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    DACCI OGGI IL NOSTRO PANE

    di p. Attilio Franco Fabris

    Nella prima parte del Pater avevamo tre desideri, tre auspici da rivolgere al Padre che è nei cieli.

    Nella seconda parte sono contenute invece tre domande che riguardano direttamente noi: gli chiediamo il pane, il perdono dei nostri peccati, la vittoria sulle tentazioni.

    Questa struttura ripete quella di tante preghiere ebraiche.

    Ad esempio nelle Diciotto Benedizioni le prime tre erano benedizioni rivolte a Dio, nelle dodici successive erano presentati a Dio i bisogni materiali e spirituali; infine le ultime tre erano caratterizzate dal ringraziamento.

    La ragione di questo schema lo possiamo dedurre da un commento rabbinico:

    “Le prime tre invocazioni fanno pensare a un servo che chiede favori al suo padrone; le ultime a un servo che ha ricevuto un favore dal suo padrone e ora prende nuovamente commiato”.

    Ma per il cristiano non si tratta di ricercare una sorta di captatio benevolentiae da parte della divinità. Per lui Dio è un Padre di fronte al quale non ci si prostra come schiavi, ma verso il quale egli nutre una fiducia e spontaneità filiale.

    Se prima ci si interessa della santificazione del suo nome, della venuta del suo regno e dell’adempimento della sua volontà è perché solo dopo aver contemplato il suo progetto si è in grado di vedere con occhi nuovi i nostri problemi di ogni giorno, la nostra vita con tutte le sue necessità e contraddizioni.

    Veniamo ora alla prima richiesta.

    Ci domandiamo anzitutto la ragione del perché la  prima domanda è in riferimento al pane.

    Il fatto stesso che si domandi il pane può apparire umiliante ed ingiusto all’uomo. Non è infatti un dovere e un onore per l’uomo guadagnarsi il suo pane senza stendere la mano? Non è con il suo lavoro che egli porta a casa il pane per i suoi? Perché chiederlo a Dio? Non è un ridursi a fare i mendicanti? Dio stesso non ha imposto forse ad Adamo di guadagnarsi il pane col sudore della sua fronte?

    Ma allora come interpretare la domanda?

    Potremmo anzitutto partire prendendo atto dell’ingiustizia esistente che porta con sé la fame nel mondo. Un quarto dell’umanità ne soffre drammaticamente… e sono i deboli che ne pagano le conseguenze amaramente e drammaticamente. Poniamo sulle loro labbra la preghiera del Padre nostro! Essa acquista subito uno spessore concreto che forse per noi, abituati all’abbondanza, non ha. Ad essi manca il pane quotidiano!

    Riporto un testo significativo di un anonimo brasiliano che racconta il dramma di coloro che non hanno di che vivere, neppure il necessario:

    Molto presto, come ogni mattina

    bambini disputano con i cani

    attorno ad una latta di spazzatura.

    E dividono con i cani

    il pane ammuffito della spazzatura.

    In un mondo cane, senza cuore,

    ecco la forma che Dio ha trovato

    per esaudire la preghiera

    dei piccoli affamati:

    Dacci oggi il nostro pane quotidiano!

    In quel giorno,

    in quella settimana,

    il pane della nostra tavola

    non era lo stesso.

    Era pane amaro,

    peino delle bestemmie dei poveri

    che per Dio sono suppliche.

    E’ tornato ad essere dolce e buono,

    quando fu condiviso

    con quegli affamati.

    Bambini e cani.

    E’ una dura realtà di fronte alla quale le parole del Magnificat suonano come una beffa: Ha ricolmato di beni gli affamati e i ricchi ha rimandato a mani vuote.

    Dio che ha cura degli uccelli del cielo e veste i gigli del campo come può lasciare morire di fame migliaia di bambini?

    La fede di molti viene messa a dura prova da queste domande.

    Attenzione! Non possiamo permetterci di ignorarle, spostandoci subito e comodamente, commentando la preghiera del Signore, su di un piano puramente spirituale!

    IL PANE NOSTRO DACCI OGNI GIORNO

    E’ un dovere del padre di famiglia procurare il pane ai figli; e in questa richiesta possiamo scoprirvi l’invito a guardare a Dio nel suo volto di Padre provvidente.

