• 31 Gen

    di p. Attilio F. Fabris

     

    “Nel suo cammino quaggiù la nostra vita non può sottrarsi alla prova, dal momento che il nostro progresso si realizza attraverso la prova; nessuno conosce se stesso senza essere stato messo alla prova, può essere coronato senza aver vinto, può vincere senza aver combattuto” (s.Agostino, Enarr. in Ps. 60,3)

    Ogni vita spirituale conosce la prova del deserto. Basterebbe ripercorrere la storia dei grandi protagonisti nella S. Scrittura (cfr Abramo, Mosé, i profeti, lo stesso popolo d’Israele … Gesù, gli apostoli ecc…), e dei grandi santi senza alcuna eccezione.

    Sono questi dei periodi in cui Dio sembra lontano, talvolta drammaticamente assente.

    Mentre nei periodi di fervore ci si sentiva attirati dalla preghiera e dalle cose di Dio, durante i periodi di aridità non si sente più nulla, la preghiera non attrae, sembra di aver perso ogni gusto di Dio.

    “Un’altra difficoltà, specialmente per coloro che vogliono sinceramente pregare, è l’aridità. Fa parte dell’orazione nella quale il cuore è insensibile, senza gusto  per i pensieri, i ricordi e i sentimenti anche spirituali. E’ il momento della fede pura, che rimane con Gesù nell’agonia e nella tomba: “Il chicco di grano se muore produce molto frutto” (Gv 12,24)” (CCC 2731).

    Subito allora sorge spontaneo l’interrogativo: E’ colpa mia? Perché Dio si è allontanato da me? Vuole forse punirmi per qualche mia mancanza? Sorge allora purtroppo in noi l’immagine di un Dio severo, esigente che non si lascia sfuggire nulla.

    Ecco allora correre ai ripari cercando di fare ogni sforzo di buona volontà, oppure ci si lascia andare sfiduciati cercando sfoghi nell’attività, sperando che almeno così gli si possa dimostrare il nostro amore.

     

    CAUSE

     

    Un’aridità può subentrare per mancanza di generosità, allontanamento da Dio, insufficienza di contatti con Lui.

    “Un’altra tentazione, alla quale la presunzione apre la porta, è l’accidia. Con questo termine i Padri della vita spirituale intendono una forma di depressione dovuta al rilassamento dell’ascesi, ad un venir meno della vigilanza, alla mancanza di custodia del cuore” (CCC 2733).

    Può essere effetto di un’attività eccessiva, di una lavoro intellettuale troppo intenso, di stanchezza fisica.

    E’ sempre importante vedere se non si ha qualche responsabilità in questa aridità che si instaura.

    “Se l’aridità è dovuta a mancanza di radice, perché la Parola di Dio è caduta sulla pietra, il combattimento rientra nel campo della conversione” (CCC 2731).

    Ma la prova del deserto può avere anche altre cause.

    Dio può agire in modo meno sensibile in noi. La sua azione, benché sempre presente, è tuttavia non colta dall’individuo.

    Oppure potrebbe essere conseguenza dello stesso avanzamento nel mistero di Dio. Raggiunto un livello profondo si ha il tempo di gustarlo, viverlo ma presto si rivelerà insufficiente perché il mistero di Dio sarà ancora al di là. Si avrà perciò l’impressione di non sentire più nulla. Le stesse cose non producono più gli stessi effetti. Si tratta in questo caso di un deserto solamente a livello sensibile, perché invece la persona è stata resa capace di percepire più profondamente Dio sempre presente: è un deserto abitato.

    Un attaccamento eccessivo alle consolazioni di Dio invece che al Dio delle consolazioni può rendere la prova del deserto molto più arida e sofferta. Ciò accade spesso agli inizi del cammino spirituale. Il nostro itinerario conoscerà molteplici “notti” per usare le note espressioni di s. Giovanni della Croce: E’ facile cadere  nel nulla, perciò risulterà sempre importante cadere ai piedi del crocifisso disceso agli inferi, identificarsi col Cristo agonizzante: “Dio mio perché mi hai abbandonato?” “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”.

    Attraverso la prova Dio vuole che il nostro io venga purificato, che si renda sempre più capace di accogliere la sua grazia:

    “La volontà propria – l’Io – viene distrutta solo per mezzo delle contrarietà inviate da Dio per turbare la falsa quiete dell’Io e abbattere i monumenti di illusione che questi innalza a propria gloria dinanzi agli uomini” (Matta El Meskin, Consigli per la preghiera).

    La liberazione dalla “filoautia” , l’amore di sé, rende l’essere umano più accordato a Dio: meno ancorato certo al sensibile, ma profondamente in pace alla presenza costante a Dio.

     

    RICONOSCERE DIO NEL DESERTO

     

    E’ di capitale importanza riconoscere Dio nel deserto, fin dall’inizio del nostro cammino spirituale.

    Tre segni ci permettono di assicurare che i legami con Dio non sono tagliati, e che perciò egli è sempre presente benché nascosto:

    – La pace profonda

    – L’apertura ad ogni eventuale manifestazione della sua volontà

    – La fedeltà alla sua volontà così come viene colta in quel momento preciso.

    Quando questi segni sono tutti presenti, possiamo essere sicuri che Dio è presente in noi, ci abita, ci muove, ci trasforma.

    Rendendoci attenti a questa realtà interiore da noi vissuta nella fase del deserto, cammineremo ancora nella fiducia e nella perseveranza non scossi più di tanto dal fatto che la nostra sensibilità non vibri sempre di gioia ed entusiasmo.

     Potremmo tuttavia sempre domandarci: E’ Dio che mette alla prova? Molti autori spirituali affermano che è Dio che vuole, in questi momenti di aridità, purificarci, provare la nostra fedeltà.

    Una spiegazione di tal genere non può essere comunque assolutizzata infatti se affermiamo che Dio è Amore e Vita, il presentare un Dio che vuole la prova sofferta è un riaffiorare dell’immagine falsa di un Dio esigente e spietato, che non corrisponde alla rivelazione fattaci da Gesù di Dio come Abbà, padre.

    Occorre elaborare un nuovo linguaggio per parlare della prova dell’aridità.

    Dio abita l’uomo e vuole contribuire alla sua crescita e alla sua felicità. Se l’uomo si allontana da lui, la sua crescita si arresta, la felicità viene ricercata in molteplici e infruttuose direzioni.

    Mentre quando l’uomo si apre all’azione divina, la vita scaturisce rendendolo felice in tutto il suo essere.

    Dio può prendere l’iniziativa di rinforzare la sua azione e la felicità, attraverso la prova, aumenta:

    La prova “agisce in noi quale il timone di profondità per l’aeroplano, o meglio ancora, quale la potatura per la pianta. Esso convoglia la nostra linfa interiore, libera le “componenti” più pure del nostro essere, tanto da farci balzare più alti e più diritti” (T. De Chardin, Ambiente divino).

    Dio allora può anche rendersi meno sensibilmente presente, senza cessare per questo di essere lì. E’ una prova che infligge? Preferiamo dire che Dio è libero e considerare il fatto che Egli è sempre lì, piuttosto che il fatto che non ci sia più come prima. Certo è una prova per noi, perché restiamo un po’ sconcertati e bisogna imparare e tener duro senza essere apparentemente sostenuti da lui. Ma Dio non vuole la prova, può volere solo la nostra felicità.

    Dio è Abbà, Papà.

    Posted by attilio @ 11:02

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