• 25 nov

    Barnaba e Paolo portano fatti: Atti 15,12-21

     a cura di p. Attilio Franco fabris

    All’assemblea di Gerusalemme, Paolo e Barnaba portano fatti. Raccontano ciò che Dio ha operato fra i pagani ai quali è stata annunciata la Buona Notizia. L’esperienza pentecostale della comunità di Antiochia, come la conversione di Cornelio, è un fatto indiscutibile.

    I giudaizzanti questi fatti non li hanno mai veramente “ascoltati”. Hanno la loro “forma mentis”, i loro principi che si affermano, riconfermano, rifiutando di confrontarsi con i fatti. I fatti per loro non fanno testo, perché essi sanno già come stanno le cose!

    Con questo atteggiamento è possibile attuare un autentico discernimento comunitario e apostolico?

    I fatti devono contare, perché è da questi che la verità deve scaturire. Se manca questo confronto allora inevitabilmente la verità decada ad ideologia: non c’è ascolto, non c’è libertà di spirito nel mettersi in discussione, di lasciarsi interrogare dai fatti.

    Fortunatamente i fatti, cioè la testimonianza di Paolo e Barnaba, trovano credito.

    La soluzione magica adottata è: fare sempre “come se…”.

    E’ faticoso e spesso doloroso il confronto coi fatti. La nave sta a galla, va… Sentiamo sciabordio nel fondo della stiva, ci affacciamo e ci accorgiamo che nella stiva c’è acqua! Ma la nave va… Certo, ci deve essere un buco da qualche parte, prima o poi affonderemo, ma la nave va e va… Si chiude il boccaporto e avanti! La nave intanto va, prima o poi penseremo al problema. Ma sarà troppo tardi.

    Alla fine della testimonianza di Paolo e Barnaba si alza Giacomo, responsabile della comunità di Gerusalemme, vicino al partito dei giudaizzanti. Poco dopo una lettera è inviata a tutte le comunità: chi vuole essere discepolo di Mosè continui pure a fare il discepolo di Mosè, chi vuole essere discepolo di Gesù faccia il discepolo di Gesù.

    La comunità ha partorito una grande decisione, di grandissime conseguenze pastorali. E’ un giro di boa per la vita delle comunità cristiane.

    Ma per arrivarci c’è stato bisogno di un Concilio, un capitolo. Il Signore ha suscitato persone capaci del coraggio della verità, di prendere posizione a difesa dell’originalità della Buona Notizia.

    Piste di riflessione

    ∑    In mezzo a noi i fatti trovano credito? Ovvero: abbiamo il coraggio di guardare la realtà in faccia? O facciamo gli struzzi? Sono o non sono i nostri discernimenti spirituali e apostolici viziati a monte da queste forme di ambiguità? Un’ambiguità che alla fine ci priva delle coordinate per arrivare a conoscere la verità.

    ∑    Quali “fatti” interrogano urgentemente le nostre comunità religiose e il nostro apostolato?

    ∑    Quali “fatti” vorresti che il Capitolo tenesse assolutamente presenti per il suo discernimento spirituale ed apostolico?

     

  • 24 nov

    La lunga discussione a Gerusalemme e l’intervento di Pietro:
    Atti 15,1-12

     

    a cura di p. Attilio Franco Fabris

    Il brano riporta un momento di discernimento critico e fondamentale nel cammino della prima comunità cristiana.

    Il testo parla di “una lunga discussione”. Proviamo ad immaginarla… quando si discute c’è sempre da temere: la discussione infatti è un rischio, ovvero c’è il rischio della divisione, dello scontro. Eppure questo rischio deve essere corso. Il testo sottolinea l’aggettivo “lunga”: è importante perché ci dice la fatica nel trovare una soluzione, l’arroccarsi ciascuno sulle proprie posizioni: sembra non esserci via d’uscita.

    Il nostro quotidiano è segnato da tanti interrogativi di minor o grave importanza. Questi problemi sono spesso nascosti dietro le apparenze del quotidiano. Covano fra noi, sotto la cenere problemi terribilmente seri. Sappiamo tutti che, se li affrontiamo, c’è il rischio della spaccatura. E allora? Meglio far finta di niente! Ma questa è la soluzione che salvaguardia l’unità? Certamente no!

    Ma una di uscita c’è. E’ l’intervento di Pietro: “Dopo lunga discussione Pietro si alzò e disse…”. Se non c’è il responsabile dell’unità e del bene comune certe situazioni di confronto, di dibattito, di divisione non si possono sbloccare. Non si può pensare che su certe questioni capitali il consenso venga fuori naturalmente, spontaneamente, dalla base. L’esperienza dice che dalla base non ci si può attendere un consenso né spirituale né culturale: occorre l’intervento di colui che nel Signore, dopo un attento ascolto, si fa interprete della verità, dell’unità e del bene comune.

    La base poteva non riconoscere a Pietro questa autorità. Difatti Pietro esita, per timore della disapprovazione… ma poi prende posizione, rischia. Ciò che compromette l’unità e il bene comune è l’ambiguità, quell’ambiguità la quale si manifesta, prima che nelle scelte pratiche, nel disagio nel prendere posizione circa la verità.

    Certo, l’esperienza ci dice che non è sempre facile distinguere bene i problemi a la verità delle loro soluzioni: ma è vero che ci sono delle verità di immediata evidenza sulle quali bisognerebbe prendere posizione, e non si ha il coraggio di farlo.

    Alla fine della “lunga discussione” e dopo l’intervento del responsabile della comunità, l’assemblea tace.

    Piste di riflessione

    ∑    Hai l’impressione che su certi problemi la comunità non si interroga mai? Quale secondo te il motivo? Nella nostre comunità si ha il coraggio della discussione, anche “se lunga”?

    ∑    Quali problemi di capitale importanza, e mai affrontati decisamente, le nostre comunità e la provincia dovrebbero  coraggiosamente porsi nel prossimo Capitolo?

    ∑    Il servizio dell’autorità come attualmente è interpretato e vissuto avrebbe bisogno di essere rivisto alla luce del brano sopra meditato?

  • 22 nov

    L’EMOROISSA

    Mc 5,25-36

    la paura di essere (diventare) se stessi

     

     di p. Attilio Franco Fabris

     

    In ciascuno di noi esiste una dinamica di crescita, evoluzione, cambiamento. Avvertiamo una tensione interiore che ci spinge ad essere di più, di affrontare la vita con coraggio e speranza, insomma a vivere essendo e diventando sempre più pienamente noi stessi.

    Ma questo aprirsi al futuro provoca insicurezza.

    Un’insicurezza che spesso ci blocca; infatti ci poniamo in “stato di sorveglianza” del nostro io in quanto non ci fidiamo di noi stessi. Sospettiamo di noi stessi.   Questa insicurezza nasce nel profondo. Da un dettato che quasi ci precede. Esso afferma categoricamente: “Io sono fatto male, sono sbagliato; non mi posso fidare di me!”.

    Ci sentiamo inadeguati, e perciò non riusciamo ad “accettare noi stessi” nella nostra autentica realtà. E’ la sensazione di non valere nulla.

    Esistono particolari ambiti del nostro essere che possono rivelare questa sensazione.

    Quali sono le realtà di noi stessi dinanzi alle quali ci sentiamo insicuri, inadeguati?

    John Powell ne indica alcune:

    -         il nostro corpo (mi piaccio fisicamente, o rifiuto parti di me? Vorrei essere diversamente?)

    -         le nostre capacità (es. l’intelligenza,…)

    -         la nostra storia (vi sono aspetti della mia storia che non riesco ad accettare? Che vorrei cancellare e che creano in me sofferenze insanabili?)

    -         i nostri errori (gli sbagli che ho fatto tanto tempo fa come li giudico? Gli ho integrati scoprendovi un insegnamento oppure mi fanno tuttora soffrire?)

    -         le emozioni (esistono emozioni “inaccettabili” che io devo rifiutare e negare? Le mie emozioni hanno libero accesso alla mia consapevolezza?)

    Vie di soluzione generalmente ricercate

    Dinanzi al rifiuto, alla paura e insicurezza nei miei stessi confronti esistono delle soluzioni:

    • rifugiarci e aderire solamente al nostro “io ideale” rifuggendo dall’”io reale” (“vorrei essere”, “devo diventare…”, “mi costringo ad apparire…”)
    • Il ricorso a modelli ideali esterni (i miti di qualsivoglia categoria, le star, ecc.…penso, agisco, parlo, mi vesto come loro, vivo della loro ombra)
    • Il ripiegamento su se stessi e sulla propria “incapacità” e inadegnatezza nei confronti della vita: mi chiudo in me stesso, non voglio più aver a che fare con gli altri, vorrei scomparire a me stesso…

    Queste vie di soluzione provocano alla fin fine ulteriore sofferenza e  divisione interiore.

    Una sofferenza che porta a trovare sollievo in forme di appagamento artificiale: fumo, alcol, droga, sesso, lavoro, divertimenti, ecc….

    La paura e l’insicurezza non ci lasciano la libertà né di essere, né di pensare né di agire. Soffriamo ma … il più delle volte preferiamo questa situazione all’accettazione del rischio di vivere. Questa accettazione vuol dire iniziare a cambiare, e il cambiamento provoca sempre paura.

    IL BRANO EVANGELICO

    v. 24. Una gran folla segue Gesù. Lo pressa d’ogni lato. E’ una massa anonima in mezzo alla quale la donna si nasconde.

    La seguire Gesù può contenere quest’aspetto di ambiguità, di un percorso di massa. Esso rischia di offrire la scusa di evitare un confronto diretto e personale dell’incontro con Cristo.

    v. 25. Una donna malata da anni, ridotta allo stremo, povera. Una donna che non ha nome, ma che è presentata col volto del suo male, della sua sofferenza. Una donna che si vergogna della sua malattia.  L’emoraggia è una secrezione gonorreica sanguigna e purulenta della donna.

    La donna è ammalata da “dodici anni” ovvero da sempre. Dodici è il numero della totalità. Essa perde la sua vita (=sangue) lontano dal Signore, è destinata alla morte.

    La sua malattia la isola e la separa da tutti gli altri, in quanto culturalmente e cultualmente impura. Come la lebbra essa la escludeva addirittura dalla società umana. (leggi Lv 15,19-30). La sua è una femminilità in gran parte negata: tutto ciò che ha a che fare con la sessualità, è visto come sporco, come colpa…. Probabilmente preclusa al matrimonio e alla maternità. Dunque una vita segnata drammaticamente dall’esperienza della morte.

    Per questo genere di persone ogni richiesta d’aiuto è avvertita come un’onta. Occorre nascondersi, dissimulare il più possibile. Solo alla fine si manifesta il proprio male perché costretti. Ma finché è possibile all’esterno si cerca di dare una buona impressione, di risparmiare agli altri e a se stessi il confronto con il proprio male: “Se gli altri sapessero cosa accadrebbe?”.

    La sofferenza di questa contraddizione è terribile: da un alto dover dire a ciascuno con la parola e con l’atteggiamento: “Non farti troppo vicino, non mi toccare, sono impura!”. Un continuo farsi da parte, in preda al proprio senso colpa e alla propria insicurezza. E dall’altro lato vi è in lei un bisogno incessante di stare con gli altri, di essere come gli altri.

    v. 26. Molti medici! Questa donna non si è mai accontentata. Non si è rassegnata.

    E’ l’ansia della vita, la paura di perderla, che costringe l’uomo a tentare tutte le vie, ad affannarsi per trovare una soluzione alla sua paura. Ma invano! Il rimedio peggiora il male, un po’ come chi sta annegando e si agita. E quando la medicina non può far nulla…!!!??

    Risultato della sua ansia e della sua paura è la progressiva dilapidazione delle sue sostanze. Un’ulteriore esperienza di fallimento.

    Questa donna ha dovuto dare e dare… i medici sempre più ricchi e lei … sempre più povera, sola.

    Un sacrificarsi interminabile sperando di guarire affidandosi agli altri.

    Per lei ormai nulla le è dovuto gratuitamente. Neppure lontanamente passa l’idea nella sua mente che vi sia finalmente qualcuno a cui affidare la sua vita senza riserve, senza cadere in una nuova voragine di angoscia, senza dover anticipatamente “pagare” la sua prestazione.

    E’ un cerchio diabolico che sembra non doversi più spezzare. La situazione appare irrimediabile.

    v. 27aAvendo udito”: la fede procede dall’ascolto.

    Da chi ha udito? Con quali risonanze?

    v. 27b-28. Venne alle spalle di Gesù…: è convinta che basti “toccare” le vesti di Gesù per essere guarita. Ella ricerca non solo una guarigione fisica, ma una salvezza-liberazione che le permetta di riaprirsi alla vita in una ripresa della comunione con gli altri, con Dio.

    Usa il passivo: Sarò salvata. Ovvero riconosce che tale salvezza ormai non le può provenire se non attraverso un dono dall’alto. Essa si azzarda a compiere un gesto sacrilego contrastante la legge (Lv 15,19-30). Essa trova il coraggio di andare contro la legge. Di compiere un atto sacrilego.

    (Riguardo al “toccare il mantello” cfr. 3,10; 5,56).

    Vuole “toccare” ma di spalle: ha paura!  Infrange sì la legge ma di nascosto. Spera di farla franca. Non vuole scoprirsi nella sua povertà. Non vuole esporsi: è immonda. Ha paura di dire se stessa.

    A questo punto facciamo un’osservazione: questa donna pur veramente disperata avverte che in lei la paura di essere se stessa è più forte della sua stessa disperazione. Logica vorrebbe che gridasse il suo bisogno guardando in volto Gesù, ma questo non accade! Perché? Vuole il miracolo, ma strappandolo di nascosto. Ma un miracolo ottenuto così è un miracolo a metà! Non è occasione per un incontro con Dio che riapre alla fiducia nei confronti della vita, di se stessi, degli altri e di Dio stesso. La paura allora fa da padrona anche sulla sua sofferenza.

    In mezzo alla folla la donna avrà faticato a trovare un varco per avvicinarsi a Gesù (rendendo tutti immondi!).

    v. 29. la guarigione è immediata. In questo mutuo toccare e lasciarsi toccare da parte di Gesù passa un flusso d’amore capace di guarire. Dove è presente la fede la potenza di Dio si libera, non per magia, ma perché Gesù testimonia come Dio renda disponibile la sua potenza regale per coloro che credono: la fede della donna ha dunque reso possibile il dispiegarsi in lei della potenza divina che l’ha guarita. Il racconto potrebbe finire qui. La guarigione è ottenuta: Gesù continua inconsapevole dell’accaduto il suo cammino, e la donna tenendo ben nascosto il suo segreto se ne torna a casa sua, (per condividere con chi la sua gioia? Vera gioia non è l’incontro con chi ti ha salvato?) . Ma proprio qui il racconto continua, anzi è ripreso quasi daccapo. La donna ha bisogno di qualcosa di più importante, che porti a compimento quello che in lei è già in parte è avvenuto e di cui è solo segno.

    v. 30. La potenza che esce da Cristo è la sua vita. Ci dona la sua vita perdendola.

    Gesù se ne accorge ovvero è attento e partecipa con la sua compassione alle sofferenze di chi gli si accosta. Il gesto di contatto della donna è estremamente personale, carico di attese e speranze: è intenzionale e dunque estremamente personalizzato. E’ tale contatto profondo che ha reso possibile il liberarsi, per tramite di Gesù, della potenza salvifica. Si può quasi dire che la fede e la speranza della donna fanno prendere coscienza a Gesù della sua qualità di Salvatore.