    Ritorniamo alla preghiera delle Diciotto Benedizioni. In essa  non manca la richiesta di benedire il lavoro dei campi e i frutti della terra:

    “Per noi, per il bene, Signore nostro Dio benedici questa annata e tutti i suoi raccolti. Ricolmaci dei tuoi beni, benedici questa annata e rendila simile alle migliori annate del passato. Benedetto sei tu, Signore, che benedici i raccolti.”

    In italiano diciamo: Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Ma nel testo greco la disposizione delle parole è diversa, dice: il pane nostro, quello di ogni giorno, dà a noi oggi. L’accento non è quindi sul dacci ma sul pane.

    Potremmo dilungarci sulla simbologia profonda ed estesa che il pane ha assunto nella nostra cultura occidentale.

    Nel pane posto in mezzo alla tavola intorno a cui è radunata tutta la famiglia è riassunta la vita di tutti: la fatica, la gioia, la condivisione.

    Al tempo di Gesù, ma non solo, il pane era cosa sacra. Non poteva essere buttato nell’immondizia, non lo si tagliava con il coltello (usanza mantenuta nella cultura monastica) ma lo si spezzava perché solo le mani dell’uomo erano degne di toccarlo. Il pane è sacro perché contiene il lavoro dell’uomo e la benedizione di Dio.

    Capiamo allora che, in fin dei conti, con la parola pane si vuole rappresentare tutto ciò che è necessario alla vita. Esso rappresenta, riassume, tutti i doni di Dio e la collaborazione dell’uomo: Servirete il Signore ed egli benedirà il tuo pane e la tua acqua (Es 23,25).

    E’ significativo che chi prega non dica “Dammi il mio pane quotidiano”, ma il nostro pane.

    Anche in questo caso la sua preghiera deve essere costantemente impregnata dal comandamento nuovo del Signore.

    NOSTRO O DI DIO?

    Ma come possiamo dire “nostro” se il pane lo chiediamo a Dio?

    Abbiamo un riferimento illuminante nel libro del Levitico: “Se seguirete le mie leggi… mangerete il “vostro” pane a sazietà e abiterete tranquilli nel vostro paese” (26,5).

    Della manna non si dice mai che è “nostra”: Tu Signore non hai rifiutato la “tua” manna”(Ne 9,20).

    Il pane è invece contemporaneamente dono di Dio e frutto del sudore della fatica e del sacrificio dell’uomo, per questo parla del “vostro” pane e gli uomini possono giustamente dire “nostro”.

    qual è allora il pane “nostro” benedetto da Dio?

    Quello prodotto “insieme” ai fratelli, quello ottenuto dalla terra che Dio ha destinato a tutti e non solo a qualcuno, quello che non contiene le lacrime del povero sfruttato.

    Non può pregare in modo sincero ed autentico chi pensa unicamente al proprio pane, chi accumula cioè beni per sé, per soddisfare i propri capricci, dimenticandosi del povero che manca di “pane”.

    Non può chiedere a Dio il “nostro” pane chi non lavora per pigrizia, chi vive alle spalle degli altri.

    Scriveva con parole di fuoco Basilio di Cesarea vescovo del IV sec.: “Se ciascuno si tenesse solo ciò che gli serve per le normali necessità e lasciasse il superfluo agli indigenti, ricchezza e povertà scomparirebbero… All’affamato spetta il pane che si spreca nella tua casa. Allo scalzo spettano le scarpe che ammuffiscono sotto il tuo letto. Al nudo spettano le vesti che sono nel tuo baule. Al misero spetta il denaro che si svaluta nelle tue casseforti” (Non lasciare che il tuo denaro dorma, 6).

    QUELLO DI OGNI GIORNO

    Vi è nella richiesta al Padre del pane una notevole difficoltà interpretativa che ha fatto e fa discutere schiere di esegeti e teologi.

    Troviamo infatti un aggettivo molto strano: epioùsion che traduciamo con quotidiano.

    Ora, questo aggettivo non si ritrova non solo in nessun altro testo della sacra scrittura ma anche  in quelli profani (tranne una sola volta in un resoconto di rifornimenti di viveri ad un distaccamento militare). Non è facile perciò stabilirne l’esatto significato.

    Esso può essere inteso come “necessario alla vita”, oppure come “il pane per questo giorno”, oppure “il pane per il giorno che viene”.

    I biblisti tendono a privilegiare l’ultima interpretazione: Dacci il pane per il giorno che viene. Ma stabilito questo che cosa esattamente significa?

