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	<title>Abbazia di Borzone</title>
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	<description>Sito ufficiale dell'Abbazia di Borzone e della casa di preghiera S'Andrea</description>
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		<title>Vita spirituale</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 09:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[VITA SPIRITUALE di E. Bianchi Non si dà vita cristiana senza vita spirituale! Lo stesso mandato fondamentale che la chiesa deve adempiere nei confronti dei suoi fedeli è quello di introdurli a un’esperienza di Dio, a una vita in relazione con Dio. È essenziale ribadire oggi queste verità elementari, perché viviamo in un tempo in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;" align="center"><span style="color: #000000;"><span style="color: #800000;"><strong>VITA SPIRITUALE</strong></span><strong></strong></span></h1>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><span style="color: #800000;">di E. Bianchi</span></em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Non si dà vita cristiana senza vita spirituale! Lo stesso mandato fondamentale che la chiesa deve adempiere nei confronti dei suoi fedeli è quello di introdurli a un’esperienza di Dio, a una vita in relazione con Dio. È essenziale ribadire oggi queste verità elementari, perché viviamo in un tempo in cui la vita ecclesiale, dominata dall’ansia pastorale, ha assunto l’idea che l’esperienza di fede corrisponda all’impegno nel mondo piuttosto che all’accesso a una relazione personale con Dio vissuta in un contesto comunitario, radicata nell’ascolto della Parola di Dio contenuta nelle Scritture, plasmata dall’eucaristia e articolata in una vita di fede, di speranza e di carità. Questa riduzione dell’esperienza cristiana a morale è la via più diretta per la vanificazione della fede. La fede, invece, ci porta a fare un’<em>esperienza reale di Dio, </em>ci immette cioè nella vita spirituale, che è la vita guidata dallo Spirito santo. Chi crede in Dio deve anche fare un’esperienza di Dio: non gli può bastare avere idee giuste su Dio. E l’esperienza, che sempre avviene nella fede e non nella visione (cfr. 2 Corinti 5,7: «noi camminiamo per mezzo della fede e non ancora per mezzo della visione»), è qualcosa che ci sorprende e si impone portandoci a ripetere con Giacobbe: «Il Signore è qui e io non lo sapevo!» (Genesi 28,16), oppure con il Salmista: «Alle spalle e di fronte mi circondi [...]. Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, tu sei là, se scendo agli inferi, eccoti» (Salmo 139,5 e sgg.). Altre volte la nostra esperienza spirituale è segnata dal vuoto, dal silenzio di Dio, da un’aridità che ci porta a ridire le parole di Giobbe: «Se vado in avanti, egli non c’è, se vado indietro, non lo sento; a sinistra lo cerco e non lo scorgo, mi volgo a destra e non lo vedo» (Giobbe 23,8-9). Eppure anche attraverso il silenzio del quotidiano Dio ci può parlare. Dio infatti agisce su di noi attraverso la vita, attraverso l’esperienza che la vita ci fa fare, dunque anche attraverso le «crisi», i momenti di buio e di oscurità in cui la vita può portarci. L’esperienza spirituale è anzitutto esperienza di <em>essere preceduti: </em>è Dio che ci precede, ci cerca, ci chiama, ci previene. Noi non inventiamo il Dio con cui vogliamo entrare in relazione: Egli è già là! E l’esperienza di Dio è necessariamente mediata dal Cristo: «nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» dice Gesù (Giovanni 14,6). Cioè <em>l’esperienza spirituale è anche esperienza filiale. </em>Lo Spirito santo è la luce con cui Dio ci previene e orienta il nostro cammino verso la santificazione, cammino che è sequela del Figlio: l’esperienza spirituale diviene così null’altro che la risposta di fede, speranza e carità al Dio Padre che nel battesimo rivolge all’uomo la parola costitutiva: «Tu sei mio figlio!». Sì, figli nel Figlio Gesù Cristo: questa la promessa e questo il cammino dischiusi dal battesimo! Come diceva Ireneo di Lione, lo Spirito e il Figlio sono come le due mani con cui Dio plasma le nostre esistenze in vite di libertà nell’obbedienza, in eventi di relazione e di comunione con Lui stesso e con gli altri. Alcuni elementi sono essenziali per l’autenticità del cammino spirituale. Anzitutto <em>la crisi dell’immagine che abbiamo di noi stessi: </em>questo è il doloroso, ma necessario inizio della conversione, il momento in cui si frantuma l’«io» non reale ma ideale che ci siamo forgiati e che volevamo perseguire come doverosa realizzazione di noi stessi. Senza questa «crisi» non si accede alla vera vita secondo lo Spirito. Se non c’è questa morte a se stessi non ci sarà neppure la rinascita a vita nuova implicata nel battesimo (cir. Romani 6,4). Occorrono poi <em>l’onestà verso la realtà e la fedeltà alla realtà, </em>cioè l’adesione alla realtà, perché è <em>nella </em>storia e <em>nel </em>quotidiano, <em>con </em>gli altri e non senza di essi, che avviene la nostra conoscenza di Dio e cresce la nostra relazione con Dio. È a quel punto che la nostra vita spirituale può armonizzare obbedienza a Dio e fedeltà alla terra in una vita di fede, di speranza e di carità. È a quel punto che noi possiamo dire il nostro «sì» al Dio che ci chiama con quei doni e con quei limiti che caratterizzano la nostra creaturalità. Si tratterà dunque di immettersi in un cammino di fede che è sequela del Cristo per giungere all’esperienza dell’inabitazione del Cristo in noi. Scrive Paolo ai cristiani di Corinto: «Esaminate voi stessi se siete nella fede: riconoscete che Gesù Cristo abita in voi?» (2 Corinti 13,5). La vita spirituale si svolge nel «cuore», nell’intimo dell’uomo, nella sede del volere e del decidere, nell’interiorità. È lì che va riconosciuta l’autenticità del nostro essere cristiani. La vita cristiana infatti non è un «andare oltre», sempre alla ricerca di novità, ma un «andare in profondità», uno scendere nel cuore per scoprire che è il Santo dei Santi di quel tempio di Dio che è il nostro corpo! Si tratta infatti di «adorare il Signore nel cuore» (cfr. I Pietro 3, I 5). Quello è il luogo dove avviene la nostra santificazione, cioè l’accoglienza in noi della vita divina trinitaria: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23). Fine della vita spirituale è la nostra partecipazione alla vita divina, è quella che i Padri della chiesa chiamavano «divinizzazione». «Dio, infatti, si è fatto uomo affinché l’uomo diventi Dio», scrive Gregorio di Nazianzo, e Massimo il Confessore sintetizza in modo sublime: «La divinizzazione si realizza per innesto in noi della carità divina, fino al perdono dei nemici come Cristo in croce. Quand’è che tu diventi Dio? Quando sarai capace, come Cristo in croce, di dire: “Padre, perdona loro”, anzi: “Padre, per loro io do la vita”». A questo ci trascina la vita spirituale, cioè la vita radicata nella fede del Dio Padre creatore, mossa e orientata dallo Spirito santificatore, innestata nel Figlio redentore che ci insegna ad amare come lui stesso ha amato noi. Ed è lì che noi misuriamo la nostra crescita alla statura di Cristo.</span></p>
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		<title>La luce della ragione e l&#8217;illuminazione divina</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Apr 2012 12:12:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[LA LUCE DELLA RAGIONE E L’ILLUMINAZIONE DIVINA A. La facoltà di conoscere La filosofia occidentale, sin dalla sue origini, è convinta che l’uomo sia capace di conoscere la realtà e che tutto ciò che esiste è conoscibile con l’intelletto (ens est intelligibile). Ma questo principio può essere applicato a Dio Essere Supremo? La risposta della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><strong></strong><span style="color: #800000;"><strong>LA LUCE DELLA RAGIONE E L’ILLUMINAZIONE DIVINA</strong></span></span></h1>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>A. </strong><strong>La facoltà di conoscere</strong><em><br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La filosofia occidentale, sin dalla sue origini, è convinta che l’uomo sia capace di conoscere la realtà e che tutto ciò che esiste è conoscibile con l’intelletto (<em>ens est intelligibile</em>). Ma questo principio può essere applicato a Dio Essere Supremo?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La risposta della filosofia scolastica<a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> è semplice: Dio infinito può essere conosciuto pienamente soltanto con l’intelletto infinito, ovvero solo Dio conosce se stesso. La ragione umana, che è finita ed imperfetta, può conoscere Dio solo parzialmente. Il suo metodo può essere solo l’analogia, cioè a partire dalle cose create.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’apologetica è il trattato teologico che approfondisce il tema della conoscenza naturale di Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Si afferma che la dottrina mistica non predilige il percorso razionale per parlare di Dio. Ad esempio nel monachesimo troviamo scritto da san Colombano<a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a>: “<em>Cerca la suprema scienza non attraverso dispute di parole, ma attraverso la perfezione dei buoni costumi; non con la lingua ma con la fede; essa nasce dalla semplicità del cuore; non vi si giunge attraverso i dotti ragionamenti che non si radicano nella pietà. Se cercherai con le argomentazioni della ragione l’Ineffabile, egli si farà  da te più lontano di quanto era; se cercherai con la fede troverai, la “Sapienza sta alle porte” (Pr 1,21), dove sempre dimora e in parte potrai vederla</em>”. E nell’Imitazione di Cristo si elogia “<em>più l’umile semplice che il superbo filosofo”.</em> In effetti il sistema scolastico è troppo imperniato sulla ragione, rischiando di enfatizzare questa dimensione che non è l’unica presente nell’essere umano.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Oggi la situazione è diversa. Vi sono pericoli di altro genere del tipo di una sorta di “sentimentalismo”, per cui è utile invitare a coltivare una sana ragione, una riflessione ben fondata anche nell’ambito della fede. Teofane il Recluso diffidente contro i troppo sentimentali dice: “<em>La vita secondo la volontà divina è vita ragionevole… La luce della verità e la purezza della santità incoruttibile sono due aspetti della trasformazione spirituale del mio “io”. Per comprendere i comandamenti bisogna conoscere tutte le verità cristiane…A pensare sono tutti capaci. Usino, quindi questa facoltà per riflettere sulle cose serie, per conoscere la realtà”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #800000;"><strong>B. </strong><strong>Il senso del mondo visibile</strong></span><em><br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’inizio della conoscenza umana è l’osservazione della realtà. Gli antichi filosofi osservando la natura cercavano di scoprire <strong>il principio che unisce la molteplicità<em>, </em></strong>che dà l’unità, che crea per mezzo dei vari e ineguali fenomeni naturali, l’universo ordinato, il cosmo. Ma questi filosofi non erano d’accordo su dove cercare questo principio di unificazione (per Talete era l’acqua, Anassimandro proponeva l’Hapeiron….). Aristotele osservando che tutto ciò che esiste è destinato a decomporsi intuì che tale principio doveva essere cercato altrove, fuori della natura: scoprire la <strong>substantia, </strong>il pensiero che domina su tutto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">I cristiani scorprono che questo <strong><em>logos </em></strong> che soggiace a tutta la creazione è <strong>Cristo</strong>, Parola eterna di Dio. Per san Basilio Dio ha concepito tutta la creazione come una “scuola” per le anime, destinata a coloro che ricercano la sapienza divina, nascosta in tutte le cose nell’”opera dei sei giorni” (Exameron). Nemesio<a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> fa un gioco di parole dicendo che non c’è nessuna cosa che sarebbe “non-logica” (<em>alogon</em>). Tutto ciò che esiste ha quancosa da dirci.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Si tratta di <strong>comprendere giustamente il senso di ciò che ci circonda</strong>. Nelle canzoni spesso la gente non comprende il contenuto perché ascolta troppo il suono, la melodia, perdendo l’interesse per le parole e il cantante. Non capire il logos del creato è la stessa cosa! Si usano le cose del mondo senza aver riguardo all’intenzione divina per esse. I padri greci chiamavno questo esercizio “<em>theoria fisica</em>” (contemplazione naturale).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Enrico Medi</strong><a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a><strong>, astrofisico, possedeva questo sguardo contemplativo.egli scrive:</strong><strong> “</strong><em>Oh, voi misteriose galassie &#8230;, io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio e vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Da voi io prendo la luce e ne faccio scienza, prendo il moto e ne fo sapienza, prendo lo sfavillio dei colori e ne fo poesia; io prendo voi stelle nelle mie mani, e tremando nell’unità dell’essere mio vi alzo al di sopra di voi stesse, e in preghiera vi porgo al Creatore, che solo per mezzo mio voi stelle potete adorare”.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Potremmo aggiungere anche la testimonianza di una grande astronomo, Giovanni Keplero<a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a>  che compose una preghiera sullo stile dei salmi: “ <em>Grande è il nostro Dio! Grande la sua potenza, la sua sapienza infinita. Lodatelo, cieli! Lodatelo, sole, luna e pianeti, con la lingua che vi è data per lodare il vostro Creatore. E anche tu, anima mia, canta, canta più che puoi l’onore del Signore! Da lui, in lui e per lui sono tutte le cose: quelle ancora sconosciute e quelle che già conosciamo.  A lui lode, onore e gloria, d’eternità in eternità! Ti rendo grazie, Creatore e Signore, di avermi dato questa gioia alla vista della tua creazione, questo godimento nel contemplare l’opera delle tue mani. Cerco di annunciare agli uomini lo splendore delle tue opere, nella misura che il mio spirito finito<br />
può cogliere l’infinito”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #800000;"><strong>C. </strong><strong>Senso spirituale delle cose</strong></span><em><br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Giungere ad intuire il mistero inerente alle cose creato è proprio di chi ha ricevuto il dono dell’intelletto (<em>intus-legere</em>). <strong>A ciascuno è dato di potervi accedere secondo la sua peculiarità scorgendo una dimensione del mistero</strong> (la totalità appartiene solo a Dio). Le vie possono essere diverse, ma sono in armonia. Provengono tutte da una sola parola, il Verbo di Dio, Gesù Cristo nel quale è la pienezza della rivelazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Tutta la realtà dunque contiene in sé un senso “cristologico”</strong>. Nell’iconografia questo mistero è rappresentato dalla sapienza divina seduta in trono in mezzo ad un cerchio che rappresenta il creato. Con i suoi raggi penetra tutto, eppure rimane nascosta sotto l’iride della bellezza sensibile ed esterna. Accanto alla Sapienza coloro che la riconobbero per primi: la vergine Maria e Giovanni Battista.<strong><br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #800000;"><strong>D. </strong><strong>La “pratica”, via alla “teoria”</strong></span><em><br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Per acquisire questo senso spirituale non è sufficiente il naturale dono per la riflessione. Paolo apostolo ricorda che: “<em>Nessuno può dire Gesù è il Signore se non nello Spirito santo”</em> (1Cor 12,3). Il senso cristologico delle cose, la Sophia di Dio, <strong>è conoscibile solo da parte di coloro che hanno ricevuto l’ispirazione dello Spirito santo.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tuttavia tale illuminazione esige da parte nostra lo sforzo di purificarci, di liberarci dal peccato e dalla passioni, la purezza di cuore e la pratica delle virtù: “<em>beati i puri di cuore perché vedranno Dio”</em> (Mt 5,8). <strong>La purificazione dal peccato e la vita nelle virtù fu denominata dai padri greci con il termine “pratica” (<em>praxis</em>); la contemplazione con il termine “<em>theoria”</em></strong><em>.</em> Venne stabilito il principio che <strong>la “pratica” è la via alla “theoria”</strong>. In altre parole: per capire il senso del mondo e delle cose bisogna vivere bene. In questo senso gli uomini “carnali” (soggetti alle passioni) subiscono le illusioni dei sensi e dunque sono impediti a raggiungere la comprensione della verità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tutto quello che incontriamo nel mondo riceve un doppio significato. La realtà è come il pane e il coltello. Chi sa tagliare riceve il nutrimento, chi non sa maneggiare il coltello non solo rimane affamato, ma anche si taglia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><em> </em><strong>E.  </strong><strong>Simboli spirituali</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il significato del mondo e colto individualmente, tuttavia esistono alcune costanti che danno la possibilità di usare un linguaggio simbolico comprensibile a tutti nel parlare dell’esperienza spirituale. Nel medioevo erano amati i testi in cui si spiegavano i “simboli della natura”. Basterebbe poi leggere testi di mistici, oppure le opere di san Francesco di Sales che abbondantemente attinge alla natura per illustrare dottrine spirituali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nella vita di s. Caterina da Siena si dice che ella “traduceva” tutto ciò che vedeva in linguaggio spirituale. Usiamo delle traduzioni per capire una lingua per noi incomprensibile. Il peccato e le passioni disordinate hanno reso il linguaggio del mondo parole straniere. Per mezzo della comprensione spirituale esse tornano a far parte della nostra lingua originaria. Ma <strong>la condizione è possedere uno sguardo di fede che perfezione l’intelletto</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Una preghiera di Jacques Olier<a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a> esprime bene questo desiderio: “<em>Mio Dio, io ti adoro  in tutte le tue creature, ti adoro vero e unico sostegno di tutto il mondo; senza di te nulla esisterebbe e nulla sussiste che in te. Ti amo, mio Dio, e lodo la tua maestà che appare  sotto l’esteriorità di tutte le creature. Tutto ciò che io vedo, o mio Dio, non serve che ad esprimere  la tua bellezza segreta e ignota agli occhi dell’uomo. Tu sei al fondo di tutto e ti manifesti sotto ogni cosa in qualcuna delle tue perfezioni</em>”<em> </em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong></strong><strong>1. La fede e i suoi vantaggi</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Potremmo elencare in sei punti il valore della fede per la vita spirituale.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #000000;"><em>La fede costituisce il fondamento della vita spirituale. </em>Se il motto dei filosofi cinici<a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a> era “Ristampare le monete” ovvero dare un altro valore alle cose, questo vale molto di più per la fede: essa ci apre ad uno sguardo profondo, infinito ed eterno sulla realtà. Per questo di fatto la fede è l’inizio di una vita nuova.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><em>La fede ci unisce a Dio. </em>Dio puro spirito può essere accostato solo attraverso la fede che opera nel profondo del cuore.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><em>La fede illumina l’intelletto. </em>La mente si sviluppa con la conoscenza. Per mezzo della fede ci appropriamo della conoscenza di Colui che è la verità e la Vita (cfr Gv 14,6).</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><em>La fede rafforza la volontà. </em>Non può avere un carattere fermo chi non ha convinzioni costanti. La fede ci fa partecipare alla immutabile verità di Dio, essa si approfondisce e cresce pur rimanendo sempre la medesima. Tale diviene anche colui che vive secondo la fede.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><em>La fede è sorgente di consolazione.</em>  La vera consolazione procede solo dalla verità. La fede è la verità che scaturisce dalla “Buona Notizia”.</span></li>
<li><span><em>La fede è opera meritoria.</em> L’insegnamento cattolico riconosce i “meriti”. La grazia è un dono di Dio che esige la nostra collaborazione. La cooperazione con Dio è un privilegio così grande che “merita” come ricompensa il regno di Dio, anche quando si tratta di una piccola opera che non necessariamente è esteriore.</span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;">2.  <strong>Doppia concezione di fede</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Al tempo della Riforma vi furono discussioni sul rapporto tra fede e buone opere. Oggi appare chiaro che l’equivoco era dato dall’ambiguità dei concetti. Se ad un cattolico domandiamo cos’è la fede ci dirà che si tratta di aderire alle verità del credo e del catechismo, se domandiamo la stessa cosa ad un protestante dirà che la fede è un’illimitata fiducia accordata a Dio sull’esempio di Abramo. È chiaro che una tale fede in se stessa giustifica, mentre al contrario l’adesione semplicemente mentale ad un sistema di verità non ottiene la stessa cosa, essa resterebbe “<em>morta senza le opere</em>” (Gc 2,26).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Allora come è possibile accordare queste posizioni? Ripartendo da una retta comprensione della realtà della fede. Il suo fondamento rimane una fiducia illimitata in Dio, la prontezza di accettare tutto ciò che egli propone. Ma proprio questa prontezza ci obbliga a raccogliere e conservare tutto ciò che Dio ci ha rivelato, la ricchezza del deposito della fede. Sono quindi <strong>ambedue aspetti inseparabili</strong> della fede: la fiducia in Dio e l’accoglienza delle verità di fede contenute nel catechismo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Origene bene esprime la necessità di ambedue gli aspetti della fede al fine di ottenere salvezza: <em>Padre onnipotente, preghiamo la tua misericordia: donaci non solo di ascoltare la tua parola, ma anche di metterla in pratica. Distruggi in noi ciò che deve essere distrutto<br />
e vivifica ciò che deve essere vivificato. Concedici, Padre santo, di credere con il cuore, di professare con la parola, di confermare con le opere la tua alleanza con noi. Così gli  uomini, vedendo le nostre opere buone, glorificheranno te, Padre nostro che sei nei cieli</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong></strong><span style="color: #800000;"><strong>3.La fede nella quotidianità</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La mancanza di fede si riflette in tutte le nostre relazioni con Dio: la preghiera diventa noiosa, i sacramenti vengono trascurati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ma anche la relazione col prossimo viene intaccata dalla mancanza di fede: le relazioni diventano puramente umane, facilmente deteriorabili. La carità si affievolisce sino a spegnersi. Cercheremo di imporci in tutti i modi. L’umiltà scompare. La testardaggine, l’intolleranza, la sconsideratezza, la durezza nel giudizio, sono note di una fede debole.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La fede imposta correttamente la nostra relazione anche con il creato, con le cose, il mondo e i suoi problemi. Si cammina nel mondo sapendo di non essere allo sbando di forze sconosciute, ma in mano alla Provvidenza di Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Scrive san Roberto Bellarmino<a title="" href="#_ftn8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a>: <em>Le montagne ci sembrano grandi perché sono vicine; le stelle, al contrario, anche se incomparabilmente più grandi, sembrano piccoli punti. Se fossimo in cielo, le stelle apparirebbero enormi, come infatti sono, e le montagne ci sembrerebbero granelli di sabbia. Gli uomini di questa terra, che hanno il loro cuore attaccato al mondo, considerano come enormi gli affari terreni. Quando ottengono un’eredità o raggiungono onori, sono colmi di gioia. Quando perdono una moneta, disturbano tutti coloro che sono vicini. Al contrario, colui che serve Dio, chi abita sull’alta torre della fede, è così lontano dalle cose di quaggiù, che tutti i cosiddetti grandi e importanti problemi gli appaiono come giochi di bambini. Paragonando con l’eternità tutte le sfortune del mondo, non le teme più dei morsi di una zanzara.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Di fronte a questa testimonianza poniamone un’altra, quella di Lev Tolstoj<a title="" href="#_ftn9"><span style="color: #000000;">[9]</span></a>, in cui si parla del processo della perdita della fede:   <em>Persi la fede nello stesso modo in cui l’hanno perduta e continuano a perderla coloro che hanno ricevuto il nostro stesso tipo di educazione. Nella maggior parte dei casi ciò accade nel modo seguente: si vive come vivono tutti, e tutti vivono basandosi su principi che non solo non hanno nulla in comune con la fede professata, ma che anzi le sono generalmente contrari e opposti; la religione non entra nella vita, e non accade mai, sia nei rapporti con gli altri che in privato, di doverci confrontare o fare i conti con essa. Viene professata e praticata in qualche regione indeterminata, lontano dalla vita e indipendentemente da essa. Quando entriamo in contatto con la fede, la consideriamo normalmente come un fenomeno esteriore, non collegato all’esistenza.  Fondandosi sulla vita di un uomo e sulle sue azioni è assolutamente impossibile capire – sia ai giorni nostri che in passato – se costui sia credente o meno. Se vi è una differenza tra coloro che professano esplicitamente la fede e quelli che la negano, ebbene, tale differenza non va certo a favore dei primi. Sia ai giorni nostri che in passato, l’esplicita accettazione e professione della fede ortodossa si riscontra generalmente in persone ottuse, crudeli, immorali, con un alto concetto di se stesse, mentre l’intelligenza, l’onestà, la bontà, la rettitudine e il sentimento etico si ritrovano generalmente in persone che si professano non credenti.  Nelle scuole s’insegna il catechismo e si costringono gli allievi ad andare in chiesa; agli impiegati vengono richiesti dei certificati di comunione. Ma una persona del nostro ambiente, che abbia smesso di studiare e non occupi un posto nell’amministrazione dello stato, sia oggi sia – e ancor più – in passato, può vivere decine d’anni senza ricordarsi neppure una volta di vivere in mezzo a cristiani e di venir considerato egli stesso un seguace della religione ortodossa.  Quindi, sia oggi che in passato, la fede religiosa accettata passivamente e fondata su pressioni esteriori si dissolve a poco a poco sotto l’influenza delle conoscenze e delle esperienze della vita ad essa contrarie, e molto frequentemente accade che si viva a lungo immaginandosi di conservare intatta quella fede che ci è stata trasmessa sin dall’infanzia, mentre in realtà già da gran tempo in noi non ne è rimasta più traccia. Il mio amico S., uomo intelligente e sincero, mi ha raccontato come smise di credere. Aveva già ventisei anni e, trovandosi una volta a passar la notte fuori di casa durante una partita di caccia, la sera, prima di coricarsi, s’inginocchiò per recitare le preghiere secondo un’antica abitudine contratta fin dall’infanzia. Il fratello maggiore, che era a caccia con lui, se ne stava coricato sul fieno a guardarlo. Quando S. ebbe finito e si fu coricato a sua volta, il fratello gli chiese: “Così tu lo fai ancora?”.  Non si dissero altro, ma da quel giorno S. smise di recitare le preghiere e di recarsi in chiesa, e ormai da trent’anni non prega, non si comunica e non frequenta la chiesa. E questo non perché conoscesse le convinzioni del fratello e le avesse accettate, o perché avesse preso una qualsiasi decisione cosciente, ma soltanto perché le parole pronunciate dal fratello erano state come la pressione di un dito contro una muraglia che stava già per crollare sotto il suo stesso peso; quelle parole gli avevano fatto capire che là dov’egli credeva che ci fosse ancora la fede ormai da tempo c’era in realtà soltanto un vuoto, e che quindi le parole che diceva, i segni di croce e le genuflessioni che faceva durante la preghiera erano assolutamente privi di senso. Avendone riconosciuta l’assurdità, non poteva più continuare a ripeterli.  La stessa cosa è accaduta e accade – così almeno io credo – alla stragrande maggioranza delle persone. Parlo di quanti hanno ricevuto la mia educazione e sono sinceri con se stessi e non di coloro per i quali la fede è soltanto un mezzo per il raggiungimento di qualche fine temporale. (Costoro sono in realtà i più radicali miscredenti, giacché se per loro la fede è soltanto un mezzo per il raggiungimento di fini mondani, è chiaro che non può chiamarsi fede). Il mondo della scienza e quello della vita hanno ormai distrutto per loro l’edificio artificiale della fede, e qualora se ne siano resi conto hanno già sgombrato il posto vuoto, oppure non se ne sono ancora accorti. Io persi la fede trasmessami nell’infanzia più o meno allo stesso modo, ma con questa differenza: poiché avevo cominciato, appena quindicenne, a leggere opere di filosofia, la mia rinuncia alla fede religiosa fu ben presto cosciente. Fin dall’età di sedici anni per convinzione interiore smisi di pregare, di andare in chiesa e di digiunare. Non credevo in ciò che mi era stato insegnato nell’infanzia, ma credevo pur sempre in qualcosa, anche se non avrei assolutamente saputo dire in cosa. Credevo in Dio, o meglio non lo negavo, ma di quale Dio si trattasse non avrei saputo dirlo; non negavo il Cristo e il suo insegnamento, ma in che cosa consistesse questo suo insegnamento non avrei saputo dirlo.  Oggi, ricordando quei giorni, vedo chiaramente che l’unica mia vera fede – ossia quanto, escludendo gli impulsi animali, guidava la mia vita – era a quell’epoca la fede nell’autoperfezionamento. Ma in cosa consistesse e quale fosse il suo scopo, non avrei saputo dirlo. Cercavo di perfezionarmi intellettualmente, imparando tutto quel che potevo imparare e studiando tutto ciò verso cui la vita mi spingeva; cercavo di perfezionare la mia volontà ponendomi regole di comportamento che mi sforzavo di osservare; mi perfezionavo fisicamente compiendo esercizi di tutti i generi, esercitando la forza e la destrezza, abituandomi alla resistenza e alla temperanza con privazioni di ogni sorta. Era questo che io consideravo autoperfezionamento. All’inizio, naturalmente, si trattava di un perfezionamento morale, ma ben presto venne sostituito dall’autoperfezionamento in generale, ossia dal desiderio di diventare migliore non davanti a me stesso o davanti a Dio, bensì davanti agli altri. E ben presto questa aspirazione a diventare migliore al cospetto degli uomini si mutò in quella a diventare più forte, più famoso, più importante e più ricco di loro.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>d.  </strong><strong>Mistica della luce</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel linguaggio della teologia spirituale si parla di “mistica della luce” e di “mistica delle tenebre”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel linguaggio dei mistici i termini “luce” e “tenebre” non hanno significato morale (bene-male): sono divenuti invece <strong>simboli della doppia via che conduce a Dio: della conoscenza intellettuale e della conoscenza intuitiva.<br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Certamente a Dio andiamo per mezzo della mente intellettiva. Ma d’altra parte il cristiano non si riduce ad essere un razionalista: la mente umana afferra ben poco del mistero di Dio. Tuttavia più è purificata più viene introdotta nel mistero: dice Evagrio<a title="" href="#_ftn10"><span style="color: #000000;">[10]</span></a>: “<em>La conoscenza della ss.ma Trinità è adeguata al grado di purezza e di integrità della mente”. </em>Evagrio sa benissimo che non è facile raggiungere la meta di una mente totalmente purificata e integra. La mente ha bisogno di superare anche la sua “carnalità” rappresentata dall’immaginazione, dalla fantasia. Ora <strong>nessuna immagine prodotta dall’uomo può esprimere perfettamente Dio, per questo motivo i veri contemplativi cercano di liberarsi da tutte le immagini anche sante.</strong> Scrive Matta El Meskin: “<em>durante la preghiera, non devi imma­ginarti nessuna forma esteriore di Dio Padre o del Figlio o dello Spirito santo, come se si tro­vassero al di fuori di te o come se il tuo occhio potesse contemplarli, perché è all’interno della tua anima che Dio si rende presente e non al­l’esterno. Senti allora la sua presenza, ma senza vederlo. «Prega il Padre tuo che è nel segreto» (Mt 6,6)</em>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ma neppure questo sembra bastare. Noi pensiamo attraverso concetti e categorie mentali. Ma Dio nel quale tutto esiste <strong>non può essere contenuto in nessun nostro concetto</strong>.  Allora cosa rimane? Evagrio vede la soluzione in un intelletto totalmente liberato da immagini e concetti e ritornato perciò allo stato originale, illuminato perciò dalla grazia dello Spirito: qui allora <strong>vede Dio nella pura luce</strong>.  Questa è la direzione in cui si muove la mistica della luce</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>l.     </strong><strong>Mistica delle tenebre</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’esperienza di Dio attraverso tenebre oscure è conosciuta dalla scrittura (cfr Es 19,9). Dio si rivela nella “nube”. Anche noi usiamo l’intelletto per avvicinarci a Dio, ma facciamo l’esperienza che questa luce è debole e non raggiunge mai realmente il mistero: si esaurisce prima. Con la ragione allora comprendiamo che <strong>Dio è sempre l’al-di-là-di-tutto</strong>: questa consapevolezza fu definita nel medioevo come “<em>dotta ignoranza”</em>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Allora bisogna accontentarsi? No. Il contemplativo continua il suo cammino, ma su un percorso diverso. Abbandona l’intelletto e va a Dio per la via dell’amore. I mistici orientali come san Gregorio di Nissa o lo PseudoDionigi areopagita parlano di <em>ex-stasis, </em> ovvero di una uscita dallo stato intellettuale nelle tenebre dell’amore. L’ascesa mistica si svolge dunque in <strong>due tappe: prima l’intelletto sale per la montagna della conoscenza fino al termine delle sue possibilità, fino alla vetta. Ma non trovandovi ancora Dio, l’uomo prende le ali dell’amore per volare più in alto.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>In questo desiderio immenso mai appagato qui in terra, l’anima giunge alla conoscenza dell’immensità di Colui che lo ha suscitato</strong>. L’anima conosce Dio nella grandezza del proprio amore per lui.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Via della luce e via delle tenebre non sono contraddittorie. La conoscenza del mistero di Dio esige l’operazione intellettiva, l’intelletto deve essere “illuminato” ci ricorda Evagrio, e Gregorio di Nissa è convinto che la vera “illuminazione” avviene tramite l’esercizio della carità che supera ogni intelletto. <strong>Nella mistica delle tenebre viene quindi messo in rilievo che Dio è carità</strong> (cfr 1Gv 4,8), <strong>e che può essere dunque conosciuto più perfettamente da coloro che lo amano</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Come testo emblematico di questa corrente teologica possiamo riprendere un brano di san Gregorio di Nazianzio<a title="" href="#_ftn11"><span style="color: #000000;">[11]</span></a>: “<em>Tu, l’al-di-là di ogni cosa, come chiamarti con un altro nome? Quale inno può cantarti? Nessuna parola può esprimerti. Quale spirito può afferrati? Nessuna intelligenza può immaginarti. Solo tu sei ineffabile, tutto ciò che si dice è uscito da te. Solo tu sei in conoscibile, tutto ciò che si pensa è uscito da te. Tutti gli esseri ti celebrano, quelli che parlano e quelli che non parlano. Tutti gli esseri ti rendono omaggio, quelli che pensano come quelli che non pensano. Il desiderio universale, il gemito di tutti aspira a te. Tutto ciò che esiste ti prega, e verso di te ogni essere che sa leggere il tuo universo, fa salire un inno di silenzio. Abbi pietà, Tu l’al-di-là d’ogni cosa,  come chiamarti con un altro nome?</em>”.</span></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[1]</span> <em>Il carattere fondamentale della filosofia scolastica consisteva nell&#8217;illustrare e difendere le verità di fede con l&#8217;uso della <span style="color: #000000;">ragione</span>, verso la quale si nutriva un atteggiamento positivo. A tal fine, essi privilegiarono la sistematizzazione del sapere già esistente rispetto all&#8217;elaborazione di nuove conoscenze. L&#8217;intento degli scolastici era quello di sviluppare un sapere armonico, integrando la <span style="color: #000000;">rivelazione cristiana</span> con i sistemi filosofici del mondo greco-ellenistico, convinti della loro compatibilità, e anzi vedendo nel sapere dei classici, in particolare dei grandi pensatori come <span style="color: #000000;">Socrate</span>, <span style="color: #000000;">Platone</span>, <span style="color: #000000;">Aristotele</span>, <span style="color: #000000;">Plotino</span>, una conferma dei <span style="color: #000000;">dogmi</span> cattolici. Sulla base del rapporto tra <span style="color: #000000;">fede</span> e <span style="color: #000000;">ragione</span> che essi intravedevano nei testi greci, essi erano convinti di poter contrastare le tesi eretiche e cercavano di convertire gli atei. Dallo studio dei testi greci nasce il problema degli universali (cioè del <span style="color: #000000;">logos</span>, della forma) che viene sviluppato in modi differenti per tutta la scolastica. forma ante rem: l&#8217;essenza è prima della realtà (o della materia) come ritenevano <span style="color: #000000;">Platone</span> e <span style="color: #000000;">Agostino d&#8217;Ippona</span>; forma in re: l&#8217;essenza al di fuori della materia non ha alcun senso, come insegnava <span style="color: #000000;">Aristotele</span>; forma post rem: un semplice nome, ovvero convenzione che deduciamo dall&#8217;analisi delle caratteristiche di una serie. <span style="color: #000000;">Tommaso</span>, sulla scorta di <span style="color: #000000;">Boezio</span>, riteneva che gli universali esistessero sia ante rem come <span style="color: #000000;">Idea</span> nella mente di <span style="color: #000000;">Dio</span>, sia in re come forma delle varie realtà, sia post rem come concetto formulato nella mente dell&#8217;uomo. A Tommaso, sostanzialmente fautore di un indirizzo filosofico <span style="color: #000000;">realista</span>, si contrapposero i sostenitori del <span style="color: #000000;">nominalismo</span>, secondo cui l&#8217;universale era solamente un flatus vocis,<sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup> cioè appunto un nome e nient&#8217;altro. Poiché del resto la scolastica si sviluppò in varie scholae europee e quindi in realtà diverse, era inevitabile che in ogni schola, avendo esse differenti esigenze e finalità, i pensieri e i metodi acquistassero caratteristiche diverse. Vi erano quindi scholae più vive e attive dove spesso si accendevano contrasti tra gli intellettuali più conservatori e i maestri d&#8217;arte, i più innovativi. Gli scolastici svilupparono in tal modo un peculiare metodo di indagine speculativa, noto come <span style="color: #000000;">quaestio</span>,<sup><span style="color: #000000;">[2]</span></sup> basato sul commento e la discussione dei testi all&#8217;interno delle prime <span style="color: #000000;">università</span>. I vari dibattiti, tuttavia, dovevano seguire delle regole e dei riferimenti precisi, tra i quali vi era in particolare la <span style="color: #000000;">logica formale</span> di <span style="color: #000000;">Aristotele</span>.<sup><span style="color: #000000;">[3]</span></sup> Valevano poi le <span style="color: #000000;">auctoritas</span>, che erano rappresentate dagli scritti dei Padri della Chiesa (filosofia <span style="color: #000000;">patristica</span>), dai <span style="color: #000000;">testi sacri</span>, e da scritti della tradizione cristiana. Le auctoritates erano, in sostanza, la decisione di affidarsi ad una voce ufficiale e decisa dai concili, per cui esisteva l&#8217;auctoritas in campo medico (<span style="color: #000000;">Galeno</span>), quella in campo metafisico (<span style="color: #000000;">Aristotele</span>) e quella in campo astronomico (<span style="color: #000000;">Tolomeo</span>). Come già aveva fatto notare <span style="color: #000000;">Scoto Eriugena</span>, però, non era la ragione a fondarsi sull&#8217;autorità, ma l&#8217;autorità a fondarsi sulla ragione: gli Scolastici così mantennero sempre una forte coscienza critica verso le fonti del loro sapere.<sup><span style="color: #000000;">[4]</span></sup> Sarà il declino della fiducia nella ragione, a partire da autori come <span style="color: #000000;">Guglielmo di Ockham</span>, che porterà alla fine della Scolastica e dello stesso <span style="color: #000000;">Medioevo</span>. La Scolastica e la scienza. La  filosofia scolastica era particolarmente incentrata sullo studio del dogma religioso cristiano ma non solo. Gli scolastici diedero infatti un forte impulso anche allo sviluppo della <span style="color: #000000;">scienza</span>. <span style="color: #000000;">Roger Bacon</span>, ad esempio, pur restando fedele al metodo aristotelico, si occupò di <span style="color: #000000;">filosofia della natura</span>, basandosi sulle osservazioni degli eventi, e contestando alcuni elementi anti-scientifici del pensiero greco. Nel XII &#8211; XIII secolo, nell&#8217;ambito degli studi teologici che si tenevano nelle prime Università europee come <span style="color: #000000;">Bologna</span>, <span style="color: #000000;">Parigi</span>, <span style="color: #000000;">Oxford</span>, si svilupparono così diverse ricerche sulla <span style="color: #000000;">natura</span>, ovvero sul creato considerato opera di <span style="color: #000000;">Dio</span>, che avrebbero dovuto portare all&#8217;intelligibilità dell&#8217;opera di Dio creatore. Per i filosofi della natura del XII &#8211; XIII secolo la creazione era come un libro che andava letto e compreso, un libro che conteneva leggi naturali immutabili decise da Dio al momento della creazione. Tali studiosi pensavano che conoscere quelle leggi naturali avrebbe portato ad una conoscenza capace di avvicinare sempre più a Dio. In quest&#8217;ambito valevano come auctoritas anche filosofi dell&#8217;epoca greca e persino pensatori di origine <span style="color: #000000;">islamica</span>.<sup><span style="color: #000000;">[5]</span> </sup>Oltre alla scienza, il metodo scolastico venne anche applicato agli studi di diritto, almeno a partire da <span style="color: #000000;">Raniero Arsendi</span> in avanti.</em></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[2]</span> <em>Colombano nacque tra il <span style="color: #000000;">540</span> e il <span style="color: #000000;">543</span> nella cittadina di Navan, nel Leinster (Irlanda centro-orientale).  Secondo la leggenda <span style="color: #000000;">agiografica</span> della sua vita, la madre, in attesa della sua nascita, avrebbe visto un sole uscire dal suo seno per recare al mondo una grande luce.  Colombano andò a scuola presso un maestro laico (fer-lèighin), apprendendo a leggere e a scrivere. Come gli altri giovani si occupava inoltre dei lavori della famiglia (allevamento del bestiame, conciatura delle pelli, caccia e pesca) e apprese anche a cavalcare e ad usare l&#8217;arco e la spada.  A quindici anni decise di farsi monaco, nonostante l&#8217;opposizione della madre. Abbandonò la famiglia e si recò al monastero di Clinish Island (Cluane Inis, in gaelico), sull&#8217;isola di Cleen dei laghi Lough Erne, dove venne accolto dall&#8217;abate Sinneill, che aveva studiato nel monastero di Clonard con <span style="color: #000000;">Columba di Iona</span> (Columcille). Qui Colombano studiò le <span style="color: #000000;">Sacre Scritture</span> e apprese il latino.  Terminati gli studi si trasferì presso il monastero di Bangor (Irlanda del Nord), dove sotto la guida dell&#8217;abate <span style="color: #000000;">Comgall</span> si praticava una stretta disciplina ascetica e la mortificazione corporale. Secondo la tradizione monastica irlandese, Colombano decise di seguire la peregrinatio pro Domino, partendo per fondare altri monasteri e diffondere la fede cristiana. Partito da Bangor verso il <span style="color: #000000;">590</span>, all&#8217;età di 50 anni, si imbarcò con 12 monaci suoi compagni nel monastero di Bangor: Gall (<span style="color: #000000;">san Gallo</span>), Autierne, Cominin, Eunoch, Eogain, Potentino, Colum (Colomba il giovane), Deslo, Luan, Aide, Léobard, e Caldwald).  Visitò l&#8217;isola di Man e la piccola isola di San Patrizio, che secondo la leggenda custodiva la tomba di <span style="color: #000000;">Giuseppe di Arimatea</span>. Sbarcato quindi in Cornovaglia, visitò il monastero di Bodmin Moor fondato da <span style="color: #000000;">san Gonion</span>. Percorrendo l&#8217;antica strada romana che collegava Padstow con Fowey e Lostwithiel, visitò anche Tintagel e arrivò a Plymouth, da dove si imbarcò nuovamente per la Bretagna.  Approdò nella Francia merovingia nei pressi di Saint-Malo e di Mont-Saint-Michel, nel luogo dove in seguito venne posta una grande croce. Si recò quindi a Rouen, Noyon e Reims in Austrasia e passò in Burgundia dove regnava il re Gontrano. Grazie alle concessioni del re fondò tre monasteri (Annegray, Luxeuil-les-Bains e Fontaine-Chaalis).  Ad Annegray san Colombano e i suoi compagni riadattarono un antico castello diroccato, ed edificarono un monastero tra il <span style="color: #000000;">591</span> ed il <span style="color: #000000;">592</span>, con una chiesa dedicata a <span style="color: #000000;">san Martino</span>. All&#8217;inizio i monaci vivessero di elemosina e questue, ma in seguito si dedicarono anche alla coltivazione dei campi. San Colombano si ritirava nelle grotte dei dintorni per vivervi da <span style="color: #000000;">eremita</span>.  La comunità monastica si ingrandì e fu presto necessario creare un nuovo centro monastico a 8 miglia verso sud-est, presso le rovine della città termale di Luxeuil, dove venne costruito un monastero con una chiesa dedicata a San Pietro. Un altro monastero, con una chiesa dedicata a San Pancrazio, venne fondato anche a Fontaines.  San Colombano si trasferì nel <span style="color: #000000;">593</span> a Luxeuil e vi eresse un nuovo <span style="color: #000000;">monastero</span>, da dove diresse i tre comunità con i suoi priori. Vi scrisse due regole, la Regula monachorum e la Regula cenobialis, e il Paenitentiale. La vita monastica era basata su pratiche ascetiche e sulla penitenza e comprendeva inoltre la pratica della lettura e scrittura quotidiane dei monaci, per alimentarne lo spirito: nei monasteri vennero anche fondati <span style="color: #000000;">scriptoria</span>.  I monasteri entrarono in conflitto agli inizi del VII secolo con l&#8217;episcopato francese: Colombano desiderava seguire le tradizioni della propria terra di origine ed ebbe particolare rilievo il differente calcolo della <span style="color: #000000;">data della Pasqua</span>. Colombano entrò in conflitto per questo motivo con il re merovingio della Burgundia Teodorico II, mentre Brunechil, nonna del re, fu fortemente irritata dalle sue critiche sul proprio comportamento. Nel <span style="color: #000000;">609</span> Colombano fu espulso da Luxeuil e fu messo in carcere a Besançon, da dove però, allentatasi la sorveglianza riuscì a fuggire per tornare a Luxeuil. Nuovamente arrestato, nel <span style="color: #000000;">610</span> fu condotto in barca lungo la Loira verso Nantes, da dove avrebbe dovuto ritornare per mare verso l&#8217;Irlanda con i suoi dodici compagni.  Secondo la leggenda agiografica durante il viaggio, giunti presso Tours, essendogli stato negato dai soldati il permesso di visitare la tomba di <span style="color: #000000;">san Martino</span>, il battello si diresse miracolosamente verso l&#8217;approdo, dove si incagliò e i soldati riuscirono a muoverlo di nuovo solo dopo che gli fu concesso quanto desiderava. A Nantes l&#8217;assoluta mancanza di vento impedì la partenza verso l&#8217;Irlanda e quando la scorta si fu miracolosamente addormentata, Colombano, sfuggì di nuovo alla sorveglianza.  Sfuggito al re burgundo, Colombano passò quindi in Neustria, verso Rouen, Soissons e Parigi. Qui regnava Clotario III, che gli concesse la sua protezione.  In Neustria <span style="color: #000000;">santa Fara</span> (Borgundofara), figlia di amici di Colombano, fondò l&#8217;abbazia femminile di Faremoutiers, mentre il santo e i suoi compagni e seguaci fondarono altri monasteri, tra i quali Remiremont, Rebais, Jumièges, Noirmoutier-en-l&#8217;Île, Saint-Omer (Passo di Calais).  Colombano si spostò quindi nel 611 alla corte di Teodeberto II, re d&#8217;Austrasia, passando per le città di Coblenza, Magonza, Strasburgo, Basilea e Costanza. Il re lo invitò ad evangelizzare le terre ancora pagane dei Sassoni e degli Alemanni lungo il fiume Reno e Colombano fondò un nuovo monastero a Bregenz, sulla riva del lago di Costanza, l&#8217;eremo di Sant&#8217;Aurelia.  Nel 612 Colombano decise di recarsi a Roma, per ottenere l&#8217;approvazione della propria regola da parte del <span style="color: #000000;">papa Bonifacio IV</span>. Lungo il cammino il suo discepolo <span style="color: #000000;">san Gallo</span> fu costretto a fermarsi perché ammalato e fondò in quel luogo l&#8217;<span style="color: #000000;">abbazia di San Gallo</span>.  Secondo la leggenda agiografica per essersi voluto fermare in seguito alla malattia, Colombano avrebbe imposto al discepolo di non celebrare più messa fino alla sua morte. Nel momento della morte di Colombano, Gallo avrebbe avuto in sogno la visione di Colombano che in forma di colomba bianca saliva al cielo e avrebbe celebrato dunque la sua prima messa in suo onore.  Giunto a Pavia, Colombano si pose sotto protezione del re longobardo Agilulfo, che era tuttavia <span style="color: #000000;">ariano</span>, e della regina Teodolinda, che gli chiesero un suo intervento nella spinosa <span style="color: #000000;">questione tricapitolina</span>. In cambio il santo ottenne la possibilità di creare sul suolo demaniale un nuovo centro di vita monastica. Il luogo, segnalato da un certo Giocondo, venne esaminato dalla stessa regina Teodolinda, salita sulla vetta del monte Penice, la quale chiese al santo di dedicare alla Madonna la piccola chiesetta in cima alla vetta, futuro <span style="color: #000000;">santuario di Santa Maria</span>.  L&#8217;area si trovava nel cuore dell&#8217;Appennino in una zona fertile e molto produttiva, dove abbondavano acque correnti e c&#8217;era pesce in quantità. Nella zona si trovavano anche antiche terme e sorgenti, sia termali che saline da cui si traeva il sale. La scelta del luogo ne faceva un avamposto religioso e politico controllato dal regno longobardo verso le terre liguri, ancora bizantine. Con il documento del 24 luglio del 613 che donava a Colombano il territorio per fondarvi il nuovo monastero, vennero attribuiti a questo anche la metà dei proventi delle saline del luogo, che appartenevano in precedenza al duca Sundrarit.  Colombano giunse a Bobbio nell&#8217;autunno del 614 con il proprio discepolo <span style="color: #000000;">Attala</span>, riparò l&#8217;antica chiesa di San Pietro (situata dove ora vi è il <span style="color: #000000;">castello malaspiniano</span>) e vi costruì attorno delle strutture in legno, che costituirono il primo nucleo dell&#8217;<span style="color: #000000;">abbazia di San Colombano</span>.  