    E’ l’umanità di Cristo lo strumento salvifico di Dio (Caro cardo salutis).

    La duplice presa di coscienza, di Gesù e della donna, pur diverse, hanno in comune un gioco di attività-passività che va evidenziato. Soprattutto il momento della passività segnala una “potenza” che sfugge al dominio e si presenta come una terza realtà, che li coinvolge entrambi. E’ la presa di coscienza di questa presenza-azione divina e l’aperura verso di essa che crea l’ambito di un incontro profondo tra Gesù e la donna. Questa solidarietà, da cui sono esclusi discepoli e folla, può ora divenire parola e comunicazione profonda.

    v. 31. I discepoli non comprendono perciò la domanda di Gesù. Non sanno distinguerne la verità. Sono ancora fermi all’esterno del mistero di Cristo.

    Vi sono diversi modi di toccare:  quello della folla, che solo opprime, non produce nulla, non cambia nulla. E’ un “toccare” esteriore. C’è poi un toccare possessivo che è prendere, impossessarsi.

    Ma vi è invece un “toccare” diverso che è segno rimando alla comunione e all’amore: che riconosce l’altro nella sua diversità. I discepoli non comprendono ancora questo (v 31).

    v. 32. Lo sguardo di Gesù interpella: esprime elezione, salvezza, giudizio. L’incontro con lo sguardo mette sempre a disagio, ma apre a nuovi orizzonti.

    Il dialogo dunque si instaura non senza difficoltà. Questa fatica orienta a comprendere come sia proprio nel dialogo personale, e non primariamente nella guarigione, che si ha la trasformazione più profonda.

    La domanda di Gesù è un appello personale che attende una risposta che è un esporsi, un mettersi in gioco nella relazione.

    La sua domanda è ancora come un giudizio di misericordia: vuole mostrare che lui non ha paura di lasciarsi toccare dall’impurità della donna.

    Un uomo comune al posto di Gesù sarebbe stato ben attento a tenere nascosta l’identità della donna, dovrebbe esporre questa e lui stesso al giudizio della folla.

    Gesù invece ha il coraggio di svelare l’audacia della donna. Non si vergogna di lei, e vuole che lei non si vergogni più della sua malattia.

    Il momento più coraggioso della storia di questa donna non deve passare come un gesto nascosto, un furto dissimulato. Questo incontro è uno snodo fondamentale nella vita e nel futuro di questa donna.

    v. 33. Vi è contrasto tra la paura della donna che si sente “sacrilega” e la dolcezza di Gesù che la riconsegna alla vita. La donna si presenta vergognosa e colpevole: ha infranto i limiti imposti dal tabù.

    Ma da parte di Gesù essa riceve incoraggiamento ed approvazione.

    In lei vi è un misto di gioia esplosiva e di paura. E’ la prima volta che questa donna non si sente più ferita per il fatto di essere donna.

    Questo incontro col volto di Cristo la sta liberando da ogni paura e vergogna, ella può dire ormai tutta la verità.  Ed è questa la guarigione più profonda: finalmente la libertà di essere e di dire se stessa. In Gesù si sente ormai riconciliata con se stessa e con la vita.

    Perché? L’unica forza capace di rompere questo cerchio è la saggezza dell’amore, una relazione nella quale ci si sente accolti e amati per quello che si è, indipendentemente perfino dalle questioni di purezza o impurità. Una mano che si tende gratuitamente che non chiede nulla per sé.

    La forza risanante sperimentata dal contatto con Gesù la sopraffà di gioia, si sente ormai libera dal suo incubo che per dodici anni aveva in lei bloccato la gioia del vivere. Ora il miracolo è compiuto perché finalmente Gesù ha compiuto la guarigione più importante: la liberazione dalla paura di essere se stessa.

    Questa donna è finalmente riconsegnata a se stessa in quella fiducia dinanzi alla vita alla quale anelava senza riuscire a trovarla. Finalmente può essere se stessa. L’incontro con lo sguardo di Gesù ha operato il miracolo.

    v. 34. “Figlia”: espressione di confidenza e tenerezza. Vi è ormai una profonda comunione tra lei e Gesù. E’ come una bimba che viene nuovamente alla luce, donata nuovamente alla vita.

    La tua fede ti ha salvata”: tutto il percorso compiuto dalla donna è riconosciuto da Gesù come un itinerario di fede. La fede che salva viene così svelata non tanto come un sistema di credenze o di pratiche, ma come personale e immediato coinvolgimento. E’ solo la fede che può aprire all’efficacia dell’agire salvifico di Dio

    “Va’ in pace”: non è solo augurio di benessere (“Stammi bene!”), ma proclamazione che la salvezza ha toccato questa donna, la quale è giunta di nuovo ad un’esperienza di comunione con Dio e con gli altri.

    Egli riconduce l’uomo ad una relazione fiduciosa con Dio: è una fede che risana dalla paura di Dio.

    Lo stato di Schalom definisce lo stato di integrità e di salute dell’uomo, il suo benessere.

    La “cura” è il risanamento operato dalla fede. Gesù non l’ha trasmesso come medico, ma come colui che ha risvegliato la fede in Dio, una fede capace di sciogliere l’uomo dalla voragine della sua angoscia:

    “Ciò che hai fatto –sembra dire Gesù – non era una colpa; è un segno di grande fiducia, del fatto che tu, senza domandare il permesso, hai fatto e preteso ciò di cui hai bisogno per vivere. Infatti è proprio questo che Dio desidera, e questo egli intende con “fede”: superare l’angoscia e il timore, che può rovinare e distruggere la vita portandola fino alla malattia, ed avere la certezza che Dio vuole che noi viviamo, anche se il tenore della legge sembra contraddire questa volontà: Va’ dunque, la tua fede ti ha salvata!”.

  • 04 ott

    PIETRO CAMMINA SULLE ACQUE….LA FEDE ALLA PROVA

    Matteo 14,24-33

    di p Attilio Franco Fabris

    Apriamo una parentesi per intenderci sul significato di coscienza. Come abbiamo già sperimentato, si tratta di chiamare per nome quello che c’è dentro di noi senza darci subito un giudizio di buono e cattivo come invece spesso ci è stato insegnato. La lettura della Bibbia che fa appello alla coscienza, la lettura vissuta in modo coinvolgente, fa risuonare quello che c’è in noi e fa emergere l’appello che Dio ci fa, che è diverso dall’immagine che ci siamo fatti di lui e da quello che ci atttendiamo da lui. Il nostro è un itinerario biblico non solo perchè prende in mano testi della Bibbia (lo fanno anche i T.d.G.!) ma soprattutto perchè ci porta ad un affidamento alla parola di Dio, senza cercare altre sicurezze e garanzie. La Parola di Dio ascoltata ci rivela di volta in volta la nostra paura di fidarci di Dio e ci mette di fronte al fatto che solo lo spirito può aprirci ad una comprensione diversa della presenza di Dio nella nostra vita. Ogni itinerario biblico, quando ci si inoltra un po’ dentro, manifesta dei segreti o misteri che sembrano complicarsi piuttosto che dipanarsi. E’ invece il passo che posso fare ogni giorno. La strada si apre passo dopo passo, Dio mi domanda di passare dalle mie carestie quotidiane, dalle mancanze che condizionano la mia vita quotidiana alla pienezza del dono della vita. E’ esperienza di Esodo e di deserto, come ascoltiamo in questo Vangelo. Vivremo l’esodo dall’immagine del Padre ricevuta fin dall’infanzia per camminare verso quella conosciuta e sperimentata con l’ascolto.

    Gesù cammina sulle acque e Pietro con lui

     “Subito dopo Gesù ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre lui avrebbe congedato la folla.” (v. 22). Come prendono i discepoli questo ordine di Gesù? Quali sono le risonanze di Simone e compagni?

    Con che stato d’animo di accostiamo a queste docce fredde che spesso il Vangelo ci propone? …Già lo sapevo che la felicità non può durare. …Ma perchè non possiamo gustare il positivo della vita? …I cristiani sono sempre sfigati che non possono godere come gli altri dei loro successi? …Alla fine la lingua batte sempre dove il dente duole e così avviene in questo campo che si finisce sempre per sottolineare le cose negative. Non c’è un altro sistema?

    “La barca, intanto distava già qualche miglio da terra ed era a­gitata dalle onde, a causa del vento contrario. (v. 24) I discepoli si imbarcano. E come se non bastasse la batosta appe­na presa ecco che scoppia sul lago la tempesta. Siamo ancora in contesto di Esodo: acqua e vento.

    “Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare.” “Le parole “Verso la fine della notte” ci riportano ancora nel contesto dell’Esodo.  Che cosa significa “camminare sul mare”? Cioè passare sopra le onde, attraversare il mare, restando a piedi asciutti? Che cosa rappresenta il mare? Che cosa ha significato per il popolo d’Israele attraversare il Mare Rosso a piedi asciutti? Che cosa vuol significare questo camminare di Gesù sul lago per gli apostoli e per noi?

    Per cogliere bene questi significati è importante cogliere la ri­sonanza degli apostoli al vedere Gesù restare, nella notte, col vento impetuoso, sulle onde senza sprofondare.

    “I discepoli a vederlo camminare sul mare furono turbati e disse­ro: “E’ un fantasma!” e si misero a gridare dalla paura.” (v. 26) Il fantasma evoca la morte. Questo fantasma che compare è il se­gno che nel lago aleggia la morte. Nella tradizione biblica il mare è il simbolo della morte per la presenza del Leviatan: la forza della morte. Il mare ingoia e non restituisce nessuno… Qui Gesù è riconosciuto un fantasma: una forza di morte che mette terrore.

    Perché Dio è preso, normalmente, per un fantasma? Perché mi fa morire a me stesso e io non voglio morire. La paura della morte mi fa vedere Dio come un fantasma, come uno che non vuole la mia vita, che anzi vuole la mia morte, vuole il sacrificio del dover essere… Così dove Dio si presenta l’uomo grida  di terrore perché non lo riconosce come è veramente cioè colui che vince la morte, che mi fa superare la morte senza che la morte mi faccia niente: mi fa passare attraverso il fuoco senza che mi bruci e mi fa passare attraverso l’acqua senza che mi bagni!

    “Ma subito Gesù parlò loro: “Coraggio, sono io, non abbiate pau­ra”. Gesù si presenta nella sua identità, come colui che cammina sulle acque, che ha la possibilità di vincere la morte. Non c’è motivo di spaventarsi; anzi c’è motivo di rallegrarsi perché con questa capacità Gesù rimane nella sua disponibilità ad aiutarli, a libe­rarli dal pericolo sempre incombente della morte, a far sì che anche loro passano infischiarsene della morte (delle onde minac­ciose del lago) come sta facendo lui. Infatti Pietro coglie subito questa possibilità e lo prende il desiderio di fare come Gesù, di stare con Gesù sulle acque, di vincere con Gesù la morte, e quindi la paura della morte.

    “Pietro gli disse: “Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque”. Ed egli disse “Vieni!”  (v. 28-29a) C’è sempre una Parola mi ha fatto partire, richiamo alla memoria esempi di brani del Vangelo che mi hanno fatto uscire da situazioni, ecc… Quando Gesù mi ha detto “Vieni!”

    Gesù accoglie volentieri il desiderio di Pietro di camminare sul­le acque, di vincere la morte, di non aver paura della morte. E’ venuto per questo tra gli uomini, appunto per dare loro la possi­bilità di infischiarsene della morte, e quindi di essere liberi dalla conseguente paura che rovina loro la vita. Gesù sembra dire a Pietro: “Sí, caro Pietro, sono io che cammino senza sprofondare nel mare, nella morte. E ben volentieri comando alla morte di non farti del male, perché io posso vincere la morte e come vorrei che gli uomini fidandosi di me se ne infischiassero della morte. la morte è innocua perché ci sono io a proteggerti a proteggere chiunque confida in me e non confida in se stesso: confidare in se stessi è fidarsi della paura della morte; quella paura della morte che rende insopportabile e invivibile la vita. Vieni Pietro e vedrai che anche tu puoi camminare sulla morte!”.

    “Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù.” (v. 29b).

    DRAMMATIZZAZIONE SULLA SPONDA DELLA BARCA

    Risonanze di Pietro.

    Come si comporta Pietro all’invito di Gesù?

    Scende subito? Chiede qualcosa a Gesù?

    Quali risonanze ha provato sentendo il mare solido sotto i suoi piedi?

    Che cosa ha detto? A sè, a Gesù, ai suoi compagni?

    “Ma per la violenza del vento, s’impaurì e, cominciando ad affon­dare gridò: “Signore, salvami!”. (v. 30). Come mai si impaurì? Non aveva sperimentato che si poteva cammi­nare sul mare? Come mai la paura che inizialmente era stata vinta, prende poi il sopravvento?

    Eccolo, Pietro, ciascuno di noi. Diciamo che prima di tutto si FIDA DI SE STESSO. Inizia a camminare sull’acqua attratto da un’esperienza nuova e che ritiene nelle sue possibilità. Poi ad un certo punto cosa interviene? Paura di soffrire? E’ quando la fatica è tale da aumentare lo stress e possiamo riassumere il tutto quando diciamo: non ce la faccio più!

    La parola vieni può dar frutto al 30, al 60 al 100% lasciare alle persone di esprimersi…

    Cosa mi succede?

    1.         Incomincio a non aver più fiducia nelle mie possibilità.

    2.         Allora interviene il ragionamento, rapido e deciso, che lascia libera la fantasia di immaginare quello che succederà.

    3.         Aumenta la sensazione di essere incastrato in qualcosa di più grande di me. Ma guarda un po’ che amici, che compagnia mi sono trovato: mi portamo dove non ce la faccio ad arrivare. Quanto bene stavo a casa mia, con le mie sicurezze…

    4.         Una spinta forte da dentro: devi scegliere finchè sei in tempo, puoi ancora trovare una strada per fuggire dignitosamente, senza farti sorprendere dagli eventi…

    5.         Ancora la fantasia che elabora vie di fuga cercando la migliore nel più breve tempo possibile.

    6.         Mi sfogo su me stesso. Sono proprio ammalato, incapace, finito, mi faccio del male per apparire quello che la paura mi ha delineato davanti in modo così chiaro che ormai mi appare come l’unica verità.

    7.         Sposo questa mia verità e rifiuto ogni altra proposta oppure mi affido ad un altro punto di vista, che sia più libero del mio dalla paura di non farcela, che mi ridona l’oggettività e la salvezza che da solo non riesco a riconoscere presente nella mia vita.

    8.         Pietro incontra Cristo perchè impara a fuggire dalla sua paura e dal suo soffocante circolo vizioso. 

    Certamente Pietro, ad un certo punto, smette di guardare a Gesù: perché si impossessa del dono, si fa bello del dono, incomincia a confidare in se stesso… La forza che gli veniva dalla fiducia in Gesù un pò alla volta diminuisce e così cresce, invece, l’in­sicurezza, la paura; tanto che la morte attraverso la paura ri­prende il sopravvento: ecco allora che incomincia a sprofondare. Di nuovo, proprio perché viene a cadere la fiducia in Gesù, domi­na nella vita di Pietro la morte, attraverso al paura.

