprio peccato ma nella consapevolezza/esperienza di poter essere accolti, amati gratuitamente e gratuitamente riconsegnati alla responsabilità della propria libertà nei confronti della vita, di se stessi e degli altri. La riconciliazione sacramentale è quasi il sigillo di questo cammino di riconciliazione e di apertura nuova al futuro.

    Un aspetto a cui si dovrebbe accennare è che l’IVG non dovrebbe interpellare solo la donna ma anche tutte le persone che attorno a lei hanno fatto sì che ella arrivasse a tale scelta. Il partner spesso delega la donna scaricando la sua responsabilità, i genitori scelgono spesso di consigliare la strada che appare più facile e meno compromettente… questo lascia strascichi “rivendicativi” difficili talvolta da sanare. Anche il rapporto con i figli avuti e successivi potrebbe essere ulteriormente disturbato: questo appunto porta a considerare il dramma del “non nascere” in un orizzonte più vasto di quello a cui generalmente si pensa. Un cammino di riconciliazione e di guarigione interiore sarebbe a questo punto auspicabile per tutti ma sappiamo quanto poco vi sia di disponibilità a “cambiare la vita”, ciò che in termini cristiani si chiama “conversione”.

      

    Bibliografia

     

    S. Gindro e S. Mancuso (a cura di): Aborto volontario: le conseguenze psichiche, CIV ediz., Roma 1996

    Kellerhals, Pasini: Perché l’aborto?, Mondandori 1977

    Gius: Maternità negata, Piccin 1978

    G. Sovernigo, Senso di colpa, peccato e confessione: aspetti psicodinamici, EDB, Bologna 2001

    G. Davanzo, Aborto, in “Dizionario enciclopedico di Teologia Morale”, Paoline, Roma 1976


    [1] Riporto in corsivo la testimonianza diretta di una donna di 27 anni dopo la drammatica esperienza dell’IVG.

    Posted by attilio @ 11:12

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