Secondo la leggenda agiografica, nonostante la presenza di una fitta boscaglia, che ostacolava il trasporto dei materiali da costruzione, san Colombano avrebbe sollevato i tronchi come fuscelli, facendo il lavoro di trenta o quaranta uomini. La leggenda riferisce anche dell&#8217;episodio dell&#8217;orso e del bue, che fu in seguito numerose volte raffigurato nell&#8217;arte: un orso uscito dalla foresta avrebbe ucciso uno dei due buoi aggiogato all&#8217;aratro di un contadino, ma san Colombano avrebbe convinto l&#8217;orso a lasciarsi aggiogare all&#8217;aratro per terminare il lavoro al posto del bue ucciso.  Nella quaresima del 615 Colombano si ritirò nell&#8217;<span style="color: #000000;">eremo di San Michele</span> presso Coli, lasciando a Bobbio come suo vice Attala, e tornando al monastero solo alla domenica. Qui gli giunse la visita di <span style="color: #000000;">Eustasio</span>, suo successore a Luxeuil, inviato dal re Clotario II, il quale aveva nel frattempo riunito sotto il suo dominio i tre regni merovingi precedentemente esistenti e desiderava il suo ritorno in Francia.  Colombano morì a Bobbio, nell&#8217;abbazia che aveva fondato, all&#8217;età 75 anni, la domenica <span style="color: #000000;">23 novembre</span> del <span style="color: #000000;">615</span>. Come secondo abate del monastero gli succedette Attala (615-627). La sua tomba si trova tuttora nella cripta dell&#8217;abbazia insieme a quelle degli abati suoi successori (Attala, <span style="color: #000000;">Bertulfo</span>, <span style="color: #000000;">Bobuleno</span> e <span style="color: #000000;">Cumiano</span> e di altri diciotto monaci e di tre monache.  <span style="color: #000000;">Giona</span>, monaco nell&#8217;<span style="color: #000000;">abbazia di San Colombano</span> a Bobbio, fu incaricato dall&#8217;abate Attala di scrivere una biografia in latino del santo che è la fonte principale per le vicende della sua vita. </em> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[3]</span> <em>Nemesio</em><em> (Νεμέσιος; <span style="color: #000000;">IV secolo</span> – <span style="color: #000000;">V secolo</span>) è stato un <span style="color: #000000;">filosofo</span> <span style="color: #000000;">greco antico</span> e fu <span style="color: #000000;">vescovo</span> di <span style="color: #000000;">Emesa</span>. Della sua produzione ci è pervenuta l&#8217;opera Περὶ φύσεως ἀνθρωπου (Della natura dell&#8217;uomo). Si tratta di un&#8217;opera <span style="color: #000000;">apologetica</span> di ispirazione <span style="color: #000000;">neoplatonica</span>, importante per le testimonianze che dà sulle <span style="color: #000000;">eresie</span> e sulla <span style="color: #000000;">filosofia greca</span>.</em></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[4]</span> <em>Servo di Dio Enrico Medi</em><em> (<span style="color: #000000;">Porto Recanati</span>, <span style="color: #000000;">26 aprile</span> <span style="color: #000000;">1911</span> – <span style="color: #000000;">Roma</span>, <span style="color: #000000;">26 maggio</span> <span style="color: #000000;">1974</span>) è stato un <span style="color: #000000;">scienziato</span> e <span style="color: #000000;">politico</span> <span style="color: #000000;">italiano</span>, grande figura di scienziato <span style="color: #000000;">cattolico</span> <span style="color: #000000;">italiano</span>, unì al sapere scientifico una grande <span style="color: #000000;">Fede</span>. Direttore dell&#8217;Istituto Nazionale di Geofisica e Vicepresidente dell&#8217;Euratom, fu un grande divulgatore di temi scientifici in assoluto e di temi scientifici correlati alla <span style="color: #000000;">Fede cattolica</span>. Fece parte dell&#8217;Assemblea Costituente e fu deputato del primo Parlamento della Repubblica Italiana. Si diplomò al liceo classico Istituto Massimo dei Gesuiti, divenendo il primo presidente della &#8220;<span style="color: #000000;">Lega Missionaria Studenti</span>&#8220;, da lui fondata insieme a <span style="color: #000000;">Gabrio Lombardi</span>.  Allievo di Enrico Fermi, si laureò in fisica pura nel <span style="color: #000000;">1932</span>, a soli ventuno anni, con una tesi sul neutrone. Ottenne la libera docenza in fisica terrestre nel <span style="color: #000000;">1937</span> e nel <span style="color: #000000;">1942</span> vinse la cattedra di fisica sperimentale dell&#8217;Università di Palermo. Nel <span style="color: #000000;">1949</span> ottenne la cattedra di fisica terrestre all’Università di Roma.  Nel <span style="color: #000000;">1946</span> Medi fece parte dell&#8217;Assemblea Costituente ed in seguito fu deputato al parlamento nella prima legislatura della Repubblica Italiana.  Dal <span style="color: #000000;">1949</span> fu direttore dell&#8217;Istituto Nazionale di Geofisica e nel <span style="color: #000000;">1958</span> divenne Vicepresidente dell&#8217;Euratom. Negli <span style="color: #000000;">anni cinquanta</span> condusse uno dei primi programmi televisivi di divulgazione scientifica, Le avventure della scienza. Il <span style="color: #000000;">20 luglio</span> <span style="color: #000000;">1969</span> commentò e partecipò alla lunga diretta dello sbarco sulla Luna da Roma insieme a Tito Stagno, Andrea Barbato e Piero Forcella.  La sua carriera politica giunse al culmine nel <span style="color: #000000;">1971</span>, risultando primo degli eletti al Consiglio Comunale di <span style="color: #000000;">Roma</span>, con 75.000 voti.  Tra i suoi lavori, ricordiamo le prime esperienze con il radar e l&#8217;ipotesi di fasce ionizzanti nell&#8217;alta atmosfera, oggi note come fasce di Van Allen, entrambi stroncati dal regime fascista e successivamente confermati da studiosi stranieri.  Venne nominato membro della Consulta dei laici per lo Stato della <span style="color: #000000;">Città del Vaticano</span> nel <span style="color: #000000;">1966</span><sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup>.  Ricevette sepoltura nella tomba di famiglia nel cimitero di Belvedere Ostrense. È in corso presso la <span style="color: #000000;">Diocesi di Senigallia</span> la fase diocesana del processo di <span style="color: #000000;">canonizzazione</span>, che è stata aperta il <span style="color: #000000;">26 maggio</span> <span style="color: #000000;">1996</span> introdotta dal Vescovo Mons. <span style="color: #000000;">Odo Fusi-Pecci</span>, per cui la <span style="color: #000000;">Chiesa cattolica</span> gli riconosce il titolo di <span style="color: #000000;">Servo di Dio</span><sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup>.</em><em>. </em> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[5]</span> <em>Nel <span style="color: #000000;">1591</span> intraprese lo studio della teologia a <span style="color: #000000;">Tubinga</span>, università protestante, dove insegnavano alcuni seguaci del <span style="color: #000000;">copernicanesimo</span>; tra questi vi era <span style="color: #000000;">Michael Maestlin</span>, che convinse Keplero della validità delle teorie di <span style="color: #000000;">Niccolò Copernico</span>. Nel <span style="color: #000000;">1594</span> Keplero divenne insegnante di matematica a <span style="color: #000000;">Graz</span> (<span style="color: #000000;">Austria</span>) e accettò un posto di matematico degli stati di <span style="color: #000000;">Stiria</span>. Tra le sue mansioni c&#8217;era quella di fare &#8220;pronostici&#8221;; gli capitò così di prevedere un inverno molto rigido, le rivolte contadine e la guerra con i Turchi. Anche negli anni a seguire non si sottrasse alla stesura di oroscopi, che si configurano come ritratti dal forte tratto psicologico. Nell&#8217;aprile <span style="color: #000000;">1597</span> sposò Barbara Mühleck, che gli dette due figli, ma morì prematuramente nel <span style="color: #000000;">1611</span>. Sempre nel <span style="color: #000000;">1597</span> pubblicò l&#8217;opera <span style="color: #000000;">Mysterium Cosmographicum</span>, nella quale tentò una prima descrizione dell&#8217;ordine dell&#8217;<span style="color: #000000;">Universo</span>. Nel <span style="color: #000000;">1599</span> <span style="color: #000000;">Tycho Brahe</span> gli offrì un posto come suo assistente, che accettò l&#8217;anno dopo. Nel <span style="color: #000000;">1601</span>, dopo la morte di Brahe, ne divenne il successore nell&#8217;incarico di matematico ed astronomo imperiale a <span style="color: #000000;">Praga</span>. Nel <span style="color: #000000;">1604</span> osservò una <span style="color: #000000;">supernova</span> che ancora oggi è nota col nome di <span style="color: #000000;">Stella di Keplero</span>. Le basi per le sue scoperte astronomiche furono gettate nel <span style="color: #000000;">1609</span>, quando pubblicò <span style="color: #000000;">Astronomia nova</span>, in cui formulò le sue prime due leggi. Alla morte dell&#8217;<span style="color: #000000;">imperatore</span> <span style="color: #000000;">Rodolfo II</span> (<span style="color: #000000;">1612</span>), Keplero divenne &#8220;matematico paesaggistico&#8221; (Landschaftsmathematiker) a <span style="color: #000000;">Linz</span> (<span style="color: #000000;">Austria</span>). Il <span style="color: #000000;">15 maggio</span> <span style="color: #000000;">1618</span> scoprì la terza legge che prende il suo nome, che rese nota l&#8217;anno dopo nell&#8217;opera <span style="color: #000000;">Harmonice mundi</span>. Nell&#8217;agosto <span style="color: #000000;">1620</span> la madre di Keplero venne accusata di <span style="color: #000000;">stregoneria</span> dalla Chiesa protestante e rilasciata solo nell&#8217;ottobre <span style="color: #000000;">1621</span>. Lo scienziato morì a 58 anni a <span style="color: #000000;">Ratisbona</span> e venne qui sepolto. La sua tomba si perse nel 1632 quando le truppe di <span style="color: #000000;">Gustavo Adolfo</span> (impegnate nell&#8217;invasione della <span style="color: #000000;">Baviera</span> durante la <span style="color: #000000;">guerra dei trent&#8217;anni</span>) distrussero il cimitero; rimane però la lapide dove ancora oggi si può leggere l&#8217;epitaffio da lui stesso composto: &#8220;Mensus eram coelos, nunc terrae metior umbras. Mens coelestis erat, corporis umbra iacet&#8221;. (Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell&#8217;oscurità).</em> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[6]</span> <em>Jean-Jacques Olier de Verneuil nacque a Parigi il 20 settembre 1608 in una nobile famiglia appartenente all&#8217;alta magistratura. Dopo gli studi di teologia in Sorbona, maturò la vocazione religiosa sotto la guida spirituale di <span style="color: #000000;">san Vincenzo de&#8217; Paoli</span>, e venne <span style="color: #000000;">ordinato</span> sacerdote il <span style="color: #000000;">21 maggio</span> del <span style="color: #000000;">1633</span>. Dopo aver predicato per qualche tempo le <span style="color: #000000;">missioni popolari</span> in <span style="color: #000000;">Alvernia</span>, nel <span style="color: #000000;">1641</span> fondò a <span style="color: #000000;">Vaugirard</span> un <span style="color: #000000;">seminario</span> destinato alla formazione sacerdotale della gioventù: quando, nel <span style="color: #000000;">1642</span>, Olier venne nominato parroco di <span style="color: #000000;">Saint-Sulpice</span>, la sede del suo istituto fu trasferita nei pressi della parrocchia, dove diede vita ad una compagnia di sacerdoti (detta di Saint-Sulpice) destinata alla direzione dei seminari. Nel <span style="color: #000000;">1652</span> lasciò il ministero pastorale per motivi di salute, pur mantenendo la direzione del seminario parigino. Morì a Parigi il 2 aprile 1657. Fu autore di numerosi scritti spirituali e mistici.</em> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[7]</span> <em>I cinici (dal <span style="color: #000000;">greco</span> κύων, &#8220;cane&#8221;, soprannome di uno dei loro esponenti maggiori, <span style="color: #000000;">Diogene</span>) sono i seguaci della scuola <span style="color: #000000;">filosofica</span> di <span style="color: #000000;">Antistene</span>, una delle <span style="color: #000000;">scuole socratiche minori</span>, così chiamate per essere in qualche modo ispirate alla filosofia di <span style="color: #000000;">Socrate</span>. Il loro esponente più importante è <span style="color: #000000;">Diogene di Sinope</span>. Il nome sembra derivare o dal Cinosarge, l&#8217;edificio <span style="color: #000000;">ateniese</span> che fu la prima sede della <span style="color: #000000;">scuola</span>, o dalla parola greca per &#8220;cane&#8221;, appellativo che fu dato in senso dispregiativo ai cinici dalle correnti filosofiche avversarie. I cinici professavano una <span style="color: #000000;">vita</span> randagia e autonoma, indifferente ai bisogni e fedele al rigore <span style="color: #000000;">morale</span>. Dopo un periodo di declino per la scuola cinica, essa ebbe una ripresa in concomitanza alla <span style="color: #000000;">corruzione</span> del potere <span style="color: #000000;">imperiale</span>: si fece appello allora alla libertà interiore e all&#8217;austerità dei costumi. L&#8217;interesse della scuola fu prevalentemente <span style="color: #000000;">etico</span>, e il concetto di &#8220;<span style="color: #000000;">virtù</span>&#8221; assunse un nuovo significato in una vita vissuta secondo <span style="color: #000000;">natura</span>; l&#8217;ideale era divenuto l&#8217;<span style="color: #000000;">autosufficienza</span> (l&#8217;autosufficienza del saggio, condotta fino all&#8217;assoluta indipendenza dal mondo esterno, secondo il termine greco <span style="color: #000000;">autàrkeia</span>, ovvero autarchia, capacità di detenere il totale controllo su se stesso), portando alle estreme conseguenze il pensiero <span style="color: #000000;">individualistico</span> e <span style="color: #000000;">utilitaristico</span> proprio della <span style="color: #000000;">sofistica</span>. La tesi fondamentale di questa corrente di pensiero è la ricerca della felicità come unico fine dell&#8217;uomo; una felicità che è una virtù, e al di fuori di essa sussiste un disprezzo per ogni cosa che richiama comodità e agi. Comunemente il termine &#8220;cinismo&#8221; è stato associato in termini di sinonimia alla sfacciataggine, all&#8217;indifferenza.</em> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[8]</span> <em>Era figlio di Vincenzo Bellarmino, magistrato e <span style="color: #000000;">gonfaloniere</span> di Montepulciano, e di Cinzia Cervini, sorella del <span style="color: #000000;">papa Marcello II</span>, molto pia e religiosa.  Nacque in una famiglia numerosa, terzogenito di cinque figli; di nobili origini poliziane, sia per parte paterna che materna, ma in via di declino economico. Fu battezzato dal cardinale fiorentino <span style="color: #000000;">Roberto Pucci</span> al quale probabilmente deve l&#8217;onore del suo primo nome, mentre il secondo è in riferimento a <span style="color: #000000;">San Francesco d&#8217;Assisi</span>, il santo onorato il <span style="color: #000000;">4 ottobre</span> giorno della sua nascita; Romolo fu dato in onore di un antenato della famiglia.  Fin da piccolo ebbe una salute precaria e una forte vocazione religiosa. Dopo una iniziale educazione in famiglia, fu inviato per gli studi, insieme al cugino Ricciardo Bellarmino, a <span style="color: #000000;">Padova</span> secondo il desiderio del padre e con il permesso di Cosimo I granduca di Toscana come era obbligo a quel tempo, per chi volesse in età molto giovane studiare fuori del granducato di Toscana. A diciotto anni, proseguendo con questa sua vocazione al sacerdozio, ed affascinato dalla figura di <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Ignazio di Loyola</span>, al carisma del quale legò poi tutta la sua vita, decise di far parte della <span style="color: #000000;">Compagnia di Gesù</span>. Insieme al cugino Ricciardo che condivise queste aspirazioni giovanili, ma che morì quattro anni dopo, entrò nel <span style="color: #000000;">Collegio Romano</span> il <span style="color: #000000;">20 settembre</span> <span style="color: #000000;">1560</span> e il giorno dopo fece la sua prima professione religiosa; tutto questo però solo dopo che suo padre concesse il permesso a seguito delle pressioni materne, poiché egli avrebbe preferito, per suo figlio, una carriera politica laica.  Nonostante la sua parentela con <span style="color: #000000;">papa Marcello II</span>, si dimostrò sempre umile e studioso, tanto da essere in breve tempo elogiato da tutti coloro che lo conoscevano.  Fin da giovanissimo mostrò le sue ottime doti letterarie ed ispirandosi agli autori latini come <span style="color: #000000;">Virgilio</span>, compose diversi piccoli poemi sia in lingua volgare che in lingua latina. Uno dei suoi inni, dedicato alla figura di <span style="color: #000000;">Maria Maddalena</span>, fu inserito poi per l&#8217;uso nel <span style="color: #000000;">breviario</span>.  Studiò nel Collegio Romano dal <span style="color: #000000;">1560</span> al <span style="color: #000000;">1563</span>, e fu condiscepolo di <span style="color: #000000;">Cristoforo Clavio</span>. Iniziò successivamente ad insegnare materie umanistiche prima a Firenze e poi a Mondovì, sempre in scuole del suo ordine religioso. In questa cittadina piemontese, si distinse come <span style="color: #000000;">predicatore</span>, nonostante non fosse ancora <span style="color: #000000;">ordinato sacerdote</span>, e si applicò allo studio del greco.  Nel <span style="color: #000000;">1567</span> iniziò a studiare in modo sistematico <span style="color: #000000;">teologia</span> a Padova, dove approfondì la <span style="color: #000000;">teologia</span> di <span style="color: #000000;">San Tommaso d&#8217;Aquino</span>. Dopo aver visitato Genova per un incontro di confratelli, avendo dimostrato ottime qualità di predicatore, fu inviato nel <span style="color: #000000;">1569</span> da <span style="color: #000000;">San Francesco Borgia</span> <span style="color: #000000;">Preposito Generale</span> dell&#8217;Ordine dei Gesuiti, a <span style="color: #000000;">Lovanio</span> nelle Fiandre, allora facente parte dei Paesi Bassi spagnoli; qui aveva sede una delle migliori università cattoliche e il giovane Bellarmino vi completò gli studi teologici, trovando inoltre l&#8217;ambiente adatto per acquisire una notevole conoscenza sulle <span style="color: #000000;">eresie</span> più importanti del suo tempo.  Dopo l&#8217;<span style="color: #000000;">ordinazione sacerdotale</span> avvenuta a <span style="color: #000000;">Gand</span> il <span style="color: #000000;">25 marzo</span> del <span style="color: #000000;">1570</span>, <span style="color: #000000;">Domenica delle palme</span>, guadagnò rapidamente notorietà sia come insegnante sia come predicatore; in quest&#8217;ultima veste era capace di attirare al suo <span style="color: #000000;">pulpito</span> sia cattolici che <span style="color: #000000;">protestanti</span>, persino da altre aree geografiche. Gli fu conferito l&#8217;insegnamento della teologia a Lovanio nel <span style="color: #000000;">1570</span>, e qui rimase per sei anni, fino al 1576. Distintosi in questi anni per la sua dotta eloquenza e sorprendente capacità di controbattere efficacemente le tesi <span style="color: #000000;">calviniste</span>, che si diffondevano ampiamente nei Paesi Bassi spagnoli, fu richiamato a Roma da <span style="color: #000000;">papa Gregorio XIII</span> che gli affidò la cattedra di &#8220;Controversie&#8221;, cioè di <span style="color: #000000;">Apologetica</span>, da poco istituita nel Collegio Romano, attività che svolse fino al <span style="color: #000000;">1587</span>. Da poco tempo si era concluso il <span style="color: #000000;">Concilio di Trento</span> e la Chiesa cattolica, attaccata dalla <span style="color: #000000;">Riforma protestante</span> aveva necessità di rinsaldare e confermare la propria identità culturale e spirituale. L&#8217;attività e le opere di Roberto Bellarmino si inserirono proprio in questo contesto storico della <span style="color: #000000;">Controriforma</span>. Egli si dimostrò adeguato alle difficoltà del compito. Gli studi che intraprese per applicarsi nell&#8217;insegnamento e nelle lezioni, confluirono successivamente nella sua grande e più famosa opera di più volumi: Le controversie, cioè &#8220;Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos&#8221;. Questa monumentale opera teologica rappresenta il primo tentativo di sistematizzare le varie controversie teologiche dell&#8217;epoca, ed ebbe un’enorme risonanza in tutta Europa; senza sviluppare nessuna aggressione polemica nei confronti della Riforma ma solo usando gli argomenti della ragione e della tradizione, Bellarmino espose in modo chiaro ed efficace le posizioni della <span style="color: #000000;">Chiesa cattolica</span>.  Presso le chiese protestanti in Germania ed in Inghilterra furono istituite specifiche cattedre d&#8217;insegnamento per tentare di fornire una replica razionale agli argomenti dell&#8217;ortodossia cattolica difesi da Bellarmino. A tutt&#8217;oggi non esiste altra opera di tale completezza nel campo <span style="color: #000000;">apologetico</span> anche se, come si può facilmente intuire, l’avanzamento degli studi critici ha diminuito il valore di alcuni degli argomenti storici.  L&#8217;instancabile azione di Bellarmino a difesa della fede cattolica, gli valse l&#8217;appellativo di &#8220;martello degli eretici&#8221;.  Nel <span style="color: #000000;">1588</span> Roberto Bellarmino fu nominato direttore spirituale del Collegio Romano. In questo periodo collaborò intensamente con l&#8217;autorevole <span style="color: #000000;">papa Sisto V</span> nella riedizione di tutte le opere di <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Ambrogio</span>, anche se non sempre ben compreso dal pontefice. Sembra che Sisto V non avesse simpatie per l&#8217;Ordine dei Gesuiti e per lo stesso Bellarmino. Nel <span style="color: #000000;">1590</span> fu inviato, e qualcuno suppone per essere allontanato da Roma, con la legazione guidata dal cardinal legato <span style="color: #000000;">Enrico Caetani</span> che papa Sisto V aveva inviato in Francia per difendere la Chiesa cattolica nelle difficoltà scaturite dalla <span style="color: #000000;">guerra civile</span> tra cattolici ed <span style="color: #000000;">ugonotti</span> subito dopo l&#8217;assassinio del re Enrico III.  Mentre si trovava in Francia fu raggiunto dalla notizia che Sisto V, che aveva in precedenza calorosamente accettato la dedica della sua opera &#8220;Le controversie&#8221;, stava ora per proporre di metterne il primo volume all&#8217;<span style="color: #000000;">Indice</span>.  Il motivo era che nell&#8217;opera si riconosceva alla <span style="color: #000000;">Santa Sede</span> un potere indiretto e non diretto sulle realtà temporali; Bellarmino, la cui fedeltà alla Santa Sede era intensa e autentica, ne fu profondamente amareggiato.  Tale imminente condanna fu evitata solo per l&#8217;improvvisa morte di Sisto V il <span style="color: #000000;">27 agosto</span> <span style="color: #000000;">1590</span>, a seguito di complicanze di una malattia infettiva, forse malaria. Tale malattia infettiva colpì Roma in quel periodo molto pesantemente causando molti decessi. Anche il pontefice successivo, <span style="color: #000000;">Urbano VII</span>, morì per la stessa malattia dopo pochi giorni dall&#8217;elezione pontificia. Circa &#8220;Le controversie&#8221; invece il nuovo papa <span style="color: #000000;">Gregorio XIV</span> fu francamente entusiasta di quest&#8217;opera, tanto che concesse ad essa, persino l&#8217;onore di una speciale approvazione pontificia.  Quando la missione del cardinale Enrico Caetani era oramai al termine, Bellarmino riprese nuovamente il suo lavoro come insegnante e <span style="color: #000000;">padre spirituale</span>. Ebbe la consolazione di guidare negli ultimi anni della sua vita <span style="color: #000000;">san Luigi Gonzaga</span>, che morì appena 23enne al Collegio Romano nel 1591 dopo aver contratto un male per salvare un uomo affetto da peste ed abbandonato per strada. Bellarmino assistette Luigi Gonzaga fino al trapasso; e di lui negli anni successivi egli stesso ne promosse il processo di <span style="color: #000000;">beatificazione</span> presso la Santa Sede. Si augurò inoltre di poter avere la propria tomba vicino a quella del giovane e grande gesuita; cosa che effettivamente si realizzò.  In questo periodo egli fece parte della commissione finale per la revisione del testo della <span style="color: #000000;">Vulgata</span>. Questa revisione era stata oggetto di una specifica richiesta del concilio di Trento, per controbattere le tesi protestanti i papi post-tridentini avevano operato per questo compito alacremente, portandolo quasi a realizzazione completa.  <span style="color: #000000;">Sisto V</span> per quanto non dotato di competenze specifiche in materia biblica, aveva introdotto delle modifiche al Sacro Testo in modo eccessivamente leggero e rapido, con vistosi errori. Per accelerare i tempi aveva comunque fatto stampare questa edizione e in parte la fece distribuire con il proposito di imporne l&#8217;uso con una sua <span style="color: #000000;">bolla</span>.  Tuttavia morì prima della promulgazione ufficiale e i suoi immediati successori procedettero subito a togliere dalla circolazione l&#8217;edizione errata. Il problema consisteva nell&#8217;introdurre un&#8217;edizione più corretta senza però screditare inutilmente il nome di Sisto V. Bellarmino propose che la nuova edizione dovesse portare sempre il nome di Sisto V, con una spiegazione introduttiva secondo la quale, a motivo di alcuni errori tipografici o di altro genere, già papa Sisto aveva deciso che una nuova edizione dovesse essere intrapresa.  La sua dichiarazione, dal momento che non c&#8217;era prova contraria, dovette essere considerata come risolutiva, tenendo conto di quanto serio e responsabile egli fosse stimato dai suoi contemporanei.  In tal modo la nuova edizione corretta non poteva essere rifiutata in quanto non macchiava la reputazione dei membri della commissione preposta alla nuova stesura, i quali accolsero il suggerimento di Bellarmino. Lo stesso pontefice <span style="color: #000000;">Clemente VIII</span>, si trovò pienamente d&#8217;accordo con tale risoluzione, e concesse il suo &#8220;imprimatur&#8221; alla prefazione del Bellarmino nella nuova edizione.  Questa bozza, alla quale quella del Bellarmino fu preferita, è tuttora esistente, allegata alla copia dell&#8217;edizione Sistina in cui sono segnate le correzioni della Clementina, e può essere consultata nella <span style="color: #000000;">Biblioteca Angelica</span> di Roma.  Nel <span style="color: #000000;">1592</span> Bellarmino divenne <span style="color: #000000;">Rettore</span> del Collegio Romano, incarico che svolse per circa due anni fino al <span style="color: #000000;">1594</span>. Nel <span style="color: #000000;">1595</span> divenne <span style="color: #000000;">Preposito</span> dell&#8217;Ordine gesuita per la provincia di Napoli.  Nel <span style="color: #000000;">1597</span> papa <span style="color: #000000;">Clemente VIII</span> lo richiamò a Roma dopo la morte nel settembre 1596 del suo consultore teologo pontificio il cardinale gesuita <span style="color: #000000;">Francisco de Toledo Herrera</span>. Bellarmino fu allora nominato consultore teologo, oltre che &#8220;Esaminatore per la nomina dei Vescovi&#8221; , &#8220;Consultore del <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Uffizio</span>&#8221; e teologo della sacra Penitenzieria.  Sempre nel <span style="color: #000000;">1597</span> dopo la morte del duca Alfonso II d&#8217;Este, non avendo questi eredi e con l&#8217;appoggio del re francese Enrico IV, lo <span style="color: #000000;">Stato della Chiesa</span> rientrò in possesso dei territori del ducato di Ferrara. In tale occasione Bellarmino accompagnò il papa in visita al ducato, nuovo territorio dello Stato della Chiesa.  Nel concistoro del <span style="color: #000000;">3 marzo</span> <span style="color: #000000;">1599</span> il papa lo fece <span style="color: #000000;">cardinale presbitero</span> e il <span style="color: #000000;">17 marzo</span> gli consegnò la berretta rossa con il titolo di Santa Maria in Via, indicando la motivazione di questa nomina con le parole: La Chiesa di Dio non ha un soggetto di pari valore nell&#8217;ambito della scienza. Si racconta che Bellarmino tentò in tutti i modi di far cambiare idea al papa, non volendo ricevere questa carica, ma il pontefice alla fine glielo impose con la superiore autorità.  Negli anni successivi Bellarmino fu bonariamente descritto come &#8220;il gesuita vestito di rosso&#8221;, in relazione all&#8217;abito cardinalizio che contrastava con la tonaca nera dei gesuiti. Nonostante questa nomina, egli non cambiò il suo austero e sobrio stile di vita e tutte le sue rendite e gli introiti economici conseguenti alla sua nomina e alle sue attività, furono massimamente devolute per i poveri.  Il caso di <span style="color: #000000;">Giordano Bruno</span>, filosofo e <span style="color: #000000;">frate</span> <span style="color: #000000;">domenicano</span> condannato al rogo per <span style="color: #000000;">eresia</span>, fu un evento che scaturì dalla reazione dura controriformista ai tentativi di modificare i temi della fede religiosa iniziati alcuni decenni prima con la riforma protestante. Il frate domenicano condannato per le sue idee anche dalla <span style="color: #000000;">chiesa luterana</span> e da quella <span style="color: #000000;">calvinista</span>, si era fatto promotore di nuove idee religiose e filosofiche che si ponevano in netta antitesi con quella della Chiesa di cui tra l&#8217;altro faceva parte integrante. L&#8217;istruzione dell&#8217;inchiesta e del processo ebbe luogo nel <span style="color: #000000;">1593</span> e la sentenza fu emessa nel <span style="color: #000000;">1600</span>: coinvolse Bellarmino dal <span style="color: #000000;">1597</span>, da quando cioè fu nominato consultore del <span style="color: #000000;">Santo Uffizio</span>. Il Bellarmino ebbe alcuni colloqui con il frate domenicano e durante questi, egli tentò di fare abiurare le molte tesi francamente eretiche del frate domenicano, con l&#8217;intento di salvargli la vita, poiché la condanna per eresia era inevitabilmente capitale. La lunga durata del processo fu causata dal fatto che Giordano Bruno non ebbe un comportamento lineare nell&#8217;ammettere l&#8217;eresia delle proprie posizioni. Durante i venti interrogatori a cui Giordano Bruno venne sottoposto, gli inquisitori ricorsero anche alla tortura.  Durante la fase processuale la Congregazione fece esaminare da Bellarmino una dichiarazione di Giordano Bruno su otto proposizioni che gli erano state contestate come eretiche. Il <span style="color: #000000;">24 agosto</span> <span style="color: #000000;">1599</span> il cardinale Bellarmino riferì alla Congregazione che, nello scritto, Giordano Bruno aveva ammesso come eretiche sei delle otto proposizioni, mentre sulle altre due la sua posizione non appariva chiara: &#8220;videtur aliquid dicere, si melius se declararet&#8221;. La completa ammissione avrebbe risparmiato la condanna a morte. Ma alla fine Giordano Bruno preferì mantenere le precedenti posizioni francamente eretiche decidendo di affrontare la condanna a morte. A condanna ormai prossima all&#8217;imputato venne concesso di affrontare una morte meno straziante, ma Giordano Bruno preferì affrontare la pena prevista, cioè il rogo, che ebbe luogo a Roma in piazza Campo de&#8217; Fiori il <span style="color: #000000;">17 febbraio</span> <span style="color: #000000;">1600</span>.  Galilei ebbe due processi presso il Santo Uffizio: uno nel <span style="color: #000000;">1616</span> e l&#8217;altro nel <span style="color: #000000;">1633</span>. I processi ebbero luogo fondamentalmente poiché la teoria eliocentrica era considerata eretica dai teologi. Infatti, sostenendo che il sole fosse fisso al centro dell&#8217;universo si smentivano alcune frasi contenute nella Bibbia dove si cita o che Dio fermò il sole, o che la terra è immobile al centro dell&#8217;universo. La dottrina prevalente in quel tempo era infatti che l&#8217;infallibilità della bibbia comprendesse anche il significato letterale, e non solo quello simbolico.  Comunque il Galilei non fu mai condannato per eresia, avendo egli obbedito ai precetti del Sant&#8217;Uffizio. Ed egli non rinnegò mai la fede cattolica, anzi fino alla sua morte si professò cattolico praticante ottenendo l&#8217;<span style="color: #000000;">indulgenza plenaria</span> in prossimità della sua morte. Era del resto intimo amico con molti cardinali e in particolare con Maffeo Barberini futuro <span style="color: #000000;">papa Urbano VIII</span> oltre che con lo stesso Bellarmino.  Inoltre a differenza di quanto alcuni pensano, il Galilei non fu mai sottoposto a tortura, e non proferì mai la famosa frase: &#8220;Eppur si muove&#8221;, che invece gli fu attribuita circa un secolo dopo dal giornalista Giuseppe Baretti nel 1757 a Londra. Anche nel processo contro Galileo Galilei, alcuni storici hanno voluto vedere una partecipazione decisiva del cardinale Bellarmino e su una posizione oscurantista. Bellarmino fu coinvolto solo nel primo processo poiché nel secondo, quando Galilei fu condannato al carcere, egli era già deceduto. Tutti i documenti oggi in nostro possesso dimostrano chiaramente che il cardinale Bellarmino ebbe rapporti molto cordiali se non amichevoli con lo scienziato, sia epistolari che diretti, anche dopo la denuncia di Tommaso Caccini davanti al <span style="color: #000000;">Santo Uffizio</span> nel <span style="color: #000000;">1615</span>. </em><em>Durante la prima inchiesta su Galilei, nell&#8217;anno <span style="color: #000000;">1616</span>, si ebbe l&#8217;esame presso il Santo Uffizio della teoria <span style="color: #000000;">eliocentrica</span> e durante tale valutazione fu ascoltato il Galilei stesso che giunse a Roma. Questi ebbe colloqui diretti anche con il papa <span style="color: #000000;">Paolo V</span> che invitò il cardinale Bellarmino, che faceva parte del Santo Uffizio, sempre in relazione alla frase della Bibbia, ad ammonire il Galilei di non insegnare le due tesi principali sull&#8217;eliocentrismo. In tale occasione la teoria eliocentrica copernicana fu condannata dal Santo Uffizio che si espresse in modo definitivo nel marzo 1616. Essa fu condannata come falsa e formalmente eretica, lasciando la possibilità di fare riferimento ad essa come semplice modello matematico.  Il cardinale Bellarmino aveva espresso una posizione aperta, almeno in linea di principio, nei confronti dello scienziato, senza comunque mai rinnegare le decisioni del Santo Uffizio, in particolare non ammettendo eccezioni alla infallibilità della bibbia, nemmeno nel senso letterale della scrittura. Tale posizione è espressa in una lettera inviata il <span style="color: #000000;">12 aprile</span> <span style="color: #000000;">1615</span> a <span style="color: #000000;">padre Paolo Antonio Foscarini</span>, cattolico sostenitore dell&#8217;eliocentrismo ed amico di Galilei, nella quale sosteneva di non potere escludere a priori l&#8217;attendibilità della teoria eliocentrica, ma rimandando qualsiasi tentativo di proporla come descrizione fisica solo dopo che si avesse avuta la prova concreta e definitiva.  Inoltre poco dopo la condanna dell&#8217;eliocentrismo presso il Santo Uffizio del 1616, Galilei stesso chiese ed ottenne un colloquio privato con il cardinale Bellarmino. Il <span style="color: #000000;">24 maggio</span> <span style="color: #000000;">1616</span> il cardinale Bellarmino firmò su richiesta dello stesso Galilei, una dichiarazione nella quale si affermava che non gli era stata impartita nessuna penitenza o abiura per aver difeso la tesi eliocentrica ma solo una denuncia all&#8217;Indice.  Quel colloquio fu poi ricomposto in modo inventato ad arte e successivamente divulgato, da un grande nemico di Galilei, padre Segneri. In questo verbale apocrifo si diceva che Bellarmino ammoniva Galilei, pena il carcere, di non persistere sulla tesi eliocentrica; cosa niente affatto vera. Questo documento falsificato fu poi utilizzato anni dopo nel secondo processo contro Galilei, ma il cardinale Bellarmino era ormai morto e non poteva più testimoniare in favore di Galilei e smentire la veridicità di tale verbale.  Poco tempo dopo la sua elezione a cardinale, Bellarmino venne nominato, insieme al cardinale e vescovo della <span style="color: #000000;">Diocesi di Ascoli</span> <span style="color: #000000;">Girolamo Bernerio</span> <span style="color: #000000;">domenicano</span>, assistente dei cardinali <span style="color: #000000;">Ludovico Madruzzo</span> e Pompeo Arrigoni, presidenti della Congregazione &#8220;De Auxiliis Divinae Gratiae&#8221;, congregazione istituita nel <span style="color: #000000;">1597</span> dal papa <span style="color: #000000;">Clemente VIII</span> per ricomporre una controversia sorta tra Tomisti guidati dal domenicano <span style="color: #000000;">Domingo Bañez</span> e <span style="color: #000000;">Molinisti</span> a proposito della natura dell&#8217;armonia tra grazia efficace e libertà umana. In tale diatriba che si trascinerà per diversi decenni, si contrapponevano gesuiti molinisti e domenicani tomisti. I primi accusavano di eresia <span style="color: #000000;">calvinista</span> i tomisti, mentre questi ultimi accusavano di eresia <span style="color: #000000;">pelagiana</span> i molinisti.  Il parere di Bellarmino sin dall&#8217;inizio fu che tale questione di natura squisitamente dottrinale non dovesse essere risolta con un intervento autoritativo, ma lasciata ancora alla discussione tra i diversi indirizzi e che ai contendenti di entrambi i campi fosse seriamente proibito di indulgere a censure o condanne dei rispettivi avversari. Pur conciliante, Bellarmino prese però apertamente le difese di un suo discepolo, frate <span style="color: #000000;">Leonardo Leys</span> gesuita, coinvolto nella diatriba scoppiata all&#8217;Università di Lovanio; e in tale occasione scrisse una bozza, &#8220;De Controversia Lovaniensi&#8221; che indirizzò ai cardinali Mandruzzo e Arrigoni, presidenti della Congregazione &#8220;De Auxiliis Divinae Gratiae&#8221;. In questa disputa Bellarmino si confrontò tramite altri scritti con un famoso teologo spagnolo dell&#8217;Università di Salamanca, padre <span style="color: #000000;">Domingo Bañez</span> a sua volta direttamente in disputa con il padre gesuita <span style="color: #000000;">Luis Molina</span>. Clemente VIII all&#8217;inizio si mostrò propenso ad accettare questa idea conciliante di Bellarmino, ma successivamente cambiò idea, e decise di dare una più precisa definizione dottrinale in favore della tesi tomista. La Congregazione &#8220;De Auxiliis&#8221; condannò quindi le tesi di Luis Molina come eretiche. La presenza del cardinale Bellarmino nella Curia Romana in tal senso, forse divenne imbarazzante, ed egli probabilmente anche per tale motivo lo nominò il <span style="color: #000000;">18 marzo</span> <span style="color: #000000;">1602</span> <span style="color: #000000;">arcivescovo di Capua</span>, sede resasi proprio allora vacante.  Clemente VIII volle comunque consacrarlo con le sue mani, un onore che abitualmente i papi concedono come segno di stima speciale. Il nuovo arcivescovo partì subito per la sua sede, e si distinse degnamente nel suo ministero.  Nel marzo <span style="color: #000000;">1605</span> Clemente VIII morì e gli succedette prima <span style="color: #000000;">Leone XI</span> che regnò solo ventisei giorni, e poi <span style="color: #000000;">Paolo V</span>. Nel primo e nel secondo <span style="color: #000000;">conclave</span>, ma soprattutto in quest&#8217;ultimo, il nome di Roberto Bellarmino fu spesso dinanzi alle intenzioni degli elettori, specialmente a motivo delle afflizioni subite, ma il fatto che fosse un gesuita costituì un impedimento secondo il giudizio di molti cardinali. Racconta Ludwig Von Pastor, storico <span style="color: #000000;">vaticanista</span>, che nei primi giorni del secondo conclave del <span style="color: #000000;">1605</span> un gruppo di cardinali tra i quali <span style="color: #000000;">Baronio</span>, <span style="color: #000000;">Sfondrati</span>, <span style="color: #000000;">D&#8217;Acquaviva</span>, <span style="color: #000000;">Farnese</span>, <span style="color: #000000;">Sforza</span> e <span style="color: #000000;">Piatti</span> si adoperarono per far eleggere il cardinale gesuita Bellarmino; ma questi era contrario tanto che saputo della sua candidatura rispose che avrebbe volentieri rinunciato anche al titolo cardinalizio; invece il suo appoggio durante il conclave fu rivolto verso il cardinal <span style="color: #000000;">Baronio</span> con il quale condivideva una reciproca stima ed una sincera amicizia. Del resto si accertò in seguito che il re spagnolo Filippo II aveva espresso un vero e proprio veto nei confronti di entrambi i cardinali Baronio e Bellarmino, ritenuti troppo intransigenti e quindi poco inclini a favorire qualsiasi parte politica. In conclave si trovò poi l&#8217;accordo sul cardinale <span style="color: #000000;">Camillo Borghese</span>.  Il nuovo <span style="color: #000000;">papa Paolo V</span>, eletto quindi con l&#8217;accordo delle maggiori potenze cattoliche, insistette nel tenere Bellarmino con sé a Roma, e il cardinale chiese che almeno egli fosse esonerato dal ministero episcopale, le cui responsabilità egli non era più in grado di adempiere. Fu nominato allora, membro del Santo Uffizio e di diverse congregazioni, e successivamente consigliere principale della Santa Sede nel settore teologico della sua amministrazione.  La disputa &#8220;De Auxiliis&#8221;, che alla fine Clemente non aveva avuto modo di portare a termine, fu conclusa con una decisione che ricalcò le linee dell&#8217;originaria proposta di Bellarmino.  Il <span style="color: #000000;">1604</span> segnò l&#8217;inizio della contesa tra la Santa Sede e la Repubblica di Venezia, che senza consultare il Papa e versando in cattive condizioni finanziarie, aveva abrogato la legge di esenzione del <span style="color: #000000;">clero</span> dalla giurisdizione civile e tolto alla Chiesa il diritto di possedere beni immobili. La disputa portò ad una guerra di libelli durante la quale le difese della parte repubblicana furono sostenute da Giovanni Marsilio e dal frate servita <span style="color: #000000;">Paolo Sarpi</span>, che si erano posti in netto contrasto con la Chiesa cattolica. In questa disputazione la Santa Sede fu difesa nobilmente dal cardinal Bellarmino e dal cardinal Baronio. A tal proposito alcuni contemporanei descrivono chiaramente l&#8217;atteggiamento di profonda e non celata stima che Bellarmino aveva per il frate servita, nonostante la netta contrapposizione.  Contemporaneamente alle dispute con la Repubblica Veneziana, ci furono quelle concernenti il Giuramento inglese di lealtà. Nel 1606, in aggiunta alle vessazioni già imposte ai cattolici inglesi dai monarchi inglesi, fu chiesto, sotto pena di prœmunire, di prestare un giuramento di fedeltà abilmente formulato con tale astuzia che un cattolico, nel rifiutarlo, sarebbe potuto apparire come un cittadino che si sottraeva ai suoi doveri civili e quindi perseguibile, mentre, se lo avesse effettuato, avrebbe non solo rifiutato ma persino condannato come empio ed eretico l&#8217;insegnamento sul potere di deporre, ossia, del potere di deporre un sovrano che, giustamente o erroneamente, la Santa Sede aveva rivendicato ed esercitato per secoli con la piena approvazione della cristianità, e che, anche in quel periodo, la stragrande maggioranza dei teologi continuava a sostenere. Poiché la Santa Sede aveva proibito ai cattolici di prestare questo giuramento, il re inglese Giacomo I d&#8217;Inghilterra, divenuto re dopo la morte di Elisabetta I ed essendo re di Scozia, di fede protestante, scrisse la difesa di tale giuramento in un libro intitolato Tripoli nodo triplex cuneus; Bellarmino replicò al monarca con il suo Responsio Matthei Torti.  Altri trattati seguirono dall&#8217;uno e dall&#8217;altro campo, e risultato di uno di essi, fu lo scritto a confutazione del potere di deporre i sovrani da parte di William Barclay, famoso giurista scozzese, residente in Francia, al quale si contrappose la replica di Bellarmino. Le confutazioni del giurista scozzese furono poi utilizzate dal Parlamento parigino, di orientamento regalista.  La conseguenza fu che, a seguito della dottrina della via media del potere indiretto di deporre i sovrani, Bellarmino fu condannato nel 1590 come troppo incline alle posizioni regaliste e nel 1605 come eccessivamente papista. Tali posizioni antiregaliste di Bellarmino si rifletteranno nei secoli successivi sulla sua causa di beatificazione. Altro argomento di contrapposizione fu, proprio agli inizi del Seicento, la diffusione in Francia del <span style="color: #000000;">gallicanesimo</span>. In sostanza si verificò nella Chiesa francese un progressivo distacco dall&#8217;autorità centrale della Santa Sede, con profusioni di scritti e opere teologiche che appunto portavano ragioni per tale distacco. Si giunse a non riconoscere nella figura del papa la massima autorità teologica, con un contemporaneo riconoscimento della grande autorità del re anche sulla chiesa stessa.  Anche in questa disputa si inserì l&#8217;opera di Bellarmino, che nel <span style="color: #000000;">1610</span>, in risposta alle tesi del gallicanesimo, scrisse Tractatus De Potestate Summi Ponteficis in rebus temporalibus, nel quale si esponevano chiaramente i motivi della supremazia dell&#8217;autorità papale su quella monarchica.  Negli ultimi anni il cardinale Roberto Bellarmino continuò il suo austero modo di vivere che aveva sempre praticato, dedicando molto del suo tempo alla preghiera e ai digiuni, nonostante la sua salute piuttosto precaria. Continuò a fare molte elemosine ai poveri, ai quali lasciò praticamente tutti i suoi averi, tanto che fu sempre molto amato dai romani; contribuì a far concedere l&#8217;approvazione pontificia alla fondazione del nuovo <span style="color: #000000;">Ordine della Visitazione</span> di <span style="color: #000000;">San Francesco di Sales</span>; si impegnò per la beatificazione di <span style="color: #000000;">San Filippo Neri</span>; inoltre portò a termine la stesura di un &#8220;grande catechismo&#8221; e di un &#8220;piccolo catechismo&#8221;, quest&#8217;ultimo in particolare ebbe notevole successo e fu ampiamente utilizzato fino a tutto il XIX secolo; infine compose un piccolo e anch&#8217;esso famoso testo &#8220;De arte bene moriendi&#8221; oltre che una sua &#8220;Autobiografia&#8221;. </em><em>Fu nominato <span style="color: #000000;">Camerlengo</span> del Sacro Collegio dal <span style="color: #000000;">9 gennaio</span> <span style="color: #000000;">1617</span> all&#8217;<span style="color: #000000;">8 gennaio</span> <span style="color: #000000;">1618</span>. Successivamente fu Prefetto della <span style="color: #000000;">Sacra Congregazione dei Riti</span> e poi della <span style="color: #000000;">Sacra Congregazione dell&#8217;Indice</span>.  Egli visse ancora per assistere ad un altro conclave, quello che elesse <span style="color: #000000;">Gregorio XV</span> nel febbraio <span style="color: #000000;">1621</span>. La sua salute stava rapidamente declinando e nell&#8217;estate dello stesso anno gli fu permesso di ritirarsi a <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Andrea al Quirinale</span>, sede del noviziato dei gesuiti, per prepararsi al trapasso. Qui spirò il <span style="color: #000000;">17 settembre</span> <span style="color: #000000;">1621</span> tra le ore 6 e le 7 del mattino. </em></span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[9]</span> <em>La vita di Tolstoj fu lunga e <span style="color: #000000;">tragica</span>, nell&#8217;accezione più vera del termine, ossia nel senso che essa fu dominata da una profonda, segreta tensione: la si potrebbe definire una tragedia dell&#8217;anima Tolstoj ebbe un&#8217;incessante, tormentosa evoluzione interiore, lottò con se stesso e con il mondo, e questa lotta, talora impetuosa, alimentò senza sosta l&#8217;impulso creativo.  Lev Nikolaevič Tolstoj nasce il <span style="color: #000000;">28 agosto</span> <span style="color: #000000;">1828</span> nella tenuta <span style="color: #000000;">Jasnaja Poljana</span> nel <span style="color: #000000;">distretto di Ščëkino</span> (<span style="color: #000000;">governatorato di Tula</span>). I genitori sono d&#8217;antica nobiltà: la madre, di cinque anni maggiore del marito, è la principessa Marja Nikolàevna <span style="color: #000000;">Volkonskaja</span> (Jasnaja Poljana era la sua dote di matrimonio), mentre il padre Nikolàj Il&#8217;ìč è discendente di <span style="color: #000000;">Pëtr Andreevič Tolstoj</span>, che aveva ottenuto il titolo di <span style="color: #000000;">conte</span> da <span style="color: #000000;">Pietro il Grande</span>.<sup><span style="color: #000000;">[5]</span> </sup>La madre, di cui Lev non conserverà alcun ricordo, muore quando egli ha appena due anni. Dopo qualche anno gli muore anche il padre (corse voce che l&#8217;avessero avvelenato i suoi due servi prediletti; Lev lo ricorderà come mite e indulgente)<sup><span style="color: #000000;">[5]</span></sup> lasciandolo precocemente orfano. Fu così allevato da alcune zie molto religiose e da due precettori, un francese e un tedesco, che diventeranno poi personaggi del racconto Infanzia.  Nel <span style="color: #000000;">1844</span> si iscrive all&#8217;<span style="color: #000000;">università di Kazan&#8217;</span> (nell&#8217;attuale <span style="color: #000000;">Tatarstan</span>), prima alla facoltà di <span style="color: #000000;">filosofia</span> (sezione di studi orientali, dove supera gli esami di arabo e turco), poi, l&#8217;anno dopo, a quella di <span style="color: #000000;">giurisprudenza</span>, ma per via dello scarso profitto non riuscirà mai ad ottenere la <span style="color: #000000;">laurea</span>; provvede quindi da solo alla propria istruzione, ma questa formazione da autodidatta gli provocherà spesso un senso di disagio in società.<sup><span style="color: #000000;">[5]</span> </sup>La giovinezza dello scrittore è disordinata, tempestosa: a Kazan passa le serate tra feste e spettacoli, perdendo grosse somme al <span style="color: #000000;">gioco d&#8217;azzardo</span> (circa dieci anni dopo, a <span style="color: #000000;">Baden-Baden</span>, perderà ancora rovinosamente al gioco e lo salverà l&#8217;amico <span style="color: #000000;">Turgenev</span> concedendogli un prestito) ma intanto legge molto, soprattutto filosofi e <span style="color: #000000;">moralisti</span>.