    Cerco ora, a partire dall’ascolto delle mie risonanze, di tradurre quella parola dura: nella vita di Pietro domina la morte. La paura della morte e inversamente proporzionale alla fiducia in Gesù. E’ la fiducia che garantisce la vittoria sulla morte e quindi sulla paura! Pietro fortunatamente ha a portata di mano Gesù, e gli è sponta­neo gridare il suo bisogno di essere salvato. In quel grido c’è il ricupero del rapporto con Gesù, il quale lo afferra e lo tira fuori dalle onde, dalla morte.

    “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.   “E subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”.

    “Subito”: Gesù non attende un attimo; all’invocazione immediata­mente soccorre, senza perdere un attimo di tempo. Gesù, il Signo­re, è sempre pronto a venirci in aiuto, a liberarci dalla morte. ma rispetta la nostra libertà: ci libera solo se glielo chiedia­mo. Anzi sembra dire a Pietro: Eccomi! Sono qui. Sono sempre stato qui a tua disposizione. Perché non mi hai tenuto presente sempre? Perché hai dubitato di me? Perché hai ad un certo punto cessato di fidarti di me hai scelto di fidarti di te? Questo è avvenuto proprio per la tua poca fiducia in me!”.

    Gesù sembra qui meravigliarsi di questo atteggiamento di Pietro. Gesù, comunque, sa che Pietro, come ogni uomo, è continuamente tentato a confidare solo in se stesso. Questo è uno smacco per Gesù, per il Signore, il quale deve con­tinuamente subire questo tradimento, questo voltafaccia, questa accusa stolta e insensata dell’uomo di non essere in grado di mantenere fede al suo amore, al suo impegno di salvarci dalla morte.

    “Appena saliti sulla barca il vento cessò.” Con Gesù c’è la pace, la calma della coscienza, il riposo nella serenità di un sicuro porto tranquillo e senza sorprese, senza paure, quindi…La furia del vento, dello spirito cattivo, della paura della mor­te e delle sue conseguenze, cessa quando noi facciamo spazio a Gesù, gli affidiamo la nostra vita, lo scegliamo come nostro com­pagno di cammino.

    Comportamento di Pietro e degli altri che erano sulla barca e hanno assistito a tutta la scena.

    Pietro ha fatto un’esperienza unica: è stato immesso a far parte del potere di Gesù sulla morte e sulla paura della morte, ma il suo cuore, ancora malato di diffidenza e di paura, non ha retto agli assalti del vento, cioè dell’avversario, della paura della morte. Avrà bisogno ancora di tempo, di esperienze di dono e di falli­mento, soprattutto di interiorizzare il significato della morte e della risurrezione di Gesù, per poter aprirsi alla forza dell’a­more più forte della morte e così affrontare con fiducia e corag­gio la morte.

    CELEBRAZIONE CONCLUSIVA

    Preghiera spontanea: “Signore salvaci” con il salmo 69(68)

    Signore, pietà per la stoltezza del nostro cuore, che dopo essersi abbeverato alla fonte che sei tu, ti rifiuta per sceglie­re fontane screpolate e senza acqua. Qualcosa nasce di nuovo perchè nella vita non ci sono solo le prove, anche se quando ci siamo dentro ci sembra che dalla sofferenza non nasca niente. Ma non c’’ solo la sofferenza

  • 02 ott

    Perché confidare in chi non ti può salvare?
    Lectio Ger 2,1-14


     di p. Attilio Franco Fabris

     

    Messaggio centrale

    Geremia ci presenta un processo intentato da Dio contro il suo popolo Israele. Quest’ultimo infatti senza alcuna giustificazione, lo ha abbandonato per seguire stoltamente “idoli vuoti”. Ha preferito attingere illusoriamente sicurezza e vita lontano da Dio piuttosto che abbeverarsi  con abbondanza alle sorgenti della sua vita. Israele non ha dunque dato fiducia alla Promessa di Dio! Ancora una volta viene denunciata e messa in luce la resistenza del cuore alla Parola e l’allontanamento progressivo da essa. Le orecchie rimangono chiuse e il cuore rimane rivolto agli idoli.

    Con il capitolo secondo inizia la raccolta vera e propria degli oracoli del profeta Geremia. Esso  si apre con un’aspra requisitoria (rib) contro l’idolatria dilagante nel regno di Giuda. L’andamento del testo segue lo schema classico della contesa giudiziaria comune anche alle culture dei popoli limitrofi con i suoi elementi fondamentali: chi intenta la causa richiama l’attenzione sia dell’accusato che dei testimoni, passa dunque a una rassegna storica dei benefici compiuti, segue un elenco di accuse spesso formulate in forma interrogativa e termina con la proposta di un ultimatum o con la richiesta di una condanna definitiva. Tutti questi elementi figurano al capitolo 2 di Geremia facendo sì che il testo appaia steso come un resoconto di un atto giudiziario vero e proprio.

    L’apertura del testo è data da Dio che consegna la sua parola al profeta che la deve indirizzare, o meglio, “gridare” alle “orecchie” di Gerusalemme:

    1 Mi fu rivolta questa parola del Signore: 2«Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata. 3 Israele era cosa sacra al Signore, la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro. Oracolo del Signore.

    Geremia riceve l’incarico di profetizzare: la parola che pronuncia è perciò quella stessa di Dio. Si tratta di un ruolo che lo vede nella veste di un annunciatore che deve “gridare” le parole consegnate alle orecchie del destinatario/Gerusalemme: ma perché occorre “gridare” se non perché le orecchie del destinatario sono sorde alla Parola?[1] Il discorso prende avvio dalla rievocazione dei lontani e “felici” tempi dell’Esodo: si parte dalla liberazione dalla schiavitù egiziana, passando attraverso il ricordo del cammino attraverso il deserto per giungere poi all’entrata nella terra promessa (v7). Nella lettura di queste vicende legate all’esperienza dell’esodo prima e del cammino nel deserto poi Geremia (e Osea prima di lui) intravedono in filigrana il tempo di una sorta di fidanzamento affettuoso e ideale (h’esed sta a dire la “tenerezza/simpatia” dello scambio d’amore) tra JHWH e il suo popolo. Questo straordinario tempo di fidanzamento aveva preceduto e preparato la solenne alleanza del Sinai: alleanza che prevedeva essenzialmente un impegno di reciproca fedeltà: “Camminerò in mezzo a voi, sarò vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Lv 26,12). Questo ovviamente implicava una gelosa esclusività di rapporti. Non per nulla nell’ Esodo JHWH spesso si definisce come un “Dio geloso”: “Tu non devi prostrarti ad altro Dio, perché il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso” (Es 34,14).

    Nel tempo del fidanzamento questa reciproca fedeltà era ideale pur in mezzo alle fatiche e alle prove del cammino nel deserto (cfr Dt 8): “mi seguivi nel deserto”. “Seguire” è il verbo che sta a significare sia il contratto matrimoniale per cui la moglie è tenuta a “seguire” il marito sia, per analogia, la fedeltà all’adesione di fede ovvero all’alleanza[2]. In virtù di questa elezione e relazione con il “suo” Dio Israele era divenuto “cosa sacra al Signore” (“qadosh: cfr Es 19,6; Lv 11,44s; 19,2; 20,26; Dt 7,6; Is 62,12): proprietà esclusiva di Dio, e partecipazione alla sua “santità” (intesa nel senso di radicale diversità e separazione da tutti gli altri popoli). Israele in quanto “figlio primogenito” per elezione (Es 4,22)  era “intoccabile”; è per questo che Dio lo ha sempre difeso gelosamente dai nemici (cfr Es 17,8-16; Nm 21,31-35; Nm 31).

    Ma questo tempo di tenerezza e fedeltà è durato ben poco! Ecco infatti Dio invocare l’attenzione dell’interpellato affinché prenda coscienza della sua “ingiustizia”:

    4 Udite la parola del Signore, casa di Giacobbe, voi, famiglie tutte della casa di Israele! 5 Così dice il Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri, per allontanarsi da me? Essi seguirono ciò ch’è vano, diventarono loro stessi vanità 6 e non si domandarono: Dov’è il Signore che ci fece uscire dal paese d’Egitto, ci guidò nel deserto, per una terra di steppe e di frane, per una terra arida e tenebrosa, per una terra che nessuno attraversa e dove nessuno dimora? 7 Io vi ho condotti in una terra da giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti. Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra e avete reso il mio possesso un abominio. 8 Neppure i sacerdoti si domandarono: Dov’è il Signore? I detentori della legge non mi hanno conosciuto, i pastori mi si sono ribellati, i profeti hanno predetto nel nome di Baal e hanno seguito esseri inutili.

    All’esclusività rivendicata da Dio sulla base dell’Alleanza, Israele ha risposto con  innumerevoli, costanti e ingiusti “tradimenti” che vanno dall’apostasia dichiarata, a un culto puramente formale svuotato però di un’autentica relazione vitale con Dio senza alcuna ricaduta sulla vita (cfr Isaia 1-2). Facendo così Israele ha trasgredito l’articolo fondamentale del Patto: Dio allora pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me. …Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano” (Es 20,1-5).

    Per tale motivo Dio apre un vero e proprio contenzioso con Israele, in cui egli esplicita l’accusa. Un lungo e appassionato interrogativo apre il processo che il Signore ha istituito contro Israele/sposa  dopo la sua apostasia. Dio domanda all’accusato se vi è stato qualche motivo valido per essersi  allontanato da lui: “Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri, per allontanarsi da me?” (v5).

    Agli interventi salvifici di JHWH in luogo di un’adesione di fede entusiasta e generosa Israele ha corrisposto assurdamente con l’affidarsi a “ciò che è vacuo” ovvero agli “idoli vani” (Hebel = vuoto, stupido, inconsistente, ingannevole…)[3]che a nulla giovano”. Questo culto apostata ha profanato e contaminato la terra santa donata da Dio al suo popolo: ”avete contaminato la mia terra e avete reso il mio possesso un abominio” (v.6). La conseguenza è che seguendo “hebel” Israele stesso è divenuto “hebel”! “Siano come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida” (Sal 115,8; cfr 135,18). Israele dunque ha perso consistenza, solidità e forza: i nemici ora ne posson fare man bassa! Di chi la responsabilità di questo peccato? Geremia sembra additare in primo luogo i responsabili del popolo. Tutti costoro dovevano essere per Israele dei “buoni pastori” impegnati a far sì che tutto il popolo perseverasse nella fedeltà all’alleanza: tali non si sono rivelati. I sacerdoti non hanno cercato Dio, ma il proprio profitto; hanno coltivato un ritualismo vuoto, privo di ogni autentico rapporto con Dio. I dottori avrebbero dovuto essere fedeli interpreti della legge, ma anch’essi sono caduti in un vuoto legalismo pervertendo il senso della legge stessa. I politici invece di confidare in Dio hanno preferito ricorrere per risolvere i problemi a miseri calcoli umani di convenienza e tornaconto personale. I profeti si sono lasciati prezzolare, venduti al potere e ad altre false divinità. Lo stesso tema sarà ripreso in modo veemente anche da Ezechiele:«Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, predici e riferisci ai pastori: Dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e son preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura” (Ez 34,2-6). Riassumendo: coloro che avrebbero dovuto fare da mediazione tra il popolo e Dio hanno stravolto il loro servizio.

    9 Per questo intenterò ancora un processo contro di voi, – oracolo del Signore – e farò causa ai vostri nipoti. 10 Recatevi nelle isole del Kittìm e osservate, mandate pure a Kedàr e considerate bene; vedete se là è mai accaduta una cosa simile. 11 Ha mai un popolo cambiato dèi? Eppure quelli non sono dèi! Ma il mio popolo ha cambiato colui che è la sua gloria con un essere inutile e vano. 12 Stupitene, o cieli; inorridite come non mai. Oracolo del Signore. 13 Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua.

    Il processo intentato procede apportando da parte dell’accusatore altre considerazioni che vengono ad aggravare l’accusa. Si domanda un dibattito giudiziario vero e proprio svolto dinanzi a testimoni cosmici (“i cieli”). Essi sono i testimoni notarili nella disputa (cfr Is 1,2); nella quale sono invitati a “stupirsi” sconcertati dinanzi all’insensatezza di Israele.

    Viene posto dinanzi a Israele l’esempio dei popoli pagani che non conoscono rivelazione eppure rimangono fedeli alle loro divinità: neppure uno degli altri popoli, da oriente ad occidente (da Kittim=i fenici a Kedar: gli arabi)  ha osato mai abbandonare il suo dio! Ma questo è avvenuto per Israele! Isaia, dinanzi a questa stessa amara constatazione, poneva come esempio gli animali senza ragione: Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende” (Is 1,3). Paolo commenterà la stessa insensatezza, ma riferita all’umanità priva di ragione nella ricerca del Dio vivo, affermando nella lettera ai romani: “hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili” (1,23)

    Israele dunque ha compiuto l’insensatezza di rincorrere stoltamente “idoli vani” in luogo del sottostare alla “Gloria di Dio” (Kabod) che gli avrebbe assicurato protezione e vita. “Kabod-Gloria” è in opposizione ad “Hebel-Idolo”: Kabod dice l’essere pesante, robusto, forte, sicuro, ed è la stessa gloria che Israele aveva contemplato mentre era in fuga dall’Egitto (Es 16,7-10) e nella teofania del Sinai (Es 24,6), nella tenda del convegno nel deserto (Nm 14,10.20): la sua manifestazione era costante richiamo all’azione salvifica e alla presenza costante di Dio.

    Si conclude questa parte di denuncia evidenziando da parte dell’accusatore che l’accusato ha commesso due gravi delitti: “Perché il mio popolo ha commesso due iniquità” (da notare che pur commettendo i due reti/peccati Israele rimane sempre per JHWH il “suo” popolo!). In cosa consistono questi due delitti? Il primo è di aver “abbandonato me, sorgente di acqua viva”. Il secondo è di aversi “scavato cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua”. L’antitesi tra il Dio vero e gli idoli vuoti è evidente. Nel nostro testo l’immagine della cisterna è legata in modo polemico al culto di Baal, il dio cananeo della fecondità che secondo i suoi seguaci garantiva la pioggia e l’acqua necessaria. Geremia ricorda ad Israele che solo il Signore è la sua vera fonte di vita: acqua di sorgente perenne e non discontinua come quella dei torrenti (cfr 15,18) alla quale attingere inesauribilmente: “poiché in te è la sorgente della vita” (Sal 36,10). Nel Nuovo Testamento Giovanni riprenderà questa immagine facendone simbolo della grazia che scaturisce dal mistero pasquale di Cristo.[4] Nonostante questo l’uomo preferisce andare a cercare acqua altrove! Da dove proverrà tale diffidenza e sospetto nei confronti di Dio? Siamo rimandati con questo a prendere in considerazione l’origine di tale atteggiamento ambiguo da parte dell’uomo nei confronti di Dio (cfr Gn 3).

    per la riflessione

    San Paolo apostolo ai cristiani di Corinto scrive: “O miei cari, fuggite l’idolatria!” (1Cor 10,14). Anche per noi sussiste il continuo rischio di rivolgerci, per ottenere salvezza, a “idoli vuoti” divenendo noi stessi inconsistenti, esistenze senza fondamento solido.

    Possiamo andare anche noi in cerca di acqua, ovvero di vita, in “cisterne screpolate nel deserto” dimenticando che la sorgente di acqua viva è il costato trafitto di Cristo (cfr Gv 19,34) che testimonia la fedeltà di un Dio che si annuncia come “Amore”..