    Generalmente si fa ricorso al parallelo biblico della manna nel deserto. La comunità degli israeliti mormorava per la mancanza di cibo. Allora il Signore disse a Mosé: “Io sto per far piovere per voi pane dal cielo; il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di ogni giorno, perché io lo metta alla prova per vedere se cammina secondo la mia legge o no” (Es 16,4).

    In cosa consisteva la prova? Probabilmente nel fatto che al mattino il popolo usciva a raccogliere il cibo necessario “per il giorno che veniva”, non lo si poteva accaparrare in vista degli altri giorni, pena la putrefazione del prodotto conseguenza della sfiducia in Dio.

    Quindi il giorno che viene è l’oggi.

    Se immaginiamo il Pater recitato al mattino significa: Dacci oggi il nostro pane per questa giornata.

    Evidentemente chi prega  con queste parole intende rifiutare la logica  mondana dell’accumulo dei beni per sé, soprattutto quando i fratelli soffrono per la fame.

    Con questa richiesta chiediamo che il cuore viene liberato dalla bramosia del possesso e dall’angoscia per il domani. (Cfr. Mt 6,19-21; Lc 12,20ss).

    Rabbi Eliezer di Modiim, contemporaneo di Gesù, insegnava: “Chi ha da mangiare per oggi, e dice: Che cosa mangerò domani? È un uomo di poca fede.”

    Non si tratta perciò di una fuga dal lavoro, di un pretesto di disimpegno e pigrizia, né di fatalismo. E’ anzitutto un richiamo forte a ciò che è essenziale alla vita: aiutami padre a liberarmi dalla schiavitù dei beni e dammi la forza di condividerli con i poveri.

    Il discepolo è chiamato a sentirsi libero, ad accontentarsi del necessario, ad aprire gli occhi sulle necessità dei fratelli. (Andando non portate con voi né bisaccia, né due tuniche, né denaro, né bastone...).

    Per capire bene questa domanda non bisogna dimenticare che il Pater viene insegnato da Gesù nel contesto, paradossale per il mondo, delle Beatitudini.

    Chi accetta di seguire Cristo entra a far parte di una comunità che si propone  al mondo come società alternativa a quelle rette dalle leggi della competizione, della ricerca egoistica del proprio interesse, dell’accumulo dei beni.

    Può pregare così chi ha rinunciato a riporre tutta la sua fiducia nel denaro, nel potere, nei beni di questo mondo e ha scelto la povertà perché sa che Cristo l’ha scelta come via privilegiata per aprirsi ai valori del regno.

    Solo chi fa propria la logica del servizio e del dono di sé diviene “figlio del regno che viene” e può pronunciare in modo autentico la preghiera del Signore.

    Il discepolo non deve mai chiedere il superfluo.

    Nel libro dei Proverbi leggiamo:

    Signore, io ti domando due cose,

    non negarmele prima che io muoia:

    non darmi né povertà né ricchezza;

    ma fammi avere il cibo necessario,

    perché, una volta sazio, io non ti rinneghi

    e dica: Che m’interessa del Signore!

    Oppure, ridotto all’indigenza, non rubi

    profanando così il nome del mio Dio (30,7-9).

    Si tratta cioè di saper gioire del necessario che la provvidenza non fa mancare.

    ALCUNE RIFLESSIONI CONCLUSIVE

    Un’altra considerazione che è possibile fare è il fatto che il domandare il cibo rimanda  al nostro essere creature, legate alla terra; in un certo senso rivela la nostra verità di esseri limitati, incompiuti, dipendenti, mortali. Fa scomparire in noi la pretesa di una spiritualità disincarnata, che non vuole fare i conti con la storia e con la realtà concreta in cui siamo immersi. Scrive san Gregorio Nisseno nel suo commento al Padre nostro (Sulla preghiera del Signore, IV): “Dacci oggi il nostro pane quotidiano: questa frase esprime un altro insegnamento morale: ti aiuta a comprendere attraverso le parole che pronunci che la vita umana è effimera: a ciascuno appartiene soltanto il presente, la speranza del futuro rimane avvolta nel mistero, non sappiamo infatti che cosa porterà il domani. Perché ci affanniamo per le preoccupazioni del futuro?

    Ci rendiamo coscienti di questo quando poniamo l’azione di grazie prima dei pasti. Quel cibo che sta davanti a noi è “nostro” ma è prima ancora “grazia”. Testimonia che anche oggi Dio ha provveduto. Perché la vita non diventerà mai un nostro diritto, un nostro “possesso” esclusivo.