<sup><span style="color: #000000;">[5]</span></sup> Particolare influenza ha su di lui <span style="color: #000000;">Jean-Jacques Rousseau</span>. Non a caso, l&#8217;opera della <span style="color: #000000;">conversione</span> di Tolstoj, scritta trent&#8217;anni dopo, si intitolerà appunto – similmente all&#8217;<span style="color: #000000;">autobiografia roussoniana</span> – <span style="color: #000000;">La confessione</span> (<span style="color: #000000;">1882</span>). Autori come Rousseau, <span style="color: #000000;">Sterne</span>, <span style="color: #000000;">Puskin</span>, <span style="color: #000000;">Gogol</span> insegnano allo scrittore in erba un principio fondamentale: in <span style="color: #000000;">letteratura</span> sono importanti soprattutto la <span style="color: #000000;">sincerità</span> e la <span style="color: #000000;">verità</span>. Proprio sotto questi influssi nascono le opere letterarie di Tolstoj: nel <span style="color: #000000;">1851</span> avviene la prima redazione del racconto Infanzia (che uscirà sulla rivista di <span style="color: #000000;">Nekrasov</span> Il Contemporaneo nel <span style="color: #000000;">1852</span>, firmato con le sole iniziali)<sup><span style="color: #000000;">[5]</span></sup> e la stesura di un altro racconto, incompiuto, Storia della giornata di ieri. Lo scopo di quest&#8217;ultimo, secondo le parole dell&#8217;autore, era estremamente semplice ed insieme complicatissimo, quasi irrealizzabile: «descrivere una giornata, con tutte le impressioni e i pensieri che la riempiono». Da questo germe si può già intravedere lo sviluppo della possente pianta: tendenza all&#8217;<span style="color: #000000;">introspezione</span> e alla <span style="color: #000000;">vita reale</span>. Tolstoj resterà fino alla fine un incrollabile <span style="color: #000000;">realista</span>. L&#8217;<span style="color: #000000;">immaginazione</span> slegata dalla realtà è quasi inesistente nei suoi libri. L&#8217;unica possibilità di utilizzare la fantasia consiste nell&#8217;elaborazione di qualche particolare, di qualche sfumatura che appartiene però ad un oggetto assolutamente reale. Anche il successivo racconto, pubblicato sempre sul Contemporaneo, è ispirato a criteri di verità quasi <span style="color: #000000;">naturalistici</span>: L&#8217;incursione (<span style="color: #000000;">1853</span>), che nasce dal ricordo di un&#8217;autentica scorribanda compiuta da un battaglione russo in un villaggio <span style="color: #000000;">caucasico</span>. Tra il <span style="color: #000000;">1851</span> e il <span style="color: #000000;">1853</span> Tolstoj, seguendo il fratello maggiore Nikolaj, partecipa alla <span style="color: #000000;">guerra nel Caucaso</span>, prima come volontario, poi come <span style="color: #000000;">ufficiale</span> d&#8217;artiglieria. Nel <span style="color: #000000;">1853</span> scoppia la <span style="color: #000000;">guerra russo-turca</span> e – dietro sua richiesta – Tolstoj viene trasferito in <span style="color: #000000;">Crimea</span>, a <span style="color: #000000;">Sebastopoli</span>, dove si combatte sul famoso quarto bastione.<sup><span style="color: #000000;">[5]</span></sup> Qui conduce la vita del soldato, combatte coraggiosamente, affronta rischi d&#8217;ogni sorta, osserva tutto con attenzione, guarda in faccia il pericolo, e tuttavia gli avvenimenti più tragici avvengono dentro di lui: si sente inquieto, costantemente in bilico tra la vita e la morte, ma col desiderio di dedicare la propria esistenza a nobili ideali. Nel Diario del <span style="color: #000000;">1854</span> – anno in cui pubblica Adolescenza (Отрочество [Otročestvo]) – annota: «La cosa più importante per me è liberarmi dai miei difetti: la pigrizia, la mancanza di carattere, l&#8217;irascibilità». Nel marzo del <span style="color: #000000;">1855</span> decide finalmente riguardo al proprio destino: «La carriera militare non fa per me, e prima me ne tirerò fuori, per dedicarmi totalmente alla letteratura, tanto meio sarà»<sup><span style="color: #000000;">[7]</span></sup>. La <span style="color: #000000;">guerra di Crimea</span> – cruenta e rovinosa per l&#8217;esercito russo – lascia un solco profondo nel giovane Tolstoj e gli offre, d&#8217;altra parte, abbondante materiale per una serie di racconti: il ciclo dei tre Racconti di Sebastopoli (Севастопольские рассказы [Sevastolpol'skie Rasskazi], <span style="color: #000000;">1855</span>) e poi Il taglio del bosco (<span style="color: #000000;">1855</span>), La tempesta di neve (<span style="color: #000000;">1856</span>) e I due ussari (<span style="color: #000000;">1856</span>). Ispirate alle violenze della guerra, queste opere sconvolgono la società russa per la spietata verità e l&#8217;assenza di qualsiasi forma di romanticismo guerriero o di patriottismo sentimentale. Nessuno prima di lui ha descritto la guerra in quel modo: è una voce nuova nell&#8217;<span style="color: #000000;">epoca d&#8217;oro della letteratura russa</span>. Nel gennaio del <span style="color: #000000;">1856</span>, <span style="color: #000000;">Fëdor Dostoevskij</span> scrive dalla <span style="color: #000000;">Siberia</span> ad un corrispondente, parlando di Tolstoj: «mi piace molto, ma secondo me non scriverà molto (ma del resto, chissà, forse mi sbaglio)»<sup><span style="color: #000000;">[11]</span></sup>. La <span style="color: #000000;">censura</span> esita ad autorizzare la pubblicazione dei tre Racconti di Sebastopoli: cerca di vietare il secondo «per l&#8217;atteggiamento derisorio nei confronti dei nostri coraggiosi ufficiali», ma alla fine lascia correre, pur imponendo tagli e modifiche. Nel <span style="color: #000000;">1856</span> vengono raccolti in un unico volume con il titolo Racconti di Guerra. Nel <span style="color: #000000;">1856</span> Tolstoj assiste il fratello Dmitrij, che muore di <span style="color: #000000;">tisi</span>. Si interessa poi per migliorare le condizioni dei contadini di Jasnaja Poljana, ma questi sono diffidenti e rifiutano le sue proposte, come accade al protagonista de La mattinata di un proprietario terriero, racconto che Tolstoj pubblica in quell&#8217;anno,<sup><span style="color: #000000;">[5]</span></sup> e come accadrà anche al protagonista di <span style="color: #000000;">Resurrezione</span>, romanzo di molti anni più tardi, di ispirazione parzialmente autobiografica. Si apre per Tolstoj un periodo ricco di riflessioni, con ricerche, viaggi, un crescente interesse per l&#8217;istruzione popolare e l&#8217;attività di <span style="color: #000000;">giudice di pace</span> nelle contese tra proprietari e contadini – proprio a cavallo dell&#8217;<span style="color: #000000;">abolizione della servitù della gleba</span> (<span style="color: #000000;">1861</span>) – che stimolano in lui lo svilupparsi di una particolare sensibilità verso le ingiustizie sociali.<sup><span style="color: #000000;">[12]</span> </sup>Sul versante della produzione letteraria, nei nove anni che vanno dai Racconti di guerra alla prima parte della grandiosa epopea <span style="color: #000000;">Guerra e pace</span> (<span style="color: #000000;">1865</span>), lo scrittore pubblica diversi altri racconti: Giovinezza (Юность [Junost'], <span style="color: #000000;">1857</span>, ultimo della trilogia comprendente Infanzia e Adolescenza), Tre morti (<span style="color: #000000;">1858</span>), Al&#8217;bèrt (<span style="color: #000000;">1858</span>), Felicità familiare (<span style="color: #000000;">1859</span>), Idillio (<span style="color: #000000;">1861</span>) e Polikuška (ПоликушкаIl <span style="color: #000000;">1863</span> è anche l&#8217;anno di pubblicazione de I cosacchi (Казаки [Kazaki]) – opera ispirata ai ricordi del Caucaso e lungamente rielaborata nel corso di un decennio – in cui sono evidenti gli echi della lettura <span style="color: #000000;">rousseauiana</span> ed in cui si esprime, con entusiasmo, la nostalgia per la vita a contatto con la natura, semplice e felice. Intanto, lo scrittore viaggia per l&#8217;<span style="color: #000000;">Europa</span>, dove ha modo di conoscere <span style="color: #000000;">Proudhon</span>, <span style="color: #000000;">Herzen</span>, <span style="color: #000000;">Dickens</span>. Ma, non di meno, lo angoscia la vita russa, specialmente quella dei contadini. In questi anni comincia così a manifestarsi, in maniera sempre più evidente, una caratteristica fondamentale della personalità tolstoiana: l&#8217;insoddisfazione di sé stesso, della propria esistenza, della propria opera. Come Olenin – l&#8217;eroe dei Cosacchi, che rifiuta la società falsa ed ipocrita per rifugiarsi nel Caucaso – anche Tolstoj, all&#8217;inizio degli <span style="color: #000000;">anni sessanta</span>, decide di abbandonare gli impegni mondani, compresi quelli letterari, per rifugiarsi nella propria tenuta, con l&#8217;intento di dedicarsi – nella scuola da lui stesso fondata – all&#8217;<span style="color: #000000;">istruzione</span> dei bambini del villaggio. Il <span style="color: #000000;">23 settembre</span> <span style="color: #000000;">1862</span>, dopo appena una settimana di fidanzamento, sposa la diciottenne <span style="color: #000000;">Sof&#8217;ja Andrèevna</span>, seconda delle tre figlie del medico di corte Bers. Lo scrittore, non volendole nascondere nulla, le fa leggere, alla vigilia delle nozze, i suoi diari intimi. La madre di Sof&#8217;ja, Ljubòv&#8217; Islàvina, era stata amica d&#8217;infanzia di Tolstoj.<sup><span style="color: #000000;">[5]</span> </sup>Avranno tredici figli, cinque dei quali morti in età precoce:<sup><span style="color: #000000;">[15]</span></sup></em> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[10]</span> <em>Evagrio Pontico</em><em>, in (<span style="color: #000000;">latino</span>: Evagrius Ponticus, in <span style="color: #000000;">greco</span>: Εὐάγριος ὁ Ποντικός) (<span style="color: #000000;">Ibera</span> nel Ponto, <span style="color: #000000;">346</span> – <span style="color: #000000;">Egitto</span>, <span style="color: #000000;">399</span>), è stato un <span style="color: #000000;">monaco</span> e <span style="color: #000000;">scrittore ecclesiastico</span> <span style="color: #000000;">turco</span>, appartenente alla cerchia dei <span style="color: #000000;">Cappadoci</span>. Rielaborò in modo autonomo il patrimonio di idee <span style="color: #000000;">mistiche</span> di <span style="color: #000000;">Gregorio di Nissa</span>, formulando la terminologia dell&#8217;<span style="color: #000000;">ascetica</span> e della mistica greca in uso fino al <span style="color: #000000;">medioevo</span>.  Ordinato <span style="color: #000000;">lettore</span> da <span style="color: #000000;">Basilio il Grande</span> e <span style="color: #000000;">diacono</span> da <span style="color: #000000;">Gregorio Nazianzeno</span> visse una sconvolgente vicenda amorosa. Dapprima si ritirò a <span style="color: #000000;">Gerusalemme</span> presso <span style="color: #000000;">Rufino</span> poi si trasferì nel <span style="color: #000000;">deserto egiziano</span> di <span style="color: #000000;">Nitria</span>, presso <span style="color: #000000;">San Macario</span>, dove condusse una intensa vita di <span style="color: #000000;">preghiera</span> di studio e di <span style="color: #000000;">penitenza</span> fino alla morte.  Evagrio scrisse molto, quasi sempre in forma di <span style="color: #000000;">aforismi</span> e sentenze sull&#8217;esempio della letteratura <span style="color: #000000;">filosofica</span>. Prese l&#8217;abitudine di riunire le sue sentenze in gruppi di cento, le Centurie appunto, inaugurando così un tipo di composizione che avrà lunga vita nella <span style="color: #000000;">tradizione</span> bizantina. Le sue opere coinvolte nella <span style="color: #000000;">condanna</span> contro <span style="color: #000000;">Origene</span> sono andate in massima parte perdute nell&#8217;originale <span style="color: #000000;">greco</span>. Alcune sono pervenute in <span style="color: #000000;">traduzione</span> siriaca e armena.  L&#8217;opera principale di Evagrio si intitola &#8220;Problemi <span style="color: #000000;">gnostici</span>&#8221; ed è composta di sei centurie. In essa risulta evidente l&#8217;<span style="color: #000000;">origenismo</span> di questo pensatore che ripropone i temi fondamentali della <span style="color: #000000;">cosmologia</span> e dell&#8217; <span style="color: #000000;">antropologia</span> di Origene.  La dottrina di Evagrio afferma la <span style="color: #000000;">preesistenza</span> delle <span style="color: #000000;">anime</span>, ossia delle creature razionali, rispetto ai corpi. Concepisce il susseguirsi di più <span style="color: #000000;">mondi</span>, la loro distruzione e rigenerazione insieme a tutte le creature razionali. Afferma inoltre, la <span style="color: #000000;">distruzione</span> dei corpi di cui erano state fornite le creature razionali in conseguenza del <span style="color: #000000;">peccato</span>. Tutte queste teorie furono condannate dal V <span style="color: #000000;">Concilio ecumenico</span>.  A lui si deve una prima classificazione dei <span style="color: #000000;">vizi capitali</span> e dei mezzi per combatterli. </em> </span></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[11]</span> <em>Nacque a <span style="color: #000000;">Arianzo</span>, cittadina presso <span style="color: #000000;">Nazianzo</span>, attuale <span style="color: #000000;">Güzelyurt</span> in <span style="color: #000000;">Cappadocia</span>. Figlio di <span style="color: #000000;">Gregorio</span> e <span style="color: #000000;">Nonna</span>. Il padre, che era ebreo della setta degli <span style="color: #000000;">Hypsistiani</span>, fu convertito dalla moglie al cristianesimo e divenne vescovo di Nazianzo. Il fratello Cesario (†;<span style="color: #000000;">368</span>) fu dottore presso la corte dell&#8217;Imperatore <span style="color: #000000;">Giuliano</span> e governatore di <span style="color: #000000;">Bitinia</span>. Gregorio, nato qualche anno dopo il concilio di Nicea nel quale si condannò l&#8217;eresia ariana, fu fortemente condizionato per tutta la vita dalle lotte che si scatenarono attorno alla definizione della vera natura della Trinità. Studiò prima a <span style="color: #000000;">Cesarea in Cappadocia</span>, dove conobbe e divenne amico di <span style="color: #000000;">Basilio</span>, poi a <span style="color: #000000;">Cesarea in Palestina</span> e ad <span style="color: #000000;">Alessandria</span> presso il <span style="color: #000000;">Didaskaleion</span>, infine, tra il <span style="color: #000000;">350</span> e il <span style="color: #000000;">358</span>, ad <span style="color: #000000;">Atene</span>, sotto <span style="color: #000000;">Imerio</span>; qui conobbe il futuro imperatore Giuliano. Raggiunse poi l&#8217;amico Basilio nel <span style="color: #000000;">monastero</span> di Annisoi, nel <span style="color: #000000;">Ponto</span>. Ma abbandonò presto questa esperienza per tornare a casa, dove sperava di condurre una vita ancora più ritirata e contemplativa. Nel <span style="color: #000000;">361</span> fu ordinato <span style="color: #000000;">sacerdote</span> suo malgrado, dal padre, Vescovo di Nazianzo. Dapprima reagì fuggendo, ma poi accettò di buon grado la decisione paterna. &#8220;Mi piegò con la forza&#8221;, ricorderà nella sua autobiografia. Nel <span style="color: #000000;">372</span> l&#8217;amico Basilio, allora Vescovo di <span style="color: #000000;">Cesarea</span>, costretto dalla politica ariana dell&#8217;Imperatore <span style="color: #000000;">Flavio Valente</span> a moltiplicare il numero delle diocesi sotto la sua giurisdizione per sottrarle all&#8217;influenza ariana, lo nominò vescovo di Sasima. Gregorio non raggiunse mai la sua sede vescovile in quanto solo con le armi in pugno sarebbe potuto entrarvi. Morto il padre, tornò a Nazianzo, dove diresse la comunità cristiana. Nel <span style="color: #000000;">379</span>, salito al trono <span style="color: #000000;">Teodosio I</span>, Gregorio fu chiamato a dirigere la piccola comunità cristiana che a Costantinopoli era rimasta fedele a Nicea. Nella capitale dei cristiani di Oriente pronunciò i cinque discorsi che gli meritarono l&#8217;appellativo di &#8220;Teologo&#8221;. Fu lui stesso a precisare che la &#8220;Teologia&#8221; non è &#8220;tecnologia&#8221;, essa non è un&#8217;argomentazione umana, ma nasce da una vita di preghiera e da un dialogo assiduo con il Signore. Nel <span style="color: #000000;">380</span> Teodosio lo insediò vescovo di <span style="color: #000000;">Costantinopoli</span> e lo fece riconoscere come tale dal <span style="color: #000000;">II Concilio Ecumenico</span> nel maggio del <span style="color: #000000;">381</span>. Le discussioni conciliari furono quanto mai accese e lo stesso Gregorio fu accusato di occupare illegittimamente, in quanto vescovo di Sasima, la sede di Costantinopoli. infine, confessandosi incapace di mediare tra le opposte fazioni, abbandonò il concilio nel giugno del 381.  Nell&#8217;autunno del <span style="color: #000000;">382</span> divenne <span style="color: #000000;">vescovo</span> di Nazianzo per poi, dopo un anno, ritirarsi in solitudine ad Arianzo, dove morì nel <span style="color: #000000;">390</span>.</em></span></div>
</div>
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		<title>Amore divino e amore umano</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 11:03:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[L’AMORE DIVINO E L’AMORE UMANO A. La perfezione consiste nella carità La collaborazione tra Dio e l’uomo traspare, in maniera migliore, in quella virtù che può essere considerata il compendio di tutte le altre: la carità. È il più grande comandamento (cfr Mt 22,38). Certo la carità è dono, ma proprio questo richiede da parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;" align="center"><span style="color: #000000;"><strong></strong><span style="color: #800000;"><strong>L’AMORE DIVINO E L’AMORE UMANO</strong></span></span></h1>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;"><strong>A. </strong><strong>La perfezione consiste nella carità</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La collaborazione tra Dio e l’uomo traspare, in maniera migliore, in quella virtù che può essere considerata il <strong>compendio di tutte le altre: la carità</strong>. È il più grande comandamento (cfr Mt 22,38). Certo la carità è dono, ma proprio questo richiede da parte dell’uomo la disponibilità a riceverlo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Carità è disponibilità a dare la propria vita. I martiri furono venerati dalla chiesa a tal motivo. Sant’Ireneo scrisse contro gli gnostici che “<em>credevano di essere perfetti a causa della loro migliore conoscenza</em>”. <strong>Non è la scienza che conduce alla salvezza, ma l’amore. </strong>Senza la carità anche l’ascesi più pura sarebbe inutile.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">San Paolo nel cap. 13 della prima lettera ai Corinti, lo ricorda espressamente ad una comunità più che altro alla ricerca di esperienze sensazionali e fuori della norma.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Quando Teodoreto di Ciro<a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> scrisse nella sua “<em>Storia dei monaci di Siria</em>”, descrivendo le prodezze ascetiche (es. di Simone lo stilita), nell’ultimo capitolo si premura di dire dove sta il valore di queste terribili penitenze: solo l’amore dava loro significato e valore, nulla più.<strong><br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>B. </strong><strong>In che cosa consiste la carità: eros e agape<br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Cosa è la carità? Scrive san Giovanni Climaco: “<em>Chi parla della carità, parla di Dio stesso. È opera difficile e rischiosa per chi non valuta bene i termini. Parlare della carità è opera degli angeli e, anche per essi, è più o meno difficile a seconda del grado di illuminazione ricevuta. Dio è carità (cfr 1Gv 4,16). Chi volesse con le parole esporre la profondità di questa rivelazione, rassomiglierebbe ad un cieco che, stando su una nave, volesse misurare sino a che limite si stende la sabbia del mare”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La storia del termine “amore” è illuminante. Nelle lingue moderne esso è unico e si presta perciò a diverse ambiguità, ma nel greco biblico troviamo sin dall’inizio <strong>due termini</strong> ben distinti: <strong><em>eros</em> e <em>agape</em></strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Troviamo tre diverse angolature dal punto di vista filosofico e teologico:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       il primo principio, che Aristotele considera come evidente, suona in modo pessimistico al nostro orecchio: Dio non può amare gli uomini, il mondo perché non rientra nel suo sé divino. Siccome amiamo ciò di cui abbiamo bisogno, siccome Dio non ha bisogno di nulla allora non può amarci.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       Il secondo principio, esplicitato da Platone nel suo “Simposio” si presenta più accettabile: l’uomo non può vivere senza amare Dio. Abbiamo bisogno delle cose materiali, ma molto più, con tutto il nostro cuore, desideriamo la bellezza, la verità, il bene. La pienezza di questi valori è soltanto in Dio e perciò amiamo Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       Il terzo principio ne è la conseguenza: la felicità dell’uomo non è nell’amore, ma nella autosufficienza (<em>autarcheia</em>). Chi desidera qualche cosa confessa che non la possiede. Non possiamo quindi essere felici con ciò che non abbiamo. L’amore dunque testimonia una certa povertà. Nella mitologia il dio Eros nacque dalla madre Penia (indigenza).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Contro queste tre tesi della filosofia greca si collocano tre affermazioni della rivelazione cristiana:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       Dio è <em>agape </em>(amore gratuito: cfr 1Gv 4,16)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       Ogni amore viene da Dio e non dal solo desiderio dell’uomo</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       La perfezione consiste nella carità, da cui deriva la felicità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Come mai questa divergenza di posizioni?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In greco il termine <em>eros </em>significa amore di desiderio motivato da una mancanza. È evidente che Dio non può avere questo tipo di amore. Perciò i testi biblici usano un’altra parola: <em>agape.</em> Il verbo <em>agapao</em> significa avere la mente tranquilla, contenta. E contento è chi non desidera altro. Anzi diventa capace di rendere contenti altri. Così è Dio: egli è gratuità d’amore talmente sovrabbondante da essere donato alle creature. Agostino afferma che Dio ha creato il mondo non perché ne avesse il bisogno, ma poter spargere su di esso il suo amore. È lui perciò per primo che ci ha amati, il nostro amore per lui è sempre in seconda (1Gv 4,10).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Un testo di A. Nygren<em> </em>ci può illuminare: <em>Eros è desiderio, aspirazione e tensione verso l’altro. Agape è sacrificio, abbassamento e donazione per l’altro. Eros è la via dell’uomo a Dio, Agape è la via di Dio verso l’uomo. Eros è conquista dell’uomo. Agape è grazia. Eros è auto-affermazione egocentrica, gloriosa, nobile. Agape è amore disinteressato e dono di sé. Eros è determinato dalla bellezza dell’oggetto amato. Agape amare e cerca il valore dell’oggetto amato.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Noi in genere amiamo di un amore-eros, ovvero di desiderio. Siamo irrequieti, desideriamo, cercando di appagare la nostra inquietudine. Ma essa si appaga solo in Dio! Quando si scopre l’amore di Dio lo si vorrebbe ricambiare. Ma come? Siamo così deboli e poveri! Caterina da Siena<a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> era afflitta da questo fatto. Ella ammiarva il fatto che Dio la amasse senza chiedere nulla. Però non lo poteva amare senza sdebitarsi. Perciò un giorno nel parlò con Gesù stesso. Egli sorrise e le disse: “A ma non puoi dare niente, ma puoi servire il tuo prossimo. Ti è impossibile amarmi senza ricambiare? Ti ho messo accanto il tuo prossimo e ciò che tu farai a lui, lo prenderò come se fosse fatto a me”. Questo è il frutto dell’<em>agape </em>di Dio per noi (cfr Gv 13,35)!</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Amore di Dio e del prossimo <strong>non sono due amori contraddittori</strong>. Nell’uomo veramente spirituale crescono entrambi contemporaneamente. Quanto più uno desidera Dio, tanto più riceve da lui e, di conseguenza, tanto più può donare al prossimo. E la pratica della carità fraterna aumenta di nuovo il desiderio di Dio. Si uniscono, quindi, il più prezioso dono di Dio che è la carità, insieme alla nostra collaborazione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il teologo riformato D. Bonhoeffer scriveva: («Lettera a Renata ed Eberhard Bethge): </strong><em>Il rischio implicito in ogni grande amore è quello di smarrire la polifonia dell&#8217;esistenza.<strong> </strong><strong>Voglio dire che Dio e la sua eternità pretendono di essere amati dal profondo del cuore, senza però che l&#8217;amore terrestre ne venga danneggiato o indebolito; qualcosa come un </strong></em><em>cantus firmus</em><strong><em>, attorno al quale le altre voci della vita cantino in contrappunto</em></strong><strong><em> </em></strong><em>[...] Dove il </em><em>cantus firmus</em><em> è chiaro e distinto, il contrappunto può dispiegarsi col massimo vigore [...] Vorrei pregarti di far risuonare con chiarezza nella vostra vita il<strong> </strong></em><em>cantus firmus</em><strong><em> </em></strong><em>e solo allora ci sarà un suono pieno e completo, e il contrappunto si sentirà sempre sostenuto, non potrà deviare né distaccarsene.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;"><strong>C. </strong><strong>Amare Dio</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’amore di Dio e del prossimo sono dunque inseparabili. La scrittura ci da tuttavia una modalità diversa: amare Dio “sopra ogni cosa”, e il prossimo “come se stessi”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Per Dio vi è un amore “abituale”. “Abitualmente” ama dio colui che, anche se non pensandoci espressamente, non fa nulla che sia essenzialmente contro l’amore di Dio, non commettendo peccati gravi. E’ ciò che fa la maggioranza dei battezzati. In modo “attuale” ama Dio colui che serve Dio consapevolmente: uno stato che sarà perfetto in paradiso. L’obiettivo qui in terra sta nel desiderare e operare perché tutto si faccia “a maggior gloria di Dio”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Significa dare “la precedenza” sempre a Dio. La regolazione del traffico stradale esige che si dia la precedenza a chi viene da destra. Nel senso metaforico, possiamo dire che Dio entra nella nostra vita sempre “da destra” e che le sue leggi seguono sempre la strada principale. Hanno quindi la precedenza davanti a tutti gli altri interessi anche se avessimo fretta di andare altrove. Nella vita spirituale il pegno per la sicurezza è il rispetto assoluto degli interessi di Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">I santi null’altro desiderio portavano nel cuore. Il santo curato d’Ars pregava: Ti <em>amo, mio Dio! Mio solo desiderio è amarti fino all’ultimo respiro. Ti amo, Signore! La sola grazia che ti chiedo è amarti in eterno. Mio Dio se la lingua non può dirti in ogni momento<br />
che ti amo te lo ripeta il cuore ad ogni mio respiro. Ti amo, divin Salvatore, perché sei stato crocifisso per me;ti amo, Dio perché mi tieni crocifisso per te. Mio Dio, appressandomi alla fine, fammi una grazia: aumenta il mio amore.(</em><em> </em>St. Jean Marie Vianney <a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a>1786-1859).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;"><strong>D. </strong><strong>L’amore di Dio come eros e agape</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Quindi “<em>eros</em>” è cercare il proprio bene, “<em>agape</em>” è desiderare il bene dell’altro. San Basilio<a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> tratta dell’amore di Dio all’inizio delle sue “<em>regole maggiori”.</em> Il precetto dell’amore di Dio (cfr Mt 22,37), sembra di fatto difficile da ottemperare. Eppure esso è il più naturale di tutti gli altri. La scrittura esprime con le parole la voce del nostro cuore. Infatti non abbiamo bisogno di una legge che ci ordini di amare la bellezza della natura, le stelle, la luce, i colori. Dio è più bello di tutto ciò che esiste. <strong>Basta rendersene conto, per amarlo più delle altre cose</strong>. In modo analogo alla bellezza ci attira anche il bene. Amiamo gli uomini buoni. Dio è più buono di tutti. Naturalmente ci sentiamo obbligati da sentimenti di gratitudine. San Basilio enumera tre motivi per amare Dio: il desiderio della bellezza, quello del bene e la gratitudine. Aggiunge però un altro motivo. Immaginiamo – dice – di essere presenti al giudizio finale e che fra i dannati mi trovi io stesso. In quel momento il diavolo, davanti a Gesù, mostrando me con il dito, ride: “Ecco quel Basilio!”. Si vanterà del fatto che, pur non avendomi creato e redento, io ho seguito lui anziché Cristo. Basilio ci assicura che si sarebbe pentito meno della sua dannazione eterna che dell’offesa fatta a Cristo: non avrebbe potuto sopportarla. Il pensiero appare chiaro: <strong>è possibile amare Cristo come tale, non soltanto perché egli si mostra buono ai miei occhi!</strong> È possibile che l’uomo dimentichi se stesso, come a dire: “Non m’importa della mia persona; la cosa principale è che Dio e la sua gloria non soffrano alcun male”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nel catechismo si insegna che <strong>l’amore perfetto ama Dio per Dio stesso</strong>. È possibile? La risposta è: soltanto a chi è dato. <strong>Un tale amore è dono della grazia, dello Spirito Santo</strong>. È Dio che ama se stesso per mezzo del nostro cuore. Un uomo così è riconciliato con Dio. Un tale amore che è “agape” equivale: da Dio è uscito e a Dio ritorna (cfr Rm 5,5).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #993300;"><strong>E.  </strong><strong>Dammi il tuo cuore!</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il cuore è il centro della nostra vita e della nostra attività. L’uomo è quale è il suo cuore. E’ nel cuore che ha sede l’amore. Paul Claudel<a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a> scrive: <em>Il Maestro dice: Dammi il tuo cuore! (pr 23,26). Ciò significa: Figlio, dammi ciò che rappresenta il tuo centro, la tua origine, il principio regnante della tua vita, il tuo ritmo sensitivo, emozionale, ragionevole, la sorgente della tua vita”.</em> <em>Il profeta dichiara: “Ho trovato il mio cuore. Che scoperta! Il proprio cuore, niente di meno che il cuore! Il nodo della personalità..Qualche cosa che si può paragonare al roveto ardente, al roveto che brucia e non si consuma!”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il termine “cuore” nella teologia spirituale assume diverse connotazioni, e viene espresso attraverso molteplici altre accezioni: mente, coscienza… In ogni caso con il termine cuore vogliamo certamente una realtà estremamente profonda che è molto più del solo intelletto, volontà e emozionalità. <strong>Il cuore esprime l’uomo intero, indiviso</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il mistico tedesco Mastro Eckhart <a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a>dice: “<em>Dio è verità, perciò è conoscibile per mezzo dell’intelletto. Dio è attività e lo conosciamo se lo imitiamo con le nostre azioni. Ma Dio è, in primo luogo “quello che è” (Es 3,14), perciò bisogna unirsi a lui con tutto l’essere, con tutte le forze e facoltà: questo significa amarlo con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutta la mente!”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nella spiritualità orientale si predilige sottolineare del cuore l’aspetto emozionale, il sentimento per cui si afferma che “<em>la religione è affare non dell’intelletto, ma del sentimento”, </em>la vera preghiera non è “<em>nella testa ma nel cuore”. </em>Per Teofane il recluso il cuore diventa il “<em>barometro della vita spirituale”. </em>Ma questo sentimento non è da confondere con il sentimentalismo la da identificare con quello che i padri definiscono come “senso spirituale”: si tratta della voce della coscienza, dell’intuizione della verità e della realtà, del fine e del senso dell’esistenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">D’altra parte anche la filosofia scolastica distingue la <strong>doppia coscienza: discorsiva e intuitiva</strong>. La prima riflette, elabora i concetti, cerca le argomentazioni. L’intuizione al contrario è una conoscenza immediata, chiara come una visione. La nostra coscienza intuisce subito ad esempio ciò che è bene o male. Si tratta di una conoscenza che talvolta non riusciamo a giustificare. Blaise Pascal<a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a> lo afferma chiaramente: “<em>Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. </em>Generalmente gli spirituali acquisiscono un tipo di coscienza intuitiva delle cose divine, del bene, del senso della vita. D’altra parte san Tommaso afferma che “<em>quale è l’uomo, così egli conosce</em>”. Questa sensibilità per i valori spirituali costituisce, secondo Teofane il recluso “<em>il primo segno della rivivificazione dell’anima dopo il torpore del peccato”. </em>Non per nulla allora il mistico Eckhart scrive: “<em>Dio sta davanti alla porta del cuore, e resta lì e aspetta ansiosamente… aspetta con più impazienza di te. Egli aspira a te mille volte più ardentemente di quanto tu aspiri a lui”.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #993300;"><strong>F.  </strong><strong>La coscienza</strong></span><em><br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Se in oriente si predilige parlare di “cuore”, in occidente si preferisce usare il termine “coscienza”. Questa viene definita come “<em>giudizio interiore sulla moralità di un’azione concreta”.</em> Kant parlava della “<em>legge morale dentro di me”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La coscienza è, quindi, la prima e fondamentale norma della moralità. Le leggi scritte sono generali, espresse in termini astratti. Al contrario, il giudizio della coscienza si porta sugli atti concreti, visti nel loro contesto vitale, in relazione alla propria persona, alle prorpie conoscenze, capacità e possibilità. La coscienza è insostituibile e vivere moralmente significa imparare ad ascoltare questa voce interiore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Ma la coscienza può essere errata</strong>. Origene<a title="" href="#_ftn8"><span style="color: #000000;">[8]</span></a> dice che la coscienza rassomiglia ai pozzi dell’acqua viva nel deserto scavati da Giacobbe e che, purtroppo, i Filistei inquinarono con la sabbia (cfr Gn 26,15). Per poterla bere bisogna purificarla. Per tale scopo Dio ci ha dato la Legge, ha mandato i profeti, infine il suo stesso Figlio e lo Spirito santo. Questo aiuto non serve a “sostituire” la coscienza con l’obbedienza esteriore. L’obbedienza al contrario, serve a purificare la voce della coscienza, affinché essa diventi di nuovo autentica, limpida.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Non si deve mai opporre legge e coscienza</strong>. Si tratta della stessa voce divina. Il cristiano si lascia guidare dalla propria coscienza, non può fare diversamente, ma nello stesso tempo, permette che sia guidata ed educata anch’essa. In questo senso la direzione spirituale è indispensabile soprattutto nei primi tempi del proprio cammino. Il direttore spirituale tiene il luogo di Dio non per sostituire la voce della coscienza, ma per assicurare la giustezza della sua voce. Scrive san Doroteo di G.<a title="" href="#_ftn9"><span style="color: #000000;">[9]</span></a>: “<em>Abbiamo cura, fratelli, della nostra coscienza, finché siamo qui in terra, è essa che ci giudicherà nel regno futuro”.<br />
</em></span></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[1]</span> <em>Fu allevato negli ambienti <span style="color: #000000;">monastici</span> <span style="color: #000000;">siriani</span>, dove apprese la <span style="color: #000000;">cultura</span> <span style="color: #000000;">greca</span> classica e quella <span style="color: #000000;">cristiana</span>. Probabilmente fu <span style="color: #000000;">discepolo</span> di <span style="color: #000000;">San Giovanni Crisostomo</span> e di <span style="color: #000000;">Teodoro di Mopsuestia</span>. Nel <span style="color: #000000;">423</span> fu eletto <span style="color: #000000;">vescovo</span> di Ciro, una cittadina presso Antiochia, e subito si mise all&#8217;opera per estirpare le <span style="color: #000000;">eresie</span> che circolavano nella sua <span style="color: #000000;">diocesi</span>, soprattutto il <span style="color: #000000;">marcionismo</span> e l&#8217;<span style="color: #000000;">arianesimo</span>.  Quando nel <span style="color: #000000;">430</span> <span style="color: #000000;">Cirillo di Alessandria</span> scrisse i suoi dodici (Anatemi) contro <span style="color: #000000;">Nestorio</span>, Teodoreto prese le difese di quest&#8217;ultimo, e, su richiesta di <span style="color: #000000;">Giovanni di Antiochia</span>, scrisse nel <span style="color: #000000;">431</span> una confutazione degli Anatemi, il cui titolo completo era: Reprehensio duodecim capitum seu anathematismorum Cyrilli (&#8220;Confutazione in <span style="color: #000000;">dodici</span> capitoli o degli anatematismi di Cirillo&#8221;), che è andata perduta. Quanto ci è pervenuto lo si deve a Cirillo stesso, che lo cita per esteso nella sua Epistula ad Euoptium adversus impugnationem duodecim capitum a Theodoreto editam (&#8220;Lettera ad Euopzio contro l&#8217;impugnazione dei dodici capitoli scritta da Teodoreto&#8221;). fu condannato dal <span style="color: #000000;">Concilio di Costantinopoli II</span> nel <span style="color: #000000;">553</span>. Teodoreto attaccò duramente sia Cirillo che le decisioni del Concilio in uno scritto, anch&#8217;esso andato perduto, dal titolo Pentalogus. Nel <span style="color: #000000;">449</span> venne deposto dalla sua <span style="color: #000000;">sede</span> episcopale. Scrisse un&#8217;<span style="color: #000000;">apologia</span> del <span style="color: #000000;">cristianesimo</span> dal titolo Graecorum affectionum curatio (&#8220;La cura delle malattie dei greci&#8221;), nella quale in dodici discorsi mette a confronto le risposte pagane e quelle cristiane alle fondamentali questioni filosofiche.  Fu inoltre autore di una Storia ecclesiastica, che continua quella di <span style="color: #000000;">Eusebio di Cesarea</span> dal <span style="color: #000000;">323</span> al <span style="color: #000000;">428</span>, e di un <span style="color: #000000;">trattato</span> sulla <span style="color: #000000;">Trinità</span>, De sancta et vivifica Trinitate.  Scrisse due opere contro la dottrina <span style="color: #000000;">monofisita</span> di <span style="color: #000000;">Eutiche</span>: il Polymorphos e l&#8217;Haereticarum fabularum compendium. Teodoreto rifiutò di utilizzare formule <span style="color: #000000;">teopaschiste</span>, cioè di usare espressioni come &#8220;Il <span style="color: #000000;">Figlio di Dio</span> <span style="color: #000000;">morì</span> sulla <span style="color: #000000;">Croce</span>&#8220;, e protestò di continuo nei suoi scritti contro ogni forma di teopaschismo. Egli afferma che la <span style="color: #000000;">risurrezione</span> è soltanto la <span style="color: #000000;">risurrezione</span> del <span style="color: #000000;">corpo</span> di <span style="color: #000000;">Cristo</span>, ma non della sua <span style="color: #000000;">anima</span> o della sua <span style="color: #000000;">divinità</span>. Per Teodoreto la <span style="color: #000000;">morte di Cristo</span> consistette nella separazione dell&#8217;anima <span style="color: #000000;">immortale</span> dal corpo mortale.  La riflessione di Teodoreteo non considera l&#8217;<span style="color: #000000;">unione ipostatica</span>, e le azioni di Cristo sono pensate come frutto di due nature. Le parole physis e hypostasis vengono utilizzate da Teodoreto come sinonimi di umanità, realtà umana, natura umana.</em></span></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[2]</span> <em>Caterina nasce nel rione di Fontebranda (oggi Nobile Contrada dell&#8217;Oca) come ventiquattresima figlia dei 25 figli di Jacopo Benincasa, tintore, e di Lapa Piagenti (o Piacenti).. La sorella gemella Giovanna (la venticinquesima ed ultima figlia della coppia) vivrà solo pochi mesi.  Nel <span style="color: #000000;">1348</span> Siena e l&#8217;Europa sono devastate dall&#8217;epidemia di <span style="color: #000000;">peste</span> che decima la popolazione.  A soli sei anni ebbe una prima visione: vide, nella Basilica di san Domenico a Siena, Gesù Cristo in trono, con i santi Pietro e Paolo. Caterina a sette anni fa voto di verginità. Nello stesso tempo comincia un percorso di mortificazione, fatto di digiuni (soprattutto di carne) e di penitenze. Nella prima fase della sua vita, queste pratiche erano condotte in modo solitario.  Nelle sue opere racconta che verso i dodici anni i genitori, non essendo a conoscenza del suo voto, cominciano a pensare di maritarla. Caterina reagisce anche con il taglio completo dei capelli e chiudendosi in casa con il capo coperto da un velo; per vincere la sua ostinazione, i genitori la costringono ad estenuanti lavori domestici, ottenendo il risultato di rafforzare la sua convinzione interiore. Un giorno il padre la sorprende in preghiera con una colomba aleggiante sul capo. Decide allora di lasciare libera la giovane di scegliere la propria strada.  A sedici anni Caterina entra nel terzo ordine delle <span style="color: #000000;">Domenicane</span> (o Mantellate, per via del mantello nero sull&#8217;abito bianco), pur restando presso la sua abitazione.  Lei stessa racconta di essersi avvicinata alle letture sacre pur essendo semianalfabeta e, dopo giorni di estenuanti e poco fruttuose fatiche, di aver ricevuto dal Signore il dono di sapere leggere. Imparerà più tardi anche a scrivere, ma la maggior parte dei suoi scritti e delle sue corrispondenze sono dettate.  Al termine del <span style="color: #000000;">Carnevale</span> del <span style="color: #000000;">1367</span> racconta che le apparve Gesù con sua Madre e altri santi per sposarla a sé nella fede, avrebbe ricevuto un anello, adorno di rubini, che sarebbe stato visibile soltanto ai suoi occhi; per questo Caterina è iconograficamente rappresentata con l&#8217;anello e con un gigli. Caterina non si mostra intimorita al cospetto dei potenti e si rivolge loro da pari a pari.  Verso il <span style="color: #000000;">1372</span> espone al legato pontificio in Italia, <span style="color: #000000;">Pietro d&#8217;Estraing</span>, la necessità di riformare i costumi del clero, di trasferire la Santa Sede a Roma da <span style="color: #000000;">Avignone</span> dove risiedeva dal <span style="color: #000000;">1309</span> e di organizzare una crociata contro gli infedeli.  Le autorità ecclesiastiche, colpite, e forse indispettite, dal fatto che Caterina, analfabeta e visionaria, si rivolgesse in questi toni a personaggi di tale rango, la chiamano nel <span style="color: #000000;">1374</span> a <span style="color: #000000;">Firenze</span> di fronte al Capitolo generale dei Domenicani. L&#8217;Ordine ne riconosce l&#8217;ortodossia e l&#8217;affida alla direzione di frate <span style="color: #000000;">Raimondo delle Vigne da Capua</span> (<span style="color: #000000;">1330</span>-<span style="color: #000000;">1399</span>); questi venne poi nominato lettore di teologia a Siena e lasciò una biografia della santa.  Secondo la tradizione devozionale il <span style="color: #000000;">1º aprile</span> <span style="color: #000000;">1375</span> avrebbe ricevuto le <span style="color: #000000;">stimmate</span> nella <span style="color: #000000;">chiesa di Santa Cristina</span> a <span style="color: #000000;">Pisa</span>, dove si trovava su invito di <span style="color: #000000;">Papa Gregorio XI</span> al fine di preparare la crociata da lei sollecitata; queste stimmate sarebbero rimaste invisibili fino alla sua morte.  Il progetto della crociata fu abbandonato quando Firenze, dopo aver stretto alleanza con i <span style="color: #000000;">Visconti</span> di Milano e aver sobillato le città dello <span style="color: #000000;">Stato Pontificio</span> a ribellarsi contro il papa, dichiarò guerra al &#8220;papa francese&#8221;. A nome dei fiorentini, Caterina va ad Avignone in missione di pace da Gregorio XI con altre ventitré persone incluso <span style="color: #000000;">Raimondo da Capua</span>. Il papa, seppure affascinato da Caterina, è convinto del doppiogiochismo dei fiorentini e rifiuta la pace; ciononostante, lei continua con la sua opera di convincimento e non interrompe l&#8217;invio di lettere al pontefice, in cui lo invita a tornare a <span style="color: #000000;">Roma</span>. Riesce alla fine nel suo intento: il <span style="color: #000000;">17 gennaio</span> <span style="color: #000000;">1377</span> il papa rientra nella città.  All&#8217;inizio del <span style="color: #000000;">1378</span> viene incaricata di ristabilire i rapporti tra <span style="color: #000000;">Santa Sede</span> e Firenze, ma durante la sua missione in riva all&#8217;<span style="color: #000000;">Arno</span> rischia la vita, e la missione fallisce. Il nuovo <span style="color: #000000;">Papa Urbano VI</span> riesce a siglare una pace il <span style="color: #000000;">28 luglio</span> <span style="color: #000000;">1378</span>. Il <span style="color: #000000;">20 settembre</span> dello stesso anno, a <span style="color: #000000;">Fondi</span>, avviene lo <span style="color: #000000;">scisma</span>, con l&#8217;elezione dell&#8217;<span style="color: #000000;">antipapa Clemente VII</span>. Caterina definisce i tredici cardinali scismatici demoni incarnati. Nonostante la vittoria militare di <span style="color: #000000;">Urbano VI</span> a <span style="color: #000000;">Marino</span> il <span style="color: #000000;">30 aprile</span> <span style="color: #000000;">1379</span>, lo scisma si protrarrà per quarant&#8217;anni.  Muore, provata da una vita di digiuni e di astinenze forzate, a soli 33 anni, dopo essersi astenuta dal bere per un mese. Nella biografia della senese scritta dal beato <span style="color: #000000;">Raimondo da Capua</span>, è riportato che non fu santa Caterina a rifiutare il cibo, ma &#8220;dopo l&#8217;apparizione di Nostro Signore, che le fece dono di bere al suo costato lo stomaco di Santa Caterina si chiuse &#8230; non ebbe più bisogno di cibo né poté più digerire. Nessuno se ne meravigliava, perché accostandosi alla fonte della Vita, lei aveva bevuto a sazietà una bevanda vitale, che le tolse per sempre il bisogno di mangiare&#8221;.  Caterina da Siena fu canonizzata da <span style="color: #000000;">Pio II</span> nel <span style="color: #000000;">1461</span>.  <span style="color: #000000;">Papa Paolo VI</span> ha dichiarato Caterina <span style="color: #000000;">Dottore della Chiesa</span> il <span style="color: #000000;">4 ottobre</span> <span style="color: #000000;">1970</span>.  Santa Caterina è inoltre patrona principale d&#8217;Italia per nomina di <span style="color: #000000;">Papa Pio XII</span> nel <span style="color: #000000;">1939</span> (assieme a San Francesco di Assisi) e compatrona d&#8217;Europa per nomina di <span style="color: #000000;">Papa Giovanni Paolo II</span> il <span style="color: #000000;">1º ottobre</span> <span style="color: #000000;">1999</span>.</em></span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[3]</span> <em>Nato in una famiglia poverissima e vissuto durante la <span style="color: #000000;">Rivoluzione Francese</span>, e quindi in pieno anticlericalismo, studiò presso il <span style="color: #000000;">Seminario</span> di <span style="color: #000000;">Lione</span>, dove ebbe come compagni <span style="color: #000000;">Jean Claude Colin</span> e <span style="color: #000000;">Marcellino Champagnat</span>: studente mediocre (era mediamente di tre o quattro anni «più indietro» rispetto ai suoi compagni di classe), fu ordinato sacerdote a <span style="color: #000000;">Grenoble</span> il <span style="color: #000000;">13 agosto</span> <span style="color: #000000;">1815</span>.  Nel <span style="color: #000000;">1818</span> gli venne affidata la cura pastorale del villaggio di <span style="color: #000000;">Ars</span>, nell&#8217;<span style="color: #000000;">Ain</span>, dove rimase per quarant&#8217;anni svolgendo il suo incarico parrocchiale: fu particolarmente attivo nell&#8217;insegnamento del <span style="color: #000000;">catechismo</span> e divenne uno stimato <span style="color: #000000;">confessore</span>; diffuse la devozione a <span style="color: #000000;">Santa Filomena di Roma</span>.  Morì in fama di santità (Ars era già diventata meta di pellegrinaggi quando era ancora in vita) nel <span style="color: #000000;">1859</span>. </em></span></p>