    Questo a motivo della diffidenza che abita le profondità del nostro cuore per cui non fidandoci di Dio andiamo a cercare altrove una risposta all’ansia della vita che ci abita. E’ questa in definitiva la radice di ogni peccato.

    Preghiera conclusiva

    Piango il presente e detesto il passato, temo per il futuro la colpa che ho commesso: e nel mio orgoglio leggo il tuo giudizio. La tua bontà, Signore, supera la mia ingiuria: usala con dolcezza, come fa il padre col figlio: meno avessi peccato, minore sarebbe la tua grazia. (Mathurin Régnier (1573-1613))


    [1] “Grida a squarciagola, non aver riguardo;come una tromba alza la voce;dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati” Is 58,1; “Chi fra di voi porge l’orecchio a ciò, vi fa attenzione e ascolta per il futuro?” Is 42,23;  “A chi parlerò e chi scongiurerò perché mi ascoltino? Ecco, il loro orecchio non è circonciso, sono incapaci di prestare attenzione. Ecco, la parola del Signore è per loro oggetto di scherno; non la gustano” Gr 6,10; “ Ma essi non ascoltarono né prestarono orecchio; anzi procedettero secondo l’ostinazione del loro cuore malvagio e invece di voltarmi la faccia mi han voltato le spalle” Gr 7,24; cfr 11,8. Anche Giovanni il battezzatore dovrà “gridare” il suo Kerigma nel deserto di Giuda:Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». (Gv 1,23)

    [2]  Cfr il tema della “sequela” nei testi neotestamentari

    [3] Voi siete i miei testimoni – oracolo del Signore – miei servi, che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io. Prima di me non fu formato alcun dio né dopo ce ne sarà. Io, io sono il Signore, fuori di me non v’è salvatore (Is 43,10-11); “Così dice il re di Israele, il suo redentore, il Signore degli eserciti: «Io sono il primo e io l’ultimo; fuori di me non vi sono dèi. Chi è come me? Si faccia avanti e lo proclami, lo riveli di presenza e me lo esponga. Chi ha reso noto il futuro dal tempo antico? Ci annunzi ciò che succederà Non siate ansiosi e non temete: non forse già da molto tempo. (Is 44,6-8) ; “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore. Saranno confusi e svergognati quanti s’infuriano contro di lui; se ne andranno con ignominia i fabbricanti di idoli. Voi siete miei testimoni: C’è forse un dio fuori di me o una roccia che io non conosca?” (Is 45,15-16)

    [4] Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,10-14);

    Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù levatosi in piedi esclamò ad alta voce: «Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». (Gv 7,37-38)

     

  • 24 set

    Il Vangelo della Samaritana

    (Gv 4,1-42)

    Gesù comincia il suo ministero all’ombra di Giovanni Battista, battezzando. In realtà Gesù ha la delicatezza di non battezzare ma lo fa fare ai suoi discepoli.

    Malgrado ciò, nasce una polemica su chi battezza di più: lui o Giovanni. Quando Gesù si accorge di ciò decide di andarsene e di tornare in Galilea con i suoi discepoli. Pensiamo che non debba essere stata una decisione facile, perché mettere su un movimento non è una cosa che si fa in due giorni. Prima di creare questo flusso di persone che venivano a farsi battezzare, Gesù e i suoi hanno lavorato tanto. Constatare che è difficile aiutare l’uomo, fare del bene, vedere come ciò che fa è strumentalizzato per rivalità, il pettegolezzo, etc., deve essere stato una prima esperienza di Passione per Gesù. Gesù non esita: se quello che fa in qualche modo può essere strumentalizzato per fare del male al suo amico Giovanni, Gesù lo abbandona. Sceglie di affrontare un lungo cammino fisico di ricerca: almeno 150 chilometri, in direzione di casa sua e dei discepoli.

    Gen. 29, 1: nessuno riusciva a spostare la pietra dal pozzo … ovvero. Giacobbe ha convinto gli altri pastori a rimuovere la pietra mentre si avvicinava Rachele. E’ il pozzo dove Giacobbe ha incontrato Rachele. Anche in Gen. 24,10 Eliezer trova una moglie per Isacco ad un pozzo. Il pozzo è il luogo dove le persone possono incontrarsi. Un punto d’incontro, perché tutti hanno bisogno dell’acqua. Il bisogno spinge le persone ad incontrarsi. I luoghi d’incontro sono frequentati per la loro capacità di soddisfare a questo bisogno.

    Essendo il pozzo un buco che penetra la terra, esso è simbolico di quanto l’uomo deve fare per andare oltre ciò che è superficiale. Ci afferma che oltre la banalità dell’esistenza esiste la possibilità di soddisfare il bisogno dell’uomo. E’ simbolico di una relazione che va in profondità, che non rimane allo stato epidermico.

    Quando arrivano al pozzo, verso mezzogiorno, sono almeno al secondo giorno di cammino. Gesù è sì stanco per aver camminato, ma forse anche per ciò che ha vissuto esi è lasciato alle spalle.

    Gesù si accorge che da lontano una donna sta arrivando per attingere acqua dal pozzo. Solitamente le donne ci si recavano la mattina e forse dopo pranzo per rigovernare e preparare la cena, ma non certo per l’ora di pranzo; e tanto meno da sole. Il pozzo solitamente rimaneva in un luogo isolato per non inquinarlo i rifiuti del centro abitato. L’acqua era preziosa e andava tutelata.

    Perché tu Samaritana vai al pozzo a quest’ora da sola?

    - Non voglio incontrare le altre donne del paese perché sono cattive con me, mi considerano una poco di buono, mentre in realtà loro sono peggio di me ma vogliono salvare la faccia. Le odio. E poi perché mi fanno soffrire con i loro sguardi e le battute. Sono tutte invidiose. E poi a me piace stare da sola.

    - Ma non è che hai qualche altro fine, magari quello di incontrare una carovana di stranieri?

    - In effetti, preferisco gli stranieri alla gente di questo stupido paesino dove mi tocca vivere.

    Dietro il primo fine di andare a prendere l’acqua ecco che il cuore persegue un altro fine: sedurre. Cosa fa Gesù? Fugge perché una donna vuole abbordarlo? Le regole non permettono di parlare con una donna, e neanche a lei è permesso parlare; ma Gesù è assetato e non ha una brocca, e questo lo spinge a chiedere: una situazione d’emergenza che è prevista dalla legge. Però se era normale chiedere da bere, non lo era chiederlo ad una samaritana. Gesù si espone ad un rifiuto vivendo il rapporto con l’altra con naturalezza e verità. Al di là di quelle che potrebbero essere le intenzioni dell’altra, Gesù vive quelle che sono le sue, d’intenzioni. Gesù esprime il suo bisogno: “Dammi da bere”.In che tono Gesù avrà pronunciato quella frase? Un tono supplichevole di chi ha i complessi d’inferiorità nei confronti dell’altro sesso? O di chi è talmente assetato che sbava per un sorso d’acqua? Un tono autoritario, tipico del maschio che si sente superiore a una donna, per giunta samaritana? Un tono mellifluo, mieloso di chi già pregusta quello che avverrà dopo? Un tono seduttore che cerca di far presa sulle corde emotive dell’altra? Un tono losco di chi fa finta di essere innocuo per poi saltare addosso alla preda improvvisamente? Il tono di Gesù esprime semplicemente il suo bisogno di bere e la capacità di entrare in relazione con l’altra in maniera totale e profonda come il pozzo, senza doppi fini. Gesù non ha paura: non si lascia prendere da timori.

    Continua a essere se stesso, e essere se stesso significa vivere il suo bisogno. Quanti giri di parole faremmo noi, per riuscire a stabilire un rapporto prima di manifestare il vero bisogno? Gesù non dice nemmeno per favore: ma dall’ascolto che abbiamo fatto, dal tono di voce e dallo sguardo sappiamo che il suo non è un imperativo violento. L’atteggiamento di Gesù è di trasparenza. La persona che ha a che fare con lui può costatare quali sono le intenzioni del suo cuore, essere trasparenti vuol dire consegnarsi nelle mani dell’altra, giocare a carte scoperte, vuol dire la morte dell’orgoglio, della superbia. Come si può entrare in relazione con l’altra senza il rapporto sessuale? Si può entrare in comunione senza vedere sullo sfondo dell’incontro un letto? Non siamo capaci di scavare il pozzo dell’amore autentico. Questa donna ha la brocca per attingere al pozzo dell’amore carnale, affettivo, ma non ha la brocca per attingere al pozzo dell’amore autentico; anzi: nemmeno sa che esiste il pozzo dell’amore vero.

    Avvicinandosi a Gesù si accorge che è un Giudeo. Anche se ci va per rimediare rimane spiazzata dal tono di Gesù, dal suo sguardo, si sente confusa, ed è costretta a ripararsi dietro un comportamento formale, che le consenta di studiare l’avversario e vedere il gioco che fa: “Come mai tu…”. A quanto pare lei non rifiuta di dargli da bere ma si mette giocare con il bisogno di Gesù.

    Avrebbe potuto rifiutargliela o dargliela e ritirarsi in buon ordine. Lei preferisce attaccare bottone. Lo fa tirando fuori una vecchia polemica e sarebbe interessante cogliere il tono della sua voce. E’ una provocazione. Un modo per rompere il ghiaccio, una frase mediante la quale la samaritana costringe Gesù a scoprirsi: “Se tu, giudeo, hai tutto questo poco rispetto delle vostre consuetudini, significa che non hai solo l’intenzione di bere”. La samaritana usa il bisogno di Gesù. Vede che è assetato e che lei ha la risposta al suo bisogno. Gioca con questo bisogno esercitando potere su di lui. E’ questa la tecnica di potere che usiamo solitamente nelle nostre relazioni: una volta individuato il bisogno dell’altro ed entrando in possesso di quanto possa soddisfarlo esercitiamo potere ora soddisfacendolo, ora lasciandolo a secco. Le relazioni del nostro “amore” sono delle compravendite in cui ognuno vende qualcosa in cambio di altro. Gesù invece gioca in perdita: non ha paura di entrare in relazione con qualcuno giudicato impuro e che, secondo la religione giudaica, è causa di interdizione alle pratiche di culto, e quindi alla stessa relazione con Dio. Gesù, pur di entrare in relazione con questa donna, compie qualcosa che contraddice principi e convinzioni alle quali lui tiene moltissimo e che ha sempre praticato fedelmente per tutta la vita. E questo Gesù lo fa anche per un incontro occasionale, che durerà poco tempo, che forse non avrà un seguito, perché per lui ogni persona è importantissima, come se fosse l’ultima con cui entrare in relazione prima di morire. Davanti alla reazione della donna come avremmo reagito noi a nostra volta? Saremmo entrati in polemica? Ci saremmo ritirati con la coda fra le gambe?

    Però ecco che Gesù, introducendo degli elementi nuovi nel dialogo, comincia a giocare su doppi sensi: parla di acqua ma intende un’altra acqua, che è il suo amore. Un’acqua sconosciuta, ma viva. Gesù capisce che questa donna sta manifestando il suo bisogno di relazioni nuove. Non si scandalizza, non gli fa la morale, preferisce accogliere il suo bisogno ma senza giocarci e andando alla radice di esso.

    Per farlo mette subito Dio al centro del discorso: “Se tu conoscessi il dono di Dio”… Gesù vuole portarla a vedere il suo vero bisogno, quello di cui ha paura e che non vuole affrontare se non superficialmente. Gesù ha chiaro che Dio può, tramite lui, rispondere al suo bisogno. Gli propone acqua viva, acqua che scorre come quella del Giordano, che non imputridisce, che lava, che disseta e da sollievo.

    Anche questa è una tecnica di approccio: le frasi a doppio senso portano i due a muoversi in una determinata direzione, a vedere se l’altra ci sta. Solo che i doppi sensi di Gesù si muovono in una direzione a noi sconosciuta. “Se tu conoscessi il dono di Dio”. Gesù ha la sfacciataggine di proporsi come qualcosa di speciale, come uno che, dal canto suo, può soddisfare la sete di lei, con un acqua particolare, come se lui fosse stato mandato sulla sua strada da Dio stesso, come un dono. Sembra quasi che dica “Tu non sai chi sono io”. E’ la consapevolezza di Gesù di essere quello che è, senza falsa modestia, ma dalla finalità non di ottenere un riconoscimento di questo mondo, ma in funzione della Gloria a Dio. Questo si può evincere dal comportamento complessivo di Gesù, senza isolare la frase dal resto del racconto. Gesù ha chiaro quello che ha ricevuto, e quello che può dare. Gesù vuole aiutare questa donna a scoprire qual è il suo vero bisogno, cos’è che in fondo cerca veramente, ma non sa di averne bisogno. E Gesù, per far questo, sposta il discorso su Dio, mette Dio al centro. Quello che Gesù dice è misterioso: cosa sarà questa acqua viva, e che personalità sarà quella di uno che addirittura si presenta come un dono di Dio, un inviato di Dio?

    Siamo di fronte a un pazzo, un millantatore, uno sbruffone che ostenta grossolanamente le sue capacità per sedurre? O veramente questo uomo ha qualcosa di diverso dagli altri? La donna si domanderà in se stessa chi sarà mai questo uomo: l’unico a cui si può paragonare, stando alle sue parole, è il patriarca Giacobbe. Lei lo aggredisce il giusto, per farsi accogliere. E una tecnica di potere con la quale cerca di manifestare il suo desiderio ma in modo velato.

    Tutti abbiamo bisogno di entrare in relazione con tutti, ma nessuno lo fa correttamente: o fuggiamo per paura, o cerchiamo di conquistare con gli strumenti di potere. Non siamo capaci che di scavare pozzi di acqua che ci disseteranno per sempre: una volta che abbiamo spremuto una persona cominciamo ad innamorarci di un altra. L’unico che può salvare l’umanità da questa incapacità, è colui che sa veramente amare di un amore qualitativamente diverso, un amore che cerca il bene dell’altra, dell’altro.

    L’unico è Gesù. Non ti scoraggiare, quindi, davanti alla falsità delle tue relazioni: è possibile ancora oggi costruire relazioni autentiche attingendo a questa sorgente di amore che è Gesù. Anzi, questa messa che stiamo vivendo è già questa relazione autentica di Gesù con noi e di noi fra noi stessi. Non troverai fuori di qui la possibilità di essere pienamente te stesso, solo che tu lo voglia. L’amore di Dio è qui e ti sta amando. Io faccio finta di dare per prendere, Dio invece chiede per dare.

    Come ci dirà Gesù, questa donna ha avuto cinque mariti: la sua è una coscienza inquieta, in continua ricerca di appagamento, ma niente la appaga fino in fondo. Dove sono quegli uomini? Le relazioni che si impostano sull’esercizio di potere, sono destinate a finire molto presto. Questa ricerca della donna, la porta ad avere un atteggiamento aggressivo, la manifestazione del suo bisogno, pur non essendo trasparente, è densa di volontà di esercizio di potere: una coscienza abituata alla schermaglia. “Se tu conoscessi…” Gesù invece la accoglie con dolcezza; e questo è un atteggiamento che comporta una fatica interiore, per non scendere sullo stesso piano dell’altra, è trovare in se la sorgente di un amore diverso, che ama per primo, che è gratuito. Gesù, inoltre, non n’approfitta, non fa finta di restare calmo, per poi, al momento opportuno, sedurla. Non ha doppi fini. E ancora non ha un atteggiamento moraleggiante: non gli fa nessuna predica, non le impone dei pesi che non è capace di capire la ragione per cui li dovrebbe portare; né, ammesso che lo capisse, potrebbe portare. Eppure per una coscienza morale come quella di Gesù, sensibile a tutto ciò che può essere contro la verità nei rapporti deve essere doloroso astenersi dal farlo. Questa donna, come vivrà accoglienza di Gesù? Non la fraintenderà? Non è abituata ad essere trattata così: non ha mai conosciuto uno che si comporta correttamente con lei, penserà che è un poco di buono.