    La richiesta rivela così la mia verità di un essere dipendente da Dio che è Padre, che ha cura dei  suoi figli nella sua provvidenza che è amorevole. Stendo le mani alle sue mani di padre per ricevere da lui il necessario per la vita (cf il gesto stupendo ma spesso tanto trasandato  della comunione sulla mano).

    Il cristiano impara a fare di ogni cosa eucaristia. Vi è infatti un modo eucaristico nell’uso delle cose e dei beni, in esso è presente la memoria che da Dio riceviamo ogni bene.

    Ancora: la richiesta del Pater mi insegna a mai disgiungere la preghiera dal lavoro. Chi lavora e non prega non è nella verità: si illude di essere lui protagonista della propria vita.

    Chi prega e non lavora non è nella verità: non mette in atto quelle capacità di cui Dio ha dotato l’uomo perché collabori con lui.

    Terremo sempre presente la sapiente massima attribuita a Ignazio di Loyola: “Dobbiamo pregare come se tutto dipendesse da Dio e agire come se tutto dipendesse da noi”.

    UN PANE DI VITA ETERNA

    Il pane è sempre realtà da condividere, da spezzare.

    Non per nulla è il segno-sacramento scelto da Gesù per l’Eucaristia, memoriale vivo della sua vita donata e spezzata sulla croce. Cristo si moltiplica quando viene spezzato. Tutti se ne nutrono e non si esaurisce mai.

    E’ il Padre che prepara una mensa per tutti e per tutti spezza il pane che è il dono del Figlio dato “per noi”.

    Scrive s. Pietro Crisologo in un suo sermone: “Il Padre del cielo ci esorta a chiedere come bambini del cielo il Pane del cielo Cristo. Egli stesso è il pane che, seminato nella vergine, lievitato nella carne, impastato nella passione, cotto nel forno del sepolcro, conservato nella Chiesa, portato sugli altari, somministra ogni giorno ai fedeli un alimento celeste” (Sermoni, 71).

    La  Provvidenza del Padre qui è al massimo livello: quel pane porta con sé vita eterna.

    Ed è questa l’apice della riflessione sulla richiesta del pane fatta al Padre.

    Diviene domanda  di un pane che non perisce, di un pane per una vita nuova, perché “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

    Il Catechismo della Chiesa cattolica fa propria questa accentuazione: “Presa alla lettera  – la parola epiousios-sovrasostanziale – indica direttamente il Pane di Vita, il Corpo di Cristo “farmaco di immortalità” senza il quale non abbiamo in noi la vita. Infine legato al precedente è evidente il senso celeste “Questo giorno” è quello del Signore, quello del banchetto del regno, anticipato nell’Eucaristia che è già pregustazione del regno che viene” (2837).

    Cristo parola del Padre è questo pane. Non per nulla  nella prima comunità l’eucaristia era denominata lo spezzare insieme il pane. (Cf Gv 6,34; Mt 4,4; Mc 8,14).

    Eucaristia e carità sono indivisibili: “La richiesta del pane, se vogliamo avanzarla senza incoscienza o ipocrisia, ci impone un’altra esigenza: quella della condivisione. La comunione eucaristica è condivisione, il “sacramento del fratello” è inseparabile da quello dell’altare, diceva san Giovanni Crisostomo” (O. Clèment)

    SCHEDA DI LAVORO

    1.      “Dacci il nostro pane quotidiano”: come è intesa da me questa domanda della Preghiera del Signore? Quanta consapevolezza vi è in me della povertà di chi magari mi passa accanto? Come mi pongo dinanzi ad essa e a quella di tante popolazioni del mondo?

    2.      Senti in te il desiderio e l’imperativo della condivisione come aspetto essenziale all’esperienza di vita cristiana? Come si concretizza nella tua vita? Come ne è ostacolata?

    3.      Leggi e medita Mt 6,19-21.25-34: che cosa significa per il cristiano credere nella provvidenza del Padre che è nei cieli? Qual è l’atteggiamento fifliale che eviti sia il disimpegno sia l’affanno?

    4.      Gesù dice: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo” (Potresti rileggere il discorso di gesù a Cafarnao in Gv 6).  Cosa ti dice questa frase? Che posto ha nel tuo cammino spirituale la Parola e l’Eucaristia? Rappresentano realmente per te l’indispensabile “pane del pellegrino”?

    Posted by attilio @ 11:13

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