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<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[4]</span> <em>Figlio di un ricco rètore e avvocato, suo nonno morì martire nella persecuzione di <span style="color: #000000;">Diocleziano</span> e sua nonna, <span style="color: #000000;">Macrina</span>, fu discepola di <span style="color: #000000;">Gregorio Taumaturgo</span> del <span style="color: #000000;">Ponto</span>. La nonna Macrina, la madre <span style="color: #000000;">Emmelia</span>, i fratelli <span style="color: #000000;">Gregorio</span>, vescovo di <span style="color: #000000;">Nissa</span> e <span style="color: #000000;">Pietro</span>, vescovo di <span style="color: #000000;">Sebaste</span> e la sorella primogenita, <span style="color: #000000;">Macrina</span>, sono pure venerati dalla <span style="color: #000000;">Chiesa cattolica</span> come Santi. Fu molto amico di <span style="color: #000000;">San Gregorio Nazianzeno</span>, venerato come santo e commemorato nello stesso giorno, il <span style="color: #000000;">2 gennaio</span>. Ancora fanciullo venne mandato dalla nonna Macrina a Neocesarea sul Ponto dalla quale apprese i principi cristiani, a riguardo Basilio affermerà: Io non dimenticherò mai in vita mia, i forti stimoli che davano al mio cuore, ancora tenero i discorsi e gli esempi di questa piissima donna. Ebbe come primo maestro suo padre Basilio, ma in seguito continuò gli studi a Cesarea, <span style="color: #000000;">Costantinopoli</span> ed <span style="color: #000000;">Atene</span>, la capitale culturale del mondo ellenico e pagano, dove conobbe San Gregorio Nazianzeno. Fece ritorno in patria nel <span style="color: #000000;">356</span>, dopo un breve periodo come insegnante di <span style="color: #000000;">retorica</span>, su esortazione della sorella Macrina si ritirò a vita ascetica, dopo essere stato battezzato. Fece visita a molti <span style="color: #000000;">anacoreti</span> dell&#8217;<span style="color: #000000;">Egitto</span>, della <span style="color: #000000;">Siria</span>, della <span style="color: #000000;">Palestina</span> e della <span style="color: #000000;">Mesopotamia</span> per comprendere meglio il loro stile di vita, in particolare frequentò i cenobi fondati da <span style="color: #000000;">San Pacomio</span>. Ritornato in patria si ritirò sulle rive del fiume Iris vicino ad <span style="color: #000000;">Annosi</span> nel Ponto, dove iniziò a fondare delle comunità monastiche cenobitiche.  Intorno al <span style="color: #000000;">360</span> il vescovo <span style="color: #000000;">Eusebio di Cesarea</span> chiamò Basilio e gli conferì l&#8217;ordine del presbiterato. Dieci anni dopo, nel <span style="color: #000000;">370</span>, dopo la morte di Eusebio, venne eletto <span style="color: #000000;">Arcivescovo di Cesarea in Cappadocia</span>, Metropolita ed Esarca dell&#8217;intera regione del Ponto.  Combatté molto contro le dottrine <span style="color: #000000;">ariane</span> che, con l&#8217;appoggio dell&#8217;Imperatore <span style="color: #000000;">Valente</span>, stavano prendendo piede nella Chiesa. Lo stesso Imperatore tentò a più riprese di piegare Basilio a queste dottrine considerate dalle <span style="color: #000000;">Chiese Cristiane conciliari</span> eretiche, ma non lo contrastò mai direttamente, limitandosi a dividere in due diocesi la Cappadocia per sottrargli potere. Basilio difese l&#8217;ortodossia delle Chiese Cristiane conciliari anche contro i <span style="color: #000000;">Macedoniani</span> e l&#8217;Imperatore <span style="color: #000000;">Giuliano</span>.  Basilio fece costruire una cittadella della carità con locande, ospizi, ospedale e lebbrosario, chiamata Basiliade, questa fu la sua più grande opera, che gli valse il nome di Magno.  Dopo l&#8217;uccisione dell&#8217;imperatore Valente da parte dei <span style="color: #000000;">Goti</span> nel <span style="color: #000000;">378</span>, <span style="color: #000000;">Teodosio I</span> rese il <span style="color: #000000;">Cristianesimo</span> religione unica e obbligatoria dell&#8217;<span style="color: #000000;">Impero romano</span>, e sulla sede di <span style="color: #000000;">Costantinopoli</span>, con l&#8217;appoggio di Basilio, fu insediato Gregorio Nazianzeno. Di lì a breve, provato dalle austerità, dalle malattie e sfinito dalle preoccupazioni, Basilio morì il <span style="color: #000000;">1º gennaio</span> <span style="color: #000000;">379</span>.  San Basilio, per dare ordine ai suoi cenobi, dettò la &#8220;Grande Regola&#8221; (Regulae Fusius Tractatae) che comprende 55 articoli sui doveri generali del monaco, anche se Basilio parla genericamente di &#8220;fratello&#8221;. In un secondo momento redasse la &#8220;Piccola Regola&#8221; (Regulae Brevis Tractatae) che è una specie di casistica sulla vita monastica. In esse San Basilio presenta la vita monastica come lo stato ideale per raggiungere la perfezione cristiana, o meglio invita tutti, anche chi oggi definiremmo laico, a condurre, indipendentemente dalla propria condizione di vita, uno specifico stile di vita. Diede così origine all&#8217;<span style="color: #000000;">Ordine dei monaci basiliani</span> che da lui presero il nome.  All&#8217;<span style="color: #000000;">eremo</span>, tipico del primo monachesimo orientale, Basilio preferì il <span style="color: #000000;">cenobio</span>, che presuppone <span style="color: #000000;">celle</span> o <span style="color: #000000;">romitori</span> autonomi, ma con luoghi di <span style="color: #000000;">preghiera</span> e di lavoro in comune. Secondo San Basilio, il cenobio infatti era in grado di favorire la correzione dei difetti e l&#8217;aiuto scambievole tra i monaci.  San Basilio fece propria l&#8217;esperienza cenobitica di San Pacomio in Egitto, ma le attribuì un &#8220;carattere ordinale&#8221;, consistente nel voler conferire una dimensione familiare alle piccole comunità di monaci. Basilio figura tra le più influenti figure che hanno dato sviluppo al monachesimo nella cristianità. Non solo è riconosciuto come il padre del monachesimo orientale; ma gli storici gli attribuiscono anche una grande importanza per lo sviluppo di quello occidentale, in particolare per l&#8217;influsso che ebbe su <span style="color: #000000;">San Benedetto</span>. Con il suo esempio e i suoi insegnamenti Basilio esercitò una notevole influenza nella vita monastica del tempo, moderando l&#8217;austerità che fino ad allora aveva caratterizzato la vita monastica. Fornì anche un grande contributo nel coordinare le attività di lavoro e quelle di preghiera per assicurarne un più equilibrato ritmo nella giornata del monaco. Volle inoltre, cosa molto importante, che i monaci fossero integrati nella vita della Chiesa e vivessero inseriti nella comunità civile, dedicandosi anche, sotto l’autorità del <span style="color: #000000;">Vescovo</span>, all&#8217;esercizio del <span style="color: #000000;">ministero pastorale</span>. Per questo motivo molti erano anche <span style="color: #000000;">sacerdoti</span>, un elemento che distingue i <span style="color: #000000;">monaci basiliani</span>, oltre che dai <span style="color: #000000;">pacomiani</span>, anche dai <span style="color: #000000;">benedettini</span>, i cui appartenenti non necessariamente sono sacerdoti.  Per questo motivo San Basilio fondò i suoi monasteri non in luoghi deserti o impervi, ma nelle città o nelle loro vicinanze, in modo che la scelta del silenzio e del raccoglimento fosse legata alla dimensione caritativa soprattutto verso i poveri. Infatti, fondò delle vere e proprie cittadelle dove i monaci davano lavoro ai bisognosi, assistevano i malati, i poveri e gli orfani; queste cittadelle, in seguito, furono denominate &#8220;città basiliadi&#8221;. Fondamentali, nella regola basiliana, come si è detto, furono tanto il lavoro manuale, che rafforza il corpo, quanto la preghiera, che rinfranca lo spirito, come lo studio delle <span style="color: #000000;">Sacre Scritture</span>, che illumina la mente.  In Oriente l&#8217;Ordine Basiliano ebbe subito grande sviluppo. In Occidente fu trapiantato nell’<span style="color: #000000;">VIII secolo</span> in Sicilia, nella penisola Salentina e poi in Calabria dove conobbe la sua massima fioritura in seguito alle persecuzioni <span style="color: #000000;">iconoclaste</span> (contro tutti i cristiani che professavano il culto delle <span style="color: #000000;">Icone</span>), scatenate dall&#8217;Imperatore <span style="color: #000000;">Leone III di Bisanzio</span> l’Isaurico. I basiliani perseguitati vi si rifugiarono dalle altre provincie dell&#8217;Impero e dalla Sicilia, dove temevano l’avanzare degli arabi e l’avvento della religione musulmana. In Calabria essi trovarono condizioni favorevoli per fondare nuovi monasteri come il Patirion di Rossano o il monastero di San Giovanni Therestis a Stilo, così i basiliani diedero un contributo notevole allo sviluppo socio-economico-culturale della Calabria. Tanto che si diede ad essa l’appellativo di&#8221;Nuova Tebaide&#8221;. Dall’Italia meridionale poi il monachesimo basiliano si diffuse nel resto d&#8217;Europa</em>.</span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[5]</span> <em>Ultimo di quattro figli, tra cui la scultrice <span style="color: #000000;">Camille</span>, a causa dell&#8217;attività di alto funzionario dell&#8217;amministrazione statale svolta dal padre, è costretto a spostarsi continuamente, fino al trasferimento del <span style="color: #000000;">1882</span> della famiglia Claudel a Parigi. Resta comunque legato a Villeneuve, suo paese natale, specialmente per il rapporto con il nonno materno, morto nel <span style="color: #000000;">1881</span>. Durante la sua giovinezza a Parigi perde la fede ed entra in contatto con il <span style="color: #000000;">positivismo</span> imperante nella società dell&#8217;epoca, che però rifiuta decisamente preferendo il movimento anarchico. Contemporaneamente si interessa alla letteratura privilegiando, fra gli altri, <span style="color: #000000;">Shakespeare</span>, <span style="color: #000000;">Dante</span>, <span style="color: #000000;">Dostoevskij</span>, e tra i contemporanei <span style="color: #000000;">Zola</span>, <span style="color: #000000;">Hugo</span> e <span style="color: #000000;">Ernest Renan</span>. Conosce <span style="color: #000000;">Mallarmé</span> e partecipa ai suoi martedì, incontrando anche <span style="color: #000000;">Verlaine</span> e rimanendo affascinato dalla lettura di <span style="color: #000000;">Rimbaud</span>, cui rimarrà sempre legato. Durante questo periodo vive un travaglio interiore che lo porta alla conversione al <span style="color: #000000;">cattolicesimo</span> nel <span style="color: #000000;">1886</span>. Tale avvenimento, secondo il racconto dello stesso Claudel, avviene a <span style="color: #000000;">Notre-Dame de Paris</span>, ascoltando il <span style="color: #000000;">Magnificat</span> durante la Messa di <span style="color: #000000;">Natale</span>. La sua vena artistica, pur se molto discontinua, si sviluppa da questo momento in poi con temi profondamente cristiani. Quanto alla vita professionale, dopo aver svolto studi nel campo del diritto, lavora per il Ministero degli Esteri e intraprende la carriera diplomatica. Nel <span style="color: #000000;">1893</span> è console negli <span style="color: #000000;">Stati Uniti</span>, suo primo incarico all&#8217;estero. Da allora soggiorna in moltissimi paesi: <span style="color: #000000;">Cina</span> e <span style="color: #000000;">Giappone</span> (paesi dai quali rimane profondamente colpito), <span style="color: #000000;">Germania</span>, <span style="color: #000000;">Italia</span>, <span style="color: #000000;">Brasile</span>. Ritorna ancora una volta negli Stati Uniti nel <span style="color: #000000;">1927</span>, come ambasciatore. L&#8217;ultimo suo incarico è a <span style="color: #000000;">Bruxelles</span>. Nel <span style="color: #000000;">1935</span> si congeda dal lavoro. La sua movimentata carriera non gli impedisce di avere una famiglia: nel <span style="color: #000000;">1906</span> si sposa con Regina Perrin, dalla quale ha molti figli. Una sua nipote, Dominique, fu fidanzata di <span style="color: #000000;">Vittorio Emanuele di Savoia</span>. Nell&#8217;arco della sua vita si occupa di molti campi del sapere, pubblicando scritti anche di <span style="color: #000000;">politica</span>, <span style="color: #000000;">scienza</span>, <span style="color: #000000;">letteratura</span> ed <span style="color: #000000;">arte</span>. Nel <span style="color: #000000;">1946</span> viene eletto <span style="color: #000000;">accademico di Francia</span>. Muore nel <span style="color: #000000;">1955</span>, all&#8217;apice del successo, a causa di una crisi cardiaca. Il suo epitaffio, scritto da lui stesso, recita semplicemente &#8220;Qui riposano i resti e la semenza di Paul Claudel&#8221;.</em></span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[6]</span> <em>Non esiste né un&#8217;immagine autentica di Eckhart né un manoscritto originale. Anche l&#8217;attribuzione delle sue prediche e dei trattati in tedesco è talora controversa. I testi in latino &#8211; che sono pervenuti soltanto in parte &#8211; lasciano intravedere la sua mano. Malgrado queste numerose lacune si riescono a ricostruire alcuni passi della sua vita e della sua dottrina: Eckhart nasce, circa nel <span style="color: #000000;">1260</span>, figlio del cavaliere Eckhardus, dictus de Hocheim; precocemente, forse già nel <span style="color: #000000;">1275</span>, Eckhart entrò a <span style="color: #000000;">Erfurt</span> nell&#8217;ordine dei <span style="color: #000000;">domenicani</span>; dal <span style="color: #000000;">1277</span> al <span style="color: #000000;">1289</span> Eckhart acquisisce una formazione di base in artium, naturalium (<span style="color: #000000;">filosofia naturale</span>), solemne (<span style="color: #000000;">teologia</span>) e generale (<span style="color: #000000;">studium generale</span>), che si conclude con la sua ordinazione presbiterale. Questi studi furono effettuati presso i conventi che disponevano dei relativi insegnanti. Tali luoghi di insegnamento erano stabiliti dai capitoli provinciali dell&#8217;ordine. Gli atti dell&#8217;epoca della provincia teutonica non sono pervenuti se non qualche fragmento. Dunque è possibile che Eckhart abbia passato uno o più anni a Colonia, dove potrebbe avere conosciuto <span style="color: #000000;">Alberto Magno</span>; circa nel <span style="color: #000000;">1290</span> Eckhart riesce a iscriversi all&#8217;<span style="color: #000000;">Università di Parigi</span>, dove nel biennio <span style="color: #000000;">1293</span>/<span style="color: #000000;">1294</span> fu lettore delle sentenze di <span style="color: #000000;">Pietro Lombardo</span>; nel <span style="color: #000000;">1294</span> Eckhart diventa priore del convento domenicano di Erfurt e vicario dell&#8217;ordine per la <span style="color: #000000;">Turingia</span>. nel <span style="color: #000000;">1302</span> è di nuovo insegnante a Parigi, ora come magister<sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup>. Nelle sue „Quaestiones parisienses“ si ravviserebbe, secondo alcuni interpreti, il passaggio <span style="color: #000000;">teologico</span> da un&#8217;<span style="color: #000000;">ontologia</span> della sostanza a una <span style="color: #000000;">filosofia</span> dello <span style="color: #000000;">Spirito</span>. <span style="color: #000000;">1303</span>-<span style="color: #000000;">1310</span> Eckhart assume la guida della neocostituita provincia <span style="color: #000000;">sassone</span> dell&#8217;ordine, la cui sede viene da lui fissata, quale provinciale, presso il convento domenicano di Erfurt. A quest&#8217;epoca risalgono fra l&#8217;altro due prediche per il capitolo generale dell&#8217;ordine a <span style="color: #000000;">Tolosa</span> e a <span style="color: #000000;">Piacenza</span> e le lectiones sul <span style="color: #000000;">Siracide</span>, opere nelle quali è ulteriormente sviluppata la <span style="color: #000000;">filosofia</span> dello Spirito abbozzata nelle quaestiones. <span style="color: #000000;">1311</span>-<span style="color: #000000;">1313</span> Eckhart segue un secondo magisterium a Parigi. All&#8217;epoca soltanto <span style="color: #000000;">Tommaso d&#8217;Aquino</span> poteva vantare un tale curriculum. A quest&#8217;epoca risalgono i testi più importanti in <span style="color: #000000;">latino</span>; in specie le interpretazioni dei libri <span style="color: #000000;">veterotestamentari</span> del <span style="color: #000000;">Genesi</span>, <span style="color: #000000;">Esodo</span>, <span style="color: #000000;">Sapienza</span> nonché del <span style="color: #000000;">Vangelo di San Giovanni</span> e più tardi un voluminoso di prediche sempre in <span style="color: #000000;">lingua latina</span>. <span style="color: #000000;">1314</span> Eckhart diventa vicario generale del monastero domenicano di <span style="color: #000000;">Strasburgo</span>. Datano di questo periodo la maggior parte dei suoi scritti più conosciuti le „Deutschen Predigten“, ossia le prediche in tedesco. <span style="color: #000000;">1322</span> Eckhart assume la guida dello Studium generale di Colonia, dove egli stesso si era formato <span style="color: #000000;">1325</span> alcuni confratelli denunciano Eckhart presso l&#8217;arcivescovo di Colonia <span style="color: #000000;">Heinrich II von Virneburg</span> per affermazioni eretiche. <span style="color: #000000;">1326</span> la lista di 49 imputazioni a carico di Eckhart viene ridotta a 28. Per evitare il peggio nel <span style="color: #000000;">1327</span> Eckhart ritrattò le proprie tesi. <span style="color: #000000;">1328</span> Eckhart muore. Non si sa se durante un viaggio verso la corte di <span style="color: #000000;">papa Giovanni XXII</span> ad <span style="color: #000000;">Avignone</span> o già durante il ritorno verso Colonia. <span style="color: #000000;">23 marzo</span> <span style="color: #000000;">1329</span> delle 28 tesi incriminate 17 sono ritenute eretiche dalla bolla papale In agro dominico<sup><span style="color: #000000;">[2]</span></sup>. Delle altre 11 è criticata la lettera, in quanto avrebbe dato adito a fraintendimenti.</em></span></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[7]</span> <em>Blaise Pascal</em><em> (<span style="color: #000000;">Clermont-Ferrand</span>, <span style="color: #000000;">19 giugno</span> <span style="color: #000000;">1623</span> – <span style="color: #000000;">Parigi</span>, <span style="color: #000000;">19 agosto</span> <span style="color: #000000;">1662</span>) è stato un <span style="color: #000000;">matematico</span>, <span style="color: #000000;">fisico</span>, <span style="color: #000000;">filosofo</span> e <span style="color: #000000;">teologo</span> <span style="color: #000000;">francese</span>. <span style="color: #000000;">Bambino precoce</span>, fu istruito dal padre. I primi lavori di Pascal sono relativi alle <span style="color: #000000;">scienze naturali</span> e alle <span style="color: #000000;">scienze applicate</span>. Contribuì in modo significativo alla costruzione di calcolatori meccanici e allo studio dei <span style="color: #000000;">fluidi</span>. Egli ha chiarito i concetti di <span style="color: #000000;">pressione</span> e di <span style="color: #000000;">vuoto</span> per ampliare il lavoro di <span style="color: #000000;">Torricelli</span>. Pascal scrisse importanti testi sul metodo scientifico. A sedici anni scrisse un trattato di <span style="color: #000000;">geometria proiettiva</span> e, dal 1654 lavorò con <span style="color: #000000;">Pierre de Fermat</span> sulla <span style="color: #000000;">teoria delle probabilità</span> che influenzò fortemente le moderne teorie economiche e le <span style="color: #000000;">scienze sociali</span>.<sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup> Dopo un&#8217;esperienza mistica seguita ad un incidente in cui aveva rischiato la vita <sup><span style="color: #000000;">[2]</span></sup>, nel 1654, abbandonò <span style="color: #000000;">matematica</span> e <span style="color: #000000;">fisica</span> per dedicarsi alle riflessioni religiose e filosofiche. Morì due mesi dopo il suo 39º compleanno, nel 1662, dopo una lunga malattia che lo affliggeva dalla fanciullezza. Nato a <span style="color: #000000;">Clermont-Ferrand</span>, nell&#8217;<span style="color: #000000;">Auvergne</span>, Pascal perse la madre, Antoinette Begon, all&#8217;età di 3 anni, quando essa non si riprese dal parto della figlia Jacqueline Pascal (<span style="color: #000000;">1625</span> &#8211; <span style="color: #000000;">1662</span>). A causa di questo il padre, <span style="color: #000000;">Étienne Pascal</span> (<span style="color: #000000;">1588</span> &#8211; <span style="color: #000000;">1651</span>), <span style="color: #000000;">magistrato</span> e matematico, si occupò personalmente della sua educazione. Il giovane Blaise si rivelò assai precoce nello studio e nella comprensione della <span style="color: #000000;">matematica</span><sup><span style="color: #000000;">[3]</span></sup> e della <span style="color: #000000;">fisica</span>, tanto che fu ammesso alle riunioni scientifiche del circolo intorno a <span style="color: #000000;">Marin Mersenne</span>, che era in corrispondenza con i più grandi ricercatori del tempo, tra cui <span style="color: #000000;">Girard Desargues</span>, <span style="color: #000000;">Galileo Galilei</span>, <span style="color: #000000;">Pierre de Fermat</span>, <span style="color: #000000;">René Descartes</span> ed <span style="color: #000000;">Evangelista Torricelli</span>.<sup><span style="color: #000000;">[4]</span> </sup>Dal <span style="color: #000000;">1639</span> al <span style="color: #000000;">1647</span> fu a <span style="color: #000000;">Rouen</span>, dove suo padre aveva avuto un incarico da parte del <span style="color: #000000;">cardinale</span> <span style="color: #000000;">Richelieu</span>. Qui, nel <span style="color: #000000;">1640</span>, Blaise Pascal compose la sua prima opera scientifica &#8220;Sulle sezioni coniche&#8221; (Essai pour les coniques),<sup><span style="color: #000000;">[4]</span></sup> basata sul lavoro di Desargues, e nel <span style="color: #000000;">1644</span> costruì la sua prima macchina <span style="color: #000000;">calcolatrice</span>, la <span style="color: #000000;">Pascalina</span>.<sup><span style="color: #000000;">[4]</span></sup> Nel <span style="color: #000000;">1646</span>, inoltre, suo padre, che si era ferito in una caduta, fu curato da due gentiluomini della setta di <span style="color: #000000;">Giansenio</span>, che in breve convinsero sia lui che i figli ad abbracciare le idee religiose e morali gianseniste.<sup><span style="color: #000000;">[5]</span> </sup>Nel <span style="color: #000000;">1650</span>, a causa della sua salute cagionevole, Pascal lasciò temporaneamente lo studio della matematica. Nel <span style="color: #000000;">1653</span>, quando la salute migliorò, scrisse il Traité du triangle arithmétique, nel quale descrisse il <span style="color: #000000;">triangolo aritmetico</span> che porta appunto il suo nome. A seguito di un incidente avvenuto nel <span style="color: #000000;">1654</span> sul ponte di Neuilly, nel quale i cavalli finirono oltre il parapetto ma la carrozza si salvò miracolosamente, Pascal abbandonò definitivamente lo studio della <span style="color: #000000;">matematica</span> e della <span style="color: #000000;">fisica</span> per dedicarsi alla <span style="color: #000000;">filosofia</span> e alla <span style="color: #000000;">teologia</span>. <sup><span style="color: #000000;">[6]</span></sup> Da quel momento, Pascal entrò a far parte dei &#8220;solitari&#8221;, dell&#8217;<span style="color: #000000;">abbazia di Port-Royal</span>, laici dediti alla meditazione e allo studio, fra i quali vi era già sua sorella, e qui diventò membro della setta dei <span style="color: #000000;">giansenisti</span>, fondata e guidata dal vescovo <span style="color: #000000;">Giansenio</span>. Proprio in quel periodo si era accesa un&#8217;aspra controversia tra i giansenisti e i teologi dell&#8217;Università della <span style="color: #000000;">Sorbona</span> di <span style="color: #000000;">Parigi</span>, ed egli intervenne in tale disputa in difesa del Giansenismo. Il <span style="color: #000000;">23 gennaio</span> <span style="color: #000000;">1656</span> pubblicò le sue prime lettere, con lo pseudonimo di Louis de Montalte, scritte da un provinciale ad uno dei suoi amici, sulle dispute della Sorbona. A queste seguirono altre 17 lettere (l&#8217;ultima è datata <span style="color: #000000;">24 marzo</span> <span style="color: #000000;">1657</span>). Nel <span style="color: #000000;">1660</span>, il re <span style="color: #000000;">Luigi XIV</span> ordinò però la distruzione delle <span style="color: #000000;">Lettere provinciali</span> di Pascal, scritte in difesa del giansenista <span style="color: #000000;">Antoine Arnauld</span>. Proprio mentre pubblicava le sue Lettere, Pascal aveva concepito l&#8217;intenzione di scrivere una grande opera apologetica del <span style="color: #000000;">Cristianesimo</span> (oltre che del giansenismo). La sua salute già malferma, era divenuta ancor più fragile: morì il <span style="color: #000000;">19 agosto</span> <span style="color: #000000;">1662</span>, a soli trentanove anni. L&#8217;<span style="color: #000000;">autopsia</span> a cui fu sottoposto rivelò gravi disturbi a carico dello stomaco e dell&#8217;addome, nonché danni al tessuto <span style="color: #000000;">cerebrale</span> <sup><span style="color: #000000;">[7]</span></sup>, tuttavia la causa della morte e della salute cronicamente malferma non furono mai del tutto chiarite. Si pensa alla <span style="color: #000000;">tubercolosi</span>, ad un <span style="color: #000000;">tumore</span> allo stomaco, oppure ad una combinazione delle due malattie. Egli seguiva comunque, per ragioni etiche e morali, una dieta leggera, di tipo <span style="color: #000000;">vegetariano</span> <sup><span style="color: #000000;">[8]</span></sup>. Le emicranie che afflissero Pascal furono molto probabilmente causate dai danni al cervello. Fu sepolto nella <span style="color: #000000;">chiesa di Saint-Étienne-du-Mont</span>. Le bozze e gli appunti delle sue lettere furono raccolte da familiari e amici nei suoi celebri Pensieri, una profonda opera filosofica, morale e teologica dove è già tracciata la linea apologetica in favore del cristianesimo.</em></span></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[8]</span> <em>Primogenito di sette figli venne avviato dal padre Leonida allo studio delle lettere e alla conoscenza della <span style="color: #000000;">Sacra Scrittura</span>. Era appena diciassettenne quando, nel <span style="color: #000000;">202</span>, la <span style="color: #000000;">persecuzione di Settimio Severo</span> si abbatté sulla Chiesa di Alessandria. Suo padre fu incarcerato e successivamente decapitato, sempre sorretto dall&#8217;incoraggiamento del giovane figlio che gli inviò una lettera di esortazione al <span style="color: #000000;">martirio</span>.  Quando Leonida morì e le sue fortune vennero confiscate dalle autorità imperiali, il ragazzo lavorò duramente per sostenere la madre ed i fratelli. Aprì quindi una scuola di grammatica, e poco tempo dopo, assunse la direzione della scuola catechetica. Fu incaricato della preparazione al <span style="color: #000000;">battesimo</span> dei <span style="color: #000000;">catecumeni</span> dal vescovo <span style="color: #000000;">Demetrio</span> (Eusebio, Historia ecclesiastica, VI, II; Girolamo, De viris illustribus, LIV). Ebbe come allievi: <span style="color: #000000;">Basilide</span>, <span style="color: #000000;">Potamiena</span>, Plutarco, Sereno, Eraclide, Erone, un altro Sereno, ed Herais (Eusebio, Hist. eccl., VI, IV). Accompagnò molti di loro al martirio incoraggiandoli con le sue esortazioni.  Poiché gli ascoltatori aumentavano sempre più, fu costretto a dividere il corso, affidando ad <span style="color: #000000;">Eracla</span> la preparazione di base e mantenendo per sé quello superiore. L&#8217;insegnamento ad un pubblico eterogeneo, formato non solo da <span style="color: #000000;">cristiani</span> ma anche da <span style="color: #000000;">pagani</span>, <span style="color: #000000;">eretici</span> e <span style="color: #000000;">gnostici</span>, lo convinse della necessità di una conoscenza più approfondita, sia della Scrittura sia della filosofia. A tal fine si applicò anche allo studio della <span style="color: #000000;">lingua ebraica</span> e visitò la <span style="color: #000000;">Palestina</span> per rendersi conto di persona dei luoghi geografici descritti dalla Bibbia.  Frequentò le lezioni di <span style="color: #000000;">Ammonio Sacca</span> padre del <span style="color: #000000;">neoplatonismo</span> alessandrino. Tutto ciò non lo distolse dall&#8217;insegnamento e dalla pubblicazione dei suoi primi commenti alla scrittura. Tuttavia, l&#8217;eccessiva importanza data alla filosofia nella spiegazione della <span style="color: #000000;">verità</span> della fede dovette suscitare nella Chiesa di Alessandria qualche riserva sul suo pensiero.  Con il passare del tempo il sospetto si mutò in aperta rottura, tanto che quando fu <span style="color: #000000;">ordinato sacerdote</span> nel <span style="color: #000000;">230</span>, da <span style="color: #000000;">Teoctiso di Cesarea</span> e da <span style="color: #000000;">Alessandro di Gerusalemme</span>, senza l&#8217;autorizzazione del <span style="color: #000000;">vescovo</span> Demetrio, furono presi nei suoi confronti provvedimenti durissimi. Venne privato dell&#8217;insegnamento, deposto dall&#8217;<span style="color: #000000;">ordine presbiterale</span> e cacciato dalla <span style="color: #000000;">comunità</span>. Queste decisioni vennero ratificate dal <span style="color: #000000;">pontefice romano</span> <span style="color: #000000;">Ponziano</span> e da altri vescovi, ad eccezione di quelli della Palestina, Fenicia, Arabia e Acaia. Secondo alcuni autori, per il suo estremo rigore ascetico e per aver applicato alla lettera <span style="color: #000000;">Mt</span> <span style="color: #000000;">19,12</span> ed essersi evirato il vescovo Demetrio non lo aveva mai voluto ordinare <span style="color: #000000;">sacerdote</span><sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup>.  Abbandonata Alessandria si ritirò presso l&#8217;amico <span style="color: #000000;">Teoctiso</span>, a Cesarea di Palestina dove aprì una scuola di <span style="color: #000000;">teologia</span> che divenne la continuazione di quella di Alessandria. <sup><span style="color: #000000;">[2]</span></sup>. I dettagli di questa vicenda furono riportati da Eusebio nel secondo libro perduto dell&#8217;&#8221;Apologia per Origene&#8221;; secondo Fozio, che aveva letto l&#8217;opera, furono convocati ad Alessandria due <span style="color: #000000;">concili</span>, il primo di questi esiliò Origene, mentre l&#8217;altro lo depose dal sacerdozio (Bibliotheca Cod. 118). Girolamo, comunque, affermava espressamente che non fu condannato per alcun punto della sua dottrina.  All&#8217;insegnamento univa la predicazione alla comunità dei fedeli. Contemporaneamente si dedicava alla stesura di opere di diverso genere: commenti alla Scrittura, <span style="color: #000000;">omelie</span>, <span style="color: #000000;">lettere</span>, opere <span style="color: #000000;">ascetiche</span> e <span style="color: #000000;">apologetiche</span>. Durante la <span style="color: #000000;">persecuzione di Decio</span> (249-250), ormai vecchio, venne imprigionato e brutalmente torturato per la sua fede. Liberato, morì poco dopo per i maltrattamenti subiti. Venne sepolto a <span style="color: #000000;">Tiro</span> e la sua <span style="color: #000000;">tomba</span> era visibile fino al <span style="color: #000000;">XII secolo</span> nella <span style="color: #000000;">cattedrale</span> della città. </em></span></p>
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<div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[9]</span> <em>Monaco di Palestina e fecondo scrittore ascetico del VI secolo, nacque ad Antiochia nei primi anni del secolo, da famiglia facoltosa e molto cristiana, crebbe con la passione per gli studi, ricevendo un’eccellente educazione.  Decise per una vita di perfezione, quindi verso il 525 entrò nel monastero fondato e diretto dall’abate Seridos, nell’oasi di Thawata a poca distanza da Gaza, nel Meridione della Palestina.<br />
Venne affidato dall’abate a due grandi asceti del monastero: s. Giovanni detto il Profeta e s. Barsanufio, che da maestri di vita spirituale, spinsero il giovane al distaccamento progressivo da ogni cosa, all’ubbidienza, all’umiltà, alla mortificazione interiore, aiutandolo a superare gravi tentazioni e crisi di scoraggiamento.  Doroteo venne esonerato dalle tremende mortificazioni corporali in uso nel monachesimo orientale, a causa delle sue precarie condizioni di salute, debilitato dall’intenso lavoro intellettuale. Ebbe vari incarichi nel monastero, sia in portineria che in foresteria, dietro ordine dei due asceti sopra menzionati “i gerontes”, costruì un nosocomio per i monaci, che quando si ammalavano non avevano assistenza, usufruendo dell’aiuto finanziario del proprio fratello.  Fu incaricato anche della direzione spirituale dei monaci ed ebbe come novizio e discepolo Dositeo, santo monaco famoso in Oriente; in seguito fu messo al servizio di s. Giovanni il Profeta che assistette fino alla di lui morte.<br />
Morti l’abate Seridos e i due “gerontes”, Doroteo lasciò il monastero, non si sa bene il perché, andando a fondarne un altro tra Gaza e Maiuma che porterà il suo nome e dove trascorse il resto della sua vita.  Morì tra il 560 e il 580; del suo corpo, della sua tomba e del suo monastero non è rimasto più nulla, probabilmente tutto fu distrutto dagli arabi, quando presero Gaza nel 634. Di lui rimane la vasta raccolta di scritti, conferenze spirituali, omelie, Istruzioni ascetiche, esortazioni scritte dirette ai monaci.  La ‘Vita di s. Dositeo’ può considerarsi come il capolavoro di Doroteo perché fu scritta da un discepolo sotto sua ispirazione.  Questi scritti ascetici ebbero un enorme successo, che dura tuttora, soprattutto fra i monaci del Sinai nel secolo VII e poi da Costantinopoli mediante s. Teodoro Studita e tramite i monaci basiliani italo-greci, l’opera spirituale di s. Doroteo fu portata alla conoscenza del monachesimo occidentale, determinando un influsso vasto e benefico anche nella spiritualità della Compagnia di Gesù.  La bibliografia che riguarda le sue opere è molto vasta, essa va dai manoscritti greci, alle innumerevoli opere librarie, raccolte, ristampe ed edizioni che dalla invenzione della stampa ad oggi, sono state pubblicate in varie Nazioni.  I menei slavi riportano al 5 giugno la celebrazione di un s. Doroteo egumeno, che è senz’altro Doroteo di Gaza, mentre in quelli greci non vi è traccia del suo nome.</em></span></p>
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		<title>Grazia e collaborazione dell&#8217;uomo</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 12:39:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[GRAZIA  DIVINA E COLLABORAZIONE DELL’UOMO   A. Sinergia:  l’azione umano-divina L’uomo “religioso” ha sempre creduto di dover “ascendere” per trovare Dio. E ascendere vuol dire fatica e lavoro. Ma questo sforzo risulta smisurato alle forze umane. Come pretendere di giungere noi “finiti” all’ “infinito” di Dio? Nella fede cristiana invece è vero il contrario: non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ol>
<li>
<h1 style="text-align: center;"><strong></strong><span style="color: #800000;"><strong>GRAZIA  DIVINA E COLLABORAZIONE DELL’UOMO</strong></span></h1>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;" align="center"><span style="color: #000000;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>A. </strong><strong>Sinergia:  l’azione umano-divina</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’uomo “religioso” ha sempre creduto di dover “ascendere” per trovare Dio. E ascendere vuol dire fatica e lavoro. Ma questo sforzo risulta smisurato alle forze umane. Come pretendere di giungere noi “finiti” all’ “infinito” di Dio? Nella fede cristiana invece è vero il contrario: <strong>non siamo noi ad ascendere al cielo, ma è Dio che discende verso di noi per incontrarci e donarci la sua salvezza</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nella teologia ascetica viene posta una domanda importante: <strong>che funzione hanno, che valore, i nostri sforzi per acquisire la grazia, ovvero la vita divina? </strong>(è lo stesso problema rappresentato dal rapporto tra l’ascetica e la mistica, tra la praxis e la theoria).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’esperienza spirituale sia orientale che occidentale, soprattutto derivata dal vissuto monastico, insegna che <strong>vi è profonda unità tra ascesi e mistica. </strong> Nel progresso della vita spirituale deve esistere sempre una stretta collaborazione tra l’agire umano e la grazia di Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Qualcuno potrebbe dire: “Allora la grazia non è più grazia!”. Lo Pseudo Macario risponde all’obiezione: gli sforzi umani sono come il lavoro dell’agricoltore. Non basta zappare e seminare. Il raccolto dipende anche dal sole e dalla pioggia. Vi sono annate in cui si raccoglie poco nonostante l’impegno. Ma la regola normale resta sempre valida: meglio si lavorano i campi, migliore sarà la raccolta. Vale perciò la regola: sforzati e Dio verrà in aiuto al tuo sforzo da lui stesso suscitato in te. “<em>Che il sole risplenda o no nel cielo non dipende dal suolo coltivato o meno; ma se il sole risplende, non è indifferente che il suolo sia coltivato o incolto: un campo incolto fa ostacolo all’efficacia fecondatrice del sole. Così è per la grazia: avere o non avere la grazia non dipende dall’uomo, ma dalla liberalità di Dio; l’uomo, tuttavia, se Dio offre la grazia, può porre ostacolo e frustrare i suoi effetti</em>” (C.V. Truhlar)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ricordiamo che l’amore di Dio deve incontrare l’amore attivo da parte dell’uomo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>B. </strong><strong>Lavoro</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ad immagine di Dio che è Creatore-lavoratore anche noi siamo chiamati a collaborare-lavorare con Lui. Vivere vuol dire lavorare con Dio che lavora.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A causa del peccato il lavoro è divenuto penoso, esso richiede fatica e sudore (cfr Gn 3,19). La pena per il peccato, però non è il lavoro stesso – come nota san Giovanni Crisostomo – ma la fatica, il dolore, il disgusto di lavorare. Il cristiano che si purifica dal peccato e dalle sue conseguenze, libera dalla sua maledizione il lavoro affinché esso diventi di nuovo libera e gioiosa costruzione della propria perfezione, l’espressione dell’amore verso Dio e verso il prossimo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">E <strong>non esiste lavoro più importante di un altro</strong>. Esso se è secondo la volontà di Dio è il più importante per me. Fu il principio spirituale che santificò l’umile e semplice vita di san Giovanni Berchman<a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a>: “<em>Fa’ bene ciò che devi fare!</em>”.Una volta gli chiesero cosa avrebbe voluto fare se avesse saputo di dover morire subito dopo pranzo; rispose: “<em>Andrei a ricreazione con i miei compagni”</em>. <strong>Adempiere il proprio obbligo è la migliore devozione e preparazione alla morte</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Alcuni maestri insegnano ad eseguire tutto <strong>come se si trattasse dell’ultima opera della propria vita</strong>: consapevolmente, con gioia, con diligenza, ma anche con una santa leggerezza e senza ansia per il domani, o per il risultato esteriore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Teniamo poi conto che il nostro lavoro <strong>è espressione concreta dell’amore al prossimo</strong>. Un lavoro fatto bene, con solerzia, aiuta altri a vivere meglio. Non è indifferente questa attenzione, soprattutto nella propria famiglia, comunità o luogo di lavoro.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Per questo <strong>non ci è lecito disprezzare, come in antico, il lavoro manuale</strong>. Fu soprattutto il monachesimo a cambiare tale concezione, ribaltando una tendenza eretica (gli euchiti) che volevano esclusivamente dedicarsi alla preghiera. I cristiani non si vergognano di avere un Maestro che fu per trentanni un umile lavoratore. Paolo era un tessitore. Alcuni apostoli pescatori. San Giovanni Crisostomo se la prende con i cristiani che fanno troppo i “signori”: “<em>Dio ti ha dato le mani, gli schiavi li hanno fatti gli uomini”</em>. Paolo VI nel suo pellegrinaggio in terra santa ebbe a dire a Nazaret: “<em>Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù,  cioè la scuola del Vangelo… Vi impariamo una lezione di lavoro. Oh! Dimora di Nazaret, casa del “Figlio del falegname”! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana… Infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello</em>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">E’ vero che il lavoro manuale affatica e talvolta distrae: il suo scopo può apparire a prima vista solo un’utilità materiale. Tuttavia se deve divenire spirituale è necessario attribuirgli uno scopo spirituale perché abbia conseguenze positive a livello spirituale. Perciò è necessario trattare della “retta intenzione” in ogni attività umana, affinché sia trasfigurata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>C. </strong><strong>Attività esteriore ed interiore</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A causa delle occupazioni quotidiane siamo spesso portati a concentrarci sull’esterno. I maestri spirituali ci ammoniscono della necessità, almeno di tanto in tanto, di rientrare in noi stessi, a riprendere contatto con la nostra interiorità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">È impossibile che l’attenzione per l’esteriore sia completamente eliminata. Ma d’altra parte atti puramente interiori non esistono. Anche un puro pensiero in qualche modo dipende dalla materia e dall’esperienza. E vale il contrario: ciò che abbiamo in mente lo manifestiamo esteriormente.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Quindi <strong>fra pensiero “interno” ed azione “esterna” vi è una relazione simile a quella che c’è tra l’anima e il corpo. </strong>Il volto è lo specchio dell’anima ma non rivela mai totalmente il suo segreto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>D. </strong><strong>L’intenzione dà il valore alle opere</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La vera moralità del nostro agire scaturisce dal cuore, ma il cuore non riesce mai completamente ad immetterla nel nostro agire esteriore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Rinnovare spesso le buone intenzioni</strong> <strong>corrisponde allo sforzo di ristabilire l’unità fra l’azione “esterna” e quella “interna”</strong>. Anche se sappiamo che questa unità, qui in terra, non sarà mai perfetta. La buona intenzione santifica i mezzi (evidentemente quelli che non sono immorali), l’intenzione cattiva rende immorale anche l’opera in sé buona.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Affinché un atto sia meritorio non è sufficiente un motivo solo umano. Non basta pentirsi di aver rubato poiché la polizia mi ha scoperto! Il lavoro non è meritorio se lo compio con l’ottica di far soldi. Eppure la maggior parte dei nostri atti sono compiuti con motivazioni puramente umane. Ma teniamo presente che in ogni atto possono partecipare diverse motivazioni Alcuni di questi motivi sono sentiti più vicini, altri sembrano lontani. In teologia si distingue l’intenzione “attuale”, quella che mi spinge immediatamente all’azione (corro se non perdo il treno), dall’intenzione “virtuale”. A quest’ultima non penso, eppure essa è il vero motivo (devo andare a trovare una persona in difficoltà).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Allora alcuni teiologi affermano che <strong>l’opera meritoria deve avere un motivo soprannaturale, questo però non deve necessariamente essere attuale, può essere anche virtuale.</strong> Il cristiano ha deciso, una volta per sempre, di voler salvare la propria anima e di evitare tutto ciò che è peccato. Questa intenzione non viene facilmente revocata e allora è valida anche se, nella fretta della vita non ci pensiamo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Scrive l’autore dell’ Imitazione di Cristo: “<em>Non fidarti dei tuoi sentimenti; ciò che oggi tu senti potrà cambiare presto. Finché vivrai sarai soggetto, anche tuo malgrado, a questa instabilità, sicché sarai ora lieto, ora triste, ora sereno, ora turbato; ora devoto, ora freddo, ora diligente, ora pigro, ora grave, ora leggero. Ma chi ha lo spirito saggio e illuminato, sta saldo fra questi mutamenti, senza preoccuparsi di ciò che sente dentro di sé, né da qual parte spiri il vento dell’incostanza, procurando che tutta l’attenzione della sua mente sia fissa al giusto e desiderato fine. Soltanto in tal modo, infatti, egli potrà conservarsi fermo e stabile, tenendo fisso in me (nel Signore) lo sguardo puro della sua retta intenzione, attraverso i suoi più vari eventi”. </em>(Imitazione di Cristo, III, 33,1).</span></p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>E.  </strong><strong>Formulare le intenzioni buone</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Chi vive la vita religiosa più autenticamente diventa sempre più cosciente e consapevole dei motivi superiori, inizialmente nascosti. Egli cerca di rendersene conto e di rafforzarli. Questa pratica viene denominata come un “formulare la buona intenzione”. Dovremmo <strong>apprendere l’arte spirituale di svegliare quotidianamente la buona intenzione. </strong>Il Movimento dell’”Apostolato della preghiera” ad esempio propone una preghiera specifica: “<em>Cuore divino di Gesù, io ti offro, per mezzo del cuore immacolato di Maria madre della Chiesa, in unione al Sacrificio eucaristico, le preghiere e le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno: in riparazione dei peccati e per la salvezza di tutti gli uomini, nella grazia dello Spirito Santo, a gloria del divin Padre</em>”.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La buona intenzione, se formulata, <strong>allarga la dimensione soprannaturale del nostro agire</strong>; le nostre buone opere divengono meritorie, il nostro lavoro si inserisce maggiormente nel piano della salvezza. Ma questo non deve ridursi a devotissimi sospiri e nulla più! Forse è meglio non partire dall’alto con propositi che rischiano di disperdersi, ma dal “basso” offrendo al Signore quello che in quel momento si sta compiendo. Il teologo K. Rahner<a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> definisce questo come “<strong><em>purificazione delle motivazioni</em></strong><em>”. </em>Gli impulsi molteplici che si vivono durante la giornata ricevono in tal modo tutti la giusta direzione e il giusto valore. Ciò porta come frutto la pace, l’abbandono in Dio, la consapevolezza della sua presenza.</span></p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>F.  </strong><strong>Forza della volontà umana</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nella morale cristiana si distinguono tre facoltà: affettività, la ragione e la volontà.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ora l’esperienza ci dice che spesso <strong>pur conoscendo il bene facciamo il contrario</strong>. San Giovanni Crisostomo affermava che: “<em>Nessuno può fare danno all’uomo se non lui stesso”. </em>E i maestri insegnano che “<em>per salvarci non abbiamo bisogno di altro se non il volere</em>”. Ma questo non sembra pelagianesimo<a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a>?  Secondo Agostino al contrario l’uomo da solo non è altro che peccato, e senza la grazia di Dio non saremmo neppure capaci di pensare il bene tantomeno di farlo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">La frase di san Giovanni Crisostomo afferma che <strong>al cristiano che ha già ricevuto la grazia nel battesimo, per salvarsi necessita anche il voler salvarsi.</strong> Paolo apostolo condensa il problema in una frase: “<em>Tutto posso in colui che mi dà la forza” </em>(Fil 4,14).</span></p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>G. </strong><strong>Libertà</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel discorso riguardante la libertà occorre tener presente e salvaguardare sia la piena libertà dell’uomo ma altresì, logicamente, anche la piena e totale libertà di Dio. Dato poi che la libertà umana è riflesso di quella divina, essa deve avere proprietà simili.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Piena libertà è la possibilità di fare sia il bene che il male: ma come mai allora si definisce peccaminosa la scelta del male fatta in libertà? Occorre uscire da una visione troppo ristretta di libertà.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">San Gregorio di Nissa<a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> usa un paragone illuminante: lo fidanzato che ama la sua ragazza si sente libero solo nel momento in cui nulla gli impedisce di prenderla per moglie. In un senso simile era libero anche l’uomo innocente. Aveva libero accesso a Dio, comunicava con lui. Il peccato ha chiuso le porte del Paradiso. Abbiamo, quindi, perduto la libertà di essere con Dio. Non del tutto, però: qualche residuo di quella libertà ci è rimasto, l’uomo lo ha portato con sé dal Paradiso. Ancora adesso possiamo fare la scelta tra il bene e il male. Se decidiamo di fare il bene ci facilitiamo di nuovo, l’accesso a Dio: cresciamo, quindi, nella libertà. Se, al contrario, facciamo il male, approfittiamo della nostra possibilità di scegliere per un ulteriore indebolimento della vera libertà, ponendo ostacoli al nostro libero accesso a Dio. La possibilità di scegliere fra l’uno e l’altro è, quindi, un grande dono. Serve per far crescere la libertà in Cristo. Se ne abusiamo, conduce all’apostasia da Dio, al peccato, e quindi, alla schiavitù.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">“<em>Se l’uomo non riconosce su di sé l’unica autorità di colui che lo modella, che lo fa essere, questo uomo perderà la sua libertà molto rapidamente, si foggerà lui stesso dei miti o delle pseudodivinità, si metterà a strisciare davanti a delle altre potenze, e non sarà più se stesso. Esiste una sola potenza che può imporsi a tutta la creazione senza farle violenza: la potenza di colui per mezzo del quale esiste, nella pienezza della sua libertà, la creazione stessa</em>” (J.D. Barthélemy, Dio e la sua immagine)</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>Il progresso spirituale è una graduale crescita verso la libertà dei figli di Dio (Rm 8,21). </strong>Questa crescita è lenta e faticosa. Faticosa perché, soggiogati dalla menzogna del male, raramente conosciamo la pura libertà e soccombiamo alle illusioni. La relazione con gli altri dovrebbe aiutarci a crescere nel bene, eppure spesso accade il contrario: si vive in un contesto di indifferenza, di violenza. La relazione con Dio è ostacolata da un ambiente ateo, agnostico, materialista e consumista che innalza nuovi idoli contrari al Vangelo. «<em>Una libertà nemica o indifferente verso Dio finisce col negare se stessa e non garantisce il pieno rispetto dell’altro. Una volontà che si crede radicalmente incapace di ricercare la verità e il bene non ha ragioni oggettive né motivi per agire, se non quelli imposti dai suoi interessi momentanei e contingenti, non ha una “identità” da custodire e costruire attraverso scelte veramente libere e consapevoli. Non può dunque reclamare il rispetto da parte di altre “volontà”, anch’esse sganciate dal proprio essere più profondo, che quindi possono far valere altre “ragioni” o addirittura nessuna “ragione”. L’illusione di trovare nel relativismo morale la chiave per una pacifica convivenza, è in realtà l’origine della divisione e della negazione della dignità degli esseri umani</em>». (<em>Benedetto XVI)</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La grazia di Cristo tuttavia svolge in noi se le acconsentiamo la sua opera di liberazione da tutto questo. La fede ci rende liberi dalle opinioni, dalle illusioni, dalle paure. Con l’ascesi possiamo vincere le attrattive al male da parte delle nostre passioni.<br />
</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><strong>L’iniziativa di tutto questo viene da Dio, il quale da noi esige il nostro libero “fiat”, il nostro libero consenso al bene. </strong>La scrittura esorta: <em>Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio </em>(1Pt 2,16)</span></p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>H.  </strong><strong>L’abbandono alla volontà di Dio</strong></span></p>
<p><span style="color: #000000;">In ogni opera buona si unisce sia la nostra libera azione come anche la volontà di Dio che l’ha ispirata. La volontà umana è nelle mani di Dio come un libero strumento: è chiamata a sottomettersi liberamente.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">“<em>La perfezione</em>, scrive san Vincenzo de’ Paoli<a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a>, <em> è nell’unire la nostra volontà con quella di Dio in modo tale che vi sia lo stesso volere”</em>. Giungere a questa perfezione è tutt’altro che facile: è un vero rinnegamento di sé. L’obbedienza ai comandamenti è solo un primo passo, fondamentale. Quando preghiamo il Pater dicendo: “<em>Sia fatta la tua volontà</em>” se lo diciamo con amore sincero, ci riconciliamo con tutto ciò che Dio opera nel mondo e con il modo in cui egli dispone della nostra vita. Cassiano scrive <em>“Sia fatta la tua volontà”. Una preghiera di tal genere potrà liberarla dal profondo del cuore colui che crede aver Dio disposto tutte le cose di questo mondo per il nostro bene: gioie e dolori. Chi prega così deve credere che la Provvidenza divina ha più sollecitudine per la salvezza e il bene di coloro che ad essa si affidano, di quel che non siamo solleciti noi per noi stessi.</em> (Conferenze, 9,20)</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">È più utile immaginarsi la volontà di Dio non come una legge che ordina e proibisce, ma, piuttosto, come una madre tenera che sorveglia ogni passo di suo figlio. Dice Agostino: “<em>Non accade assolutamente nulla di ciò che l’Onnipotente non vuole; o permette che sia fatto o lo fa egli stesso”.</em> Giuliana di Norwich riporta la sua esperienza (Rivelazioni dell’amore di Dio): <em>Imparai dalla grazia di Dio che dovevo rimanere fermamente nella fede, e quindi dovevo saldamente e perfettamente credere che tutto sarebbe finito in bene: “Tu stessa – mi disse il Signore – vedrai che ogni specie di cosa sarà per il bene, nient’altro che bene”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’atteggiamento da  assumere è quello che Gesù stesso ci offre: “<em>Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?” </em>(Mt 6,25-26).</span></p>