    Da una parte provoca Gesù, ma quando l’altro esce dai miei schemi, faccio fatica a capire dove vuole andare a parare, c’è poco da fidarsi. Forse è un poco di buono. Gesù accetta il rischio del coinvolgimento, pur di andare incontro a questa donna. Come sempre, ogni persona che incontra è importante per lui. Si consegna alla violenza del cuore di questa donna, vuole fargli fare l’esperienza che c’è uno in questo mondo, che non approfitta di lei, e che gioca a carte scoperte. La donna per tutta la vita non ha fatto altro che provarle tutte, per togliersi questa sete che la divora. Ma sono state sempre delle sorgenti che non gli hanno tolto la sete: è sempre questa cammella vagabonda che vaga, sempre in cerca. Ma ora sente che la relazione con Gesù, questa conoscenza, il coinvolgimento di lui con lei, è un’acqua diversa: si sente rinfrancata, si sente capita, non si sente giudicata. Man mano che parla con Gesù sente accoglienza, tranquillità, sente che quest’acqua che le propone Gesù, la sta già bevendo, anche se ancora non capisce di cosa si tratta. Gesù non pretende di più e va avanti con una domanda: “Vai a chiamare tuo marito…”.

    Gesù usa una parola molto delicata che bisognerebbe reinventare oggi: una parola che indica sia il marito, sia un uomo qualsiasi, di modo che la donna può rispondere o eludere la domanda chiaramente a doppio senso. Gesù non le fa violenza ma se vuole, capisce che Gesù a messo il dito sulla sua piaga. Non è una domanda polemica o impertinente. Se lo fosse lei scatterebbe o si chiuderebbe. Gesù deve averla amata molto perché lei possa avere accolto questa domanda rimanendo calma e riflessiva. Finalmente ha trovato qualcuno con cui giocare a carte scoperte, con cui può parlare liberamente, sente liberazione, guarigione. Gesù non dice alla donna di lasciare quest’uomo, Gesù è fraterno nel suo atteggiamento. Anche se è un amore vissuto in un modo disordinato, basato su giochi di potere e di sfruttamento, Gesù non viene ad affossarlo… anzi: con la sua acqua Gesù viene a salvarlo, a far sì che non rimanga allo stadio di quell’amore che poi finisce, come sono finiti gli altri matrimoni nella vita di questa donna. Condizione essenziale per dissetare qualcuno è l’avere chiaro qual è la sua sete, sia per lei sia per lui. Per ciò Gesù la porta ad un atteggiamento di confessione. Non è facile, perché scattano le paure e la gelosia di sé. Questa donna rispondendo alla domanda di Gesù si apre ad una condivisione della sua vita.

    Potrebbe anche essere un altra provocazione, come se dicesse: “Non ho marito quindi sappi che sono disponibile per te”. Ma Gesù preferisce farle sentire che lei è importante per lui ma che non vuole sfruttarla. Continua a farle vedere che ha chiaro che tipo di donna è lei, ma accogliendola.

    Dire: “non ho marito” è anche dire: “sono povera, ho bisogno di te”, è una confessione. Alla sua violenza Gesù risponde fraternamente ed è probabile che gli costi. Non le fa la paternale, non affossa il suo amore umano, anche se è disordinato. Gesù viene per ordinare l’amore umano offrendo la sua acqua.

    Lei non capisce ma sperimenta che l’accoglienza di quest’uomo la fa stare bene; si sta già dissetando. Si sente accolta, illuminata e tranquillizzata. E’ la condivisione della sua vita che le fa sperimentare l’acqua viva. Scopre che è importante per lui, che è disposto a sacrificarsi per lei, ad esporsi a critiche. La donna riconosce che Gesù è un profeta, cioè che è stato inviato da Dio per lei. Tuttavia comincia a tirare fuori delle questioni teologiche… l’adorazione, Samaria, Gerusalemme…Certamente sono problematiche autentiche, e che risolte possono dare un’intesa migliore, però che bisogno c’era di tirarle fuori proprio mentre la relazione è diventata così intima?

    La Samaritana fa una domanda: chi ha ragione? Noi o voi? E’ meglio la nostra religione o la vostra?… Perché una donna che è abituata a dissetarsi al “pozzo” anziché in Chiesa fa domande di carattere religioso? Forse cerca un argomento religioso per far vedere che è in grado di reggere il confronto con il personaggio che ha davanti e che mette sempre Dio al primo posto. Manifesta un desiderio di continuare a parlare con quest’uomo, ma per favore cambiamo argomento. E’ come dire: mi piace chiacchierare con te ma non parliamo dei miei mariti, dei miei problemi affettivi. Mi fa soffrire troppo. La donna in realtà, non riesce a sostenere il rapporto con Gesù, pur sentendo il bisogno di continuarlo, cambia discorso. Cosa è successo? Non riesce a vivere la sua verità, è caduto quello schermo, quella maschera con la quale si poneva in relazione con gli altri, e non è capace di vivere senza, non abituata a vedersi e a farsi vedere così alla luce del sole. Nelle nostre relazioni ci presentiamo agli altri con un’immagine, e questa ci fa da schermo fra quello che presentiamo e quello che siamo in realtà, Gesù si mette in relazione senza schermi. Quello che è, mostra, anzi, è capace di accogliere l’altro per quello che è, e non per quello che mostra. Ma questa donna non è abituata a stare in questa verità: ha paura di sé, di Gesù… E Gesù sembra che si sottometta a questa richiesta. Comincia a parlare della controversia Giudeo-Samaritana, ma con grand’abilità torna a bomba sul problema centrale di questa signora: il problema del Padre, e gli presenta un Dio Padre che si fa mendicante d’adoratori in spirito e verità.

    La invita ad avere con Dio lo stesso rapporto che sta instaurando con lui, un rapporto fatto d’autenticità, di verità. Lei scappa di nuovo: “So che deve venire il messia”… E’ quasi offensiva, come se dicesse: “Ma tu che ne sai? Chi sei per venirmi a smuovere questi problemi?”

    Ma Gesù insiste: “Il Messia sono io, non scappare, fidati. Vedo che sei spaventata. Non vedi che sto servendo la tua vita? “Lei vorrebbe stare con Gesù, ma non con se stessa. Parlare sempre d’altro, degli altri, ma non di se stessa. Gesù è molto delicato, sta al gioco, come sempre, capisce la difficoltà della coscienza della donna, rispetta i suoi tempi, però, nello stesso tempo, cerca di riportare il discorso al punto principale: Dio! Il Padre … Gesù parla del Padre, fa capire che lei ha bisogno del padre, della paternità, lei ha bisogno di entrare in questa relazione autentica con Dio, e conoscere che egli è padre. Nonostante tutta quest’accoglienza di Gesù, la donna tira fuori la storia del messia. Possiamo immaginare che sia lecito indagare sull’identità di una persona prima di dargli fiducia, eppure dà proprio l’impressione che tenti ancora una volta di svicolare, In fondo chiede a Gesù di dire esplicitamente che è il messia, oppure che Gesù, riconoscendo di non esserlo, si metta in relazione con lei non avanzando pretese di coinvolgimento, perché la persona che veramente potrà dare una risposta al cuore dell’uomo deve ancora arrivare. Ancora una volta, proprio dietro una giustificata domanda, si cela un atteggiamento, di resistere fino alla fine prima di dare veramente fiducia ad una persona, il cuore non si arrende, dentro si è ingaggiata una battaglia terribile: quest’uomo si è messo completamente a servizio della mia persona, quest’uomo mi sta aprendo delle prospettive infinite per la mia vita di donna, per la mia relazione con Dio, sto facendo un’esperienza come mai prima nella vita, e proprio per questo ti metto i bastoni fra le ruote, ti metto alla prova, ti torchio fino alla fine, fino a farti uscire l’anima, perché non mi fido, e mi fiderò solamente quando vedrò scorrere il tuo sangue, quando vedrò che sei schiattato sotto i miei colpi, la mia insistenza , la mia riprovazione. A questo punto, Gesù, in un ultimo svuotamento di sé, deve dire ciò che è il segreto intimo, più intimo della sua vita, deve manifestare se stesso fino in fondo, e correre il rischio di essere rifiutato, lì dove poi non è possibile fare più niente. Infatti dopo queste ultime parole di Gesù non c’è più niente da dire: se la Samaritana lo rifiuta, Gesù non ha più carte da giocare, e questo sarebbe disastroso per la samaritana stessa. Anche quest’ affermazione di Gesù, la massima che si possa pensare, potrebbe essere intesa come un’affermazione potente e sovrastante, come si conviene ad un figlio di Dio, invece va proprio letta in questa chiave passiologica, in quest’atteggiamento autosvuotante. Lei vorrebbe stare con Gesù, ma non con se stessa. Parlare sempre d’altro, degli altri, ma non di se stessa. A questo punto succede un fatto decisivo: tornano i dodici.

    Per la donna è un momento decisivo. Adesso saprà se Gesù fa sul serio con lei. Potrebbe aspettarsi un voltafaccia di Gesù, come forse farebbe lei se arrivasse gente del paese.

    Adesso vede che Gesù è disposto a compromettersi con lei anche pubblicamente: quest’uomo è disposto a pagare per lei. Temeva che finisse l’incantesimo del rapporto con lui, ma Gesù non l’abbandona, non si preoccupa di salvare la faccia. In quel mentre tornano i discepoli, e questo è un avvenimento che pone Gesù nella condizione di perdere ancora la sua vita. Essi si avvedono che Gesù sta parlando da solo con una donna, sta facendo qualcosa che va contro la legge, questo è causa di scandalo in loro.

    Inoltre sanno che Gesù è affamato, invece non manifestano niente a Gesù: non sono premurosi, non gli domandano nemmeno se ha bisogno di qualcosa. I dodici, nel tentativo di riallacciare un dialogo con Gesù, tirano fuori il discorso del mangiare, un po’ come noi quando vogliamo stare con qualcuno e lo invitiamo a cena. Al di là delle situazioni di difficoltà, ci deve essere in ogni caso un rispetto per le necessità fondamentali delle persone, i conflitti avvengono per essere risolti, per essere momenti di crescita. Le chiarificazioni avverranno, ma non è giusto trattare l’altro in questo modo, ignorando i suoi bisogni fondamentali, eppure questo fanno gli apostoli; e inoltre, non gli manifestano le loro perplessità riguardo al suo comportamento, ma stanno zitti. Come fa male questo silenzio ostile, meglio quando le cose te le dicono in faccia: questa è guerra fredda.

    Gesù non ha cambiato atteggiamento con lei, malgrado questa presenza dei dodici che lo stanno a guardare in cagnesco. A questo punto la Samaritana è talmente contenta che sente il bisogno di andare a comunicare la sua gioia a tutto il paese; proprio a quei paesani che prima evitava, e va a raccontare quello che non permetteva a nessuno di raccontare: “tutto quello che ho fatto”. Prima di partire lancia a Gesù un altro messaggio trasversale: “lascio qui la mia brocca per che torno subito e so che tu mi aspetterai e che mi posso fidare”.

    E’ probabile che domani questa donna tornerà al pozzo con le altre donne e non più da sola perché si sente riconciliata con se con Dio e con il paese. Lei che è un’avventuriera solitaria, ora si accorge che Gesù la far stare bene anche pubblicamente. Il suo star bene diventa riconciliazione con il suo paese, va alle persone con le quali sta in lotta da una vita, e non ha più paura di essere se stessa, di riconoscere il male che ha fatto, di annunciare quello che gli è successo, e ha lasciato la brocca lì, per dire che sarebbe tornata, perché uno così non lo ha mai incontrato e con lui vuole continuare a camminare.

    “Rabbì, mangia”. Qual è il sentimento interiore degli apostoli? Sono ancora meravigliati per l’atteggiamento, il comportamento di Gesù, perplessi. Bisogna ristabilire la relazione, ma da dove si parte? La situazione contingente di essere tornati con il cibo per Gesù, diventa l’occasione per ricominciare il discorso: si offre da mangiare, si racconta la visita in città e poi si affronta la questione della samaritana.

    “Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”. Gesù si sta nutrendo interiormente di quello che è avvenuto fra lui e la samaritana. E’ assorto. E’ contento di quello che è avvenuto, contento che questa donna abbia accolto la sua parola, abbia accolto la sua persona, abbia accolto la verità di Dio. Questo dà una gran gioia a Gesù: e’ il senso del suo essere nel mondo, del suo esistere, è la ragione per cui si è sentito inviato dal Padre. Questo è un alimento per Gesù, é nutrimento. Gesù, per i discepoli, sta da un’altra parte. Sta dalla parte più autentica, che nemmeno le necessità materiali riescono a mettere in secondo piano. Tuttavia ciò che dice Gesù è enigmatico: per chi non si mette in atteggiamento di ascolto la sua affermazione rimane su un piano strettamente materiale. Ma Gesù risponde che ha già mangiato.

    I discepoli non capiscono che Gesù è assorto, che sta vivendo un momento di intensa preghiera di ringraziamento al Padre, perché la conversione di questa donna da significato a tutta la sua incarnazione, alle sue fatiche e sofferenze.

    Gesù sa che se ha potuto operare questo miracolo è grazie alla sua comunione con il Padre e alla loro interazione. Gesù gode di questa collaborazione con il Padre e raccoglie il frutto del suo essersi esposto, del aver amato per primo.

    Gesù vuole preservare questo momento che lo sta nutrendo profondamente, ma i dodici non capiscono il suo bisogno. Gesù dice “Io ho un cibo che voi non conoscete, che è fare la volontà del Padre mio. Cioè quello che ho appena fatto con questa donna e che mi appresto a fare con tutti i samaritani che verranno qua, accogliere, parlare dell’amore di Dio per l’uomo, del fatto che non fa differenze di persona, che il Regno viene”.

    ”Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?” La considerazione sembra essere pertinente, circostanziale. Eppure dovrebbero essere abituati a vedere Gesù assorto, il maestro rivolto verso qualche finalità a loro ancora oscura. Invece, come quasi sempre, le loro coscienze sono sorde, indurite. I malintesi hanno sempre origine da una mancanza di ascolto della propria e dell’altrui coscienza.

    “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”. Ora Gesù chiarifica il suo atteggiamento: qualunque cosa abbia fatto è opera di Dio; è sempre stato così, e lo è stato anche in questo frangente. Questo è cibo, perché viene incontro al bisogno più profondo dell’uomo: la comunicazione alla e della vita. Comunicazione alla vita: Gesù è profondamente attento a ciò che il Padre dice, a ciò che il Padre vuole, è in atteggiamento di ascolto: questo è basilare per l’ebreo, e nella tradizione biblica ascoltare la parola è la stessa cosa di nutrirsi della parola. Comunicazione della vita: perché, proprio ascoltando, Gesù arriva a sentire che la stessa parola vuole comunicarsi a quella persona che è capitata davanti a lui.

    “Non dite voi: ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco io vi dico: levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura”. C’è qualcosa di illogico: se mancano ancora quattro mesi come è possibile che i campi siano pronti già per la mietitura? Capiamo che Gesù ha una visione profetica da comunicare ai suoi discepoli. Il piccolo episodio della samaritana e dei suoi compaesani, che a loro volta stanno arrivando, è diventato una piccola porta da dove guardare verso il futuro, e Gesù vede il frutto della sua missione, alla quale vuole associare i suoi discepoli.

    “In ciò si avvera la parola che uno è colui che semina e uno è colui che miete. Io vi ho mandato a mietere ciò che voi non avete lavorato, e voi siete entrati nel frutto del loro lavoro”. Gesù è profondamente cosciente che l’immensa opera del Padre, può essere portata avanti solo attraverso una stretta collaborazione con lo stesso. Questo è vero per lui, che è stato docile a quanto lo Spirito del Padre ha fatto nel cuore della samaritana, ed è vero ancor di più per i discepoli che potranno fare questo solo in collaborazione con gli altri. L’opera grandiosa del Padre ci trova inseriti già in un flusso di vita che non possiamo mai dominare totalmente.

    “Vi ho mandati a mietere ciò che non avete seminato”. Noi sappiamo che molti hanno seminato prima di noi, i discepoli sanno che Gesù ha seminato prima di loro, ma chi ha seminato per Gesù nel cuore della Samaritana tanto da permettere questa conversione apparentemente cosi improvvisa?

    Da quanto tempo lo Spirito di Dio lavora nel cuore di questa donna? Forse da anni sente questo ritornello dentro di se: “Dov’è tuo marito? Di chi mi posso fidare? Chi sarà fedele alla mia vita?”. Gesù ha colto l’opera di Dio in lei e glie l’ha rivelata. Per ciò Gesù si sente collaboratore del Padre e gioisce di ciò. Questa è una grossa botta per l’orgoglio umano che vuole essere il solo ed assoluto protagonista. Ma è una buona notizia per chi si sente sovraffaticato da una responsabilità al di sopra delle sue forze. Inoltre è una visione, questa della direzione generale del Padre, che suscita sentimenti di gratitudine e di glorificazione. Lui è il vero artefice di quest’opera, lui è immensamente proteso verso le sue creature.

    I samaritani credettero in Gesù, perché avevano potuto costatare che quello che aveva fatto nella samaritana era un’opera di Dio. Era riuscito a portarla ad un ravvedimento, a un’ascolto di se stessa e di quello che aveva fatto. E Gesù è invitato a rimanere. In loro c’è voglia di condividere, di conoscere meglio questo maestro. Anche i samaritani, conoscendo Gesù, hanno una visione profetica: il loro incontro con lui è una piccola porta dalla quale danno uno sguardo sul futuro e sull’eternità, e si accorgono che quest’opera di Gesù è qualcosa destinata a crescere a dismisura fino ad abbracciare il mondo intero. Lui che è stato capace di superare le barriere fra giudei e samaritani, è uno che ha dentro di sé il germe di un’universalità senza confini: è veramente il salvatore del mondo.

    Quale immagine di Gesù ricaviamo alla fine di questo lavoro su Gv 4 ? Un Gesù che ha una gran capacità di relazione, perché non ha paura di essere rifiutato: sia quando la samaritana potrebbe farsi forte del fatto che non si poteva rivolgere la parola ad una donna sola, e che non correvano buoni rapporti fra giudei e samaritani, sia quando i discepoli tornando non comprendono il perché stesse a parlare con lei. Un Gesù che è paziente, e sa educare il bisogno della samaritana ad indirizzarsi verso Dio. Un Gesù che può dare qualcosa che nessuno al mondo può dare: qualcosa come un’acqua viva che sazia il bisogno del cuore dell’uomo, qualcosa che dà la possibilità di dare un culto autentico a Dio: in Spirito e verità; un vero cibo, che è la volontà di Dio che è il compito che Dio dà ad ognuno di svolgere su questo mondo. Un Gesù che non conosce barriere culturali o religiose, ma sente di entrare in relazione con tutti e che per questo è definito dagli stessi samaritani come “Salvatore del mondo”. Cosa ci dice il Signore attraverso questo quadro sulla persona di Gesù? Che esiste un uomo che è capace di entrare così tanto in relazione con gli altri da saziare quella sete di amore che c’è nel cuore di ognuno. Una parola questa che c’esorta a non disperare: è possibile per te, per noi sperare, credere che è possibile ancora avere questa risposta al nostro  bisogno di avere relazioni autentiche nella nostra vita. Questa parola ci dice ancora che ora, in questo momento il Signore ti dà la possibilità di avere questa nuova relazione, questa relazione autentica con gli altri. Questa relazione autentica comincia qui, attraverso la chiesa. La chiesa è questa che ora comunica con te e ti dice una parola vera, una parola autentica, e che può salvare la tua vita, così che anche tu, come questi samaritani, possa dire che questo Gesù è veramente il salvatore del mondo.

    Anche oggi Dio continua a creare qualche cosa nella vita di ognuno di noi. Non è un creatore andato in pensione.

    Signore rendimi attento alla tua opera dentro di me affinché la tua parola possa illuminarmi come quel giorno ha illuminato la Samaritana.

  • 01 set

    Fate tutto quello che vi dirà

     Gv 2,1-12

      di p. Attilio Franco Fabris

    Presso il popolo ebraico le nozze erano festeggiate con grande solennità tanto che la festa durava anche una settimana (cfr. Gn 29,27).

    Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea, un piccolo villaggio vicino a Nazaret. E Maria vi fu invitata forse per motivi di parentela o di amicizia.

    Notiamo subito che nel quarto vangelo Maria madre di Gesù non è mai chiamata con il suo nome proprio. La ritroviamo nel quarto vangelo qui, all’inizio della manifestazione pubblica di Gesù, e alla fine, ai piedi della croce (Gv 19,25).

    Giovanni ci dice che naturalmente vi fu invitato anche Gesù, con i suoi discepoli.

    E venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli dice: Non hanno vino. Con questo breve tratto Giovanni ci rivela non solo il dono di osservazione della madre di Gesù, la sua attenzione tipicamente femminile ai dettagli materiali, ma soprattutto la sua delicatezza e la sua innata compassione.

    Maria non chiede nulla, si accontenta di far presente al figlio la situazione.

    Ci sorprende la reazione, a prima vista di ripulsa, di Gesù: Che c’è fra te e me, donna? Non è ancora giunta la mia ora! L’espressione che c’è fra me e te ricorre altrove nella Bibbia. E’ una locuzione semitica che esprime una distanza o una divergenza tra i due interlocutori. In questo nostro passo Gesù sembra mettere in questione la relazione con sua madre. Arrivando la sua  ora Gesù si emancipa dai legami di sangue (ricordiamo il brano lucano dello smarrimento e la risposta di Gesù). Gesù non rompe i legami con Maria sua madre, tuttavia afferma una certa autonomia e indipendenza dalla madre (cfr. 11,1ss).

    Resta il fatto che la forma interrogativa rende possibile due spiegazioni, due riposta una negativa e una positiva da parte di Gesù.

    Giovanni ci rivela in tal modo la grande disponibilità di Maria: Ella non solo acconsente alla rinuncia imposta, ma dispone gli altri ad una completa docilità. Con ciò passa dal suo ruolo di madre di Gesù secondo la carne, a quello di madre spirituale di tutti i discepoli.

    Gesù da’ l’appellativo di donna a sua madre. Quale il significato? Lo stesso avviene ai piedi della croce (19,26).

    Un’interpretazione esegetica consente di rifarsi a Gn 3: Maria rappresenterebbe la nuova Eva, la madre di tutti i viventi.

    Un’altra interpretazione vedrebbe nella “donna” l’immagine del popolo eletto, chiamato spesso nell’AT. Con appellativi femminili.

    “Fate quello che Lui vi dirà”. Gli esegeti hanno trovato parecchi riferimenti biblici a questa espressione: Gn 41,55; Es 19,8; 24,3.7.

    In quest’ultimo caso Maria raffigurerebbe il Nuovo Israele, essa collaborerebbe alla rivelazione di Gesù disponendo i servi ad eseguire gli ordini di suo figlio, raccomandando loro una totale obbedienza ai comandi di Gesù

    Maria mediatrice di grazia

     Nella nostra pericope assume una grande importanza la figura di Maria. E’ qui infatti che ella ci si presenta come mastra nella fede.

    E’ lei che con il suo intervento premuroso a favore degli sposi in difficoltà spinge il Figlio a rivelare la sua gloria. La fede dei discepoli è quindi favorita dell’opera mediatrice di Maria.

    Maria è realmente la mediatrice della rivelazione di Gesù e della fede dei discepoli: Gesù opera il miracolo per la sollecitudine della madre, i discepoli hanno creduto in Gesù grazie al prodigio avvenuto in seguito all’intervento di Maria.

    Per san Giovanni, Maria non è una donna come tutte le altre. La sua grandezza e la sua dignità derivano dalla missione sublime di essere la madre del Messia Figlio di Dio, oltre che madre dei discepoli rappresentati da Giovanni ai piedi della croce (19,26).

    Ella è la Madre della vita, “la donna”, nuova Eva madre di tutti i viventi.

    Ricordiamo infine  la comparsa di Maria si pone all’inizio e alla fine del ministero di Gesù: la rivelazione si compie dunque sotto lo sguardo attento e contemplativo di Maria la quale vi collabora.

    Maria e i discepoli del Figlio suo

     Il brano delle nozze di Cana rappresenta uno dei fondamenti più solidi della mariologia e della nostra devozione a Maria.

    Il n. 58 della Lumen Gentium parla della funzione di Maria nell’indurre il Figlio a dare inizio ai segni: da ciò comprendiamo che il prodigio di Cana è frutto dell’intercessione della Madre di Gesù.

    Ne deduciamo importanti considerazioni:

    - Maria ha una posizione nell’economia della salvezza, perciò deduciamo una fiducia illimitata nella sua potente intercessione. Ella interviene per noi, si preoccupa per noi, prende a cuore i nostri problemi e necessità ancor prima che ce ne preoccupiamo.

    - la madre di Gesù è modello esemplare di ogni discepolo: Cana ci presenta Maria come serva silenziosa del Figlio suo e modello di fede.

     

  • 27 ago

    La ricetta del Regno:
    pochi semi di senapa e un po’ di lievito

    Lectio di Mt 13,31-33

     

     

    di p. Attilio Franco Fabris

    Il piccolo Giacomino, protagonista della fiaba “Il fagiolo magico” di Richard Walker, mentre era in cammino verso la fiera del paese scambiò con uno sconosciuto l’unica grossa mucca della madre con un… insignificante e piccolo fagiolo. Tornato a casa…beh! la mamma non ne fu affatto contenta, e il bambino ricevette dalla mamma solo botte e un sentirsi mandare subito a letto senza cena, cosa che fece a malincuore ma solo dopo aver seminato di nascosto il misterioso piccolo fagiolo. Quale stupore quando al mattino madre e figlio videro che l’insignificante piccolo seme era divenuto un’altissima pianta che permise a Giacomino di scalare il cielo fino alle nuvole dove trovò un grande palazzo con grandi ricchezze che fece la loro felicità per sempre.

    Solo agli occhi del piccolo Giacomino il piccolo fagiolo poteva valere più di una grossa mucca! Ma “i grandi”, lo sappiamo bene, hanno a proposito criteri di misura diversi, sono impossibilitati a scorgere i misteri racchiusi nell’arcano e banale fagiolo. I grandi sono abbagliati dalle cose grosse, e più sono smisurate più ad essi piacciono.

    Non è dello stesso avviso Gesù che nel vangelo benedice il Padre perché ai suoi discepoli se si faranno piccoli sarà dato di introdursi alle strane prospettive di valutazione del Regno così simili a quelle del piccolo Giacomino: In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25).

    Solo ciò che è piccolo può essere offerto e non imposto, solo ciò che è povero può essere accolto o rifiutato in tutta libertà, solo ciò che è insignificante può essere riconosciuto come dono d’amore e accolto con gioia. Il Verbo onnipotente di Dio non si è presentato al mondo nella potenza della sua gloria divina, ha scelto invece per amore la strada della piccolezza, della povertà, dell’insignificanza per annunciare il Regno: si è fatto piccolo come un bambino, ha scelto per compagni un gruppetto di gente che non contava, è morto sconfitto. Sepolto nella terra, come un pizzico di lievito nella pasta. E questo perché tutto fosse posto sotto l’insegna del dono che si offre nella gratuità più grande. Vieni o Spirito santo, donaci occhi e cuore di bambini, come quelli di Gesù che si è fatto il più piccolo di tutti noi, affinché possiamo scorgere in lui la presenza feconda del Regno nella sua Chiesa spesso umiliata, e in tutte quelle piccole realtà che pur non facendo rumore e non imponendosi con la forza, i sondaggi e la pubblicità, seminano nel silenzio e nel nascondimento piccoli semi di fede, speranza e carità nei solchi di questa nostra storia così spesso incantata solo da ciò che più appare e grida più forte. E fa’ o Spirito santo che questa umile semina sia accompagnata in noi dalla grande speranza che il tuo Regno avanza nella storia e la conquista con la forza dell’amore!

     Lectio

     Le parabole evangeliche che parlano del Regno di Dio sono state pronunciate da Gesù in un contesto di precise attese messianiche da parte del popolo giudaico. Queste attese avevano come comun denominatore il presupposto che il regno di Dio si sarebbe manifestato con gloria e potenza, e che esso avrebbe soprattutto conciso con il giudizio e la separazione definitiva dei buoni dai cattivi, del bene dal male, ovvero con il trionfo definitivo di JHWH su tutti i popoli della terra e su ogni forma di ingiustizia e di male. Di questo tipo di attesa è testimone anche Giovanni il Battezzatore con la sua violenta predicazione profetica di stile apocalittico (cfr Mt 3, 10ss).

    Ma sia la predicazione di Gesù che le sue scelte di vita furono per tutti coloro che vedevano e speravano in lui l’atteso “messia” furono una doccia fredda: in lui non è presente nessuna aspirazione alla gloria, né alla potenza di nessun tipo, non opera alcun giudizio di separazione nei confronti dei peccatori e dei “lontani”: anzi sembra preferirli agli osservanti e ligi farisei.  Il Regno che Gesù annuncia sin dall’inizio della sua predicazione e che costituisce il suo nocciolo delude e scandalizza i più. Tra questi anche il Battista rinchiuso in attesa di giudizio nel carcere del Macheronte (cfr Lc 7,19; 24,21).

    Ma come Gesù contempla e annuncia il mistero del Regno di Dio? Il Regno, ovvero la signoria di Dio nel mondo per lui è realtà già presente nella storia. E così che egli apre la sua predicazione:Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15)   Ma lo è con caratteristiche che non corrispondono alle attese umane: il Regno, presente in  Gesù stesso, è presenza umile, piccola, che si propone e non si impone, solo i piccoli sono abilitati a riconoscerla e ad accoglierla (cfr Lc 9,48). I grandi invece sono ciechi e sordi perché ricercano il regno di Dio altrove, secondo i loro criteri di giudizio e di misurazione (cfr Mt 13,15)!