<p><span style="color: #800000;"> <strong>I.     </strong><strong>La vera e la falsa incuria</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gli scrittori spirituali greci parlano della “<em>amerimnia</em>”: è la libertà interiore da tutte le preoccupazioni “<em>inutili e utili</em>” (G. Climaco). In effetti viviamo spesso sempre preoccupati per qualcosa, e questo diventa un peso nel nostro camminare nella vita spirituale. Gli insuccessi ci deprimono, esultiamo per i successi: la critica ci toglie il gusto del lavoro, una vana lode ci spinge a fare esagerazioni che non servono a nulla. Volenti o nolenti siamo sotto l’influsso delle impressioni che non corrispondono alla realtà. Spesso ci immaginiamo il risultato positivo dei nostri sforzi magari anche di alto livello spirituale. Sant’Ignazio avverte che il nostro unico scopo è “<em>cercare con ogni sforzo e trovare la volontà di Dio</em>”. Piani e programmi per il futuro hanno senso solo in questo contesto, altrimenti diventano un tiranno che ci schiaccia e che distoglie dall’essenziale. Non ci meraviglia che alcuni santi considerassero come tentazione non solo i programmi, ma anche qualsiasi preoccupazione per il domani.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nel tempo in cui la Campania fu desolata da una gravissima carestia, l&#8217;uomo di Dio aveva dato via in elemosina a molti poveri tutti i viveri che si trovavano in monastero. Nella dispensa non era rimasto nient&#8217;altro che un poco di olio entro un&#8217;ampolla di vetro.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Gli esempi non mancano. Nella vita di Benedetto, Gregorio Magno<a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a> narra: “<em>Capitò un suddiacono di nome Agapito, e chiese caldamente se poteva avere la carità di un po&#8217; di olio. L&#8217;uomo di Dio, che si era proposto di dare via tutto sulla terra per tutto depositare nei tesori del cielo, ordinò che senz&#8217;altro gli fosse consegnato quel poco ch&#8217;era rimasto. Il monaco incaricato della dispensa, sentì molto bene la disposizione del superiore, ma non aveva proprio alcuna voglia di metterla in pratica. Richiesto poco dopo dal santo se era stata fatta quell&#8217;elemosina come aveva comandato, il monaco rispose di non aver dato nulla perché se avesse dato via anche quello, per i monaci non sarebbe poi rimasto più niente. Allora comandò con energica severità che fosse immediatamente gettata dalla finestra l&#8217;ampolla di vetro con l&#8217;olio, perché nella dispensa nulla rimanesse per disobbedienza; e fu fatto così. Sotto la finestra si apriva un gran precipizio, irto di grossi macigni. L&#8217;ampolla di vetro piombò con violenza sui sassi, ma rimase intatta, come se non fosse stata scagliata: non si infranse, né l&#8217;olio si versò. L&#8217;uomo di Dio la fece raccogliere e, integra com&#8217;era, la fece immediatamente consegnare a chi la chiedeva</em>” (c. 22).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gli ordini mendicanti nacquero sulla spinta di una riforma della vita religiosa che testimoniasse una completa libertà dal peso e dall’ansia procurata dal possesso di beni. Nonostante il coraggio e fede dei fondatori questi ordine dovettero poi tutti rientrare in una mitigazione della severità dell’ispirazione originale. Vi potrebbero anche essere pericoli in una ricerca fanatica di questa pratica del distacco. È ovvio che guidando l’auto non devo farlo nell’ansia e nella preoccupazione di un incidente, tuttavia devo preoccuparmi di mantenere l’auto in buone condizione, e che io sia ben sobrio e prudente quando guido. San Francesco di Sales scrive: “<em>So che Dio mi chiede di non preoccuparmi né della malattia né della buona salute, ma so anche che è espressa volontà di Dio di chiamare il medico ed usare i medicamenti quando ce n’è bisogno”.<br />
</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;">Sotto l’aspetto psicologico sono due aspetti molto diversi: occuparsi di qualcosa e preoccuparsi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Teniamo presente che esiste una falsa fiducia nella Provvidenza (simile al quietismo), una pigra attesa di “ispirazioni”. La Chiesa giustamente aveva condannato la sentenza di Molinos<a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a>: “<em>Chi ha ceduto la sua libera volontà a Dio, non deve essere preoccupato di nulla, né per l’inferno, né per il paradiso; non deve neanche desiderare la propria perfezione, le virtù, la santità e neanche la sua salvezza”. </em>Può sembrare bello un devoto sospiro: “Lasciamo fare al Signore!”. Però, per utilizzarlo al momento giusto, è bene tenere davanti agli occhi ciò che dice p. Surin nel suo “Catechismo spirituale”: “<em>E’ bene lasciar fare al signore Dio, quando è lui stesso che agisce. Ma non è giusto lasciar fare tutto al Signore, quando egli vuole che facciamo qualche cosa noi”.</em></span></p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[1]</span> <em>Nacque il 12 marzo 1599 a Diest nelle Fiandre, primogenito dei cinque figli di Giovanni Berchmans, calzolaio e conciatore di pelli, e di Elisabetta, figlia del borgomastro Adriano Van den Hove. Avviatosi verso la vita ecclesiastica, iniziò gli studi latini nella Scuola Grande di Diest; ma nel 1612 il padre si vide costretto per motivi economici, a chiedere a Giovanni di abbandonare gli studi intrapresi e di imparare un mestiere, ma il sostegno di alcuni familiari rese possibile un&#8217;altra soluzione più confacente alle doti e all&#8217;impegno del ragazzo. A metà settembre 1612, Giovanni entrò infatti nella casa del canonico Froymont, a Malines, per continuare i suoi studi presso la Scuola Grande di questa città, ma serviva al tempo stesso come cameriere il Froymont e come istitutore alcuni giovanissimi ragazzi della nobiltà, convittori nella canonica.  Egli voleva entrare nella Compagnia di Gesù ma dovette superare la resistenza oppostagli dal padre, che sognava per lui una ricca prebenda, vi riuscì in maniera così convincente che il padre stesso, dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1616, abbracciò lo stato ecclesiastico e divenne sacerdote.  Completati gli studi, intenzionato a diventare <span style="color: #000000;">sacerdote</span>, il <span style="color: #000000;">24 settembre</span> <span style="color: #000000;">1618</span> emise la prima professione religiosa divenendo novizio gesuita e nel <span style="color: #000000;">1619</span> si trasferì a Roma per completare gli studi filosofici presso il <span style="color: #000000;">Collegio Romano</span> (l&#8217;attuale <span style="color: #000000;">pontificia Università Gregoriana</span>) dove, ammalatosi, morì solo due anni dopo, il 13 agosto 1621. </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[2]</span> <em>Karl Rahner crebbe in una famiglia cattolica medio-borghese; suo padre insegnava presso un istituto magistrale. In gioventù frequentò il movimento cattolico del Quickborn dove conobbe <span style="color: #000000;">Romano Guardini</span>. Dopo aver conseguito la licenza liceale, entrò nell&#8217;ordine dei <span style="color: #000000;">gesuiti</span> nel <span style="color: #000000;">1922</span> (già suo fratello maggiore Hugo vi era entrato nel <span style="color: #000000;">1919</span>; altri due fratelli diventarono medici). Studiò in seguito filosofia e teologia a <span style="color: #000000;">Feldkirch</span>, <span style="color: #000000;">Pullach</span>, <span style="color: #000000;">Valkenburg</span>, <span style="color: #000000;">Freiburg i.Br.</span> e <span style="color: #000000;">Innsbruck</span>. Decisiva si rivelò, per la formazione di Rahner, la partecipazione ai seminari di <span style="color: #000000;">Martin Heidegger</span> negli anni <span style="color: #000000;">1934</span> – <span style="color: #000000;">1936</span>. Nel <span style="color: #000000;">1939</span> Rahner ottenne la prima docenza a <span style="color: #000000;">Vienna</span>. Negli ultimi anni della <span style="color: #000000;">Seconda guerra mondiale</span> svolse pure attività pastorale nella <span style="color: #000000;">Bassa Baviera</span>. Dopo il conflitto proseguì l&#8217;attività di docente, dapprima quale insegnante di <span style="color: #000000;">dogmatica</span> alla scuola superiore dell&#8217;ordine a Pullach. Dal <span style="color: #000000;">1948</span> fu docente e dall&#8217;anno successivo professore ordinario di dogmatica presso l&#8217;<span style="color: #000000;">Università di Innsbruck</span>. Nel <span style="color: #000000;">1963</span> <span style="color: #000000;">Papa Giovanni XXIII</span> lo chiamò fra i teologi del <span style="color: #000000;">Concilio Vaticano II</span>, alla cui preparazione egli aveva già peraltro contribuito. Nel <span style="color: #000000;">1964</span> Rahner successe a <span style="color: #000000;">Romano Guardini</span> nella cattedra presso la <span style="color: #000000;">Ludwig-Maximilians-Universität München</span>. Le sue lezioni presso questa università sul tema “introduzione al cristianesimo” fungeranno da base per la sua opera fondamentale apparsa nel <span style="color: #000000;">1975</span> con il titolo Grundkurs des Glaubens. In questi anni si accese anche il suo <span style="color: #000000;">impegno</span>, sotto forma di <span style="color: #000000;">saggi</span> ed articoli, in favore del <span style="color: #000000;">pacifismo</span>, del <span style="color: #000000;">disarmo nucleare</span>, dell&#8217;aiuto ai paesi del <span style="color: #000000;">Terzo Mondo</span> e della lotta contro lo sfruttamento dei popoli oppressi (con particolare attenzione ai movimenti della <span style="color: #000000;">teologia della liberazione</span>).  Dal <span style="color: #000000;">1967</span> al pensionamento, nel <span style="color: #000000;">1971</span>, fu professore ordinario di dogmatica e <span style="color: #000000;">storia del dogma</span> presso la <span style="color: #000000;">Westfälischen Wilhelms-Universität</span> di <span style="color: #000000;">Münster</span>. Nel <span style="color: #000000;">1971</span> fu nominato dalla Hochschule für Philosophie München professore onorario per le questioni filosofiche e teologiche &#8220;di frontiera&#8221;. Nel <span style="color: #000000;">1981</span> si trasferì a Innsbruck, dove morì nel <span style="color: #000000;">1984</span> e dove è sepolto nella cripta della Chiesa dei Gesuiti.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[3]</span> <em>Il pelagianesimo detto anche pelagianismo o predestinazionismo è un movimento religioso cristiano fondato nei primi secoli del <span style="color: #000000;">Cristianesimo</span> da <span style="color: #000000;">Pelagio</span> e <span style="color: #000000;">Celestio</span>. Le teorie pelagianesime furono combattute da <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Agostino</span> e vennero definitivamente condannate come <span style="color: #000000;">idee eretiche</span> nel <span style="color: #000000;">Concilio di Efeso</span> del <span style="color: #000000;">431</span>. Ciononostante continuò per un certo periodo ad avere influenza in ambito ecclesiastico. Pelagio e Celestio svilupparono questa teoria come reazione al monachesimo ascetico di <span style="color: #000000;">San Girolamo</span> e al <span style="color: #000000;">fatalismo</span> <span style="color: #000000;">manicheo</span>, presente nella Chiesa del tempo: si pensi a <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Agostino</span> che in gioventù fu manicheo.  Secondo la Chiesa (sia <span style="color: #000000;">cattolica</span> sia <span style="color: #000000;">ortodossa</span>) il pelagianesimo riduceva la salvezza eterna a qualcosa di raggiungibile con le sole proprie forze: magari anche un ideale di santità molto alto e difficile da raggiungere, ma che comunque avrebbe potuto essere conquistato dalla volontà dell&#8217;uomo. La dottrina della Chiesa, invece, considerava l&#8217;uomo incapace, dopo il <span style="color: #000000;">peccato originale</span>, di vivere appieno i doni di Dio senza l&#8217;ausilio decisivo della sua <span style="color: #000000;">grazia</span>. <span style="color: #000000;">Pelagio</span> negava la trasmissibilità a tutta l’umanità del peccato di <span style="color: #000000;">Adamo</span> (che secondo lui era mortale anche prima di commettere il peccato), motivandola col fatto che ciascuno è responsabile delle proprie azioni, non di quelle di un altro: venivano così negati anche gli effetti del peccato originale sulla natura umana: era impossibile che l&#8217;<span style="color: #000000;">anima</span>, creata da Dio, fosse caricata di un peccato non commesso personalmente.  Di conseguenza, i <span style="color: #000000;">pelagiani</span> rifiutavano la prassi del <span style="color: #000000;">battesimo</span> dei bambini. Negli adulti esso cancellerebbe i peccati commessi in precedenza, mentre non si può dire che questo possa avvenire anche per i bambini; quindi il <span style="color: #000000;">battesimo</span> degli infanti non avrebbe avuto altro scopo, secondo <span style="color: #000000;">Pelagio</span>, che quello di aprire loro il &#8220;regno dei cieli&#8221;: i bambini morti senza battesimo avrebbero comunque la vita eterna, anche se non entrerebbero nel &#8220;regno dei cieli&#8221;, che è soltanto una porzione eletta del <span style="color: #000000;">paradiso</span>. All&#8217;obiezione che era antica l&#8217;usanza di battezzare i bambini, <span style="color: #000000;">Pelagio</span> rispondeva che il <span style="color: #000000;">battesimo</span> è l&#8217;espressione dell&#8217;accoglienza nella comunità cristiana: con il battesimo la persona è incorporata in <span style="color: #000000;">Cristo</span>, entra nel &#8220;regno dei cieli&#8221;.  Il pelagianesimo, comunque, prediligeva l&#8217;attitudine della libertà umana a scegliere a proprio arbitrio fra il bene e il male e ad adempiere, con le proprie forze, la legge divina. </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[4]</span> <em>Educato dal fratello <span style="color: #000000;">san Basilio Magno</span>, Gregorio si diede dapprima alla <span style="color: #000000;">retorica</span> ed alla vita secolare per un&#8217;improvvisa crisi spirituale, per poi vivere per un po&#8217; nel monastero di Basilio, e infine dedicarsi, dal <span style="color: #000000;">371</span>, all&#8217;episcopato della città di <span style="color: #000000;">Nissa</span> (da cui prese l&#8217;epiteto di &#8216;Nisseno&#8217;).  Avversario degli <span style="color: #000000;">Ariani</span>, fu vittima delle persecuzioni dell&#8217;imperatore ariano Valente e dovette lasciare Nissa, accusato di malversazioni economiche, nel <span style="color: #000000;">376</span>. Vi rientrò trionfalmente nel <span style="color: #000000;">379</span>.  Soprattutto dopo la <span style="color: #000000;">morte</span> del fratello, quasi raccogliendone l’eredità spirituale, cooperò al trionfo dell’ortodossia. Partecipò a vari <span style="color: #000000;">sinodi</span>; cercò di dirimere i contrasti tra le Chiese; prese parte attiva alla riorganizzazione ecclesiastica e, come «colonna dell’ortodossia», fu un protagonista del <span style="color: #000000;">Concilio di Costantinopoli</span> del <span style="color: #000000;">381</span>, che definì la divinità dello <span style="color: #000000;">Spirito Santo</span>. Ebbe vari incarichi ufficiali da parte dell’imperatore Teodosio I, pronunciò importanti omelie e discorsi funebri, si dedicò a comporre diverse opere teologiche. Nel 394 partecipò ancora a un sinodo tenutosi a Costantinopoli. Non è conosciuta la data della sua morte. Gregorio Nisseno, pur essendo il più giovane dei &#8220;Padri Cappadoci&#8221;, è quello che più coerentemente ed organicamente opera un&#8217;assimilazione filosofica della letteratura pagana alla fede cristiana, improntando le sue opere all&#8217;affermazione che il valore paideutico della letteratura classica ha per instradare l&#8217;anima alla virtù.  Se è un merito questo suo atteggiamento &#8220;classicistico&#8221;, gli manca però una robusta personalità che, come per Basilio e <span style="color: #000000;">San Gregorio Nazianzeno</span>, sostenga la speculazione teologica. Il Nisseno è di certo un ottimo dialettico e speculatore e riprende in maniera organica e sistematica la <span style="color: #000000;">dottrina trinitaria</span> e teologica di <span style="color: #000000;">Origene</span>, innestandola sul tronco <span style="color: #000000;">neoplatonico</span>, ma non ha una capacità di trascinare il lettore, nonostante numerosi artifici retorici.  Gregorio, inoltre, è insigne per la sua dottrina spirituale. Tutta la sua teologia non era una riflessione accademica, ma espressione di una vita spirituale, di una vita di fede vissuta. Da grande «padre della mistica» prospettò in vari trattati – come La professione cristiana e La perfezione cristiana – il cammino che i cristiani devono intraprendere per raggiungere la vera vita, la perfezione. </em></span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[5]</span> <em>Nato da un&#8217;umile famiglia contadina a Pouy, un borgo contadino presso <span style="color: #000000;">Dax</span>, grazie ad un ricco avvocato della zona riuscì a studiare <span style="color: #000000;">teologia</span> a <span style="color: #000000;">Tolosa</span> e venne <span style="color: #000000;">ordinato</span> sacerdote il 23 settembre 1600. Nel 1605, mentre viaggiava su una nave da <span style="color: #000000;">Marsiglia</span> a <span style="color: #000000;">Narbona</span>, venne catturato dai pirati turchi e venduto come schiavo a <span style="color: #000000;">Tunisi</span>: venne liberato due anni dopo dal padrone, che era riuscito a convertire al <span style="color: #000000;">cristianesimo</span>.  Entrò a corte come cappellano ed elemosiniere di <span style="color: #000000;">Margherita di Valois</span>; fu poi curato a <span style="color: #000000;">Clichy</span>, dove mise da parte le preoccupazioni materiali e di carriera e si dedicò intensamente all&#8217;insegnamento del <span style="color: #000000;">catechismo</span> e soprattutto all&#8217;aiuto agli infermi ed ai poveri: fondamentale per la sua maturazione spirituale fu il suo incontro con <span style="color: #000000;">Francesco di Sales</span>.  Nel 1613 entrò come precettore al servizio dei marchesi di <span style="color: #000000;">Gondi</span> (il marchese era governatore generale delle galere): grazie al sostegno economico dei suoi protettori, Vincenzo de&#8217; Paoli riuscì a moltiplicare le iniziative caritatevoli a favore dei diseredati e dei bambini abbandonati; su richiesta della marchesa, che intendeva migliorare le condizioni spirituali dei contadini dei suoi possedimenti, nel 1625 formò un gruppo di preti specializzati nell&#8217;apostolato rurale (primo nucleo della Congregazione della Missione, i cui membri vennero poi detti <span style="color: #000000;">Lazzaristi</span>).  Nel 1633, con l&#8217;assistenza di <span style="color: #000000;">Luisa di Marillac</span>, riorganizzò le confraternite assistenziali fino ad allora fondate nella Compagnia delle <span style="color: #000000;">Figlie della Carità</span>. Le sue opere di carità divennero tanto celebri che <span style="color: #000000;">Luigi XIII di Francia</span> lo scelse come suo consigliere: si allontanò dalla corte per divergenze con il <span style="color: #000000;">cardinale Mazzarino</span> e continuò a dedicarsi all&#8217;assistenza ai poveri anche durante la lotta della <span style="color: #000000;">Fronda</span>. Morì nel 1660.  La sua opera ispirò <span style="color: #000000;">Giuseppe Benedetto Cottolengo</span>, fondatore della <span style="color: #000000;">Piccola Casa della Divina Provvidenza</span>. </em></span></p>
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<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[6]</span> <em>Gregorio</em><em> nacque verso il <span style="color: #000000;">540</span> dalla famiglia senatoriale degli Anici e alla morte del padre Gordiano, fu eletto, molto giovane, Prefetto di Roma.  Grande ammiratore di <span style="color: #000000;">San Benedetto da Norcia</span>, decise di trasformare i suoi possedimenti a Roma (sul Celio) e in Sicilia in altrettanti <span style="color: #000000;">monasteri</span> e di farsi <span style="color: #000000;">monaco</span>, quindi si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di <span style="color: #000000;">Dio</span> nella lettura della <span style="color: #000000;">Bibbia</span>. Non poté dimorare a lungo, nel suo convento del Celio poiché il <span style="color: #000000;">Papa Pelagio II</span> lo inviò come <span style="color: #000000;">nunzio</span>, presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell&#8217;imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio.  Al suo rientro a Roma, nel <span style="color: #000000;">586</span>, tornò alla quiete del monastero sul Celio, vi rimase però per pochissimo tempo, perché il <span style="color: #000000;">3 settembre</span> <span style="color: #000000;">590</span> fu chiamato al soglio pontificio dall&#8217;entusiasmo del popolo e dalle insistenze del clero e del senato di Roma, dopo la morte di Pelagio II di cui era stato segretario.  In quel tempo Roma era afflitta da una terribile pestilenza. Per implorare l&#8217;aiuto divino, Gregorio fece andare il popolo in <span style="color: #000000;">processione</span> per tre giorni consecutivi alla <span style="color: #000000;">basilica di Santa Maria Maggiore</span>. Roma fu liberata dal morbo e più tardi si disse che, durante la processione, era apparso sulla mole Adriana l&#8217;<span style="color: #000000;">arcangelo Michele</span> che rimetteva la spada nel suo fodero come per annunziare che le preghiere dei fedeli erano state esaudite. Da allora la tomba di Adriano mutò il nome in quello di Castel Sant&#8217;Angelo, e una statua dell&#8217;angelo vi fu posta sulla cima.  Come papa si dimostrò uomo di azione, pratico e intraprendente (chiamato &#8220;l&#8217;ultimo dei Romani&#8221;), nonostante fosse fisicamente abbastanza esile e la sua salute fosse sempre cagionevole. Fu amministratore avveduto ed energico, sia nelle questioni sociali e politiche per provvedere alle popolazioni bisognose di aiuto e di protezione, sia nelle questioni interne della Chiesa universale.  Ebbe a trattare con molti paesi europei; con il re visigoto Recaredo di Spagna, convertitosi al <span style="color: #000000;">Cattolicesimo</span>, Gregorio Magno fu in continui rapporti e fu in eccellente relazione con i re franchi. Con l&#8217;aiuto di questi e della regina Brunchilde il pontefice riuscì a tradurre in realtà quello ch&#8217;era stato il suo sogno più bello: la conversione della Britannia, che affidò a <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Agostino di Canterbury</span>, priore del convento di Sant&#8217;Andrea.  A questo proposito si racconta che un giorno, scendendo dal suo convento sul Celio e vedendo sul mercato alcuni giovani schiavi britannici esposti per la vendita, bellissimi di aspetto ed ancora pagani, esclamasse rammaricato: &#8220;&#8230;Non Angli, ma Angeli dovrebbero esser chiamati&#8230;&#8221;.  In meno di due anni diecimila Angli, compreso il re del Kent, Edelberto, si convertirono. Era questo un grande successo di Gregorio Magno, il primo della sua politica che mirava ad eliminare i naturali avversari della Chiesa e ad accrescere l&#8217;autorità del Papato con la conversione dei barbari.  Si dedicò con sollecitudine anche ai problemi dell&#8217;Italia provata da alluvioni, carestie, pestilenze, amministrando la cosa pubblica con puntigliosa equità, supplendo all&#8217;incuria dei funzionari imperiali. Organizzò la difesa di Roma minacciata da Agilulfo, re dei longobardi, coi quali poi riuscì a stabilire rapporti di buon vicinato e avviò la loro conversione. Ebbe cura degli acquedotti, favorì l&#8217;insediamento dei coloni eliminando ogni residuo di servitù della gleba.  Riorganizzò a fondo la liturgia romana, ordinando le fonti liturgiche anteriori e componendo nuovi testi, e promosse quel canto tipicamente liturgico che dal suo nome si chiama gregoriano. L&#8217;epistolario (ci sono pervenute 848 lettere) e le omelie al popolo ci documentano ampiamente sulla sua molteplice attività e dimostrano la sua grande familiarità con la Sacra Scrittura.  Morì il <span style="color: #000000;">12 marzo</span> <span style="color: #000000;">604</span>.</em></span></p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;"><em><strong>[7]</strong></em></span><em> </em><em>Dopo aver conseguito la laurea in teologia a Valencia, nel <span style="color: #000000;">1665</span> si trasferì a Roma e frequentò la <span style="color: #000000;">confraternita</span> della Scuola del Cristo.  Nel <span style="color: #000000;">1675</span> compose la Guía espiritual (tradotta in italiano con il titolo Guida spirituale che disinvolge l&#8217;anima e la conduce per l&#8217;interior camino all&#8217; acquisito della perfetta contemplazione e del ricco tesoro della pace interiore), opera in tre libri nella quale esponeva la dottrina della passività come unica via per giungere alla <span style="color: #000000;">contemplazione</span> ed alla pace interiore.  Secondo le idee professate dal Molinos, attraverso uno stato continuo di quiete e di unione con <span style="color: #000000;">Dio</span>, l&#8217;<span style="color: #000000;">anima</span>, resa pura, giungerebbe ad una sorta di indifferenza <span style="color: #000000;">mistica</span>. Le teorie esposte, che svalutavano l&#8217;importanza della <span style="color: #000000;">liturgia</span> e della pratica <span style="color: #000000;">sacramentaria</span> della religione cristiana, suscitarono violenti attacchi da parte soprattutto dei <span style="color: #000000;">Gesuiti</span>.  Nel luglio del <span style="color: #000000;">1685</span> de Molinos fu arrestato dall&#8217;<span style="color: #000000;">Inquisizione</span> e fu avviato il processo. Nei due anni successivi l&#8217;accurato esame delle sue opere e della nutrita corrispondenza epistolare portò nel settembre <span style="color: #000000;">1687</span> alla pubblica <span style="color: #000000;">abiura</span> ed alla condanna alla reclusione perpetua. Lo stesso anno il <span style="color: #000000;">Papa</span> <span style="color: #000000;">Innocenzo XI</span> nella <span style="color: #000000;">bolla pontificia</span> Coelestis Pastor condannò 68 tesi attribuite alla sua opera. Il Molinos passò poi dal carcere ad un <span style="color: #000000;">monastero</span>, per continuare la condanna; abiurò nuovamente i suoi errori nella chiesa di <span style="color: #000000;">Santa Maria sopra Minerva</span> il <span style="color: #000000;">13 settembre</span> del <span style="color: #000000;">1687</span> e morì 9 anni dopo. </em></span></p>
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		<title>La speranza</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 17:26:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[LA SPERANZA a.   Fondamento psicologico della speranza La vita che cresce, in nessun momento è intera, è un progredire incessante. Le singole parti tuttavia non hanno senso se non alla luce dell’intero organismo. Dunque anche al nostro organismo spirituale, in tutte le sue dimensioni, appartiene necessariamente la prospettiva del futuro, la speranza. La disperazione fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ol>
<li>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><strong></strong><span style="color: #800000;"><strong>LA SPERANZA</strong></span></span></h1>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><em><br />
</em></span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>a.   </strong><strong>Fondamento psicologico della speranza</strong></span><span style="color: #000000;"><em><br />
</em></span></p>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La vita che cresce, in nessun momento è intera, è un progredire incessante</strong>. Le singole parti tuttavia non hanno senso se non alla luce dell’intero organismo. Dunque anche al nostro organismo spirituale, in tutte le sue dimensioni, appartiene necessariamente la prospettiva del futuro, la speranza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La disperazione fa parte dell’inferno</strong>, dove non vi è nessun tipo di progresso. Dante pone sulla sua porta delle parole emblematiche: “<em>Lasciate ogni speranza voi che entrate</em>”. Chi ha mancato il fine definitivo della vita, non ha speranza, non attende la beatitudine. In cielo la speranza è compiuta, tuttavia il dinamismo della carità sarà sempre in movimento.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il dinamismo della speranza rientra nello stesso sviluppo psicologico dell’essere umano</strong>. Nell’adolescenza, il ragazzo apre gli orizzonti, avverte grandi desideri e amori. Si coltivano svariati progetti, tutti presi sul serio. Ma la vita quotidiana, frattanto, rimane dentro limiti ristretti. Diventa difficile il rapporto con il mondo reale e quello del desiderio. È in questi anni che si vive profondamente l’eterna contraddizione fra ideale e realtà. È una contraddizione che comunque deve essere risolta. Questo può avvenire in modo maturo o immaturo creando problemi o anche serie patologie. Il carattere del futuro uomo si formerà a seconda del modo in cui è stata risolta questa fondamentale questione posta nell’adolescenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Più o meno si possono suddividere <strong>quattro possibili soluzioni</strong>. La prima è descritta magistralmente dal don Chisciotte di Cervantes. Il cavaliere è un idealista incorreggibile, per non dover rinunciare ai suoi ideali, rinuncia a vedere la realtà. Combatte giganti che in realtà sono mulini a vento, una contadina vista di sfuggite diviene un’irraggiungibile principessa di nome Dulcinea. Una seconda possibilità è rappresentata dal suo compagno Sancho Panza invece è il tipico realista, che non ha alcun sogno, ha perduto completamente gli ideali. È il rappresentante di coloro che si sono riconciliati con la realtà eliminando gli ideali. Una terza categoria sono i rivoluzionari. Essi vedono che il mondo non corrisponde ai loro ideali e allora decidono di cambiare le strutture del mondo. Questa scelta è stata il detonare di tanti drammatici momenti della storia. La cosa triste è che sempre la società che fuoriesce da una rivoluzione non corrisponde mai agli ideali, per cui ispirerà nuove rivoluzioni. Una quarta possibilità è data dagli eclettici. Sono coloro che fra tanti ideali ne hanno scelto uno solo buttandoci a capofitto. Tutto il resto è sacrificato. Si gioca con una sola carta: o si guadagna molto, ad esempio nel campo dell’arte o altro, o si perde tutto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Tutte queste categorie cercano di risolvere lo stesso problema in modo diverso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>L’opposizione fra ideale e realtà è insolubile</strong>. Questo appare evidente anche nella storia della filosofia. Platone risolve il problema trasferendo gli ideali nel “<em>mondo delle idee</em>”. Aristetele più pragmatico invita ad un sano realismo capace di “<em>accontentarsi del poco</em>”. La felicità sta nel non coltivare desideri impossibili. Anche il buddismo affronta il problema professando che la via della felicità consiste nella rinuncia a qualsiasi desiderio: esso è sempre fonte di infelicità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">E nel campo biblico e cristiano? San Paolo non per nulla definisce i popoli pagani come coloro che “<em>non hanno speranza</em>” (1Ts 4,13). La dimensione biblica ha come supporto essenziale della rivelazione il dono delle “promesse” da parte di Dio, che i cristiani riconoscono adempiute in Cristo (Gal 3,16). Per noi dunque Cristo è la pienezza della nostra speranza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>In Cristo si sono incarnati tutti gli ideali, tutto il bene, tutta la verità, tutta la bellezza</strong>. Per la nostra fede dunque il dilemma tra ideale e realtà non è impossibile: <strong>tutto sarà ricapitolato in Cristo e raggiungerà la sua pienezza e il suo compimento alla fine del tempo</strong>. Con questa promessa il cristianesimo differisce da tutte le altre religioni. Queste promettono “un’altra vita”, Cristo invece ci assicura il ritorno su questa terra nel corpo glorioso, una cielo e una terra nuova, ma su questa terra. La speranza dunque per noi è costitutiva ed essenziale.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>b.   </strong><strong>Oggetto della nostra speranza</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Le speranze umane il più delle volte risultano ingannevoli</strong>. Anche gli apostoli dopo la morte del maestro avevano perso le loro speranze (Lc 24,13s). Ma dopo la resurrezione la speranza del cristiano acquista un solido fondamento, per cui la Chiesa può invocare con certezza: “Maran Athà! Vieni Signore Gesù” (Ap 22,20).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La teologia quindi esprime l’oggetto della speranza cristiana con una formula breve: Christus totus, il Cristo intero</strong>. Cristo verrà in questo mondo e insieme a lui tutto cià che è legato alla sua venuta, cioè la santità, la glorificazione della Chiesa, la vittoria della verità, la realizzazione di tutti i veri ideali dell’umanità e della creazione. San Tommaso dice la medesima cosa in altri termini: “<em>Non dobbiamo, quindi, sperare, nulla di inferiore a Dio stesso. I beni che egli distribuisce alle sue creature non sono altro che il suo essere. Per questo il proprio e principale oggetto della nostra speranza è la felicità eterna”.</em> San Tommaso afferma questo perché: 1. Dio non può dare che ciò che è ovvero somma beatitudine 2. I desideri dell’uomo sono improntati dal progetto divino 3. Beatitudine dell’uomo non potrà dunque essere che la beatitudine, il possesso di Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Questo è dono di Dio, ma anche frutto della nostra collaborazione</strong>. Noi abbiamo la certezza che Dio non ci fa mancare l’occasione di acquisire meriti per ottenere il premio della felicità eterna.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ma possiamo essere già pienamente felici su questa terra? L’ “Imitazione di Cristo”<span style="color: #000000;">[1]</span> ci avverte: “<em>Non prometterti ciò che non promette Cristo</em>”. La croce farà parte sempre del nostro cammino. Tuttavia se cresce in noi la comunione con Dio, di corrispondenza cresce anche la nostra beatitudine: una pace che il mondo non potrà mai togliere. Tuttavia per ora la nostra visione della felicità è vista “<em>nello specchio, in maniera confusa</em>”.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>c.   </strong><strong>Motivo della speranza</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ci domandiamo non solo dell’oggetto della speranza ma anche su che cosa essa si basi. Ovvero ci domandiamo: <strong>possiamo avere realmente sicurezza nella vita?</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Da questo punto di vista ovviamente appaiono molto labili le sicurezze immediate, di tipo sociale, economico, fisico, ecc… Non per nulla il profeta Geremia ammoniva: “<em>Maledetto l’uomo che pone la sua fiducia in un altro uomo</em>” (17,15).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il credente ha invece un appoggio sicuro per la sua speranza: Dio</strong>. Diceva san Tommaso d’A.: “<em>Speriamo quel bene che viene da Dio, solo da lui lo possiamo ottenere</em>”. Per cui non riponiamo la nostra ultima speranza né in noi stessi, nelle cose, neppure negli altri. In questo a tutti allora è dato di poter riporre speranza in Dio: anche ai deboli e ai peccatori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">E’ pessimismo? Sempre san Tommaso afferma: “<em>Non possiamo fidarci di nessun uomo e di nessuna creatura se essi vengono considerati come causa prima, capace di fare beata la nostra anima. Possiamo, però, fidarci degli uomini se li consideriamo come causa seconda, come strumento con il quale la nostra anima raggiunge quel bene che appartiene al fine ultimo”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La nostra speranza poggia sulla fede nelle promesse di Dio</strong>. In questo senso Abramo è prototipo dell’uomo che vive una piena speranza perché vive una salda fede: “<em>Sperò contro ogni speranza</em>” afferma san Paolo.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #000000;"><span style="color: #800000;"><strong>d.    </strong><strong>Speranza in Dio e nel nostro lavoro</strong></span></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Non aspettiamoci per la nostra speranza di vedere successi secondo i criteri mondani</strong>. Come ci ricorda il CCC  non dobbiamo aspettarci un enerome successo esteriore della Chiesa, ma piuttosto, un entrare nel mistero della passione di Cristo. Quindi un apparente fallimento, fatto di persecuzione, di minoranza. Dentro questo cammino pasquale la Chiesa deve passare.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Da parte nostra tuttavia l’atteggiamento giusto è di ancorarci nel vivere con fedeltà il momento presente, guardando con serenità il futuro nonostante le apparenze contrarie</strong>. Per il presente è di grande valore un altro aspetto della speranza cristiana: la ferma convinzione nell’efficacia dei nostri sforzi compiuti nella grazia di Dio, di tutti i mezzi normali che la vita cristiana ci offre per raggiungere il nostro fine.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Certamente la nostra speranza è riposta unicamente in Dio. Ma <strong>bisogna far attenzione a non cadere in una sorta di quietismo nel quale noi saremmo esentati di fare tutta la nostra parte</strong>. Sappiamo che uno dei più difficili problemi teologici tratta proprio della relazione fra l’opera di Dio e la nostra collaborazione. Nella vita pratica è meglio attenersi al consiglio di sant’Ignazio di L. che dice: “<em>Pregate così, come se tutto dipendesse solo da Dio, ma lavorate come se tutto dipendesse solo da voi”.</em> L’unione dell’opera di Dio e della nostra azione si manifesta in modo esplicito nei sacramenti: è certo che Dio perdona i peccati eppure chiede a noi il gesto di inginocchiarci al confessionale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Così siamo certi che Dio coopera sempre in ogni opera buona, anche se in misura e modalità differenti. Quindi siamo certi che le nostre opere buone sono efficaci, non sono perse. Con esse collaboriamo con Dio alla costruzione del suo Regno.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #000000;"><span style="color: #800000;"><strong>e.    </strong><strong>Le circostanze nelle quali bisogna rafforzare la speranza</strong></span></span></li>
</ol>
<ol style="text-align: justify;" start="1">
<li><span style="color: #000000;"><strong>Nello sforzo per la perfezione</strong>. Il primo entusiasmo passa presto. Bisogna essere pronti all’aridità, alla tempesta, al vento contrario.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Nella preghiera</strong>. La preghiera si irrobustisce non per la moltitudine delle parole ma per la fiducia che la anima (Mt 17,20). Una fiducia che non è facile. Ogni rafforzamento della speranza rende la preghiera più efficace.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Nelle circostanze in cui siamo tentati dallo scoraggiamento</strong>. La speranza è simbolizzata dall’àncora (Ebr 6,9). Vi sono momenti nella vita in cui l’unica forza che rimane all’uomo è una silenziosa speranza. Possiamo anche dire che Dio stesso purifica i sentimenti della nostra speranza con delusioni, fallimenti…</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Nelle tentazioni quando temiamo di cadere</strong>. Sembra che le abitudini cattive appaiono insuperabili solo nei casi in cui il “paziente” non riesce a convincersi che è in grado di superarle: “Vorrei tanto, ma…”. Scriveva un autore spirituale: “<em>Smettiamo di enumerare a Dio la lunga e monotona serie delle nostre indegnità e delle nostre miserie, se lo scopo di questo elenco è solo quello di giustificare l’inquietudine e l’insicurezza che portiamo dentro di noi”. </em> Talvolta il Signore per consolarci e rafforzarci ci concede delle consolazioni. Sono doni da accogliere con gioia senza però la pretesa di trattenerli (cfr Pietro sul Tabor!). I maestri dello spirito ammoniscono di non ricercare gli stati di consolazione e di non nutrire i desideri per visioni e rivelazioni. La speranza cristiana è rivolta verso il futuro che è il mistero di Dio. I ricercatori della consolazione vogliono godere il tempo presente; allora, in un certo senso, rigettano ciò che rende la speranza cristiana così meritevole: la piena fiducia in Dio, anche nell’incertezza.</span></li>
</ol>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[1]</span> <em>La Imitazione di Cristo (titolo originale in <span style="color: #000000;">latino</span>: De Imitatione Christi) è, dopo la <span style="color: #000000;">Bibbia</span>, il testo più diffuso di tutta la <span style="color: #000000;">letteratura cristiana</span> occidentale.  Il testo è stato scritto in <span style="color: #000000;">latino</span> e ne è sconosciuto l&#8217;autore. La rosa di nomi a cui attribuire l&#8217;opera è, sostanzialmente, ridotta a tre figure: il <span style="color: #000000;">monaco</span> <span style="color: #000000;">agostiniano</span> <span style="color: #000000;">Tommaso da Kempis</span>, a <span style="color: #000000;">Jean Gerson</span> o a <span style="color: #000000;">Giovanni Gersen</span>. La mancanza dell&#8217;autore, secondo l&#8217;uso <span style="color: #000000;">certosino</span>, ha fatto propendere ultimamente per l&#8217;attribuzione a quest&#8217;ambiente. L&#8217;analisi contenutistica sembra confermare questa ipotesi.  È un testo tuttora considerato di riferimento per tutte le <span style="color: #000000;">Chiese cristiane</span> (<span style="color: #000000;">cattolica</span>, <span style="color: #000000;">protestante</span> e <span style="color: #000000;">ortodossa</span>). </em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>4.La vita spirituale</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 10:51:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[4.  LA VITA SPIRITUALE a.   La perfezione è di tutti Siccome tutti sono chiamati a salvezza, la vocazione alla perfezione è di tutti: “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48). Dunque la perfezione non è privilegio di pochi. I primi monaci non vollero costituire una casta di perfetti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;" align="center"><span style="color: #800000;"><strong>4.  </strong><strong>LA VITA SPIRITUALE</strong></span></h1>
<p style="text-align: justify;">
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>a.   </strong><strong>La perfezione è di tutti</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Siccome tutti sono chiamati a salvezza, la vocazione alla perfezione è di tutti: “<em>siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli</em>” (Mt 5,48). Dunque la perfezione non è privilegio di pochi. I primi monaci non vollero costituire una casta di perfetti, vollero semplicemente, alla luce del vangelo, creare le condizioni che facilitassero il cammino della perfezione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Tutti perciò devono avere piena fiducia nella Provvidenza di Dio (obbedienza), tutti devono custodire la purezza del cuore (castità), stimare la grazia di Dio più di tutte le realtà terrene (povertà)</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Non si può dunque parlare della vita religiosa come di uno stato particolare che percorre un itinerario diverso da quello che devono percorrere tutti i cristiani. <strong>Essa si deve porre nella Chiesa come un faro che indica la direzione verso cui tutti sono chiamati seppur in modalità diverse a indirizzarsi</strong>. Lo Spirito, che santitifica tutti è uno solo, uno è il Vangelo e unici sono i mezzi per raggiungere la perfezione che vengono offerti a tutti. Il tratto peculiare dei religiosi è che si obbligano con voti ad utilizzare questi mezzi in una forma specifica secondo una regola di vita approvata dalla Chiesa.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>b.   </strong><strong>Lo stato di perfezione</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">I religiosi venivano definiti come coloro che sceglievano lo “<em>stato di perfezione</em>”. L’espressione va intesa bene perché come detto la perfezione-santità è dovere di tutti i battezzati. Per il religiosi lo sforzo per la perfezione diventa l’obbligo del loro stato di vita: essi sono chiamati a far risplendere a beneficio di tutti la santità che è di tutti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il termine “religioso” deriva dalla “<em>regula</em>” ovvero il testo normativo che stabilisce mezzi e strumenti per facilitare il cammino di perfezione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il termine “monaco” deriva invece dal greco “<em>monos</em>” ovvero colui che è solo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nella chiesa greca esiste solo lo stato monastico che viene chiamato “vita angelica”: ovvero coloro che anticipa la realtà del regno dei cieli, il paradiso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In questo senso i religiosi cercano già nel tempo presente di raggiungere quella perfezione alla quale debbono pervenire tutti coloro che si salveranno. È il compito di profezia escatologica riservata alla vita religiosa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In occidente la vita religiosa si suddivide in ordini di vita attiva e contemplativa. Quelli di vita attivi sono dediti a servizi peculiari e diretti alla chiesa, quelli di vita contemplativa vivono una vita di clausura che permette loro di darsi completamente alla preghiera e alla testimonianza silenziosa. E’ una vita più strettamente legata anche al concetto di penitenza.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il concilio vaticano II afferma: “<em>Le società religiose, nate nella Chiesa, aiutano i loro membri a pervenire alla perseveranza e offrono loro una buona guida per raggiungere la perfezione</em>”.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>c.   </strong><strong>I tre voti</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La <strong>continenza sessuale</strong>, come scrive san Paolo (1Cor 7,33) ha come scopo che il cuore dell’uomo non sia diviso. Il marito e la moglie si concedono reciprocamente il diritto sulla propria persona e anche sul corpo. A coloro che hanno ricevuto una particolare chiamata lo Spirito suggerisce di essere segno di una totale consacrazione a Cristo sposo. Si tratta di una sorta di sposalizio spirituale che esige la stessa fedeltà della promessa matrimoniale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La <strong>povertà</strong> religiosa assume diverse sfumature a seconda delle varie tipologie di vita consacrata. Nella sua essenza è la rinuncia a possedere qualcosa come di proprio ad immagine di Cristo che “spoglio totalmente se stesso” per farci ricchi della sua povertà. Con questa scelta il consacrato esprime concretamente il suo distacco dal mondo e nello stesso tempo la ricchezza della comunione con Dio unico vero bene.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Con il voto di <strong>obbedienza</strong> il consacrato rinuncia alla propria volontà, ad immagine di Cristo che ritiene suo cibo il “fare la volontà del Padre”. Concretamente essa si esprime nell’obbedienza ai propri legittimi superiori. Certamente è questo sacrificio della libertà il più esigente di tutti. Ma nello stesso tempo esso rientra nell’essenza stessa della struttura della Chiesa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">I voti religiosi sono quindi espressione concreta delle virtù cristiane alla quali tutti, sebbene in diversa forma, sono chiamati: la fede nella provvidenza, la speranza, la purezza della mente, l’umiltà e soprattutto la carità (1Cor 13,4). Senza quest’ultima non avrebbe valore l’esercizio dei voti religiosi stessi.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>d.   </strong><strong>Il demone meridiano</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La stagnazione, il disgusto di continuare, la perdita di interesse è un pericolo che si incontra in ogni scelta di vita</strong>. L’entusiasmo iniziale pur necessario e il fervore dell’inizio sembrano lentamente scemare se non scomparire.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gli antichi monaci parlavano di questa fase come della tentazione del “<em>demone meridiano</em>”: pigrizia, scoraggiamento, disgusto assalgono il monaco al fine di distoglierlo dalla sua chiamata. Anche la psicologia conosce questa esperienza che viene collocata come fase tipica dei 40-45 anni. In certo qual modo può avere tratti simile alla depressione.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ma nella vita spirituale essa assume un significato di purificazione e crescita spirituale in cui si è chiamati a fare un salto unicamente nella fede nella provvidenza di Dio non basandoci sulle nostre forze.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">San Bernardo<a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> scrive ad un suo monaco: “<em>Monaco, vuoi progredire? No? Vuoi tornare indietro? No? Allora cosa desideri? Voglio restare quello che sono, né megliore né peggiore. Allora cerchi una cosa impossibile. Non può esistere a questo mondo qualche cosa che non subisca cambiamenti, tranne Dio solo in cui non vi è ombra di mutamento</em>”. Anche san Gregorio Magno usa il paragone con il battello nel fiume che viene spinto indietro dal momento in cui il navigatore smette di remare. Giovanni Cassiano<a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> scrive: “<em>Nella virtù dobbiamo continuamente progredire e non smettere mai. Bisogna sforzarsi ogni giorno altrimenti, al momento di fermarsi, ci accorgeremo della perdita subita. Lo spirito non può rimanere fisso in un luogo, non può accorgersi dell’aumento o della diminuzione della virtù. Non guadagnare significa perdere. Se sparisce il desiderio di migliorarsi, appare il pericolo di peggiorare”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Anche il gesuita Alfonso Rodriguez<a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> esorta coloro i quali si “sono arenati sulla sabbia” dicendo: “<em>Avete fatto, fratello, una bella corsa. Chi vi impedisce di proseguire verso la verità. Avete cominciato bene il vostro cammino e ora vi siete fermato nella virtù… Credete di essere troppo anziano o troppo stanco per farvi bastare ciò che possedete? Guarda, alzati e mangia perché la via davanti a te è ancora lunga. Ti troverai in certe occasioni in cui avrai bisogno di maggiore umiltà e pazienza, di maggiore dominio su te stesso, di maggiore mortificazione delle cose terrene. In quel momento, quando il bisogno sarà maggiore scoprirai, all’improvviso la tua miseria e arretratezza”.<br />
</em></span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>e.   </strong><strong>Fame e sete di giustizia</strong></span><span style="color: #000000;"><em><br />
</em></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La beatitudine promessa a chi ha fame e sete di giustizia è indirizzata anche a tutti coloro che ricercano la perfezione, che desiderano conformarsi alla volontà di Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Affinché il giusto progredire non si spenga san Gerolamo consiglia di non stare troppo a considerare il passato. Egli dice: “<em>Ogni santo mira sempre verso ciò che gli sta davanti e dimentica il passato. Beato chi progredisce ogni giorno e non pensa a ciò che ha fatto ieri, ma, piuttosto, a ciò che deve fare oggi per andare avanti”.<a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;"><strong>[4]</strong></span></a> </em>L’esperienza ci insegna che le persone anziane parlano volentieri di ciò che hanno fatto e visto. È un segno della vecchiaia e di una senilità che non dovrebbe manifestarsi nella vita spirituale. Infatti il cammino per la perfezione è lunghissimo e mai consluso. Dice san Gregorio M.<a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a> :”<em>A cosa serve percorrere un bel pezzo di strada se poi non si arriva alla fine?</em>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">San Bernardo ribadisce a coloro che abbandonano il desiderio di progredire sulla via della perfezione l’esempio dei “figli di questo mondo”: “<em>diventiamo come i commercianti del mondo. Li vedi come sono continuamente preoccupati e come lavorano per aumentare la loro fortuna. Anche i ladri e i truffatori non smettono facilmente. È davvero vergognoso per noi ch essi nutrano un desiderio per le cose dannose maggiore del nostro per le utili. Sono più costanti loro nel cammino della morte che noi su quello della vita”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Allora quali sono i segni che in certo qual modo ci assicurano di essere in stato di grazia. Secondo san bernardo “<em>Non vi è segno più sicuro della presenza di Dio nell’anima, che il desiderio di progredire nella grazia”. </em>Il desiderio di progredire spiritualmente, la fame e la sete di giustizia e di perfezione, sono il riflesso dell’infinitezza di Dio che se è in noi non può non spingerci se non in questa direzione.</span></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> <em>Terzo di sette fratelli, nacque da Tescelino il Sauro, vassallo di <span style="color: #000000;">Oddone I di Borgogna</span>, e da Aletta, figlia di Bernardo di Montbard, anch&#8217;egli vassallo del duca di Borgogna. Studiò solo grammatica e retorica (non tutte le sette <span style="color: #000000;">arti liberali</span>, dunque) nella scuola dei canonici di Nôtre Dame di Saint-Vorles, presso <span style="color: #000000;">Châtillon-sur-Seine</span>, dove la famiglia aveva dei possedimenti. Ritornato nel castello paterno di Fontaines, nel <span style="color: #000000;">1111</span>, insieme ai cinque fratelli e ad altri parenti e amici, si ritirò nella casa di Châtillon per condurvi una vita di ritiro e di preghiera finché, l&#8217;anno seguente, con una trentina di compagni si fece monaco nel <span style="color: #000000;">monastero</span> <span style="color: #000000;">cistercense</span> di <span style="color: #000000;">Cîteaux</span>, fondato quindici anni prima da <span style="color: #000000;">Roberto di Molesmes</span> e allora retto da <span style="color: #000000;">Stefano Harding</span>. Nel <span style="color: #000000;">1115</span>, insieme con dodici compagni, tra i quali erano quattro fratelli, uno zio e un cugino, si trasferì nella proprietà di un parente, nella regione della <span style="color: #000000;">Champagne</span>, che aveva donato ai monaci un vasto terreno sulle rive del fiume <span style="color: #000000;">Aube</span>, nella diocesi di <span style="color: #000000;">Langres</span> perché vi fosse costruito un nuovo monastero cistercense: essi chiamarono quella valle Clairvaux, Chiara valle. Ottenuta l&#8217;approvazione del vescovo <span style="color: #000000;">Guglielmo di Champeaux</span> e ricevute numerose donazioni, l&#8217;<span style="color: #000000;">Abbazia di Clairvaux</span> divenne in breve tempo un centro di richiamo oltre che di irradiazione: già dal 1118 monaci di Clairvaux partirono per fondare altrove nuovi monasteri, come a <span style="color: #000000;">Trois-Fontaines</span>, a <span style="color: #000000;">Fontenay</span>, a <span style="color: #000000;">Foigny</span>, a <span style="color: #000000;">Autun</span>, a <span style="color: #000000;">Laon</span>; alla morte di Bernardo le abbazie cistercensi erano 343, di cui 66 fondate o riformate da lui stesso. Per tutta la sua vita Bernardo fu strenuo difensore dell&#8217;ortodossia religiosa, della lotta contro le eresie e dell&#8217;autorità assoluta della Chiesa. Nel concilio di <span style="color: #000000;">Sens</span> del <span style="color: #000000;">1140</span>, si scagliò contro le dottrine di <span style="color: #000000;">Pietro Abelardo</span>, che furono condannate; lottò inoltre contro <span style="color: #000000;">Gilberto Porretano</span> e <span style="color: #000000;">Arnaldo da Brescia</span>. La seconda crociata del 1147 fu opera della sua predicazione. I punti fondamentali della dottrina di Bernardo consistono nella negazione del valore della sola ragione, contrapposta all&#8217;esaltazione della vita mistica, considerata come la via dell&#8217;umiltà e della rinuncia ad ogni autonomia umana.  Bernardo si pronuncia senza riserve contro la ragione e la scienza: il desiderio di conoscere gli appare come «una turpe curiosità”.  Inoltre Il santo nega il valore dell&#8217;uomo, spingendolo a riconoscere il proprio nulla, al fine di ottenere la liberazione da tutti i legami corporei e di abbandonare completamente la sua volontà ai voleri divini.<sup><span style="color: #000000;">[3]</span></sup> I concetti di Bernardo riguardanti la mistica e l&#8217;ascesi, come anche le tematiche politiche della plenitudo potestatis del pontefice e delle due spade, condizionarono profondamente tutto il Medioevo. Nella Lettera 1, spedita verso il <span style="color: #000000;">1124</span> al cugino Roberto, Bernardo mostra di considerare la vita monastica dei benedettini di <span style="color: #000000;">Cluny</span>, allora all&#8217;apogeo del loro sviluppo, come un luogo che negava i valori della povertà, dell&#8217;austerità e della santità; egli rifiuta la teoria della regola benedettina della stabilitas &#8211; ossia del legame permanente e definitivo che dovrebbe stabilirsi fra monaco e monastero &#8211; sostenendo la legittimità del passaggio da un convento cluniacense a uno cistercense, essendovi in quest&#8217;ultimo professata una regola più rigorosa e più aderente alla <span style="color: #000000;">Regola di San Benedetto</span>, pertanto una vita monastica perfetta. La polemica fu da lui ripresa nell&#8217; Apologia all&#8217;abate Guglielmo, sollecitata da Guglielmo, abate del monastero di Saint-Thierry, che ebbe una risposta dall&#8217;abate di Cluny, <span style="color: #000000;">Pietro il Venerabile</span>, nella quale l&#8217;abate rivendicava la legittimità della discrezione nell&#8217;interpretazione della regola benedettina. Nel <span style="color: #000000;">1130</span>, alla morte di Onorio II, furono eletti due papi: uno, dalla fazione della famiglia romana dei Frangipane, col nome di <span style="color: #000000;">Innocenzo II</span> e un altro, appoggiato dalla famiglia dei Pierleoni, con il nome di <span style="color: #000000;">Anacleto II</span>; Bernardo appoggiò attivamente il primo che, nella storia della Chiesa, per quanto eletto da un minor numero di cardinali, sarà riconosciuto come autentico papa, grazie soprattutto all&#8217;appoggio dei maggiori regni europei (Anacleto II verrà considerato un <span style="color: #000000;">antipapa</span>). Numerosi furono i suoi interventi in questioni che riguardavano i comportamenti di ecclesiastici: accusò di scorrettezza Simone, vescovo di <span style="color: #000000;">Noyon</span> e di <span style="color: #000000;">simonia</span> Enrico, vescovo di <span style="color: #000000;">Verdun</span>; nel <span style="color: #000000;">1138</span> favorì l&#8217;elezione a vescovo di <span style="color: #000000;">Langres</span> del proprio cugino Goffredo della Roche-Vanneau, malgrado l&#8217;opposizione di <span style="color: #000000;">Pietro il Venerabile</span> e, nel 1141, ad <span style="color: #000000;">arcivescovo di Bourges</span> di <span style="color: #000000;">Pietro de La Châtre</span>, mentre l&#8217;anno dopo ottenne la sostituzione di Guglielmo di Fitz-Herbert, vescovo di <span style="color: #000000;">York</span>, con l&#8217;amico cistercense Enrico Murdac, abate di Fountaine. Il <span style="color: #000000;">15 febbraio</span> <span style="color: #000000;">1145</span>, a <span style="color: #000000;">Roma</span>, nel convento di san Cesario, sul Palatino, il conclave eleggeva <span style="color: #000000;">papa Eugenio III</span>, abate del convento romano dei Ss. Vincenzo e Anastasio; il nuovo papa, Bernardo Paganelli, conosceva bene Bernardo, per averlo incontrato nel concilio di <span style="color: #000000;">Pisa</span> del <span style="color: #000000;">1135</span> e per essere stato ordinato cistercense proprio a Chiaravalle nel <span style="color: #000000;">1138</span>. Bernardo, felicitandosi per l&#8217;elezione, gli ricordava curiosamente che si diceva «che non siete voi a essere papa, ma io e ovunque, chi ha qualche problema si rivolge a me» e che era stato proprio lui, Bernardo, ad «averlo generato per mezzo del Vangelo». Eugenio III incaricò Bernardo di predicare a favore della nuova crociata che si stava preparando, e che avrebbe dovuto essere composta soprattutto da francesi, ma Bernardo riuscì a coinvolgere anche i tedeschi. La crociata fu un completo fallimento che Bernardo giustificò, nel suo trattato La considerazione, con i peccati dei crociati, che Dio aveva messo alla prova. Questo trattato, finito di comporre nel <span style="color: #000000;">1152</span>, si occupava anche dei compiti del papato e Bernardo lo mandò a papa Eugenio che si dibatteva con le difficoltà procurategli dall&#8217;opposizione dei repubblicani romani, guidati da <span style="color: #000000;">Arnaldo da Brescia</span>. Le sue condizioni di salute cominciano a peggiorare alla fine del 1152: ebbe ancora la forza di intraprendere un viaggio fino a <span style="color: #000000;">Metz</span>, in <span style="color: #000000;">Lorena</span>, per mettere fine ai disordini che travagliavano quella città. Tornato a Chiaravalle, apprese la notizia della morte di papa Eugenio, avvenuta l&#8217;<span style="color: #000000;">8 luglio</span> <span style="color: #000000;">1153</span> e morì il mese dopo. Rivestito con un abito appartenuto al vescovo <span style="color: #000000;">Malachia</span>, del quale aveva appena finito di scrivere una biografia, venne sepolto davanti all&#8217;altare della sua abbazia.</em></span></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[2]</span> <em>Si sa poco di lui: pare che il suo nome originario fosse semplicemente Cassianus; il nome Johannes gli sarebbe stato aggiunto in onore a <span style="color: #000000;">San Giovanni Crisostomo</span>. Soggiornò lungamente in <span style="color: #000000;">Terrasanta</span>, a <span style="color: #000000;">Betlemme</span>, e in <span style="color: #000000;">Egitto</span>, prima di venir <span style="color: #000000;">ordinato</span> <span style="color: #000000;">presbitero</span> dal Crisostomo. Dopo un breve soggiorno a <span style="color: #000000;">Roma</span> si trasferì nelle <span style="color: #000000;">Gallie</span>, a <span style="color: #000000;">Marsiglia</span>.  Quivi fondò a nel <span style="color: #000000;">415</span> due <span style="color: #000000;">monasteri</span>: uno per gli uomini, l&#8217;<span style="color: #000000;">abbazia di San Vittore</span>, l&#8217;altro per le donne, sull&#8217;esempio di quelli <span style="color: #000000;">egiziani</span>. Visse in <span style="color: #000000;">Provenza</span> per il resto della sua vita, scrivendo i suoi due libri: <span style="color: #000000;">De institutis coenobiorum</span>, e le <span style="color: #000000;">Collationes</span>, che <span style="color: #000000;">San Benedetto da Norcia</span> raccomandò come autorevoli trattati per la formazione dei <span style="color: #000000;">monaci</span>. I suoi scritti ebbero una notevole influenza su <span style="color: #000000;">Cassiodoro</span>.  <span style="color: #000000;">Morì</span> nel <span style="color: #000000;">435</span>. Le sue spoglie erano nel monastero di San Vittore, da lui fondato, e andato distrutto durante la <span style="color: #000000;">rivoluzione francese</span>. </em></span></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[3]</span> <em>L&#8217;umile Alfonso Rodriguez abbracciò la<span style="color: #000000;"> vita religiosa</span> dopo varie traversie. Fu educato in un collegio gesuita ad Alcalá, che abbandonò per prendere il posto del <span style="color: #000000;">padre</span> come <span style="color: #000000;">mercante</span> di tessuti, attività in quel momento fiorente. A 27 anni si sposò e dal <span style="color: #000000;">matrimonio</span> nacquero due figli. Nel <span style="color: #000000;">1567</span> dapprima la <span style="color: #000000;">morte</span> della moglie poi quella dei due figli provarono duramente Alfonso.  A queste tremende sventure fecero seguito anche quelle finanziarie, gettandolo nelle ristrettezze. Tornò a studiare frequentando un corso di <span style="color: #000000;">grammatica</span> e <span style="color: #000000;">retorica</span> all&#8217;università di Valencia, con scarso successo. Trovò allora conforto nei libri di <span style="color: #000000;">devozione</span>. Decise di entrare, come <span style="color: #000000;">fratello</span> coadiutore, dai Gesuiti. Dopo il <span style="color: #000000;">noviziato</span> venne inviato nel <span style="color: #000000;">collegio di Monte Sion</span> a Palma di Majorca, dove rimase fino alla morte, avvenuta il <span style="color: #000000;">31 ottobre</span> <span style="color: #000000;">1617</span>.  La fama della sua <span style="color: #000000;">santità</span> e i <span style="color: #000000;">carismi</span> di cui Dio l&#8217;aveva dotato (<span style="color: #000000;">visioni</span>, <span style="color: #000000;">preveggenza</span>, <span style="color: #000000;">miracoli</span>) avevano attratto alla scuola dell&#8217;umile frate, che aveva dovuto interrompere gli studi universitari per scarso profitto, un folto gruppo di <span style="color: #000000;">discepoli</span>, fra i quali il futuro grande <span style="color: #000000;">missionario</span>, <span style="color: #000000;">San Pietro Claver</span>, a quel tempo studente di <span style="color: #000000;">filosofia</span>, del quale aveva predetto la vasta attività apostolica.  Il santo è indicato dalla Chiesa come esempio di tenera <span style="color: #000000;">devozione mariana</span>, espressa con la recita quotidiana del <span style="color: #000000;">Rosario</span> e dell&#8217;<span style="color: #000000;">Ufficio dell&#8217;Immacolata</span>, devozione che spesso otteneva amabili e straordinari interventi della <span style="color: #000000;">Vergine</span> nella sua vita. Questa dedizione e questi <span style="color: #000000;">doni</span> ne fecero un grande <span style="color: #000000;">mistico</span> della Spagna del suo tempo.  Tra i suoi molti scritti ricordiamo le memorie <span style="color: #000000;">autobiografiche</span> scritte per ordine dei suoi <span style="color: #000000;">superiori</span> dal <span style="color: #000000;">1604</span> al <span style="color: #000000;">1616</span>, e alcuni scritti che trattano argomenti di <span style="color: #000000;">ascetica</span> di lucida penetrazione, frutto di una <span style="color: #000000;">sapienza</span> non attinta dai libri. La sua <span style="color: #000000;">memoria liturgica</span> si celebra il 31 ottobre. </em></span></p>
</div>
<div style="text-align: justify;">
<p><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[4]</span> <em>Studiò a <span style="color: #000000;">Roma</span>, nel <span style="color: #000000;">379</span>, <span style="color: #000000;">ordinato</span> presbitero dal vescovo <span style="color: #000000;">Paolino</span>, si recò a Costantinopoli dove poté perfezionare lo studio del greco sotto la guida di <span style="color: #000000;">Gregorio Nazianzeno</span> (uno dei &#8220;<span style="color: #000000;">Padri Cappadoci</span>&#8220;). Risalgono a questo periodo le letture dei testi di <span style="color: #000000;">Origene</span> e di <span style="color: #000000;">Eusebio</span>. Dopo tre anni di vita monastica tornò a Roma nel <span style="color: #000000;">382</span> dove divenne segretario di <span style="color: #000000;">Papa Damaso I</span> e conseguì un notevole successo personale, ma alla morte del Papa il suo prestigio scemò e Girolamo tornò in Oriente, dove fondò alcuni <span style="color: #000000;">conventi</span> femminili e maschili, in uno di questi trascorse gli ultimi anni. Morì nel 420. Le sue <span style="color: #000000;">reliquie</span> sono conservate nell&#8217;<span style="color: #000000;">urna</span> di porfido dell&#8217;<span style="color: #000000;">altare</span> papale della <span style="color: #000000;">Basilica di Santa Maria Maggiore</span> in Roma. I resti pervennero alla Basilica nel <span style="color: #000000;">XII secolo</span> e furono riposti all&#8217;ingresso dell&#8217; Antrum Praesepi; nel <span style="color: #000000;">1409</span> la famiglia Guaschi li fece collocare in un altare appositamente costruito. Nel 1424, per mezzo di un lascito del cardinale <span style="color: #000000;">Pietro Morosini</span>, le <span style="color: #000000;">ossa</span> furono riposte in una cassetta d&#8217;argento del costo di 100 fiorini. Per la costruzione della <span style="color: #000000;">cappella Sistina</span> o del <span style="color: #000000;">Santissimo Sacramento</span>, papa <span style="color: #000000;">Sisto V</span> fece demolire la precedente, dedicata a San Girolamo, al cui altare quattrocentesco si veneravano i resti. Secondo una leggenda il <span style="color: #000000;">canonico</span> Ludovico Cerasola, per evitare un&#8217;eventuale loro <span style="color: #000000;">traslazione</span> alla chiesa di S. Girolamo degli Schiavoni, li nascose nel pavimento a destra del presbiterio. In seguito il cardinale Domenico Pinelli riesumò la cassa d&#8217;argento contenente il corpo di San Girolamo e la pose sotto la <span style="color: #000000;">confessione</span>. Rinvenuta la cassetta nel 1747 fu collocata definitivamente all&#8217;altare del Papa.  Una sua reliquia si espone nella chiesa di <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Onofrio al Gianicolo</span>.<sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup> </em></span></p>
</div>
<div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><span style="color: #000000;">[5]</span> <em>Gregorio</em><em> nacque verso il <span style="color: #000000;">540</span> dalla famiglia senatoriale degli Anici e alla morte del padre Gordiano, fu eletto, molto giovane, Prefetto di Roma.  Grande ammiratore di <span style="color: #000000;">San Benedetto da Norcia</span>, decise di trasformare i suoi possedimenti a Roma (sul Celio) e in Sicilia in altrettanti <span style="color: #000000;">monasteri</span> e di farsi <span style="color: #000000;">monaco</span>, quindi si dedicò con assiduità alla contemplazione dei misteri di <span style="color: #000000;">Dio</span> nella lettura della <span style="color: #000000;">Bibbia</span>. Non poté dimorare a lungo, nel suo convento del Celio poiché il <span style="color: #000000;">Papa Pelagio II</span> lo inviò come <span style="color: #000000;">nunzio</span>, presso la corte di Costantinopoli, dove restò per sei anni, e si guadagnò la stima dell&#8217;imperatore Maurizio I, di cui tenne a battesimo il figlio Teodosio.  Al suo rientro a Roma, nel <span style="color: #000000;">586</span>, tornò alla quiete del monastero sul Celio, vi rimase però per pochissimo tempo, perché il <span style="color: #000000;">3 settembre</span> <span style="color: #000000;">590</span> fu chiamato al soglio pontificio dall&#8217;entusiasmo del popolo e dalle insistenze del clero e del senato di Roma, dopo la morte di Pelagio II di cui era stato segretario.  In quel tempo Roma era afflitta da una terribile pestilenza. Per implorare l&#8217;aiuto divino, Gregorio fece andare il popolo in <span style="color: #000000;">processione</span> per tre giorni consecutivi alla <span style="color: #000000;">basilica di Santa Maria Maggiore</span>. Roma fu liberata dal morbo e più tardi si disse che, durante la processione, era apparso sulla mole Adriana l&#8217;<span style="color: #000000;">arcangelo Michele</span> che rimetteva la spada nel suo fodero come per annunziare che le preghiere dei fedeli erano state esaudite. Da allora la tomba di Adriano mutò il nome in quello di Castel Sant&#8217;Angelo, e una statua dell&#8217;angelo vi fu posta sulla cima.  Come papa si dimostrò uomo di azione, pratico e intraprendente (chiamato &#8220;l&#8217;ultimo dei Romani&#8221;), nonostante fosse fisicamente abbastanza esile e la sua salute fosse sempre cagionevole. Fu amministratore avveduto ed energico, sia nelle questioni sociali e politiche per provvedere alle popolazioni bisognose di aiuto e di protezione, sia nelle questioni interne della Chiesa universale.  Ebbe a trattare con molti paesi europei; con il re visigoto Recaredo di Spagna, convertitosi al <span style="color: #000000;">Cattolicesimo</span>, Gregorio Magno fu in continui rapporti e fu in eccellente relazione con i re franchi. Con l&#8217;aiuto di questi e della regina Brunchilde il pontefice riuscì a tradurre in realtà quello ch&#8217;era stato il suo sogno più bello: la conversione della Britannia, che affidò a <span style="color: #000000;">Sant&#8217;Agostino di Canterbury</span>, priore del convento di Sant&#8217;Andrea.  A questo proposito si racconta che un giorno, scendendo dal suo convento sul Celio e vedendo sul mercato alcuni giovani schiavi britannici esposti per la vendita, bellissimi di aspetto ed ancora pagani, esclamasse rammaricato: &#8220;&#8230;Non Angli, ma Angeli dovrebbero esser chiamati&#8230;&#8221;.  In meno di due anni diecimila Angli, compreso il re del Kent, Edelberto, si convertirono. Era questo un grande successo di Gregorio Magno, il primo della sua politica che mirava ad eliminare i naturali avversari della Chiesa e ad accrescere l&#8217;autorità del Papato con la conversione dei barbari.  Si dedicò con sollecitudine anche ai problemi dell&#8217;Italia provata da alluvioni, carestie, pestilenze, amministrando la cosa pubblica con puntigliosa equità, supplendo all&#8217;incuria dei funzionari imperiali. Organizzò la difesa di Roma minacciata da Agilulfo, re dei longobardi, coi quali poi riuscì a stabilire rapporti di buon vicinato e avviò la loro conversione. Ebbe cura degli acquedotti, favorì l&#8217;insediamento dei coloni eliminando ogni residuo di servitù della gleba.  Riorganizzò a fondo la liturgia romana, ordinando le fonti liturgiche anteriori e componendo nuovi testi, e promosse quel canto tipicamente liturgico che dal suo nome si chiama gregoriano. L&#8217;epistolario (ci sono pervenute 848 lettere) e le omelie al popolo ci documentano ampiamente sulla sua molteplice attività e dimostrano la sua grande familiarità con la Sacra Scrittura.  Morì il <span style="color: #000000;">12 marzo</span> <span style="color: #000000;">604</span>. </em></span></p>
<p style="text-align: justify;">
</div>
</div>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 13:20:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[3. LA GRAZIA Siccome la teologia occidentale usa il termine “natura” per designare le forze e le capacità umane, la vita divina nell’uomo viene designata con il termine “grazia”. La parola grazia deriva dal greco “charis” che significa bellezza, fascino, benevolenza. In ebraico si usa il termine “hen”  che sta ad indicare uno sguardo benevolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ol>
<li>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #800000;"><strong>3.<br />
LA GRAZIA</strong></span></h1>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Siccome la teologia occidentale usa il termine “natura” per designare le forze e le capacità umane, la vita divina nell’uomo viene designata con il termine “grazia”. La parola grazia deriva dal greco “<em>charis</em>” che significa bellezza, fascino, benevolenza. In ebraico si usa il termine “<em>hen” </em> che sta ad indicare uno sguardo benevolo dall’alto. I padri greci usano la parola “<em>pneuma”</em> che significa soffio-spirito: è lo stesso dono divino. <em>Pneuma</em> allora indica maggiormente il dono in se stesso, <em>charis</em> invece ne accentua la gratuità. In latino si usa “<em>gratia</em>” che sta ad indicare la benevolenza e l’amore. Nella teologia medievale si farà la distinzione tra “<em>grazia increata</em>” e “<em>creata</em>”. <strong>La grazia increata è Dio stesso, è lo Spirito che abita in noi. La grazia creata sarà invece caratterizzata dai doni soprannaturali che derivano da questa presenza</strong>. Tutto ciò che abbiamo è dono di Dio e quindi “<em>tutto è grazia</em>”. I doni della grazia <strong>sono gratuiti</strong> e quindi Dio li distribuisce come e quando ritiene opportuno. Essi rielevano l’uomo allo “stato di grazia”, gli attribuiscono una perfezione superiore a quella che egli può raggiungere con le proprie forze. Dalla tradizione teologica e spirituale riceviamo alcuni asserti fondamentali circa la vita di grazia.</span></p>
<ol style="text-align: justify;" start="1">
<li>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>Aforismi sulla grazia</strong></span><span style="color: #000000;"><strong><br />
</strong></span></p>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La grazia è un dono gratuito di Dio</strong>. Dio ha creato liberamente l’uomo, liberamente lo eleva all’ordine soprannaturale. Noi non apparteniamo a noi stessi. Così Dio sceglie chi desidera, e opera come e quando vuole: non di certo in modo capriccioso ma in ordine al bene della persona e contemporaneamente di tutti: “<em>Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: “Perché mi hai fatto così?”. Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?”.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La grazia o i meriti?</strong>. L’uomo si salva per i propri meriti o deve riporre la fiducia nella sola grazia di Dio? Possiamo rispondere che entrambe le cose sono vere. L’equivoco sta nella parola “merito”. Le nostre azioni buone procedono dalla grazia di Dio ma non viene loro tolto il “merito” della loro libertà e consapevolezza. Le nostre azioni possiedono un valore soprannaturale, sono meritorie davanti a Dio: ancor più innestati in Cristo per il battesimo in certo qual modo diveniamo “corredentori”. Ma non dimentichiamo che se siamo capaci di un’opera meritoria ciò proviene dalla grazia di Dio. Abbiamo meriti perché Dio ci dà la grazia affinché la nostra collaborazione con lo Spirito ottenga un tale valore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La grazia “suppone” la natura, la supera e la eleva</strong>.  La grazia “suppone” la natura per il fatto che per ricevere il dono dello Spirito santo dobbiamo prima esistere come uomini. Tutto ciò che contribuisce a divenire più “umani” (maturità, salute, cultura, educazione…) è sempre una buona preparazione alla vita spirituale. Se la grazia è come il sole e la pioggia che non dipendono da noi, lo sforzo umano corrisponde al lavoro preparatorio del giardiniere. Tuttavia non dobbiamo spingere questa riflessione fino al punto da affermare che la grazia di Dio sia totalmente dipendente dalla perfezione umana. Smetterebbe di essere dono gratuito di Dio. Dio sa dare grazia a chi umanamente potrebbe apparire non ancora pronto a riceverla (peccatori che si convertono, martirio di bambini, ecc…). La grazia saprà utilizzare comunque i doni naturali elevandoli ed indirizzandoli ad una vita spirituale ancora più intensa. È possibile dire che la grazia “collabora” con la natura umana.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La grazia è necessaria per la salvezza</strong>. Senza la grazia le nostre azioni non sarebbero “meritorie”, non avrebbero valore soprannaturale, sarebbero come un corpo senza anima.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Tutti gli uomini ricevono la grazia sufficiente per salvarsi</strong>. Dio vuole la salvezza di tutti ma senza la grazia non potremmo ottenerla. Dobbiamo dunque  supporre che tutti gli uomini indistintamente la ricevano in misura sufficiente. Per il fatto che Dio vuole la nostra salvezza ciò significa che ad essa egli ci ha “predestinati” (cfr Rm 8,30). Non sappiamo tuttavia in che modo, in che tempo, in che misura la grazia toccherà il cuore, lasciandolo tuttavia libero di aderirvi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La grazia di Dio è più potente del peccato</strong>. Non vi è peccato che non possa essere perdonato, non esiste un peccatore che Dio non possa trasformare in un santo. Certo la vita è una lotta contro la potenza del male ma siamo convinti che alla fine la grazia vincerà il male.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il peccato provoca la perdita o la diminuzione della grazia di Dio</strong>. La forza della grazia essendo divina è immensa. Eppure siamo in grado di resisterle, perché essa non distrugge la nostra libertà. Anche alcuni angeli la rifiutarono. Il peccato è un “no” alla grazia di Dio. In certo qual modo questo “no” rappresenta “un fallimento del Creatore e del Salvatore del mondo”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Niente è più prezioso della grazia di Dio</strong>. Nel salmo 62 si dice: “<em>La tua grazia vale più della vita</em>”. L’anima vale più del corpo, e tutti i valori umani sono nulla dinanzi allo splendore della grazia. Santi’Ignazio di Loyola termina il testo degli Esercizi con questa preghiera: “<em>Ricevi, Signore, tutta la mia libertà, accetta la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà, tutto ciò che possiedo. Tu me li hai dati, li restituisco a te Signore. Tutto è tuo, ne disponi a seconda della tua volontà. Dammi solo il tuo amore e la tua grazia e sarò abbastanza ricco. Altro non desidero</em>”.</span></p>
<ol style="text-align: justify;" start="2">
<li><span style="color: #800000;"><strong>La grazia creata e quella increata</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La scrittura  e i padri parlano della presenza dello Spirito santo, e con lui del Padre e del Figlio, nel profondo del cuore del discepolo di Cristo: “<em>Lo Spirito di Dio dimora dentro di noi</em>” (Rm 8,9). Si realizza la promessa di Gesù: “<em>Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui</em>” (Gv 14,23). In occidente, dal medioevo, si iniziò a parlare della grazia non in riferimento diretto alla presenza e all’azione dello Spirito, ma in riferimento ai suoi doni. In quanto riferita ai doni ciò spiega le tante differenze di misura e di modi nei diversi esseri umani. Si è parlato per specificare meglio di “grazia increata” in riferimento alla presenza dello Spirito e di “grazia creata” in riferimento ai suoi doni. Quale il rapporto tra questi due aspetti? L’anima è come la cera. Lo Spirito santo (grazia increata) è come se fosse un anello che imprime il suo sigillo nella cera (grazia creata). Nella cera rimane impressa l’immagine del sigillo dell’anello.. Nell’ambito spirituale tuttavia la presenza è inseparabile dall’azione. Se lo Spirito si allontanasse, non resterebbe nell’anima il suo sigillo, cioè la sua grazia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Sono vere quindi ambedue le affermazioni: <strong>siamo tempio dello Spirito santo e questo Spirito ci trasforma, ci adorna, ci favorisce con la grazia</strong>. Scrive san Cirillo di Gerusalemme<a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a>: “<em>Con un solo raggio di luce tutto acquista il colore. Così anche lo Spirito santo illumina tutti coloro che hanno occhi. Se però uno è cieco e non accetta la grazia, non accusi lo Spirito, ma la propria incredulità</em>”.</span></p>
<ol style="text-align: justify;" start="3">
<li><span style="color: #800000;"><strong>Progresso della grazia</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La nostra vita in Dio rimane sempre vita umana dentro una storia. La proprietà di ogni vita sulla terra è che si sviluppa e si rinnova. Fermarsi è morire. Perciò <strong>esiste anche un progresso continuo nella vita spirituale perché noi evolviamo continuamente</strong>. Certamente Dio è immutabile però noi non siamo Dio e la nostra risposta a lui può crescere come anche diminuire. Non è mai possibile una conversione radicale e assoluta una volta per tutte. Paolo augura ai cristiani di Efeso di crescere sempre più fino alla misura della pienezza di Cristo (Ef 4,13). Alcuni vorrebbero sostenere la tesi che certe persone, per carattere e predisposizione, sono predisposte alla vita spirituale e altre no. Ritorna in forma moderna l’errore degli gnostici<a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> i quali dividevano gli uomini in tre categorie: quelli che hanno interessi materiale, altri che sono sensibili ai valori dell’anima, altri che sono autentici spirituali. Ma ciascuno rimane per sempre nella categoria in cui è nato. La dottrina della Chiesa è chiara: esiste sempre una continua crescita o decadenza della vita spirituale. Quindi non possiamo mai catalogare nessuno in una categoria o nell’altra.</span></p>
<ol style="text-align: justify;" start="4">
<li><span style="color: #800000;"><strong>I vari nomi dei gradi della vita spirituale</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il progresso della grazia è certamente invisibile: tuttavia da alcuni segni è possibile coglierlo</strong>. Si manifesta nel modo di percepire la realtà, le vicende, dai desideri, dalle azioni. In questo senso  è possibile stabilire indicativamente alcuni “gradi”. Questa suddivisione è sempre arbitraria e semplicemente indicativa. Non bisogna meravigliarci ad esempio se essa varia da autore a autore. Ad esempio san Giovanni Climaco<a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a>, nella sua “<em>Scala del Paradiso</em>” descrive il cammino spirituale come una serie di trenta tappe (trenta gradini). Origene<a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> parla di 42 “stazioni” nel cammino verso la Gerusalemme celeste.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>La più spontanea e naturale suddivisione è la divisione in tre tappe</strong> perché, come dice s. Tommaso d’Aquino<a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a>, ogni cosa ha il suo principio, uno stadio intermedio e una fine.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Anche nella vita spirituale <strong>vi sono i principianti, i progrediti e i perfetti</strong>. I padri greci così li definiscono: i principianti hanno come motivo principale il timore di Dio, i progrediti sperano nelle sue ricompense, i perfetti vivono nell’amore di Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La vita spirituale poi <strong>viene vista come un cammino</strong>. Questo pensiero è sviluppato soprattutto da Origene commentando il cammino del popolo eletto nell’esodo. La vita cristiana comincia con l’uscita dall’Egitto cioè dalla schiavitù del peccato, passa attraverso il mar Rosso cioè il battesimo, e il suo fine è l’ingresso nella Terra santa cioè il cielo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Molto più facile era <strong>paragonare la vita spirituale alla vita fisica</strong>. Perciò gli autori parlano di coloro che nella vita spirituale sono ancora “bambini”, altri “adulti”, altri “anziani”. La parola anziano – <em>abbà</em>, <em>staretz</em> in russo – significa una persona talmente progredita spiritualmente da poter divenire guida per gli altri.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Per i padri greci e gli autori monastici orientali lo scopo della vita spirituale era la conoscenza esperienziale di Dio: la <strong>contemplazione-<em>theoria</em></strong>. La purificazione dai peccati e dalle imperfezioni, l’esercizio delle virtù venne chiamata <strong><em>praxis</em></strong>. In conseguenza di ciò si ha la divisione della vita spirituale in due grandi gradi: <em>praxis </em>e <em>theoria</em>. La prima conduce all’altra.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In occidente divenne abituale una divisione ricavata da un autore orientale: Dionigi Areopagita<a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a>. <strong>Si parla della via “<em>purgativa</em>”, “<em>illuminativa</em>”,  “<em>unitiva</em>”</strong>. Prima ci si deve purificare da ciò che impedisce la perfezione. In seguito cresce la conoscenza della verità e, alla fine, l’anima non desidera altro che di essere unita con Dio.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Nella spiritualità settecentesca, come in s. Paolo della Croce, si parlerà inoltre di tre grandi tappe: ovvero di “<em>morte mistica</em>”, di “<em>divina natività</em>” e di “<em>unione con Dio nella morte mistica”</em> come itinerario di vita spirituale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Teniamo comunque sempre presente che <strong>i gradi si compenetrano e non si escludono</strong>. L’importante è comprendere che la vita spirituale è un processo, un cammino che attraversa varie tappe. Ciò esige lo sforzo inizialmente sorretto dalla grazia di Dio. Sarà bene poi non aver troppa fretta di progredire: la fretta anzi è dannosa e rischiosa e causa spesso delusioni e scoraggiamenti. San Giovanni Climaco scrive: “<em>Se uno volesse salire con la propria voglia in cielo, afferratelo per le gambe e tiratelo giù, altrimenti casca e si rompe le ossa</em>”. È quindi prudente progredire lentamente, perfezionarsi nelle piccole cose ma con costanza. Ogni vita cresce senza che, nel momento stesso, si avverta la crescita. “<em>Qualcuno si esercita in una virtù, qualcuno in altra, un terzo in tutte, ma il fattore comune è la crescita continua</em>” dice s. Gregorio di Nazianzio<a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a>.</span></p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> <em>Poco o nulla si sa della sua gioventù, incerta la data di nascita avvenuta probabilmente nel <a title="313" href="http://it.wikipedia.org/wiki/313"><span style="color: #000000;">313</span></a> o <a title="315" href="http://it.wikipedia.org/wiki/315"><span style="color: #000000;">315</span></a> a <a title="Gerusalemme" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gerusalemme"><span style="color: #000000;">Gerusalemme</span></a> o nei dintorni, da genitori cristiani. Le informazioni che abbiamo su questo vescovo ci giungono dai suoi contemporanei <a title="Rufino" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rufino"><span style="color: #000000;">Rufino</span></a>, Epifanio e Geronimo e da vari storici del <a title="V secolo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/V_secolo"><span style="color: #000000;">V secolo</span></a> tra cui <a title="Sozomeno" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sozomeno"><span style="color: #000000;">Sozomeno</span></a>, Socrate e Teodoro. Venne ordinato sacerdote dal vescovo <a title="Macario di Gerusalemme" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Macario_di_Gerusalemme"><span style="color: #000000;">Macario di Gerusalemme</span></a> o dal suo successore Massimo III nel <a title="335" href="http://it.wikipedia.org/wiki/335"><span style="color: #000000;">335</span></a>. Sotto Massimo III operò come sacerdote della Diocesi di Gerusalemme, molto incline al dialogo e alla riconciliazione operò in questo senso, all’interno delle varie correnti filosofiche, nella Chiesa del momento. Egli abbracciò la corrente di <a title="Eusebio di Cesarea" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eusebio_di_Cesarea"><span style="color: #000000;">Eusebio di Cesarea</span></a>, che si situava in una posizione mediana tra la teologia di <a title="Atanasio di Alessandria" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Atanasio_di_Alessandria"><span style="color: #000000;">Atanasio di Alessandria</span></a> (che divenne poi quella accettata dalla Chiesa), e quella di <a title="Ario" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ario"><span style="color: #000000;">Ario</span></a>, il tema era quello della divinità di Cristo. Gli ariani non la accettavano, Atanasio sosteneva la <a title="Consustanzialità" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Consustanzialit%C3%A0"><span style="color: #000000;">consustanzialità</span></a>, stessa natura del Padre, mentre Eusebio e Cirillo erano per una posizione dove Cristo era definito </em><em>ὅμοιος</em><em>(homoios, simile al Padre). Egli operò in una città dove, dopo molti anni di violenze e di soprusi, ritornava l’interesse dei potenti; come <a title="Flavia Giulia Elena" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Flavia_Giulia_Elena"><span style="color: #000000;">Elena</span></a>, la madre dell&#8217;imperatore, che vi si era recata nel <a title="323" href="http://it.wikipedia.org/wiki/323"><span style="color: #000000;">323</span></a>. Mentre nel <a title="335" href="http://it.wikipedia.org/wiki/335"><span style="color: #000000;">335</span></a> lo stesso imperatore Costantino fa erigere la basilica del Santo Sepolcro, che vedrà il nostro vescovo operare e predicare. Sotto un altro imperatore, <a title="Giuliano (imperatore romano)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuliano_%28imperatore_romano%29"><span style="color: #000000;">Giuliano</span></a>, si tentò anche di ricostruire il <a title="Tempio di Gerusalemme" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_di_Gerusalemme"><span style="color: #000000;">Tempio di Gerusalemme</span></a> distrutto duecento anni prima. Cirillo venne nominato vescovo nel <a title="347" href="http://it.wikipedia.org/wiki/347"><span style="color: #000000;">347</span></a> da Acacio patriarca di Cesarea. Tra i due sorsero quasi immediatamente forti attriti, sia per questioni amministrative che per questioni teologiche. Questi dissidi sfociarono nella condanna all’esilio, formulata da un concilio indetto dal patriarca Acacio nel <a title="358" href="http://it.wikipedia.org/wiki/358"><span style="color: #000000;">358</span></a>, Cirillo venne accusato di vendere proprietà della Chiesa per aiutare i poveri. Nel <a title="Concilio di Seleucia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Seleucia"><span style="color: #000000;">concilio di Seleucia</span></a> del <a title="359" href="http://it.wikipedia.org/wiki/359"><span style="color: #000000;">359</span></a>, presente Cirillo, Acacio venne deposto e il nostro vescovo poté, per un breve periodo, rientrare nella sua diocesi. Appena un anno dopo, questa volta ad opera dell’Imperatore <a title="Costanzo II" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Costanzo_II"><span style="color: #000000;">Costanzo II</span></a>, anch’egli filo ariano, venne di nuovo esiliato. Con l&#8217;avvento al potere di <a title="Giuliano (imperatore romano)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuliano_%28imperatore_romano%29"><span style="color: #000000;">Giuliano</span></a> nel <a title="361" href="http://it.wikipedia.org/wiki/361"><span style="color: #000000;">361</span></a>, tutti i vescovi esiliati vengono riammessi alle loro cariche. Nel <a title="367" href="http://it.wikipedia.org/wiki/367"><span style="color: #000000;">367</span></a> viene di nuovo esiliato, questo esilio durerà fino al <a title="378" href="http://it.wikipedia.org/wiki/378"><span style="color: #000000;">378</span></a>. Nel <a title="381" href="http://it.wikipedia.org/wiki/381"><span style="color: #000000;">381</span></a> partecipa al grande <a title="Concilio di Costantinopoli" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Costantinopoli"><span style="color: #000000;">concilio di Costantinopoli</span></a>, dove venne definitivamente decisa l’adozione del <a title="Simbolo niceno-costantinopolitano" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Simbolo_niceno-costantinopolitano"><span style="color: #000000;">credo niceno</span></a>, che diventò verità di fede. Anche Cirillo sottoscrisse la definizione di Cristo come </em><em>ὁμοιούσιος</em><em> (homoiousios, simile nella sostanza al Padre), convinto che questa era l&#8217;unica accettabile. Quando finalmente venne raggiunta, per lui e per la propria Chiesa, una chiara presa di posizione dopo una intera vita spesa a ragionare e ponderare quale fosse la vera sostanza del Cristo, poté trascorrere gli ultimi anni in tranquillità. Mori nel  del <a title="387" href="http://it.wikipedia.org/wiki/387"><span style="color: #000000;">387</span></a><br />
</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref2"><span style="color: #000000;"><em><strong>[2]</strong></em></span></a><em> Lo gnosticismo è un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe nel <a title="II secolo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/II_secolo"><span style="color: #000000;">II</span></a> e <a title="III secolo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/III_secolo"><span style="color: #000000;">III secolo</span></a> dell&#8217;era cristiana.  Il termine gnosticismo deriva dalla parola <a title="Lingua greca" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Lingua_greca"><span style="color: #000000;">greca</span></a> gnósis (γνῶσις), «conoscenza». Una definizione piuttosto parziale del movimento, basata sull&#8217;etimologia della parola, può essere: &#8220;dottrina della salvezza tramite la conoscenza&#8221;. Mentre il <a title="Giudaismo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Giudaismo"><span style="color: #000000;">giudaismo</span></a> sostiene che l&#8217;<a title="Anima" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Anima"><span style="color: #000000;">anima</span></a> raggiunge la <a title="Salvezza" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Salvezza"><span style="color: #000000;">salvezza</span></a> attraverso l&#8217;osservanza delle <a title="613" href="http://it.cathopedia.org/wiki/613"><span style="color: #000000;">613</span></a> <a title="Mitzvòt (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Mitzv%C3%B2t&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">mitzvòt</span></a> e il <a title="Cristianesimo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cristianesimo"><span style="color: #000000;">cristianesimo</span></a> sostiene che l&#8217;<a title="Anima" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Anima"><span style="color: #000000;">anima</span></a> raggiunge la salvezza attraverso la <a title="Fede" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Fede"><span style="color: #000000;">fede</span></a>, le <a title="Opere (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Opere&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">opere</span></a> e la <a title="Grazia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Grazia"><span style="color: #000000;">Grazia</span></a>, per lo gnosticismo la salvezza dell&#8217;anima può derivare soltanto dal possesso di una conoscenza quasi intuitiva dei misteri dell&#8217;universo e dal possesso di <a title="Formule magiche (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Formule_magiche&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">formule magiche</span></a> indicative di quella conoscenza.  Gli gnostici erano &#8220;persone che sapevano&#8221;, e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano.  Una definizione più completa di gnosticismo potrebbe essere: &#8220;nome collettivo indicante un gran numero di sette <a title="Panteismo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Panteismo"><span style="color: #000000;">panteistico</span></a> &#8211; idealistiche fortemente diverse tra loro che sorsero da poco prima dell&#8217;Era cristiana al <a title="V secolo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/V_secolo"><span style="color: #000000;">V secolo</span></a> e che, prendendo in prestito la fraseologia ed alcuni dei <a title="Dogma" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Dogma"><span style="color: #000000;">dogmi</span></a> delle principali <a title="Religione" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Religione"><span style="color: #000000;">religioni</span></a> contemporanee, specialmente del cristianesimo, sostenevano che la materia fosse un deterioramento dello <a title="Spirito (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Spirito&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">spirito</span></a> e l&#8217;intero <a title="Universo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Universo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">universo</span></a> una depravazione della <a title="Divinità (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Divinit%C3%A0&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Divinità</span></a>, ed insegnavano che il fine ultimo di ogni essere era il superamento della bassezza della materia ed il ritorno allo spirito Genitore, tale ritorno, sostenevano, era stato facilitato dall&#8217;apparizione di alcuni <a title="Salvatore (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Salvatore&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Salvatori</span></a> inviati da Dio.&#8221;  Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l&#8217;oscurità, la molteplicità, e la confusione dei sistemi gnostici permette difficilmente di formularne un&#8217;altra.  Tratto comune per molte correnti gnostiche è la distinzione che essi operavano tra il vero Dio inconoscibile e il Dio ebraico <a title="Yahweh (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Yahweh&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Yahweh</span></a> (anche noto come Yaldabaoth, Samael, e Demiurgo), fondamentalmente dipinto come malvagio, cosicché disprezzavano le sue <a title="Legge (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Legge&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">leggi</span></a> e l&#8217;universo materiale da lui creato per imprigionare le <a title="Anima" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Anima"><span style="color: #000000;">anime</span></a> degli uomini.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> <em>Nato in <a title="Siria" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Siria"><span style="color: #000000;">Siria</span></a>, a sedici anni Giovanni, divenuto monaco sul monte Sinai fu discepolo dell’abate Martirio, un anziano, cioè un sapiente. Verso i vent’anni, scelse di vivere da <a title="Eremita" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Eremita"><span style="color: #000000;">eremita</span></a> in una grotta ai piedi del monte, in località di Tola, a otto chilometri dall’attuale <a title="Monastero di Santa Caterina" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Monastero_di_Santa_Caterina"><span style="color: #000000;">monastero di Santa Caterina</span></a>. Dopo quarant’anni di vita eremitica vissuta nell’amore per Dio e per il prossimo, anni durante i quali pianse, pregò, lottò contro i demoni, fu nominato <a title="Igumeno" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Igumeno"><span style="color: #000000;">igumeno</span></a> del grande monastero del monte Sinai e ritornò così alla vita cenobitica, in monastero. I suoi <a title="Agiografia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Agiografia"><span style="color: #000000;">agiografi</span></a> raccontano che dimostrò tale saggezza in materia di fede, che la sua reputazione crebbe ben presto fino addirittura ad arrivare a Roma, dove <a title="Papa Gregorio Magno" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Papa_Gregorio_Magno"><span style="color: #000000;">Papa Gregorio Magno</span></a> pare si sia raccomandato alle sue preghiere ed abbia elargito delle somme di denaro per la costruzione di un luogo di ricovero per i pellegrini che giungevano nel Sinai. Dopo quattro anni rassegnò le proprie dimissioni da abate e tornò al suo <a title="Eremo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Eremo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">eremo</span></a> per prepararsi alla morte.  Scrisse un gran numero di libri dottrinali, tra i quali spicca il &#8220;Klimax tou Paradeisou&#8221; (<a title="Scala del Paradiso (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Scala_del_Paradiso&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Scala del Paradiso</span></a>), composto in lingua greca su richiesta di Giovanni, abate di Raithu; e il &#8220;Liber ad Pastorem&#8221;, regola per il clero superiore forse ispirata alla &#8220;Regula pastoralis&#8221; di Papa Gregorio.  