     Nel vangelo di Matteo troviamo una serie di brevi parabole con le quali Gesù offre ai suoi ascoltatori una profonda catechesi sulla realtà e le modalità di presenza e di azione del Regno di Dio. Tra queste troviamo le due similitudini del granellino di senape e del lievito nella pasta (13,33-35).

    Gesù paragona la presenza del Regno di Dio nel mondo al seme di senape che è ancor più piccolo di una capocchia di spillo, ma che, cresciuto può diventare una pianta alta più di quattro metri. In Matteo troviamo due piccole differenze che lo contraddistinguono degli altri due sinottici. La prima è che il granello di senape non è seminato dal contadino in una generica “terra” ma “nel suo campo”. Per Matteo il mondo è il campo di Dio in cui viene seminato il piccolo granello del Regno e dove è destinato a crescere. La seconda differenza è che gli uccelli del cielo non vengono solo a rifugiarsi all’ombra dei rami dell’albero ormai cresciuto, ma anche a “nidificare” su di essi trovando l’ambiente ideale dove vivere e crescere nella benedizione di Dio. Questi uccelli forse rappresentano tutti i popoli della terra che Isaia vede radunarsi nei tempi messianici nella città santa (cfr Is 63) e che ora convergono nella Chiesa nuova Sion. Questa immagine dell’albero su cui si rifugiano svariati uccelli probabilmente è ripresa da Ez 17,22-23: “Così parla il Signore Dio: io prenderò dalla cima del grande cedro un tenero ramoscello… Io stesso lo pianterò su un monte alto ed eminente. Lo pianterò sull’alto monte di Israele ed emetterà fronde e produrrà frutti; diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui prenderà dimora ogni specie di uccelli; ogni specie di volatili riposerà all’ombra dei suoi rami”.

    Il centro di attenzione della parabola è tutto rivolto al seme, alla sua apparente insignificanza iniziale e successivamente alla straordinaria grandezza della pianta che da esso si sviluppa (“il più piccoloil più grande”). Ma occorre fare attenzione al fatto che il Regno non è rappresentato dalla piccolezza del seme bensì dalla storia del seme, dal suo inaspettato sviluppo. Il risultato finale fa comprendere il valore, l’energia che il piccolissimo seme già nascostamente possiede in se stesso fin dal suo inizio. Il contrasto operato dalla parabola tra l’inizio e il finale non implica assolutamente una “rottura”, o una “sostituzione” tra seme e albero, c’è una continuità. Gesù non vuole consolare i discepoli per l’esperienza che fanno di essere pochi, in minoranza,  promettendo un futuro di gloria nel quale la sorte si capovolgerà. Non è questo il suo messaggio, bensì quello di aiutarci ad accogliere senza scandalizzarci la piccolezza del seme nella certezza che esso contiene già in sé, anche se nascosta, tutta la fecondità e la forza dirompente del Regno di Dio. Gesù stesso sperimenterà sulla croce, nella sua carne, questa estrema debolezza e piccolezza. Allora l’albero che cresce a dismisura sarà quello della croce di cui i frutti sono la grazia e la misericordia di Dio per il mondo intero..

    Ma veniamo alla seconda similitudine. Una buona massaia mischia alla sua pasta un po’ di lievito perché tutta essa possa per poi farne del pane fragrante. In genere il lievito nel nuovo testamento ha una valenza negativa in quanto è impuro non essendo altro che farina imputridita: così basta un po’ di male per rovinare una grande quantità di bene (cfr 1Cor 5,7-8; Gal 5,7-10; Mt 16,6-12).  Ma qui l’immagine è rovesciata: anche il bene, benché possa sembrare “poco” e insignificante, anzi addirittura nascosto, è estremamente contagioso.

    Il verbo usato per descrivere l’azione della donna è “nascondere”. Il lievito è nascosto all’occhio ansioso che vorrebbe vederne subito i risultati, ovvero la presenza del Regno è nascosta, velata all’occhio desideroso di chi vorrebbero subito vederlo “qui o là”: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!” (Lc 17,21).  Il racconto contiene in sé anche un aspetto paradossale: la nostra buona massaia impasta con un po’ di lievito “tre staie” di farina che equivalgono a ben quaranta chili. Nessuna donna ne impasterebbe tanta! E per farla lievitare non basterebbe certamente un pizzico di lievito! Ma il paradosso è appositamente voluto perché ha valore teologico non… ricettario. Lo stupore è dato proprio dal fatto che una misura tanto piccola di lievito possa provocare una reazione tanto grande. Ma anche qui l’immagine di una lievitazione così smisurata non va letta come fosse una promessa di una progressiva e totale “cristianizzazione” del mondo. In questo senso il messaggio non è diverso dalla similitudine del “sale” (cfr Mt 5,13) e della “luce” (cfr Mt 5,14): non è volontà di Dio che il mondo diventi d’un colpo un’enorme saliera o una grande lampadina! Ancora una volta non si tratta di un discorso consolatorio consegnato ad un gruppo sparuto che ha bisogno di essere incoraggiato. La finalità del discorso di Gesù è di rivelazione, prima che essere una esortazione di tipo  morale e dunque il messaggio della parabola vuole semplicemente esprimere quale debba essere la funzione del Regno nel mondo e la modalità attraverso la quale esso deve agire.  Una rivelazione che ricorda alla Chiesa che in germe il regno di Dio è già presente in lei nella storia, perché in essa è sempre presente il Cristo suo sposo. Sant’Ambrogio afferma: “Ubi Christus ibi Regnum” dove è Cristo lì c’è il Regno. Di conseguenza anche la sposa deve accettare la modalità evangelica dell’instaurarsi del Regno che passa attraverso la fecondità nascosta del mistero pasquale: “In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

    Dalle due similitudini la piccola comunità dei discepoli apprende la lezione fondamentale che l’aiuterà lungo la storia ad evitare due pericoli: quello di identificare sin d’ora se stessa con il Regno come fosse già totalmente presente e quella opposto del sentirsi totalmente estranea, quasi rassegnata dinanzi al mondo, perché in attesa di un Regno che non c’è ancora. Ogni comunità, per quanto piccola e povera essa sia, deve apprendere a vivere in una vitale tensione tra un “già e un non ancora” che le permetta sia di guardare alla meta come anche di testimoniare sin d’ora il Regno: è questa in fin dei conti la valenza della Chiesa, la sua immensa dignità e bellezza, ovvero l’essere “sacramentum Regni”, segno efficace della presenza del regno di Dio nel mondo.

     Meditatio

     L’immagine del piccolissimo seme di senapa e del lievito nascosto non corrisponde certamente all’immagine che anche noi ci aspetteremmo e desidereremmo del Regno di Dio. Un po’ infettati dai virus mondani e non evangelici anche noi, come gli apostoli sul monte degli ulivi al momento dell’ascensione, domandiamo ogni tanto al Signore: “E’ questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?” (At 1,6). Facciamo fatica ad accogliere la piccolezza e marginalità della nostra presenza nel mondo sempre più simile a un granello di senapa o a un pizzico di lievito: vorremmo inorgoglirci vedendo fin d’ora la forza e la verità del vangelo trionfare ed ergersi come un immenso albero sul mondo e che testimoni il Regno di Dio. Con impeto ed entusiasmo quante volte abbiamo cantato a squarciagola: Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat? Certamento Cristo  ha vinto e ora regna e regge l’universo intero ma non con i nostri parametri. Il motto della Certosa è illuminante: “Stat crux dum volvitur orbis”. Nello stemma c’è un albero che sovrasta le mutevoli vicende del mondo, ma quest’albero radicato nella roccia è la croce! La grandezza del regno è la marginalità e il nascondimento della croce che sconvolge il nostro criterio di misurazione: il più grande nel Regno è colui che si fa il più piccolo di tutti (cfr Lc 9,48; 22,26s).

    La pedagogia di Dio sta facendo percorrere alla Chiesa, alle singole chiese e nostre comunità, una strada diversa da quella che vorremmo, anzi si direbbe che ci sta obbligando ad un’impressionante retromarcia: non solo non cresciamo, ma… diminuiamo sempre più! Nella nostra vecchia e ormai ex-cristiana Europa stiamo divenendo minoranza, in altre parte del mondo non solo i cristiani non trionfano ma sono addirittura perseguitati. I nostri numeri si assottigliano, le chiese e i conventi si svuotano. Cosa provoca in noi tutto questo? Un senso di fallimento, amarezza, rassegnazione, rabbia?

    Siamo chiamati a interpretare questa situazione non solo con immediati criteri statistici e sociologici ma con uno sguardo di fede che cerca di cogliere, attraverso la luce del mistero pasquale, il disegno che Dio sta scrivendo per noi e con noi nella storia. Questo sguardo di fede è ben diverso dai criteri “mondani” contrassegnati dal numero, dalla misura dell’impatto sociale, dal successo, dal riconoscimento: esso usa come metro la croce non l’auditel!

    Il disegno del Padre, già a partire dalla scelta di Abramo e del piccolo popolo di Israele (cfr Is 41,14) si dipana lungo la storia sotto il segno della piccolezza e della marginalità. A Gedeone in cammino con un grande esercito per andare in battaglia contro i nemici di Israele è chiesto da parte del Signore di assottigliare all’inverosimile le fila dell’esercito, perché sia chiaro che la vittoria appartiene a Dio e non alla bravura tattica dell’uomo (cfr Gdc 7): questa è la via percorsa da Dio stesso nel mistero dell’incarnazione del Figlio, dove egli stesso entrando nel mondo si fa piccolo e nascosto agli occhi dei grandi, si incarna al margine di un impero colmo di gloria. Così deve essere la strada che deve percorrere la sua sposa, la Chiesa posta nel mondo come “sacramento del regno”, sempre tentata dall’occhiolino di presunti amanti che le promettono gloria e potenza in questo mondo.

    Dio ci vuole marginali perché si manifesti in noi la sua forza (cfr 2Cor 11,30), ci vuole piccoli perché il suo dono sia accolto nella libertà e non imposto dalla forza, ci chiede infine di essere poveri perché le forze del male continuamente assalgono e contrattaccano all’inverosimile il Regno che Dio sta edificando nel mondo. È per questo “mistero della piccolezza” del Regno che Gesù afferma che esso è rivelato solo ai piccoli (cfr Mt 11,25-26). Perché esso è fatto a loro misura!Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20).

    Le due brevi parabole ci insegnano dunque ad avere uno sguardo diverso sulla storia e sul nostro collocarci in essa. Sono un invito da parte dello Spirito a non puntare come criterio di discernimento su misure di “grandezza” umane, ma ad apprendere ad essere nel mondo semplicemente rimando-segno-sacramento del Regno che  con tutta la sua energia nascosta come linfa già percorre le vene della storia.  Gesù invita la nostra comunità a far propria la speranza del contadino che ha seminato e deve superare l’impazienza di voler vedere subito i frutti:Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa” (Mc 4,26s).  È già regno di Dio la nostra testimonianza dell’evangelo: il nostro annuncio della buona notizia, è già regno di Dio il nostro gesto di amore anche se non è vesto da nessuno, il nostro perdono, la parola di speranza, il nostro stare accanto all’ultimo magari in silenzio. E’ già regno di Dio il nostro lavoro quotidiano nascosto e umile fatto con un cuore grande e generoso per la gloria di Dio e il bene dei nostri fratelli. È Regno di Dio lo stare in preghiera davanti al Signore facendoci lode e intercessione per il mondo intero. Con tutto ciò la Chiesa “di questo Regno costituisce in terra il germe e l’inizio” (LG 3).

     Vinceremo in questa luce la tentazione di leggere la nostra attuale insignificanza e marginalità come luoghi di fallimento e frustrazione, ma la vivremo come situazione nella quale ci è dato di condividere la stessa modalità dell’evangelo che è annunciato ai piccoli e ai poveri (cfr Lc 6,20). Questa strada, anche se faticosa, ci permette di essere liberati dai nostri deliri di grandezza e di protagonismo, facendoci toccare con mano che l’amore basta: un amore che nello stile di Dio si fa piccolo e nascosto, non ha paura di perdere, che si pone a servizio del mondo senza voler mai prevaricare.

    Gesù guardando la sua piccola comunità ne può così riconoscere l’intrinseca bellezza e il destino di gloria: “Non temere piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno” (Lc 12,32). Gesù ci invita a superare le nostre paure che derivano dal prender atto della nostra insignificanza, della immensa sproporzione tra ciò che siamo e la missione che ci è data da svolgere, delle forze del male che ci ostacolano: “Non temere! Perché Io ho vinto il mondo!” (cfr Gv 16,33).

    Il pensiero va ad un grande testimone del vangelo del nostro tempo: p. Charles de Foucauld. Il suo cammino è stato contrassegnato da una sempre più grande accettazione di sprofondare nella più grande marginalità così vicina ad un apparente fallimento. Voleva fondare una nuova famiglia religiosa: non ebbe nessun discepolo in vita, voleva testimoniare il vangelo fra le tribù dei tuareg e non convertì nessuno. Eppure la sua figura rifulge ora di una grandezza e fecondità straordinarie. La sua esistenza piccola come un granello di senape e nascosta come lievito nella farina del deserto del Saahaar ha dato e sta dando immensi frutti per il Regno.  Tra le sabbie del deserto così simili alla farina del vangelo scriveva: “Silenziosamente, segretamente come Gesù a Nazaret, oscuramente come lui, passare sconosciuto sulla terra come un viaggiatore nella notte…poveramente, laboriosamente… disarmato e muto…senza fare resistenza, imitando in tutto Gesù a Nazaret e Gesù sulla croce”.

     Oratio

     Mi domando, Signore, se ho cercato la perfezione in modo abbastanza puro.
    Ah! Avrei dovuto ornarmene, adornarmene…
    Essere per gli altri, per me, un santo.
    Occorre che io rinunci a tutto questo.
    E che ammetta, semplicemente, una buona volta, di essere soltanto, quello che sono.
    Forse, Signore, è proprio questo che tu chiami “diventare come fanciulli”.
    Accettarsi con la stessa semplicità di cuore
    con cui tu ci hai accettato tutti siamo quel che siamo.
    Accettare di essere, semplicemente,quelli per cui tu sei venuto:
    peccatori per i quali la Buona Notizia è proprio buona.
    Più buona di quanto non si dica. (Lucien Jerphagnon)

  • 18 ago

    Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
    Necessità del far memoria delle opere di Dio!

     Is 63,7-19;64,1-11

    di p. Attilio Franco Fabris


     

     

    Messaggio centrale

     Raccolti in preghiera i deportati rileggono attraverso la mediazione profetica  la loro storia prendendo coscienza degli errori commessi: “Tu, Signore, sei adirato perché abbiamo peccato contro di te… Le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento… Ci hai messo in balia delle nostre iniquità” (vv. 4-6). Si tratta di  una amara constatazione che dovrebbe portare allo sconforto, allo scoraggiamento. Ma questo non avviene perché il profeta invita il popolo esiliato ad un nuovo atto di fiducia che si fonda unicamente sull’amore “paterno” che Dio sempre conserva per il suo popolo: “Tu però, Signore, continui ad essere nostro padre: noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani” (v.7).