Il Klimax descrive il metodo con cui riuscire a innalzare la propria anima a Dio, utilizzando la metafora della Scala. Il libro enuclea le principali virtù e i principali difetti della vita monacale, individuando nell&#8217;assenza di passioni (<a title="Apatia (filosofia) (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Apatia_%28filosofia%29&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">apatheia</span></a>) e nella pratica della Preghiera del Cuore (<a title="Esichia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Esichia"><span style="color: #000000;">Esichia</span></a> in <a title="Lingua greca" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Lingua_greca"><span style="color: #000000;">greco</span></a> ἡσυχία: hesychia), l&#8217;essenza della beatitudine mistica cristiana. Vi sono trenta gradini da superare, che corrispondono all&#8217;età di Gesù dalla sua nascita al battesimo nel Giordano e l&#8217;inizio del suo ministero. Vi sono numerose icone che riprendono allegoricamente tale percorso, figurando persone che salgono tale scala: alla fine di questa c&#8217;è Gesù che accoglie chi riesce a giungere all&#8217;ultimo gradino, mentre nel mezzo vi sono figure di angeli e diavoli che cercano rispettivamente di aiutare i cristiani nel loro cammino o di farli scivolare giù, indipendentemente da quale gradino loro siano arrivati. Questo libro, che già nell&#8217;antichità ebbe un grande successo e fu tradotto in latino, siriaco, armeno, arabo, slavo, è uno dei più letti tra i Cristiani ortodossi, soprattutto durante il periodo di <a title="Quaresima" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Quaresima"><span style="color: #000000;">Quaresima</span></a> che precede la <a title="Pasqua" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Pasqua"><span style="color: #000000;">Pasqua</span></a>. </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> <em>Primogenito di sette figli venne avviato dal padre Leonida allo studio delle lettere e alla conoscenza della <a title="Sacra Scrittura" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Sacra_Scrittura"><span style="color: #000000;">Sacra Scrittura</span></a>. Era appena diciassettenne quando, nel <a title="202" href="http://it.cathopedia.org/wiki/202"><span style="color: #000000;">202</span></a>, la <a title="Persecuzione dei cristiani nell'impero romano" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Persecuzione_dei_cristiani_nell%27impero_romano#Persecuzione_di_Settimio_Severo"><span style="color: #000000;">persecuzione di Settimio Severo</span></a> si abbatté sulla Chiesa di Alessandria. Suo padre fu incarcerato e successivamente decapitato, sempre sorretto dall&#8217;incoraggiamento del giovane figlio che gli inviò una lettera di esortazione al <a title="Martirio" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Martirio"><span style="color: #000000;">martirio</span></a>.  Quando Leonida morì e le sue fortune vennero confiscate dalle autorità imperiali, il ragazzo lavorò duramente per sostenere la madre ed i fratelli. Aprì quindi una scuola di grammatica, e poco tempo dopo, assunse la direzione della scuola catechetica. Fu incaricato della preparazione al <a title="Battesimo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Battesimo"><span style="color: #000000;">battesimo</span></a> dei <a title="Catecumeno (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Catecumeno&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">catecumeni</span></a> dal vescovo <a title="Demetrio di Alessandria (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Demetrio_di_Alessandria&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Demetrio</span></a> (Eusebio, Historia ecclesiastica, VI, II; Girolamo, De viris illustribus, LIV). Ebbe come allievi: <a title="Basilide di Alessandria (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Basilide_di_Alessandria&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Basilide</span></a>, <a title="Santa Potamiena (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Santa_Potamiena&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Potamiena</span></a>, Plutarco, Sereno, Eraclide, Erone, un altro Sereno, ed Herais (Eusebio, Hist. eccl., VI, IV). Accompagnò molti di loro al martirio incoraggiandoli con le sue esortazioni.  Poiché gli ascoltatori aumentavano sempre più, fu costretto a dividere il corso, affidando ad <a title="Eracla (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Eracla&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Eracla</span></a> la preparazione di base e mantenendo per sé quello superiore. L&#8217;insegnamento ad un pubblico eterogeneo, formato non solo da <a title="Cristianesimo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cristianesimo"><span style="color: #000000;">cristiani</span></a> ma anche da <a title="Paganesimo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Paganesimo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">pagani</span></a>, <a title="Eresia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Eresia"><span style="color: #000000;">eretici</span></a> e <a title="Gnosticismo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Gnosticismo"><span style="color: #000000;">gnostici</span></a>, lo convinse della necessità di una conoscenza più approfondita, sia della Scrittura sia della filosofia. A tal fine si applicò anche allo studio della <a title="Ebraico" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Ebraico"><span style="color: #000000;">lingua ebraica</span></a> e visitò la <a title="Palestina" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Palestina"><span style="color: #000000;">Palestina</span></a> per rendersi conto di persona dei luoghi geografici descritti dalla Bibbia.  Frequentò le lezioni di <a title="Ammonio Sacca (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Ammonio_Sacca&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Ammonio Sacca</span></a> padre del <a title="Neoplatonismo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Neoplatonismo"><span style="color: #000000;">neoplatonismo</span></a> alessandrino. Tutto ciò non lo distolse dall&#8217;insegnamento e dalla pubblicazione dei suoi primi commenti alla scrittura. Tuttavia, l&#8217;eccessiva importanza data alla filosofia nella spiegazione della <a title="Verità" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Verit%C3%A0"><span style="color: #000000;">verità</span></a> della fede dovette suscitare nella Chiesa di Alessandria qualche riserva sul suo pensiero.  Con il passare del tempo il sospetto si mutò in aperta rottura, tanto che quando fu <a title="Ordinazione sacerdotale" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Ordinazione_sacerdotale"><span style="color: #000000;">ordinato sacerdote</span></a> nel <a title="230" href="http://it.cathopedia.org/wiki/230"><span style="color: #000000;">230</span></a>, da <a title="Teoctiso di Cesarea (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Teoctiso_di_Cesarea&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Teoctiso di Cesarea</span></a> e da <a title="Alessandro di Gerusalemme (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Alessandro_di_Gerusalemme&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Alessandro di Gerusalemme</span></a>, senza l&#8217;autorizzazione del <a title="Vescovo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Vescovo"><span style="color: #000000;">vescovo</span></a> Demetrio, furono presi nei suoi confronti provvedimenti durissimi. Venne privato dell&#8217;insegnamento, deposto dall&#8217;<a title="Ordine" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Ordine"><span style="color: #000000;">ordine presbiterale</span></a> e cacciato dalla <a title="Comunità (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Comunit%C3%A0&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">comunità</span></a>. Queste decisioni vennero ratificate dal <a title="Romano Pontefice" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Romano_Pontefice"><span style="color: #000000;">pontefice romano</span></a> <a title="Ponziano" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Ponziano"><span style="color: #000000;">Ponziano</span></a> e da altri vescovi, ad eccezione di quelli della Palestina, Fenicia, Arabia e Acaia. Secondo alcuni autori, per il suo estremo rigore ascetico e per aver applicato alla lettera <a title="Vangelo secondo Matteo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Vangelo_secondo_Matteo"><span style="color: #000000;">Mt</span></a> <a href="http://bibbia.qumran2.net/index.php?CiteButton=Estrai&amp;Versions%5b%5d=bible_it_cei2008&amp;Cite=Matteo+19%2C12" target="_blank"><span style="color: #000000;">19,12</span></a> ed essersi evirato il vescovo Demetrio non lo aveva mai voluto ordinare <a title="Sacerdote" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Sacerdote"><span style="color: #000000;">sacerdote</span></a><sup><a href="http://it.cathopedia.org/wiki/Origene#cite_note-0"><span style="color: #000000;">[1]</span></a></sup>.  Abbandonata Alessandria si ritirò presso l&#8217;amico <a title="Teoctiso (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Teoctiso&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Teoctiso</span></a>, a Cesarea di Palestina dove aprì una scuola di <a title="Teologia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Teologia"><span style="color: #000000;">teologia</span></a> che divenne la continuazione di quella di Alessandria. <sup><a href="http://it.cathopedia.org/wiki/Origene#cite_note-1"><span style="color: #000000;">[2]</span></a></sup>. I dettagli di questa vicenda furono riportati da Eusebio nel secondo libro perduto dell&#8217;&#8221;Apologia per Origene&#8221;; secondo Fozio, che aveva letto l&#8217;opera, furono convocati ad Alessandria due <a title="Concilio (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Concilio&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">concili</span></a>, il primo di questi esiliò Origene, mentre l&#8217;altro lo depose dal sacerdozio (Bibliotheca Cod. 118). Girolamo, comunque, affermava espressamente che non fu condannato per alcun punto della sua dottrina.  All&#8217;insegnamento univa la predicazione alla comunità dei fedeli. Contemporaneamente si dedicava alla stesura di opere di diverso genere: commenti alla Scrittura, <a title="Omelia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Omelia"><span style="color: #000000;">omelie</span></a>, <a title="Lettera (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Lettera&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">lettere</span></a>, opere <a title="Acesi (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Acesi&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">ascetiche</span></a> e <a title="Apologia (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Apologia&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">apologetiche</span></a>. Durante la <a title="Persecuzione di Decio (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Persecuzione_di_Decio&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">persecuzione di Decio</span></a> (249-250), ormai vecchio, venne imprigionato e brutalmente torturato per la sua fede. Liberato, morì poco dopo per i maltrattamenti subiti. Venne sepolto a <a title="Tiro" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Tiro"><span style="color: #000000;">Tiro</span></a> e la sua <a title="Tomba (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Tomba&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">tomba</span></a> era visibile fino al <a title="XII secolo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/XII_secolo"><span style="color: #000000;">XII secolo</span></a> nella <a title="Cattedrale" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cattedrale"><span style="color: #000000;">cattedrale</span></a> della città. </em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a> <em>San Tommaso d&#8217;Aquino</em><em>, detto anche Doctor Angelicus, Doctor Communis (<a title="Roccasecca (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Roccasecca&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Roccasecca</span></a>, <a title="1225" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1225"><span style="color: #000000;">1225</span></a> – <a title="Fossanova (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Fossanova&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Fossanova</span></a>, <a title="7 marzo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/7_marzo"><span style="color: #000000;">7 marzo</span></a> <a title="1274" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1274"><span style="color: #000000;">1274</span></a>), è stato un <a title="Teologia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Teologia"><span style="color: #000000;">teologo</span></a> e <a title="Filosofia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Filosofia"><span style="color: #000000;">filosofo</span></a> <a title="Italia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Italia"><span style="color: #000000;">italiano</span></a>. <a title="Papa Pio V" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Papa_Pio_V"><span style="color: #000000;">Pio V</span></a>, nel <a title="1567" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1567"><span style="color: #000000;">1567</span></a>, lo proclamò <a title="Dottore della Chiesa" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Dottore_della_Chiesa"><span style="color: #000000;">Dottore della Chiesa</span></a>, e <a title="Papa Leone XIII" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Papa_Leone_XIII"><span style="color: #000000;">Leone XIII</span></a>, il <a title="4 agosto" href="http://it.cathopedia.org/wiki/4_agosto"><span style="color: #000000;">4 agosto</span></a> <a title="1880" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1880"><span style="color: #000000;">1880</span></a>, <a title="Patrono" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Patrono"><span style="color: #000000;">patrono</span></a> delle scuole e <a title="Università cattoliche (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Universit%C3%A0_cattoliche&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">università cattoliche</span></a>. Rappresenta uno dei principali pilastri teologici della <a title="Chiesa cattolica" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Chiesa_cattolica"><span style="color: #000000;">Chiesa cattolica</span></a>, ma, per il suo metodo di lavoro e per la sua apertura mentale, è punto di riferimento anche per pensatori contemporanei (teologi e filosofi) non di fede cattolica.  Una fondamentale sua caratteristica è la capacità di leggere in modo sia sempre rispettoso sia sempre nuovo anche questioni della filosofia classica, con riferimenti a maestri come <a title="Socrate (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Socrate&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Socrate</span></a>, <a title="Platone (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Platone&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Platone</span></a>, <a title="Aristotele (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Aristotele&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Aristotele</span></a>, ma anche ai loro commentatori successivi, sia tardoantichi sia ebrei sia musulmani. La luce della fede, collocata nel giusto rapporto con quella della ragione, nonché la profonda conoscenza della <a title="Bibbia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Bibbia"><span style="color: #000000;">Bibbia</span></a> e dei <a title="Padri della Chiesa" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Padri_della_Chiesa"><span style="color: #000000;">Padri della Chiesa</span></a> ne fanno un maestro anche per i tempi di oggi.  Figlio di Landolfo, nobile di origine longobarda, e Teodora, il piccolo Tommaso, a soli cinque anni, fu inviato come <a title="Oblato (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Oblato&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">oblato</span></a> nella vicina <a title="Abbazia di Monte Cassino" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Abbazia_di_Monte_Cassino"><span style="color: #000000;">Abbazia di Monte Cassino</span></a> per ricevere l&#8217;<a title="Educazione (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Educazione&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">educazione</span></a> religiosa.  A quattordici anni Tommaso si trasferì a <a title="Napoli" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Napoli"><span style="color: #000000;">Napoli</span></a>, dove si dedicò allo studio delle arti all&#8217;<a title="Università (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Universit%C3%A0&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Università</span></a> degli Studi di Napoli &#8220;Federico II&#8221;, presso il <a title="Convento" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Convento"><span style="color: #000000;">convento</span></a> di <a title="Chiesa di San Domenico Maggiore (Napoli) (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Chiesa_di_San_Domenico_Maggiore_%28Napoli%29&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">San Domenico Maggiore</span></a>. È così che, pur fortemente ostacolato dalla <a title="Famiglia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Famiglia"><span style="color: #000000;">famiglia</span></a>, fece richiesta nel <a title="1244" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1244"><span style="color: #000000;">1244</span></a> di essere ammesso all&#8217;<a title="Ordine domenicano" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Ordine_domenicano"><span style="color: #000000;">Ordine domenicano</span></a>, cosa che avvenne a fine <a title="Aprile" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Aprile"><span style="color: #000000;">aprile</span></a> dello stesso anno.  I suoi superiori, avendone intuito il precoce talento, e per consentirgli il completamento degli studi, lo inviarono a <a title="Parigi" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Parigi"><span style="color: #000000;">Parigi</span></a>, ma il giovane, prima che potesse giungervi, fu catturato dai suoi familiari e ricondotto al castello paterno di Monte San Giovanni Campano.  Il periodo di prigionia, che durò un <a title="Anno" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Anno"><span style="color: #000000;">anno</span></a>, fu caratterizzato dalle pressioni della famiglia che voleva fargli rinunciare all&#8217;abito domenicano, e si concluse, per intercessione di <a title="Papa Innocenzo IV" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Papa_Innocenzo_IV"><span style="color: #000000;">Papa Innocenzo IV</span></a>, con la <a title="Liberazione (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Liberazione&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">liberazione</span></a> (o, secondo alcuni biografi, con la fuga) di Tommaso.  Dopo brevi soggiorni, prima a Napoli e poi a <a title="Roma" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Roma"><span style="color: #000000;">Roma</span></a>, nel <a title="1248" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1248"><span style="color: #000000;">1248</span></a> Tommaso giunse a <a title="Colonia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Colonia"><span style="color: #000000;">Colonia</span></a> in <a title="Germania" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Germania"><span style="color: #000000;">Germania</span></a> per seguire le lezioni di <a title="Sant'Alberto Magno" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Sant%27Alberto_Magno"><span style="color: #000000;">Sant&#8217;Alberto Magno</span></a><sup><a href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Tommaso_d%27Aquino#cite_note-1"><span style="color: #000000;">[2]</span></a></sup>, <a title="Filosofo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Filosofo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">filosofo</span></a> e <a title="Teologo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Teologo"><span style="color: #000000;">teologo</span></a> <a title="Germania" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Germania"><span style="color: #000000;">tedesco</span></a>, la cui dottrina cercò di conciliare l&#8217;<a title="Aristotelismo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Aristotelismo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Aristotelismo</span></a> con il <a title="Cristianesimo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cristianesimo"><span style="color: #000000;">Cristianesimo</span></a>, considerando il metodo empirico di <a title="Aristotele (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Aristotele&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Aristotele</span></a> molto utile per le scienze naturali e, dal momento che <a title="Scienza e fede (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Scienza_e_fede&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">scienza e fede</span></a> non sono contrastanti, indirettamente giovevole anche per la <a title="Fede" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Fede"><span style="color: #000000;">fede</span></a> cristiana: conoscere meglio la natura equivale a conoscere meglio l&#8217;opera del Creatore. Tommaso fece sua questa istanza di Alberto. A <a title="Colonia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Colonia"><span style="color: #000000;">Colonia</span></a>, nel <a title="1250" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1250"><span style="color: #000000;">1250</span></a> o nell&#8217;anno successivo, diventa <a title="Sacerdote" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Sacerdote"><span style="color: #000000;">sacerdote</span></a>. Dal <a title="1252" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1252"><span style="color: #000000;">1252</span></a> invece Tommaso insegnò all&#8217;<a title="Università di Parigi (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Universit%C3%A0_di_Parigi&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Università di Parigi</span></a>, iniziando come baccalarius biblicus, e dopo <a title="Quattro" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Quattro"><span style="color: #000000;">quattro</span></a> anni poté tenere la sua prima lezione in <a title="Cattedra" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cattedra"><span style="color: #000000;">cattedra</span></a>.  Nel frattempo, Tommaso combatté contro gli <a title="Averroismo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Averroismo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">averroisti</span></a><sup><a href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Tommaso_d%27Aquino#cite_note-2"><span style="color: #000000;">[3]</span></a></sup>, che ritenevano la <a title="Fede" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Fede"><span style="color: #000000;">fede</span></a> inconciliabile con la <a title="Ragione (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Ragione&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">ragione</span></a>. Secondo Tommaso, invece, la ragione supera le fede, ma non si oppone ad essa.  Tommaso cercò anche, contro l&#8217;opinione del dominante indirizzo <a title="Sant'Agostino d'Ippona" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Sant%27Agostino_d%27Ippona"><span style="color: #000000;">agostiniano</span></a>, filosoficamente <a title="Platonismo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Platonismo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">platonico</span></a> o <a title="Neoplatonismo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Neoplatonismo"><span style="color: #000000;">neoplatonico</span></a>, di mostrare la conciliabilità dell&#8217;impostazione aristotelica &#8211; ovviamente interpretata in modo diverso da quanto facevano gli averroisti e, dove occorreva, opportunamente corretta &#8211; con la fede cristiana; Tommaso, in questa operazione, non scadde mai nella polemica, citando anzi sempre con grande stima lo stesso <a title="Sant'Agostino" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Sant%27Agostino"><span style="color: #000000;">Sant&#8217;Agostino</span></a>; a tal proposito, è da rilevare che fu personalmente in ottimi rapporti con uno dei massimi esponenti contemporanei dell&#8217;agostinismo, <a title="San Bonaventura" href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Bonaventura"><span style="color: #000000;">San Bonaventura</span></a>.  Nel <a title="1259" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1259"><span style="color: #000000;">1259</span></a> Tommaso tornò in <a title="Italia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Italia"><span style="color: #000000;">Italia</span></a>: strinse amicizia con <a title="Guglielmo di Moerbeke (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Guglielmo_di_Moerbeke&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Guglielmo di Moerbeke</span></a>, il grande traduttore di <a title="Aristotele (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Aristotele&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Aristotele</span></a> dai testi originali <a title="Lingua greca" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Lingua_greca"><span style="color: #000000;">greci</span></a>, e collaborò ad alcuni scritti con <a title="Papa Urbano IV" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Papa_Urbano_IV"><span style="color: #000000;">papa Urbano IV</span></a>, presso il <a title="Convento" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Convento"><span style="color: #000000;">convento</span></a> di <a title="Orvieto (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Orvieto&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Orvieto</span></a>, dove il <a title="Papa" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Papa"><span style="color: #000000;">pontefice</span></a> si era temporaneamente stabilito.  Su incarico di Urbano IV, compose l&#8217;<a title="Ufficio divino" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Ufficio_divino"><span style="color: #000000;">ufficio</span></a> e gli <a title="Inno (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Inno&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">inni</span></a> per la festa del <a title="Solennità del Corpus Domini" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Solennit%C3%A0_del_Corpus_Domini"><span style="color: #000000;">Corpus Domini</span></a> appena istituita (<a title="8 settembre" href="http://it.cathopedia.org/wiki/8_settembre"><span style="color: #000000;">8 settembre</span></a> <a title="1264" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1264"><span style="color: #000000;">1264</span></a>); tra essi spicca l&#8217;inno <a title="Pange Lingua" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Pange_Lingua"><span style="color: #000000;">Pange Lingua</span></a>, con le celeberrime ultime due strofe del <a title="Tantum Ergo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Tantum_Ergo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Tantum Ergo</span></a>, che la <a title="Liturgia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Liturgia"><span style="color: #000000;">liturgia</span></a> <a title="Cattolicesimo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cattolicesimo"><span style="color: #000000;">cattolica</span></a> ancor oggi <a title="Canto sacro (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Canto_sacro&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">canta</span></a> durante l&#8217;<a title="Esposizione (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Esposizione&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">esposizione</span></a> del <a title="Eucaristia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Eucaristia"><span style="color: #000000;">Santissimo Sacramento</span></a>.  Successivamente si recò a Roma, per organizzare i corsi dello Studio di <a title="Santa Sabina (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Santa_Sabina&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Santa Sabina</span></a> e, nel <a title="1267" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1267"><span style="color: #000000;">1267</span></a>, <a title="Papa Clemente IV" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Papa_Clemente_IV"><span style="color: #000000;">papa Clemente IV</span></a> lo chiamò con sé a <a title="Viterbo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Viterbo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Viterbo</span></a>, dove <a title="Predicazione (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Predicazione&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">predicò</span></a> spesso dal <a title="Pulpito" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Pulpito"><span style="color: #000000;">pulpito</span></a> della <a title="Chiesa di Santa Maria Nuova (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Chiesa_di_Santa_Maria_Nuova&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">chiesa di Santa Maria Nuova</span></a>.  Proprio durante gli anni trascorsi in Italia compose numerose opere come la &#8220;<a title="Summa contra gentiles (Tommaso) (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Summa_contra_gentiles_%28Tommaso%29&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Summa contra gentiles</span></a>&#8220;, il &#8220;De regimine principum&#8221;, il &#8220;De unitate intellectus contra Averroistas&#8221; e buona parte del suo capolavoro, la <a title="Summa Theologiae" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Summa_Theologiae"><span style="color: #000000;">Summa Theologiae</span></a>.  Nel <a title="1269" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1269"><span style="color: #000000;">1269</span></a> fu richiamato dai suoi <a title="Superiore (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Superiore&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">superiori</span></a> a <a title="Parigi" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Parigi"><span style="color: #000000;">Parigi</span></a>, per intervenire nella polemica tra Maestri secolari ed <a title="Ordini mendicanti" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Ordini_mendicanti"><span style="color: #000000;">Ordini mendicanti</span></a>; qui dovette anche difendere il suo recupero del pensiero di Aristotele di fronte agli attacchi degli agostinisti, e confutare gli errori dottrinari degli <a title="Averroè (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Averro%C3%A8&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">averroisti</span></a>.  Nel <a title="1272" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1272"><span style="color: #000000;">1272</span></a>, chiamato da Carlo I d&#8217;Angiò, fu nuovamente a <a title="Napoli" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Napoli"><span style="color: #000000;">Napoli</span></a>, e si occupò della riorganizzazione degli studi teologici del convento di <a title="San Domenico" href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Domenico"><span style="color: #000000;">San Domenico</span></a>, a cui era annessa la locale Università.  Il <a title="6 dicembre" href="http://it.cathopedia.org/wiki/6_dicembre"><span style="color: #000000;">6 dicembre</span></a> <a title="1273" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1273"><span style="color: #000000;">1273</span></a>, nella chiesa di <a title="San Domenico di Guzmán" href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Domenico_di_Guzm%C3%A1n"><span style="color: #000000;">San Domenico</span></a> a Napoli, cadde in <a title="Estasi" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Estasi"><span style="color: #000000;">estasi</span></a>, e da quel giorno smise di scrivere, confidando a fra&#8217; Reginaldo da Piperno, suo aiutante e confessore:” Tutto quello che ho scritto mi sembra un pugno di paglia a paragone di quello che ho visto e mi è stato <a title="Rivelazione" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Rivelazione"><span style="color: #000000;">rivelato</span></a>. È venuta la fine della mia scrittura, e spero che sia vicina la fine della mia vita” Restò pertanto incompiuta la sua &#8220;Summa Theologiae&#8221;, in particolare l&#8217;ultimo trattato &#8220;De Poenitentia&#8221;.  Nel gennaio del <a title="1274" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1274"><span style="color: #000000;">1274</span></a> <a title="Papa Gregorio X" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Papa_Gregorio_X"><span style="color: #000000;">papa Gregorio X</span></a> gli ordinò di presenziare al <a title="Concilio di Lione II" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Concilio_di_Lione_II"><span style="color: #000000;">Concilio di Lione II</span></a>, per verificare in cosa consistessero le divergenze tra la <a title="Chiesa latina" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Chiesa_latina"><span style="color: #000000;">Chiesa latina</span></a> e quella <a title="Chiesa ortodossa" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Chiesa_ortodossa"><span style="color: #000000;">greca</span></a>, e se fosse possibile appianarle; Tommaso, anche se non in buone condizioni di <a title="Salute (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Salute&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">salute</span></a>, si mise in viaggio.  Durante il tragitto si fermò presso il castello di Maenza, da sua nipote Francesca maritata con il conte Annibaldo de Ceccano, signore di Maenza, ma la sua <a title="Malattia (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Malattia&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">malattia</span></a> si aggravò.  Dal momento che desiderava finire i suoi giorni in un <a title="Monastero" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Monastero"><span style="color: #000000;">monastero</span></a>, e non essendo in condizione di raggiungere una casa dei <a title="Domenicani" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Domenicani"><span style="color: #000000;">Domenicani</span></a>, fu portato all&#8217;<a title="Abbazia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Abbazia"><span style="color: #000000;">abbazia</span></a> <a title="Cistercensi" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cistercensi"><span style="color: #000000;">cistercense</span></a> di Fossa Nuova (oggi Fossanova), a poca distanza da Priverno<sup><a href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Tommaso_d%27Aquino#cite_note-3"><span style="color: #000000;">[4]</span></a></sup>, dove, al termine di una malattia durata qualche settimana, morì il <a title="7 marzo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/7_marzo"><span style="color: #000000;">7 marzo</span></a> <a title="1274" href="http://it.cathopedia.org/wiki/1274"><span style="color: #000000;">1274</span></a>.  La sua <a title="Tomba (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Tomba&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">tomba</span></a> si trova presso il convento des Jacobins a <a title="Tolosa (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Tolosa&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Tolosa</span></a>, in <a title="Francia (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Francia&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Francia</span></a>.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a> <em>San Dionigi l&#8217;Areopagita</em><em>, in <a title="Lingua greca" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Lingua_greca"><span style="color: #000000;">greco</span></a> Διονύσιος ὁ Ἀρεοπαγίτης (<a title="I secolo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/I_secolo"><span style="color: #000000;">I secolo</span></a> – &#8230;), è stato un <a title="Vescovo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Vescovo"><span style="color: #000000;">vescovo</span></a> e <a title="Discepolo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Discepolo"><span style="color: #000000;">discepolo</span></a> <a title="Grecia (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Grecia&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">greco</span></a> di <a title="San Paolo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Paolo"><span style="color: #000000;">Paolo di Tarso</span></a>. Fu giudice dell&#8217;<a title="Areopago (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Areopago&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">areopago</span></a> che, secondo gli <a title="Atti degli apostoli" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Atti_degli_apostoli"><span style="color: #000000;">Atti degli apostoli</span></a> (<a href="http://bibbia.qumran2.net/index.php?CiteButton=Estrai&amp;Versions%5b%5d=bible_it_cei2008&amp;Cite=Atti+17%2C34" target="_blank"><span style="color: #000000;">17,34</span></a>), si <a title="Conversione" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Conversione"><span style="color: #000000;">convertì</span></a> ascoltando il discorso dell&#8217;apostolo Paolo. Il <a title="NT" href="http://it.cathopedia.org/wiki/NT"><span style="color: #000000;">NT</span></a> non riporta altre informazioni. Secondo <a title="Dionigi di Corinto (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Dionigi_di_Corinto&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Dionigi di Corinto</span></a> (citato da <a title="Eusebio di Cesarea" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Eusebio_di_Cesarea"><span style="color: #000000;">Eusebio di Cesarea</span></a><sup><a href="http://it.cathopedia.org/wiki/Dionigi_Areopagita#cite_note-0"><span style="color: #000000;">[1]</span></a></sup>) divenne vescovo di <a title="Atene (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Atene&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Atene</span></a>. Per secoli è stato considerato l&#8217;autore di un&#8217;insieme di testi di natura <a title="Misticismo (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Misticismo&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">mistica</span></a>, che utilizzavano il linguaggio <a title="Neoplatonismo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Neoplatonismo"><span style="color: #000000;">neoplatonico</span></a> (in particolare Proclo, 411-485) per spiegare le idee teologiche e mistiche cristiane. La critica moderna data però questi scritti al V-VI secolo, considerando l&#8217;attribuzione <a title="Pseudoepigrafa (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Pseudoepigrafa&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">pseudoepigrafa</span></a> e chiamando l&#8217;autore &#8220;<a title="Pseudo-Dionigi" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Pseudo-Dionigi"><span style="color: #000000;">Pseudo-Dionigi</span></a>&#8220;.<sup><a href="http://it.cathopedia.org/wiki/Dionigi_Areopagita#cite_note-1"><span style="color: #000000;">[2</span></a> </sup>Lo Pseudo-Dionigi è stato identificato con molti personaggi nel passato, tra i quali <a title="Pietro l'Iberiano (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Pietro_l%27Iberiano&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Pietro l'Iberiano</span></a>, vescovo <a title="Georgia (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Georgia&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">georgiano</span></a> di Majum (<a title="452" href="http://it.cathopedia.org/wiki/452"><span style="color: #000000;">452</span></a>-<a title="491" href="http://it.cathopedia.org/wiki/491"><span style="color: #000000;">491</span></a>). Dionigi fu anche popolarmente e incorrettamente identificato con il martire della <a title="Gallia (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Gallia&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Gallia</span></a>, <a title="San Dionigi di Parigi (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=San_Dionigi_di_Parigi&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">San Dionigi</span></a>, primo <a title="Arcidiocesi di Parigi" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Arcidiocesi_di_Parigi"><span style="color: #000000;">vescovo di Parigi</span></a>. </em></span></p>
<div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a> <em>Amico e coetaneo di <a title="San Basilio Magno" href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Basilio_Magno"><span style="color: #000000;">San Basilio Magno</span></a>, nasce intorno al <a title="329" href="http://it.cathopedia.org/wiki/329"><span style="color: #000000;">329</span></a> da una famiglia di grandi proprietari terrieri di Arianzio, in <a title="Cappadocia (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Cappadocia&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Cappadocia</span></a>. Il padre, convertitosi al <a title="Cristianesimo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cristianesimo"><span style="color: #000000;">cristianesimo</span></a> grazie alla pressione della moglie <a title="Santa Nonna" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Santa_Nonna"><span style="color: #000000;">Nonna</span></a> diventa <a title="Vescovo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Vescovo"><span style="color: #000000;">vescovo</span></a> di Nazianzo intorno al <a title="325" href="http://it.cathopedia.org/wiki/325"><span style="color: #000000;">325</span></a>, prima della nascita di Gregorio. Siamo in un periodo in cui per accedere all&#8217;<a title="Episcopato" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Episcopato"><span style="color: #000000;">episcopato</span></a> (e a maggior ragione al <a title="Sacerdozio" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Sacerdozio"><span style="color: #000000;">sacerdozio</span></a>) non è necessario il <a title="Celibato (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Celibato&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">celibato</span></a>.  Gregorio compie i suoi studi a <a title="Cesarea di Cappadocia" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Cesarea_di_Cappadocia"><span style="color: #000000;">Cesarea di Cappadocia</span></a>, ad <a title="Alessandria d'Egitto" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Alessandria_d%27Egitto"><span style="color: #000000;">Alessandria d&#8217;Egitto</span></a> e ad <a title="Atene (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Atene&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Atene</span></a> dove è compagno di studi del futuro <a title="Imperatore (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Imperatore&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">imperatore</span></a> <a title="Giuliano l'Apostata (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Giuliano_l%27Apostata&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Giuliano</span></a> e dove tesse una profonda amicizia con <a title="San Basilio Magno" href="http://it.cathopedia.org/wiki/San_Basilio_Magno"><span style="color: #000000;">Basilio</span></a>. Per un certo tempo ricopre l&#8217;incarico di professore di eloquenza, fatto questo che contribuì fortemente ad orientarlo verso la futura carriera oratoria.  Verso il <a title="355" href="http://it.cathopedia.org/wiki/355"><span style="color: #000000;">355</span></a>, sulla via del ritorno, si ferma a <a title="Bisanzio (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Bisanzio&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Bisanzio</span></a> dove molto probabilmente riceve il <a title="Battesimo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Battesimo"><span style="color: #000000;">battesimo</span></a> insieme al fratello <a title="Cesario (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Cesario&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Cesario</span></a>. Attratto sempre più dalla vita contemplativa, condivide con l&#8217;amico Basilio un periodo di <a title="Vita monastica (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Vita_monastica&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">vita monastica</span></a> nell&#8217;<a title="Eremo di Annisa (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Eremo_di_Annisa&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">eremo di Annisa</span></a> dopo il quale viene <a title="Ordinazione presbiterale" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Ordinazione_presbiterale"><span style="color: #000000;">ordinato</span></a> <a title="Presbitero" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Presbitero"><span style="color: #000000;">presbitero</span></a> dal padre, contro la sua volontà. Abbandona il suo ministero, non sentendosi adatto al ruolo di <a title="Pastore" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Pastore"><span style="color: #000000;">pastore</span></a> preferendo il ritiro dalla vita attiva. Dopo un periodo trascorso in <a title="Monastero" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Monastero"><span style="color: #000000;">monastero</span></a>, nel <a title="379" href="http://it.cathopedia.org/wiki/379"><span style="color: #000000;">379</span></a> viene nominato <a title="Arcidiocesi di Costantinopoli (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Arcidiocesi_di_Costantinopoli&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">arcivescovo di Costantinopoli</span></a>, capitale dell&#8217;impero. È una <a title="Diocesi" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Diocesi"><span style="color: #000000;">diocesi</span></a> in difficoltà, quasi completamente dominata dagli <a title="Arianesimo" href="http://it.cathopedia.org/wiki/Arianesimo"><span style="color: #000000;">ariani</span></a>, favoriti dall&#8217;imperatore <a title="Valente (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Valente&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Valente</span></a>.  Rinuncia più tardi alla sede episcopale a causa di dissensi interni e fa ritorno a Nazianzo, città che era allora <a title="Sede vacante (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Sede_vacante&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">senza vescovo</span></a>. Vi rimane pertanto in carica per circa due anni fino alla nomina di <a title="Eulalio (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Eulalio&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Eulalio</span></a>. Nel <a title="383" href="http://it.cathopedia.org/wiki/383"><span style="color: #000000;">383</span></a> Gregorio si ritirò definitivamente della sua città natale, Azianzio, e vi trascorse gli ultimi anni in completa solitudine, dedicandosi allo studio e alla <a title="Meditazione (la pagina non esiste)" href="http://it.cathopedia.org/w/index.php?title=Meditazione&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">meditazione</span></a>. Morì nel <a title="389" href="http://it.cathopedia.org/wiki/389"><span style="color: #000000;">389</span></a> o nel <a title="390" href="http://it.cathopedia.org/wiki/390"><span style="color: #000000;">390</span></a> ad Azianzio e lì fu sepolto. </em></span></p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
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		<title>Io sono la vera vite</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 16:43:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sussidi per la Lectio Divina]]></category>

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		<description><![CDATA[Io sono la vite vera Giovanni 15, 1-8 Lectio Il contesto del capitolo 15 è l’insieme dei discorsi d’addio che occupano un quarto di questo vangelo (capp. 13-17). Il capitolo 15 segna una cesura nel racconto e appare come una ripresa (e un ulteriore sviluppo) dei temi presenti nei capitoli 13-14, forse con un accento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #800000;"><strong>Io sono la vite vera</strong></span></h1>
<h1 style="text-align: center;"><em><span style="color: #800000;"><strong>Giovanni 15, 1-8</strong></span></em></h1>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong><br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>Lectio</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il contesto del capitolo 15 è l’insieme dei discorsi d’addio che occupano un quarto di questo vangelo (capp. 13-17). Il capitolo 15 segna una cesura nel racconto e appare come una ripresa (e un ulteriore sviluppo) dei temi presenti nei capitoli 13-14, forse con un accento più caldo; il nostro testo è occupato dalla similitudine della vite; prima esposta (1-6) e poi spiegata (7-17). Il testo di questa domenica dunque è strettamente unito a quello della prossimo (9-17).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’immagine della vite è di derivazione biblica (cfr. Is 5,1-7; 27,2-5; Ger 5,10; 12,10s; Ez 15,1-8; Sal 80), quasi sempre applicata ad Israele, tranne che in Ez 17,5-10 dove ci si riferisce al Messia. Ci sono altri testi interessanti con riferimento all’attività di coltivazione delle vigne, caratteristico del popolo ebraico, come Gn 9,20; Nm 13,23; Ct 1,14; 2,15; 8,12; 1Re 5,5; e anche nel N. T. abbiamo dei riferimenti come in Mt 21,33-43 e paralleli Mc 12,1-12; Lc 20,9-19 (cfr. Mt 20,1-16). All’interno di questo panorama possiamo accostare la pericope proposta per questa domenica, mantenendola in tensione con il tema della IV domenica e con i temi generali del testo giovanneo.<strong><br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>1 <em>Io sono la vite vera, e il Padre mio è l’agricoltore.</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gesù si autorivela, notare la formula solenne <em>io sono</em>, come la vera (<em>alethinè</em>) vite e l’accento della frase cade su di lui, anche se nello stesso tempo si parla del Padre che è definito l’agricoltore, colui che si prende cura della vite (tema molto presente nell’A.T.). Ancora una volta al centro sta la persona di Gesù, <em>vera </em>vite; cogliamo qui, come nel capitolo 10 del buon pastore o al capitolo 6 con il vero pane, un sottinteso confronto tra Gesù e quanti l’hanno preceduto nella storia di Israele, in particolare coloro che dovevano esserne le guide.<strong><br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>2 <em>Ogni tralcio in me che non porta frutto, lo toglie, e ogni tralcio che porta frutto, lo monda affinché porti più frutto. </em>3 <em>Voi siete già puri per la parola che vi ho detto.</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Con un riferimento al lavoro dei contadini Gesù ricorda che in un primo tempo è necessario tagliare i rami infruttuosi (marzo-aprile) e poi, in estate (agosto), potare o mondare i germogli superflui. A cosa si riferisce il portare frutto sarà chiarito dall’applicazione successiva (vv. 9-17); per il momento è introdotta l’idea dello stretto legame tra Gesù, la vite, e i discepoli, i tralci. I discepoli a cui Gesù sta parlando hanno già avuto modo di essere purificati (<em>kathatoi’ </em>con riferimento a 13,10) o potati attraverso la sua parola; il testo passa dall’esposizione della similitudine ad una prima tringata applicazione, il rapporto tra Gesù e i credenti. Infatti la parola entra in gioco nella relazione personale.<strong><br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>4 <em>Rimanete in me, e io in voi. Come il tralcio non può portar frutto da sé se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me.</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><em>Rimanete in me</em>, è la parola chiave del nostro testo (ripetuta 8 volte in 4 versetti), ed ha un forte legame con la prima lettera di Giovanni dove pure ricorre spesso questa espressione. La formula di immanenza reciproca con cui si apre questo versetto è sorprendente e conferma che l’orizzonte del testo è l’Alleanza dell’A.T.; l’esortazione a rimanere è proposta sia in modo reciproco, come qui, sia in modo esortativo, rivolta ai discepoli, e questo crea il ritmo del nostro testo. Riprendendo il paragone con la vite Giovanni chiarisce il senso dell’imperativo iniziale: l’unità tra Gesù e i credenti è spiegata con questa immagine vegetale, in certo senso più forte di quella del pastore e del suo gregge, suggerendo un legame più vitale e intimo. Infatti benché Gesù e i discepoli siano chiaramente distinti, sono presentati da questa immagine come strettamente uniti, come i tralci esistono solo per e nella vite, che li porta (cfr. 1Gv 3,24).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>5 <em>Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, questi porta molto frutto, poiché senza di me non potete far nulla.</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Con un richiamo al v. 1 Gesù definisce di nuovo se stesso come la vite e poi i discepoli come i tralci,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">indicando esplicitamente il suo rapporto personale e vitale con i credenti. L’affermazione finale di questo versetto è molto forte (possiamo coglierne un’eco nel testo di Paolo Fil 4,13: <em>tutto posso in colui che mi dà forza</em>); non si tratta di una negazione delle capacità umane, ma di sottolineare l’importanza per il discepolo di accogliere in sé l’attività stessa di Gesù e di permettere al suo amore, che si diffonde per sua stessa natura, di suscitare vita in lui. L’insistenza sul frutto da portare, si ricollega alla potatura dei vv. 2-3; ma di quale frutto sta parlando Gesù? Della fede del credente o della sua testimonianza? O dell’amore reciproco che è il tema del brano successivo del capitolo (cfr. vv. 9-17)? Viviamo in Cristo se abbiamo, o cerchiamo di avere, in un implacabile rinnovamento interiore, l’apertura universale dei figli di Dio. La linfa di Gesù alimenta un’umanità di uomini e donne forti e liberi che da lui hanno non solo una legge, ma un principio vitale di apertura e di comunione (cfr. G. Vannucci).<strong><br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>6 <em>Se uno non rimane in me, viene gettato fuori come il tralcio e si dissecca; e questi (tralci) si raccolgono e si gettano nel fuoco, e bruciano.</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Una nuova ripresa del tema nel v. 6 presenta una variante: la sorte dei tralci che non restano in Cristo è la morte (il fuoco, cfr. Ez 15,2-5; anche Mt 3,10 e paralleli; 25,41). La risposta personale del discepolo/tralcio non conosce vie intermedie: o si porta frutto o si muore. Questo versetto sembra fare riferimento ad un momento di fragilità e crisi della comunità giovannea, come nella sua prima lettera, (1Gv 5,16 parla del peccato che conduce alla morte). La prospettiva di questo versetto è universale e si può applicare ai credenti di tutti i tempi: quelli che rifiutano di credere in Gesù, nel Figlio, non sono innestati nella vite, l’invito a <em>rimanere in Lui </em>è rivolto a tutti<em>.<br />
</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>7 <em>Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete, e vi sarà fatto.</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Abbiamo un rinvio al v. 3 dove pure si citavano le parole o parola di Gesù; e di nuovo l’invito a rimanere, nel senso della reciprocità come nei vv. 4.5; l’esaudimento della preghiera era stato anticipato il 14,13 (cfr. 16,23) dove pure si parla della gloria del Padre. Anche qui il soggetto attivo è, indirettamente, Dio Padre che esaudisce le preghiere rivolte a lui (cfr. Mt 18,19).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>8 <em>In questo è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.</em></strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La glorificazione di Dio avviene quando si compie il suo progetto di salvezza, quando si manifesta il suo amore e quindi quando i discepoli lo accolgono pienamente restando uniti a Gesù, il Figlio (cfr. Mt 5,16). Sorprende che Gesù dica diventiate, perché si rivolge a coloro che sono già suoi discepoli. Il senso del verbo greco <em>gignomai </em>indica in genere una trasformazione, ma qui significa mantenersi e manifestarsi come discepoli; la condizione di discepoli è infatti dinamica, si realizza nell’agire che a sua volta esprime la condizione di unità con Gesù. Il significato sacramentale del testo è solo secondario: sebbene il discorso sia inserito nel contesto dell’ultima cena e l’immagine della vite rimandi al vino e dunque al sangue di Gesù, il messaggio dell’evangelista non è diretto principalmente alla comunione eucaristica, ma all’inabitazione di Gesù nei suoi discepoli (X. Léon-Dufour).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong> </strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>Meditatio</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">- Cosa dice alla mia esperienza di comunione con Gesù l’immagine della vite proposta da questo testo evangelico?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">- Qual è il frutto che Gesù si attende dai suoi discepoli e da noi?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">- La comunità dei credenti e Cristo condividono la stessa vita come i tralci e la vite: quale idea di chiesa veicola questa immagine?</span></p>
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		<title>2. La vita divina</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 09:40:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[2. LA VITA DIVINA &#160; a.   La vita della SS.ma Trinità partecipata all’uomo Se vita spirituale vuol dire presenza e attività dello Spirito santo nel nostro cuore, possiamo dire anche che possediamo la vita di Dio, la vita divina. In questo senso la teologia orientale parla di “divinizzazione dell’uomo”. La teologia  occidentale invece ha preferito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ol>
<li>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #000000;"><strong></strong><span style="color: #800000;"><strong>2. LA VITA DIVINA</strong></span></span></h1>
</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #800000;"><strong>a.   </strong><strong>La vita della SS.ma Trinità partecipata all’uomo</strong></span><span style="color: #000000;"><strong><br />
</strong></span></p>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Se vita spirituale vuol dire presenza e attività dello Spirito santo nel nostro cuore, possiamo dire anche che possediamo la vita di Dio, la vita divina. In questo senso la teologia orientale parla di “<strong>divinizzazione dell’uomo</strong>”. La teologia  occidentale invece ha preferito parlare di “<strong>vita di grazia</strong>”. Sia l’uno che l’altro modo di dire ha i suoi vantaggi e incompletezze: il <em>dono</em> di grazia lascia intuire innumerevoli differenze da parte del donatore e del ricevente, vita divina apre alla <em>dimensione trinitaria</em> della vita spirituale. Come si riflette nella nostra vita questo sublime mistero divino? Secondo l’espressione di s. Cirillo d’A. “<em>ogni bene discende da Dio Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo</em>”. Al contrario, la nostra ascesa a Dio si realizza “<em>nello Spirito santo, per mezzo del Figlio, al Padre</em>”.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>b.   </strong><strong>“In Cristo Gesù”</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il riferimento della nostra vita spirituale è Cristo Gesù</strong>: in lui crediamo come il Figlio che rivela pienamente il volto del Padre (cfr Gv 1,18): lui via, verità e vita è l’unica porta che conduce al Padre (Gv 10,7). Non potrà esservi mai un’altra perfezione se non quella in Cristo e secondo Cristo. Dice s. Gregoria di Nazianzio: “<em>Ogni fatto e ogni parola del salvatore è una regola di pietà</em>”. E s. Giovanni Crisostomo: “<em>sei cristiano per imitare Cristo e ubbidire ai suoi comandamenti</em>”. Qui alcuni vorrebbero fare una distinzione tra “<em>imitazione di Cristo</em>” di impianto più morale e volontaristico e “<em>vita in Cristo</em>” dalla dimensione più misterica. Ma l’obiezione non è poi tanto profonda: chi vive in Cristo e possiede la sua grazia potrà imitarlo, ma anche colui che si sforza di seguire i suoi passi riceve la sua grazia. Scrive N. Cabasilas<a title="" href="#_ftn1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a>: “<em>Chi si è deciso a vivere in Cristo, dovrà naturalmente unirsi con il suo cuore e la sua testa; ciò senza l’unione della volontà sarebbe impossibile</em>”. Vivere in Cristo e imitarlo significa lasciarci plasmare da Lui: avere la “mente di Cristo” direbbe Paolo apostolo. Dobbiamo saperci porre delle questioni e risolvere i problemi della vita in quest’ottica: “Cosa farebbe Cristo, o che cosa mi consiglierebbe, in questa situazione?”. Per questo <strong>non basta leggere il Vangelo: bisogna cominciare a viverlo</strong>. L’asse della nostra vita cristiana deve essere: <strong>vedere Cristo in tutto e tutti, e considerare tutti gli avvenimenti della vita come tappe di un cammino incontro a lui</strong>. In questo senso il nostro impegno sarà quello di <strong>imparare a conoscere sempre più Cristo per poterlo amare, e più lo ameremo più lo conosceremo</strong>.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>c.   </strong><strong>Ad immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,27)</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Già Platone diceva che lo scopo della vita è imitare Dio a seconda di quanto sia possibile alle nostre forze. È logico. Chi cerca la bellezza, cerca di avvicinarsi a ciò che è bello, chi ama il bene, cerca solo ciò che è buono. Ma questo non è un ideale facilmente raggiungibile. Come potrebbe un uomo “imitare” Dio? Eppure, dicono i padri, questo è realizzabile per il fatto che Dio dipinse la sua prima immagine in Gesù Cristo, il quale è “<em>immagine del Dio invisibile</em>” (Col 1,15). Essi leggendo il testo della genesi: “<em>Facciamo l’uomo secondo la nostra immagine e somiglianza</em>” conclusero: <strong>la prima e perfetta immagine di Dio è Cristo, l’uomo è stato creato secondo la sua immagine</strong>”. Sempre la teologia orientale <strong>distingue l’immagine che riceviamo nel momento del nostro battesimo, che paragonano ad uno “schizzo” iniziale, dalla “somiglianza” cui si perviene con lo sforzo di tutta la vita di perfezionare l’immagine stessa</strong>. Quanto più una persona e riempita dallo Spirito più rassomiglia a Dio. In slavo la parola “santo” (“<em>prepodobnyi</em>”) significa “<em>simile a Dio</em>”. Maria santissima è la “<em>similissima</em>”. Secondo san Gregorio Magno la santità è l’immagine di Dio impressa nell’animo umano, come un sigillo nella cera, con la forza dello spirito e così “<em>un uomo terreno diviene celeste</em>”. Il peccato insudicia l’immagine di Dio, la deturpa e la maschera con l’immagine della Bestia. La penitenza lava, pulisce l’immagine, la restaura; le virtù la abbelliscono.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>d.   </strong><strong>La beatitudine perfetta e la salvezza dell’anima</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Le filosofie antiche consideravano <strong>la beatitudine il fine della vita</strong>. Anche la fede cristiana è d’accordo sul fatto che la perfezione conduce alla beatitudine, alla pace, alla contentezza, non solo nell’eternità, ma in qualche misura sin da ora. La fede cristiana di questo è convinta in quanto crede in un Dio che ha liberato l’uomo dal male, dal peccato e dalla morte. Dunque <strong>solo in  Dio l’uomo troverà autentica beatitudine</strong>: “<em>Ci hai creati per te</em> – scrive Agostino – <em>e il nostro cuore non ha pace fino a ché non troverà riposo in te</em>”. A livello di linguaggio ciò che noi definiamo “<em>beatitudine</em>”, nella scrittura è detta “<em>salvezza</em>”. Salvezza promessa nell’AT, e attuata nel NT: “<em>è apparsa la grazia del nostro Salvatore</em>” (Tt 2,11). Che differenza c’è tra salvezza e beatitudine? La felicità denota piuttosto uno stato psicologico, la circostanza per cui si sta bene. <strong>La salvezza (<em>soteria</em>): significa pienezza globale di vita in tutte le sue dimensioni</strong>. Esprime perciò uno stato ontologico non solo psicologico. Possedere la grazia di Dio è sperimentare la salvezza, ovvero la vita piena e dunque anche la gioia.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>e.   </strong><strong>Vita eterna</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">“<em>La vita ascetica </em>– scrive san Basilio –<em> non ha altro scopo che quello di salvare l’anima”. </em>Il termine anima ha nella s. Scrittura, un senso primitivo, completo, senza determinazioni psicologiche: l’anima è il principio della vita stessa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il termine “<strong>vita eterna</strong>” può essere inteso in doppio senso:</span></p>
<ol style="text-align: justify;" start="1">
<li><span style="color: #000000;">Escatologico ovvero la vita eterna dopo la morte</span></li>
<li><span style="color: #000000;">Più che di vita eterna come durata dovremmo parlare di “vita divina” di cui l’eternità è una componente.</span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In questo senso <strong>la vita eterna/divina iniziamo già a viverla ora</strong>. La portiamo dentro di noi come un seme che già spunta, ma che deve crescere per poi sbocciare nell’eternità di Dio. Potremmo definire la vita eterna/divina come “vita nuova”. Di cui il principio è lo Spirito vivificante.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Correlate sono anche altre immagini:</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       <strong>Ricompensa eterna</strong>: non sembra piacere molto perché sa di mercantilismo, tuttavia la Scrittura promette una ricompensa a chi condurrà una retta via. Fa bene quindi il cristiano che aspetta da Dio la sua ricompensa.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       <strong>Osservanza dei comandamenti</strong>: ovvero una vita moralmente evangelica vissuta in quanto buona in se stessa al di là della ricompensa. Anche questa è buona (Gv 14,15).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">-       Altri invece sperimentando la loro debolezza e incapacità di vivere i comandamenti sanno che se Dio dovesse ricompensarli per i loro meriti finirebbero male. Mettono quindi tutta la loro <strong>fiducia nella misericordia</strong> di Dio. Anche questo è buono, basta che non si vive così per superficialità e disimpegno.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La “vita nuova, la vita in Cristo, la vita nello Spirito, assume tutte queste sfaccettature. Comporta l’atteggiamento morale, sa speranza della ricompensa, la fiducia nella misericordia divina ed altre disposizioni interiori che sono riflessi della “<em>multiforme sapienza di Dio</em>”. San Cirillo d’A.<a title="" href="#_ftn2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> paragona la forza vivificante dello Spirito all’acqua che nel giglio diviene bianca, nella rosa purpurea, nella viola violacea. Così anche la vista spirituale si manifesta esteriormente, nelle diverse persone, sotto diversi aspetti.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>f.     </strong><strong>La vita secondo la natura</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Spesso la gente scusa le proprie debolezze dicendo: “E’ la natura!”. Ma è davvero essa? Se gli uomini vivessero secondo la primigenia natura uscita dalle mani di Dio nel mondo non ci sarebbe peccato, dice Dante nella Divina Commedia. Il termine “natura” ha la stessa radice del verbo “nascere”. Dio ha dato all’uomo la vita divina, la carità, la fede e tutte le virtù. Così egli è nato, quindi <strong>tale è la sua vera natura (<em>natura integra</em>). In questo senso il peccato, le passioni sono “contro natura</strong>”. Tuttavia in occidente il termine “natura” non ha conservato il suo significato originale. I teologi <strong>hanno distinto ciò che è relativo alla nostra struttura umana da ciò che è divino</strong>. Perciò chiamarono l’intelletto, la volontà e i sentimenti, doni “naturali”, mentre la grazia è “soprannaturale”. Carità, fede e speranza sono perciò doni soprannaturali. L’uomo da solo non potrebbe possederli perché non appartengono alla “pura natura”. Concludendo teniamo conto della effettiva realtà dell’uomo come ci è stata rivelata. Riconosciamo che dopo il peccato la natura umana è stata corrotta. L’intelletto si è ottenebrato, la volontà è divenuta debole e tendente al male, le passioni hanno invaso il cuore. Lo stato effettivo dell’uomo è questo: tale è la nostra “<strong>natura corrotta e decaduta</strong>”. E questa “carne” lotta continuamente contro lo “Spirito”.</span></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #800000;"><strong>g.   </strong><strong>Errori nel comprendere la vita spirituale</strong></span></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Gli errori nella vita spirituale si verificano quando dimenticando il tutto si accentua indebitamente un aspetto. <strong>La perfetta vita spirituale è una collaborazione armoniosa di tutti i componenti della nostra persona</strong>: il corpo, l’anima, lo spirito, la dimensione sociale, culturale. Tutto deve essere al suo posto e nella giusta misura. L’accentuazione unilaterale di uno o dell’altro componente conduce ad errori. Ne elenchiamo alcuni.</span></p>
<ol style="text-align: justify;" start="1">
<li><span style="color: #000000;"><strong>Materialismo</strong>:  non possiamo accettare la teoria secondo la quale l’attività dell’anima, spirituale non è altro che il risultato delle condizioni materiali. Questo condizionamento è indegno dell’uomo libero. Tuttavia occorre riconoscere una componente materiale anche nella vita spirituale, purché non sia negata la precedenza dell’anima e il privilegio della libertà umana.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Psicologismo</strong>: una certa psicologia vorrebbe dimostrare come la spiritualità dell’uomo vada a ricercarsi nei meccanismi della nostra psicologia risolvendosi in alla fin fine ad essa, anzi in funzione di essa. Certo la vita spirituale usa anche gli strumenti della psicologia e può essere aiutata in certa misura dai suoi supporti (soprattutto in caso di nevrosi e psicosi). Ma questa visione è limitata perché nega la presenza e l’azione di un terzo: lo Spirito di Dio. Chi conosce le profondità del nostro cuore in verità e solo Dio: la psicologia può solo aiutare a leggere ed eliminare alcuni condizionamenti che possono limitare la sua azione.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Razionalismo</strong>: Alcuni credono che il cristianesimo non sia altro che uno dei grandi programmi, dei sistemi di verità, di filosofia di vita. Si coglie la dimensione etica del cristianesimo e nulla più (e per la maggior parte sino ad un certo punto!). Ma la fede cristiana non si risolve anzitutto in una dottrina religiosa, la sua pienezza e significato risiede nella carne di Cristo vero Dio e vero Uomo, nella sua stessa vita comunicata a noi dallo Spirito. Soloviev accusò Tolstoy di essere una sorta di Anticristo a causa della sua erronea concezione del cristianesimo come una raccolta di ottimi consigli di vita morale. Da questo versante d’altronde il cristianesimo non sarebbe neppure così nuovo. Sant’Ireneo<a title="" href="#_ftn3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> affermò che: Cristo portò “<em>tutta la novità</em>” perché “<em>portò se stesso</em>”.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Volontarismo</strong>: La volontà certamente occorre nella vita spirituale. Agostino dice: “<em>Dio ti ha creato senza di te ma senza di te non ti salverà</em>”. Tuttavia occorre tener presente che la sola volontà non basta. Questo era l’errore del pelagianesimo<a title="" href="#_ftn4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a>. Neppure la perfezione cristiana deve essere stimata e valutata solo secondo l’efficacia, soprattutto esteriore.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Moralismo</strong>: Una forte volontà aiuta ad osservare i comandamenti e le varie prescrizioni. Certo l’osservanza dei comandamenti santifica. Ma il fatto che Gesù durante la sua vita si sia opposto al fariseismo dimostra che l’osservanza esteriore delle leggi può essere benissimo una maschera che copre altri valori che alla fin fine sono più importanti. Soprattutto l’osservanza fine a se stessa può illudere ad una falsa giustizia che nasconde la pretesa di fare a meno della grazia di Dio.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Sentimentalismo</strong>: L’azione dello Spirito purifica non solo il cuore ma anche le nostre facoltà, dunque anche i sentimenti. Esso provoca gioia, consolazione, pace… Gli autori spirituali si ponevano la domanda se questi stati siano o meno necessari e, quando avvengono, se siano segno infallibile della presenza dello Spirito. Come giudicare lo stato di un uomo che non li possiede e che al contrario si sente desolato, tentato, disgustato di tutto? Bisogna evitare errori come nel messalianesimo<a title="" href="#_ftn5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a> nel quale si affermava che si possiede la grazia solo quando la si avverte e che desolazione e inquietudine sono frutto di peccato. In realtà bisogna affermare che non si può misurare la grazia secondo i sentimenti che si avvertono (cfr le aridità), anche se normalmente la presenza dello Spirito porta con sé la pace e la gioia. Quando vi sono accogliamo con riconoscenza tali doni senza però che essi costituiscano il fine della vita spirituale. Diceva s. Francesco di Sales<a title="" href="#_ftn6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a> che: “<em>bisogna cercare il Dio delle consolazioni e non le consolazioni di Dio</em>”.</span></li>
<li><span style="color: #000000;"><strong>Spiritualismo</strong>: La vita spirituale è vita nello Spirito santo. Questi “spiritualizza” tutta la nostra persona. In questo senso riceve un vero senso tutto ciò che viene disperezzato dallo “spiritualismo” esasperato, ovvero la normale umile vita di ogni giorno, le sue preoccupazioni, le attività quotidiane. La realtà terrena è il luogo dove già si costruisce la “Gerusalemme celeste” verso la quale tutti tendiamo. Spiritualismo è ricerca del sovrannaturale ad ogni costo, miracoli, apparizioni tralasciando quelli che sono i mezzi ordinari attraverso la quale entra in noi la grazia. Spiritualismo era il difetto della corrente quietista<a title="" href="#_ftn7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a> che ricercava ad ogni costo la grazia presente nel cuore a prescindere dall’attività umana. Dimenticava però che Dio è “attività pura”, perciò anche la vita divina nel cuore non deve soffocare l’attività umana, ma al contrario, la stimola. La vita spirituale non deve portare alla passività e all’inerzia.</span></li>
</ol>
<ol style="text-align: justify;">
<li><span style="color: #000000;"><strong>Sociologismo</strong>: alcuni sostengono che la vera esperienza cristiana deve giocarsi a livello di impegno sociale e politico. Certamente la Chiesa non può e non deve tenersi lontana dalla vita pubblica, sociale e culturale. Tuttavia non bisogna dimenticare le parole di Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Il Vangelo non deve essere ridotto a un semplice programma sociale (cfr teologia della liberazione).Ui u</span></li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref1"><span style="color: #000000;">[1]</span></a> <em>Nicola Cabasilas nasce tra il 1320 e il 1322 a Tessalonica (Salonicco), in un’epoca di intensa attività culturale. Dall’epistolario giovanile e dalle testimonianze contemporanee egli appare come un fervido umanista. Compie brillanti studi classici, letterari e filosofici; si lega d’amicizia con Demetrio Cidone, suo compatriota e cancelliere degli imperatori, convertito alla Chiesa romana, il quale gli fa conoscere le opere di Tommaso d’Aquino; è coinvolto nella guerra civile del 1341 a Tessalonica. Divenne monaco forse negli ultimi anni. Le ultime menzioni di Cabasilas vivente si hanno in due lettere del 1391. Nella sua vasta opera filosofica, agiografica e teologica emergono la “Vita in Cristo”, in sette libri e il “Commento della divina liturgia.”</em><em></em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref2"><span style="color: #000000;">[2]</span></a> <em>Fu <a title="Patriarcato di Alessandria" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Patriarcato_di_Alessandria"><span style="color: #000000;">patriarca di Alessandria</span></a> e <a title="Teologo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Teologo"><span style="color: #000000;">teologo</span></a>, coinvolto nelle dispute <a title="Cristologia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cristologia"><span style="color: #000000;">cristologiche</span></a> della sua epoca. Si oppose a <a title="Nestorio" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nestorio"><span style="color: #000000;">Nestorio</span></a> durante il <a title="Concilio di Efeso" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Efeso"><span style="color: #000000;">concilio di Efeso</span></a> del 431 (del quale fu la figura centrale). In tale ambito, per contrastare le tesi di Nestorio che negava la maternità divina di Maria, sviluppò una teoria dell&#8217;Incarnazione, che gli valse il titolo di </em>doctor Incarnationis<em> e che è considerata ancora valida dai teologi cristiani contemporanei. Perseguitò i <a title="Novaziani" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Novaziani"><span style="color: #000000;">novaziani</span></a>, gli <a title="Ebrei" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ebrei"><span style="color: #000000;">ebrei</span></a> e i <a title="Paganesimo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paganesimo"><span style="color: #000000;">pagani</span></a>, sino a quasi annientarne la presenza nella città. Divenuto vescovo e patriarca di Alessandria nel 412, secondo lo storico <a title="Socrate Scolastico" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Socrate_Scolastico"><span style="color: #000000;">Socrate Scolastico</span></a> acquistò «molto più potere di quanto ne avesse avuto il suo predecessore» e il suo episcopato «andò oltre i limiti delle sue funzioni sacerdotali». Cirillo giunse a svolgere anche un ruolo dalla forte connotazione politica e sociale nell&#8217;Egitto greco-romano di quel tempo.</em> <em>Le sue azioni sembrano essersi ispirate al criterio della difesa dell&#8217;ortodossia cristiana a ogni costo: espulse gli <a title="Ebrei" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ebrei"><span style="color: #000000;">ebrei</span></a> dalla città; chiuse le chiese dei novaziani, confiscandone il vasellame sacro e spogliando il loro vescovo Teopempto di tutti i suoi possedimenti; ed entrò in grave conflitto con il prefetto imperiale <a title="Oreste (praefectus augustalis)" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Oreste_%28praefectus_augustalis%29"><span style="color: #000000;">Oreste</span></a>.<br />
</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref3"><span style="color: #000000;">[3]</span></a> <em>Nato a Smirne in Asia Minore, cresciuto in una famiglia già cristiana, ricevette alla scuola di <a title="San Policarpo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/San_Policarpo"><span style="color: #000000;">Policarpo</span></a> vescovo di Smirne (discepolo dell&#8217;apostolo Giovanni), di <a title="Papia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Papia"><span style="color: #000000;">Papia</span></a>, di <a title="Melitone di Sardi" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Melitone_di_Sardi"><span style="color: #000000;">Melitone di Sardi</span></a> ed altri, una buona formazione, religiosa, filosofica e teologica. Fu vescovo della città di Lugdunum (attuale <a title="Lione" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lione"><span style="color: #000000;">Lione</span></a>) dal <a title="177" href="http://it.wikipedia.org/wiki/177"><span style="color: #000000;">177</span></a>, in seguito alla morte, per <a title="Martirio" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Martirio"><span style="color: #000000;">martirio</span></a> sotto <a title="Marco Aurelio" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Aurelio"><span style="color: #000000;">Marco Aurelio</span></a>, del primo vescovo della città <a title="San Potino (pagina inesistente)" href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=San_Potino&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">san Potino</span></a>, insieme ad altri 47 martiri. Fu anche inviato a Roma presso papa Eleuterio per dirimere questioni di ordine dottrinale. Secondo la tradizione della Chiesa fu martire a sua volta, anche se scarse sono le notizie storiche sulla sua vita e morte. Venne sepolto nella chiesa di San Giovanni, che più tardi venne chiamata di Sant&#8217;Ireneo. La sua tomba e i suoi resti vennero distrutti nel <a title="1562" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1562"><span style="color: #000000;">1562</span></a> dagli <a title="Ugonotti" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ugonotti"><span style="color: #000000;">Ugonotti</span></a> durante le guerre di religione. Il suo pensiero e le sue opere furono direttamente influenzati da <a title="Policarpo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Policarpo"><span style="color: #000000;">Policarpo</span></a>, che fu a suo tempo discepolo diretto di <a title="San Giovanni Evangelista" href="http://it.wikipedia.org/wiki/San_Giovanni_Evangelista"><span style="color: #000000;">Giovanni Evangelista</span></a>. Essi sono una testimonianza della tradizione apostolica, a quei tempi impegnata contro il proliferare di varie <a title="Eresia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eresia"><span style="color: #000000;">eresie</span></a>, in particolare lo <a title="Gnosticismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gnosticismo"><span style="color: #000000;">gnosticismo</span></a> di cui Ireneo fu un forte oppositore. Delle sue opere ci sono pervenute per intero:- </em>Adversus haereses<em> (in 5 libri, Contro le eresie): testo in latino che tenta di confutare le principali espressioni dello gnosticismo. In sintesi, l&#8217;interesse del Vescovo era quello di confutare l&#8217;esistenza di due Cristi, uno di natura divina e l&#8217;altro di natura umana originati da due diversi eoni, idea questa molto cara alla gnosi. Di conseguenza, Ireneo di Lione insisterà sull&#8217;unicità ed unità della figura del Cristo.<br />
- e </em>Demonstratio apostolicae praedicationis<em> (Dimostrazione della predicazione apostolica), sintetica e precisa esposizione in armeno della <a title="Dottrina cattolica" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dottrina_cattolica"><span style="color: #000000;">dottrina cattolica</span></a>. oltre a diversi frammenti, nelle edizioni moderne in genere pubblicati in appendice alle stesse. I curatori italiani delle sue opere sono Vittorino Dellagiacoma, Ubaldo Faldati, Ermanno M. Toniolo, Enzo Bellini, Elio Peretto, Giorgio Maschio o Augusto Cosentino. Uno dei suoi discepoli più noti è <a title="Ippolito di Roma" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ippolito_di_Roma"><span style="color: #000000;">Ippolito di Roma</span></a>.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref4"><span style="color: #000000;">[4]</span></a> <em>Il Pelagianesimo è una teologia cristiana che prende il nome da <a title="Pelagio" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pelagio"><span style="color: #000000;">Pelagio</span></a>, che ne è considerato il fondatore, sebbene, ad un certo punto della sua vita, negasse molte delle dottrine legate al suo nome. Il cuore del Pelagianesimo è la credenza che il <a title="Peccato originale" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Peccato_originale"><span style="color: #000000;">peccato originale</span></a> non macchiò la natura umana e che la volontà dell&#8217;essere umano è ancora in grado di scegliere il bene o il male senza uno speciale aiuto divino; la conseguenza è che il peccato di <a title="Adamo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Adamo"><span style="color: #000000;">Adamo</span></a> fu quello di portare un &#8220;cattivo esempio&#8221; alla sua progenie, ma le sue azioni non hanno altra conseguenza. Nel Pelagianesimo, il ruolo di Gesù è quello di presentare un &#8220;buon esempio&#8221; in grado di bilanciare quello di Adamo e di fornire l&#8217;<a title="Espiazione" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Espiazione"><span style="color: #000000;">espiazione</span></a> per i peccati degli esseri umani. L&#8217;umanità ha dunque la possibilità di obbedire ai vangeli e dunque la responsabilità piena per i peccati; i peccatori non sono vittime, ma criminali che hanno bisogno dell&#8217;espiazione di Gesù e di perdono. Le teorie pelagiane furono combattute da <a title="Agostino d'Ippona" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_d%27Ippona"><span style="color: #000000;">Agostino d&#8217;Ippona</span></a> e furono definitivamente condannate come <a title="Eresia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eresia"><span style="color: #000000;">eretiche</span></a> nel <a title="Concilio di Efeso" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Concilio_di_Efeso"><span style="color: #000000;">Concilio di Efeso</span></a> del <a title="431" href="http://it.wikipedia.org/wiki/431"><span style="color: #000000;">431</span></a>. Ciononostante continuò per un certo periodo ad avere influenza in ambito ecclesiastico.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref5"><span style="color: #000000;">[5]</span></a> <em>Fu</em> <em>una setta eretica del IV secolo, che credeva che, in seguito al peccato originale d&#8217;Adamo, ognuno avesse un demone unito alla propria anima e che esso non fosse stato espulso con il battesimo: l&#8217;unica maniera di espellerlo era la continua ed incessante preghiera con lo scopo di eliminare ogni passione e desiderio. Il nome messaliani, infatti, deriva dall&#8217;aramaico mètzalin = preganti, e la stessa etimologia aveva la versione greca del loro nome, euchiti da euchetai. Comparvero intorno al 360 in Mesopotamia, come setta fondata da un certo Adelfio (da cui il nome adelfiani), espulso da Antiochia nel 376 dal vescovo Flaviano e autore del testo base della setta, Asceticus. Un&#8217;ulteriore condanna fu loro inflitta dal sinodo di Side del 390 ca. e dal concilio di Efeso del 431(dove venne condannato il loro libro Asceticus).  Eppure la setta continuò ad esistere: alla metà del V secolo, il loro capo era il prete Lampezio (da cui un&#8217;ennesima versione del loro nome), il quale scrisse un loro nuovo testo, chiamato Il testamento. In Armenia la setta, pur combattuta anche dalla <a title="Nestorianesimo " href="http://www.eresie.it/it/Nestorianesimo.htm"><span style="color: #000000;">Chiesa Nestoriana</span></a>, continuò a prosperare fino al IX secolo. I m. influenzarono alcune eresie medievali come i <a title="Pauliciani (dal VII secolo)" href="http://www.eresie.it/it/Pauliciani.htm"><span style="color: #000000;">pauliciani</span></a>, i <a title="Bogomilismo (X secolo)" href="http://www.eresie.it/it/Bogomilismo.htm"><span style="color: #000000;">bogomili</span></a>e i <a title="Fratelli del Libero spirito (XII  XIII  " href="http://www.eresie.it/it/Fratelli_Libero_Spirito.htm"><span style="color: #000000;">fratelli del Libero Spirito</span></a>. Essi, come si diceva, consideravano inutili i sacramenti e la mediazione della Chiesa, praticando invece la preghiera incessante e la danza estatica, durante le quali erano posseduti dallo Spirito Santo (da cui, letteralmente, il nome di entusiasti, cioè &#8220;posseduti da Dio&#8221;), si rifiutavano di lavorare, vivendo nelle piazze e vagando da una città all&#8217;altra e prendendo, secondo loro, ad esempio la vita itinerante di Gesù e gli apostoli. Secondo Sant&#8217;Epifanio, esisteva, infine, un&#8217;altra setta molto simile, non cristiana, ma che adorava un unico Dio onnipotente. I seguaci di questa setta erano chiamati anche eufemiti e furono considerati i precursori dei messaliani, con i quali furono spesso confusi.</em></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref6"><span style="color: #000000;">[6]</span></a> <em>Francesco fu il figlio primogenito del signore di Boisy, nobile di antica famiglia savoiarda e ricevette una raffinata educazione. Il padre, che voleva per lui una carriera giuridica, lo mandò all&#8217;<a title="Università di Padova" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Universit%C3%A0_di_Padova"><span style="color: #000000;">Università di Padova</span></a>, dove Francesco si laureò, ma dove decise di divenire sacerdote. Ordinato il <a title="18 dicembre" href="http://it.wikipedia.org/wiki/18_dicembre"><span style="color: #000000;">18 dicembre</span></a> <a title="1593" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1593"><span style="color: #000000;">1593</span></a>, fu inviato nella regione del <a title="Chiablese" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Chiablese"><span style="color: #000000;">Chiablese</span></a>, dominata dal <a title="Calvinismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Calvinismo"><span style="color: #000000;">Calvinismo</span></a>, e si dedicò soprattutto alla predicazione, prediligendo il metodo del dialogo: inventò i cosiddetti «manifesti», che permettevano di raggiungere anche i fedeli più lontani. San Francesco di Sales, vescovo di <a title="Diocesi di Ginevra" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Diocesi_di_Ginevra"><span style="color: #000000;">Ginevra</span></a> e <a title="Dottore della Chiesa" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dottore_della_Chiesa"><span style="color: #000000;">dottore della Chiesa</span></a>, è il più importante e celebre santo della <a title="Savoia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Savoia"><span style="color: #000000;">Savoia</span></a>. È stato proclamato <a title="Santo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Santo"><span style="color: #000000;">santo</span></a> nel <a title="1665" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1665"><span style="color: #000000;">1665</span></a> da <a title="Papa Alessandro VII" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Alessandro_VII"><span style="color: #000000;">papa Alessandro VII</span></a> ed è uno dei <a title="Dottori della Chiesa" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dottori_della_Chiesa"><span style="color: #000000;">Dottori della Chiesa</span></a>.Fu un grande scrittore di testi di dottrina spirituale tra i quali occorre ricordare: “Filoteo, ovvero trattato della vita devota”.</em></span></p>
<div>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a title="" href="#_ftnref7"><span style="color: #000000;">[7]</span></a> <em>Il quietismo è una dottrina <a title="Mistica" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mistica"><span style="color: #000000;">mistica</span></a>, che ha lo scopo di indicare la strada verso <a title="Dio" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Dio"><span style="color: #000000;">Dio</span></a> e la perfezione <a title="Cristianesimo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Cristianesimo"><span style="color: #000000;">cristiana</span></a>, consistente in uno stato di quiete passiva e fiduciosa dell’anima. Attraverso uno stato continuo di quiete e di unione in Dio, l&#8217;<a title="Anima" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Anima"><span style="color: #000000;">anima</span></a> raggiunge una specie di indifferenza mistica, fino ad arrivare a negare le pratiche e le <a title="Liturgia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Liturgia"><span style="color: #000000;">liturgie</span></a> comuni della religione tradizionale. Opposto ad ogni forma di <a title="Spiritualismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Spiritualismo"><span style="color: #000000;">spiritualismo</span></a>, il quietismo appare come una reazione al <a title="Giansenismo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giansenismo"><span style="color: #000000;">giansenismo</span></a>, dal momento che l&#8217;itinerario mistico proposto rende Dio più accessibile all’anima umana, lontano dai rigorismi e dalle dure ascesi giansenistiche. La dottrina quietista nasce in Italia alla fine del <a title="XVII secolo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/XVII_secolo"><span style="color: #000000;">XVII secolo</span></a> grazie ad un teologo spagnolo, <a title="Miguel Molinos" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Miguel_Molinos"><span style="color: #000000;">Miguel Molinos</span></a>, e alla sua opera principale, la Guida Spirituale (1675). Essa è condannata dal <a title="Papa Innocenzo XI" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Innocenzo_XI"><span style="color: #000000;">papa Innocenzo XI</span></a> con la bolla <a title="Caelestis Pastor (pagina inesistente)" href="http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Caelestis_Pastor&amp;action=edit&amp;redlink=1"><span style="color: #000000;">Caelestis Pastor</span></a> del 20 novembre <a title="1687" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1687"><span style="color: #000000;">1687</span></a>. Le idee quietiste, combattute aspramente dal <a title="Jacques Bénigne Bossuet" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jacques_B%C3%A9nigne_Bossuet"><span style="color: #000000;">Bossuet</span></a>, riprendono vigore in Francia con Madame <a title="Jeanne Guyon" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_Guyon"><span style="color: #000000;">Jeanne Guyon</span></a> e la sua opera Moyen court et très facile de faire oraison (1685). Nel dibattito teologico si inserisce anche <a title="Fénelon" href="http://it.wikipedia.org/wiki/F%C3%A9nelon"><span style="color: #000000;">Fénelon</span></a> con la sua opera Explications des maximes des saints sur la vie intérieure. Il <a title="12 marzo" href="http://it.wikipedia.org/wiki/12_marzo"><span style="color: #000000;">12 marzo</span></a> <a title="1699" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1699"><span style="color: #000000;">1699</span></a> <a title="Papa Innocenzo XII" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Innocenzo_XII"><span style="color: #000000;">papa Innocenzo XII</span></a>, con il breve Cum alias, condannava 23 tesi tratte dall&#8217;opera di Fénelon.</em></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><em> </em></span></p>
</div>
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		<title>La pace</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 09:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>attilio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Starec Silvano dell’Athos LA PACE  Che fare per conoscere la pace nel proprio cuore e nel proprio corpo? Bisogna amare tutti gli uomini come se stessi ed essere pronti a morire in ogni istante. Se pensi alla morte, diventi umile, ti lasci guidare interamente da Dio, desideri essere in pace con tutti e amare tutti. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #800000;">Starec Silvano dell’Athos </span></h1>
<h1 style="text-align: center;"><span style="color: #800000;"><strong>LA PACE</strong></span></h1>
<p style="text-align: justify;"> <span style="color: #000000;">Che fare per conoscere la pace nel proprio cuore e nel proprio corpo? <strong>Bisogna amare tutti gli uomini come se stessi ed essere pronti a morire in ogni istante</strong>. <strong>Se pensi alla morte, diventi umile, ti lasci guidare interamente da Dio, desideri essere in pace con tutti e amare tutti</strong>. Quando la pace di Cristo entra in te, ti rallegri di essere come Giobbe, seduto sulla spazzatura (cf. Gb 2,8). Gli altri conoscono gli onori, tu invece sei lieto di essere il più maltrattato. L’umiltà di Cristo è una grande cosa, così misteriosa che non si può spiegarla agli altri. Nel tuo amore, ti auguri il bene degli altri più del tuo. Sei felice quando vedi gli altri star meglio di te e sei triste quando vedi gli altri soffrire (cf. Rm 12,15).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Ogni uomo desidera la pace, ma non sa come ottenerla. Un giorno abba Paissios cadde in preda all’ira e invocò il Signore: “Ti prego, liberami dall’ira!”. Il Signore gli apparve e gli disse: “Paissios, se non vuoi adirarti, non desiderare nulla, non giudicare il fratello, non detestare nessuno: così non sarai più preda dell’ira”. Così è infatti: <strong>chi rinuncia alla volontà propria per seguire quella di Dio e degli altri avrà sempre la pace nel cuore. Chi invece obbliga gli altri a fare ciò che vuole, non conoscerà mai la pace.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Se qualcosa ti rattrista, pensa: “Il Signore conosce il mio cuore: se questa è la sua volontà, tutto concorrerà al bene mio e degli altri” (cf. Rm 8,28). Così dimorerai sempre nella pace. Se invece cominci a lamentarti e a dire: “Questo non va, non è cosa buona”, allora, per quanto tu digiuni e preghi, il tuo cuore non conoscerà mai la pace.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Vuoi custodire la pace nel cuore? <strong>Vigila sul tuo spirito</strong>: custodisci i pensieri graditi a Dio e allontana quelli malvagi. Presta attenzione a quanto avviene nel tuo cuore. Chiediti sempre se il tuo cuore è in pace. Se non lo è, chiediti cosa hai fatto di male. Sii sobrio perché il tuo cuore dimori in pace: infatti la pace si perde anche per colpa del corpo.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A volte succede di parlare male di qualcuno che non si conosce e che è un amico di Dio. Preòccupati solo di ciò che riguarda te, di quanto ti viene ordinato dall’igumeno o dal padre spirituale. Allora il Signore ti darà la sua forza perché tu possa obbedire, e sentirai in te i frutti dell’obbedienza: la pace e la preghiera continua. Vivendo in comunità perdiamo la pace di Dio perché non abbiamo imparato ad amare il fratello come ci chiede il Signore. Per esempio: tuo fratello ti insulta e tu lasci che l’ira s’impadronisca del tuo cuore. Lo giudichi e arrivi a detestarlo: allora senti che l’amore ti abbandona e non hai più la pace. Se vuoi avere la pace del cuore, prendi l’abitudine di amare chi ti fa del male e di pregare subito per lui (cf. Mt 5,44). Vuoi la pace del cuore? Chiedi con tutte le forze al Signore: “Concedimi di amare tutti gli uomini”.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il Signore sa che se non amiamo i nostri nemici non avremo mai la pace del cuore. Per questo ci ha lasciato il comandamento di amare i nemici (cf. Mt 5,44). Se non amiamo i nemici, avremo magari dei momenti di calma, ma non potrà durare. Se invece li amiamo, la pace resterà nel nostro cuore, giorno e notte. Quando lo Spirito ti concede la pace, guarda di non perderla occupandoti di cose senza importanza. Se dai la pace al fratello, il Signore te ne darà ancora di più. Ma se fai soffrire tuo fratello, la tristezza si impadronirà anche di te.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Per conoscere la pace, medita la legge del Signore, giorno e notte (cf. Sal 1,2). È lo Spirito che ha scritto questa legge, e lo Spirito passerà dalla sacra Scrittura al tuo cuore. Proverai allora una dolcezza così grande che non sentirai più alcun gusto per le cose materiali</strong>. Se ami i beni terreni, il tuo cuore si svuota, tu diventi triste, indurito e non hai più voglia di pregare. L’avversario vede che non dimori più in Dio, ti attacca e semina liberamente nel tuo spirito ciò che vuole (cf. Lc 11,24‑25). Ti suggerisce un pensiero dopo l’altro e così tu passi tutta la giornata senza quiete e non riesci a contemplare Dio con cuore puro. Se un pensiero impuro ti si affaccia alla mente, caccialo immediatamente: così conserverai la pace del cuore. Se invece lo accogli, perderai l’amore di Dio e non potrai più pregare con fiducia.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Quando perdi la pace?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Quando pensi, anche per un attimo,</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">di aver fatto qualcosa di buono;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">quando ti credi migliore del fratello;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">quando giudichi qualcuno (cf. Mt 7,1‑5);</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">quando rimproveri senza dolcezza</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">e senza amore;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">quando mangi molto;</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">quando preghi senza zelo.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Se perdi la pace, piangi i tuoi peccati e il Signore te li perdonerà. La gioia e la pace prenderanno nuovamente dimora nel tuo cuore e sentirai lo Spirito stesso dirti: “Ti sono perdonati i tuoi peccati!” (Lc 7,48). Non hai bisogno di altri testimoni: <strong>l’odio per il tuo peccato è la prova che il Signore l’ha perdonato</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Come può conservare la pace un igumeno se i fratelli non gli obbediscono? È faticoso per lui, ed è motivo di sofferenza (cf. Eb 13,17). Per conservare la pace deve pensare: “Questi fratelli non mi obbediscono, ma il Signore li ama ugualmente: ha sofferto fino alla morte per la loro salvezza. Allora io devo pregare per loro con tutte le mie forze”. Il Signore concederà poi la pace a colui che prega. Tu sai per esperienza che chi prega si accosta a Dio con fiducia e amore, eppure anche tu sei un uomo peccatore. Ma il Signore ti farà gustare i frutti della preghiera. Prendi l’abitudine di pregare così per coloro che ti sono affidati da Dio: la tua anima conoscerà una pace profonda e un grande amore.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Se sei responsabile degli altri e devi giudicare qualcuno per le sue cattive azioni, prega prima il Signore: “Donami un cuore pieno di bontà” (cf. 1Re 3,9‑12). Il Signore ama un cuore così. Allora potrai giudicare con giustizia. <strong>Se invece giudichi considerando solo le azioni, sicuramente ti sbaglierai e non sarai gradito al Signore</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Un fratello può conservare la pace quando ha un igumeno violento e malvagio? Chi si adira con frequenza soffre molto anche lui: è abitato da uno spirito malvagio e soffre a motivo del proprio orgoglio. Devi essere cosciente di questo e pregare molto per il tuo igumeno che soffre di questo male. Il Signore vede la tua pazienza: perdonerà i tuoi peccati e ti concederà la preghiera ininterrotta.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Pregare per quanti ci odiano e ci fanno soffrire è un’azione molto bella agli occhi di Dio. Il Signore allora ti darà la sua forza, giungerai alla sua conoscenza nello Spirito santo e, nel suo nome, sopporterai ogni dolore con gioia.</span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Su questa terra siamo tutti inquieti e cerchiamo di essere liberi. Ma che cos’è la libertà? E come diventare liberi? Pochi lo sanno. Anch’io anelo alla libertà e la cerco giorno e notte. Io so che è presso Dio. Dio fa dono della libertà a chi ha il cuore umile e piange i propri peccati. Costui non desidera più fare ciò che gli piace, ma ciò che piace a Dio. Quando uno piange i propri peccati, il Signore gli concede la sua pace e lo rende libero di amare. Non c’è nulla di meglio al mondo che amare Dio e gli altri.<br />
</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><strong>Il Signore non vuole la morte del peccatore (cf. Ez 33,11). Quando questi piange le proprie colpe, il Signore gli dà la forza dello Spirito santo. Questa forza produce la pace e l’uomo è libero di essere in Dio con lo spirito e con il cuore. Quando lo Spirito santo perdona i nostri peccati, ci dà la libertà di pregare Dio con uno spirito puro. Allora contempliamo Dio liberamente e in lui troviamo la pace e la gioia. Questo significa essere veramente liberi. Ma senza Dio non si può essere liberi.</strong></span><strong></strong></p>
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