    Il popolo di Israele si trova in esilio a Babilonia: da pochi anni Gerusalemme è stata rasa al suolo e nei deportati il ricordo dell’accaduto è ancora vivo e bruciante. Hanno ancora sotto gli occhi le terribili scene della devastazione da parte delle truppe di Nabucodonosor, nel luglio del 587 a.C.: le mura demolite, il palazzo reale dato alle fiamme, il tempio distrutto e depredato, morte e violenza lungo le vie della città (Ricordati, Signore, dei figli di Edom, che nel giorno di Gerusalemme, dicevano: «Distruggete, distruggete anche le sue fondamenta”  Sal 137,7).

    Difficile darsi una ragione a tutto quanto è accaduto, trovare una risposta a questa immane sciagura appare pressoché impossibile. La situazione appare ora irrimediabile perché ogni speranza preclusa: si è esiliati, lontani dalla patria migliaia di chilometri, tutto è endato perso, si è tornati schiavi come in Egitto.

    In questa situazione si innalza da parte del profeta la commovente preghiera (potremmo definirlo nel suo genere letterario un salmo di lamento). Possiamo suddividerlo grossomodo in tre parti, o meglio in tre filoni che continuamente si intersecano : la prima è il ricordo dei benefici e delle grazie del Signore che non è mai venuto meno all’alleanza con il suo popolo; la seconda è la presa di coscienza del peccato di Israele causato dalla dimenticanza dell’amore di Dio; la terza è invocazione pressante a Dio perché non abbandoni il suo popolo ma ritorni a fare grazia e a dare vita e speranza.

    Voglio ricordare i benefici del Signore, le glorie del Signore, quanto egli ha fatto per noi. Egli è grande in bontà per la casa di Israele. Egli ci trattò secondo il suo amore, secondo la grandezza della sua misericordia. 8 Disse: «Certo, essi sono il mio popolo, figli che non deluderanno» e fu per loro un salvatore 9 in tutte le angosce. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso (lett. “il suo volto”) li ha salvati; con amore e  compassione egli li ha riscattati; li ha sollevati e portati su di sé, in tutti i giorni del passato.

    10 Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito. Egli perciò divenne loro nemico e mosse loro guerra.

    11 Allora si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo servo. Dov’è colui che fece uscire dall’acqua del Nilo il pastore del suo gregge? Dov’è colui che gli pose nell’intimo il suo santo spirito; 12 colui che fece camminare alla destra di Mosè il suo braccio glorioso, che divise le acque davanti a loro facendosi un nome eterno; 13 colui che li fece avanzare tra i flutti come un cavallo sulla steppa? Non inciamparono, 14 come armento che scende per la valle: lo spirito del Signore li guidava al riposo.  Così tu conducesti il tuo popolo, per farti un nome glorioso.

    Il primo invito insistente da parte del profeta, che d’altronde si ripeterà più volte lungo il testo, è quello di “fare memoria” dei benefici del Signore (v.7: “Voglio ricordare i benefici”; v.11 “si ricordarono dei giorni antichi”; v.4 “si ricordano delle tue vie”; v.8 “non ricordarti per sempre dell’iniquità”), e delle sue gesta salvifiche (“le glorie del Signore”). Tutto il discorso di speranza che il profeta pronuncia trae forza e fondamento unicamente da questo saper “far memoria”! Il verbo “ricordare” in ebraico implica infatti non solo un ricordarsi dei tempi andati, bensì contiene la certezza che ciò che è accaduto nel passato possa in qualche modo ripetersi, rinnovarsi (da cui il concetto di “memoriale”) a motivo della fedeltà di Dio a se stesso e alla sua promessa.

    Il “memoriale” fondante, di cui ogni israelita è chiamato a far perenne memoria (=la celebrazione della pasqua) permane l’esperienza salvifica della liberazione dalla schiavitù egiziana(vv. 12-14): il passaggio del Mar rosso occupa come paradigma fondamentale un posto rilevante nella fede biblica in quanto rappresenta ogni altra forma di tribolazione o pericolo che il popolo e il singolo credente debba attraversare.  

    E’ pressante perciò l’invito: “Ricordati… Non dimenticare!” (cfr Dt 8,11-14) perché ciò che fa esistere Israele è la “memoria” della sua particolare relazione con Dio. Ma il rischio della dimenticanza è sempre dietro l’angolo e con esso l’allontanamento dal Dio dell’alleanza, il che porta come conseguenza un consegnarsi alle forze disgregatrici e schiavizzanti dei nemici.

    Con amarezza il profeta riconosce che proprio questo è accaduto: Israele si è dimenticato della “bontà-hesed” (verbo tipico dell’alleanza: “il mio popolo” v. 8) di Dio nei suoi confronti. Israele ha “contristato il santo spirito”  – espressione rara nell’AT – che sta a significare una resistenza alla Parola, un non affidamento e fiducia accordata ad essa preferendo seguire propri progetti di autosufficienza.

    Ora è il tempo di tornare a “ricordare”: “Ricorda!”. Occorre riandare alla propria storia, ritrovarvi la presenza e l’azione di Dio per trarre da lì ragione e fondamento per una nuova speranza “contro ogni speranza”.

    Il popolo mentre ricorda già inizia a supplicare. Come può Dio non intervenire nuovamente se è “Salvatore” (v. 8; cfr Es 3,9) dei suoi “figli”? “Fu per loro un salvatore in tutte le angosce” (v.8s). Come può un padre dimenticare il suo figlio nonostante questi abbia mancato? (cfr Os 11; Is 1,2.4; Ger 31,9.20)

    15 Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito della tua tenerezza e la tua misericordia? Non forzarti all’insensibilità 16 perché tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. 17 Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. 18 Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario, i nostri avversari hanno profanato il tuo luogo santo? 19 Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non è stato mai invocato.

    La supplica rivolta a Dio è anzitutto di “guardare”: “Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora”.  Invocare lo sguardo equivale ad implorare l’attenzione, l’intervento, in questo caso si chiede a Dio di riprendere in mano la storia del suo popolo come fece al tempo del primo esodo: “Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto” (Es 3,7-8).[1]

    Israele domanda di poter nuovamente constatare la qualità di questo intervento connotato da una quaterna di qualità: lo zelo, ovvero il suo amore appassionato, la potenza, ovvero l’energia che sprigiona dal suo amore,  la sua tenerezza e le sue “viscere materne” ovvero la sua “misericordia” con cui Egli ama.  Che Dio si manifesti nuovamente nella drammatica situazione storica attuale perché sicuramente è questa la sua volontà ultima che deve vincere alla fin fine su un’ira transitoria che non è “da Dio”: “Non forzarti all’insensibilità”.

    Perché Dio dovrà far questo? “Perché tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore” (v.16): è questa la profonda motivazione per cui Israele è certo dell’intervento divino a suo beneficio. Per la prima volta nell’AT qui JHWH viene chiamato con il raro appellativo di “padre”; in effetti per la fede ebraica “padre” dovrebbe essere solo Abramo e gli altri patriarchi: “guardate ad Abramo vostro padre” si diceva in Is 51,2. Ma occorre prendere atto che ora essi ora nulla possono: scesi nello scheol essi non hanno possibilità d’intervenire a beneficio del loro popolo, figlio nato dalle loro viscere. Ancor più come rivolgersi ai “padri-patriarchi” nella vergogna causata dal peccato e dalla situazione attuale? Essi avrebbero tutte le ragioni di vergognarsi dei loro figli degeneri: “Abramo non ci riconosce e Israele (=Giacobbe)  non si ricorda di noi” (Is 63,16). A questo punto a chi rivolgersi? E’ proprio in questo contesto che per la prima volta JHWH viene chiamato con timore con l’appellativo di “padre”, il che comporta ovviamente il doversi prender cura del figlio bisognoso (cfr Es 4,22s).

    Il popolo ha ancor bisogno di un redentore (= go’el). Nella cultura semitica era il titolo dato al parente più stretto tenuto in forza della legge alla responsabilità di riscattare un membro della famiglia che avesse perduto la libertà, o fosse stato fatto prigioniero, o fosse oberato da debiti insolvibili. Questo inderogabile dovere del “redentore” poteva essere adempiuto in due modi: raccogliendo la somma  richiesta per il riscatto, oppure consegnando se stesso o i suoi beni in sostituzione.  Ora la situazione di Israele esiliato e re so schiavo è disastrosa: quale “redentore” attendere ora che tutti hanno perso diritti e libertà? Non rimane che appellarsi a Dio supplicandolo di assumere lui stesso il compito di “redentore”. Solo lui può nuovamente riscattare (come fece in Egitto!) il suo popolo riconsegnandolo alla libertà.

    Dopo l’invocazione è la volta del lamento: “Perché Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie e permetti che il nostro cuore si indurisca?” (v.17). L’ “indurimento del cuore” (sclerocardia) è la radice di ogni peccato: esso sta a dire la resistenza della coscienza dell’uomo a piegarsi alla volontà di Dio. Qui il profeta sembra quasi incolpare Dio stesso di questa situazione: in effetti non sperimentiamo una radicale incapacità a compiere il bene che vorremmo mentre facciamo il male che non vorremmo? (cfr Paolo apostolo: Rm 7,14-24).  Non potrebbe Dio con un solo suo accenno risolvere questo male radicale che ci abita? E’ ancora indiretta supplica che corre su un nuovo registro!

    Se la “colpa”, chiamiamola così, è di Dio allora che egli “ritorni” (verbo della conversione!) sui suoi passi, alla sua fedeltà “per amore dei suoi servi” (non di certo per il merito di quest’ultimi).

    È importante l’argomento che Isaia usa per convincere Dio: non si rifà in primo luogo ad una ferma volontà di conversione da parte del popolo del tipo: abbiamo capito il nostro sbaglio e non lo rifaremo mai più, oppure “Adesso ci impegniamo, siamo migliorati e così non meritiamo più la tua punizione”. Isaia fa leva in primo luogo a Dio stesso e ai suoi sentimenti: “Tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma” (cfr Is 63,16; 64,7).

    L’intervento di Dio è necessario ed urgente, non si può procrastinare ancora a lungo: tutto sta cadendo nella desolazione e distruzione: Gerusalemme e il Tempio disfatti tra le fiamme e le rapine, Israele in esilio si sente abbandonato come tutti gli altri popoli: l’antica elezione sembra un ricordo lontano, un miraggio irraggiungibile: “Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non è stato mai invocato” (v.19).  La salvezza riposa unicamente nella fedeltà di Dio al suo amore!

    Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti.
    64:1
    Come il fuoco incendia le stoppie e fa bollire l’acqua,
    così il fuoco distrugga i tuoi avversari,
    perché si conosca il tuo nome fra i tuoi nemici.
    Davanti a te tremavano i popoli,
    2 quando tu compivi cose terribili
    che non attendevamo,
    3 di cui non si udì parlare da tempi lontani.
    Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te,
    abbia fatto tanto per chi confida in lui.
    4
    Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie.
    Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo
    e siamo stati ribelli.
    5 Siamo divenuti tutti come una cosa impura
    e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia:
    tutti siamo avvizziti come foglie,
    le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento.
    6
    Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te;
    perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto,
    ci hai messo in balìa della nostra iniquità.
    7
    Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma,
    tutti noi siamo opera delle tue mani.
    8
    Signore, non adirarti troppo, non ricordarti per sempre dell’iniquità.
    Ecco, guarda: tutti siamo tuo popolo.
    9
    Le tue città sante sono un deserto, un deserto è diventata Sion,
    Gerusalemme una desolazione.
    10
    Il nostro tempio, santo e magnifico,
    dove i nostri padri ti hanno lodato, è divenuto preda del fuoco;
    tutte le nostre cose preziose sono distrutte.
    11
    Dopo tutto questo, resterai ancora insensibile,
    o Signore, tacerai e ci umilierai sino in fondo?

    L’intervento auspicato di Dio ricorda il Sal 17,10:Abbassò i cieli e discese, fosca caligine sotto i suoi piedi”. E Gdc 5,4-5:Signore, quando uscivi dal Seir, quando avanzavi dalla steppa di Edom, la terra tremò, i cieli si scossero, le nubi si sciolsero in acqua. Si stemperarono i monti davanti al Signore, Signore del Sinai, davanti al Signore, Dio d’Israele”. Isaia invoca una teofania simile se non più grande di quella del Sinai: che i cieli dimora di Dio si squarcino affinché la presenza e l’azione del Dio Altissimo si manifestino con evidenza, ciò provoca tremore e spavento, la gloria di Dio è manifestata come nell’esodo dal fuoco distruttore (è un’immagine classica per descrivere ogni teofania e la  salvezza di Israele e la distruzione dei nemici ne sono le conseguenze). “Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te,  abbia fatto tanto per chi confida in lui” (v.3): solo Dio può operare questa salvezza perché nessun altro è “fuori di te” ! Questa fiducia è essenziale affinché JHWH possa operare nuovamente prodigi (cfr Is 30,8; Sof 3,8).[2]

    Ai vv. 4-6 torna di nuovo il lamento che presenta tuttavia un tratto nuovo. Al v. 17 si parlava di una insondabile volontà divina circa la triste situazione di Israele si trova, qui invece la riflessione cade sulla responsabilità dell’uomo: è il suo peccato che ha causato l’allontanamento di Dio e l’attuale situazione: “tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli”. L’infedeltà – la ribellione – all’alleanza è la causa di tutte le sventure. D’altronde di fronte alla santità di Dio l’uomo non può che costatare e riconoscere la sua radicale incapacità di una sua “giustizia”: “come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia” (v.5 cfr Rm 3,5; 3,20).

    A causa di questo stato “immondo” l’uomo avverte se stesso lontano da Dio: “tu avevi nascosto da noi il tuo volto” (v.6). Dio ha interrotto la sua relazione con il suo popolo abbandonandolo alla mercè della sua colpa! (cfr Ap 2,23).

    Ma dopo questa amara constatazione ancora una nuova svolta preannunciata da un “ma-wau”  (v.7) viene offerta all’ascoltatore della profezia. Il profeta richiama ancora, come punto fermo e di forza maggiore, la realtà della paternità di Dio nei confronti di Israele: malgrado tutti i peccati il popolo appartiene sempre al “suo” Dio e Creatore! Si usano infatti immagini plastiche come quelle dell’argilla e del vasaio (chiaro riferimento al racconto della prima creazione) per implorare da Dio quasi una nuova creazione per Israele.

    Infine il profeta richiama ancora l’attenzione di Dio sulla desolazione della terra promessa ad Abramo, sulla desolazione di Gerusalemme, sulla distruzione del Tempio: Dio non può rimanere insensibile dinanzi a tutto questo sfacelo che sembra testimoniare l’abbandono di Dio e dunque l’inaffidabilità della sua promessa! Dio non può stare in silenzio e non può rimanere insensibile! (cfr 63,15).

    Per la riflessione

     La storia dell’esilio è la storia di chiunque, come il figlio minore della parabola, intraprenda direzioni lontane dalla verità di Dio: alla fine non troverà che delusione, solitudine, vuoto, disorientamento, disperazione… E’ il castigo, ovvero le conseguenze che il peccato porta già con sé come suo salario:Perché il salario del peccato è la morte”  (Rm 6,23).

    In questa situazione è facile accusare Dio o cercare capri espiatori sui quali far ricadere la colpa.

    Il processo di redenzione passa attraverso un” far memoria” dell’opera di Dio in noi per ritrovare la certezza che sempre l’amore suo per la sua creatura “è forte come la morte e le sue vampe sono vampe di fuoco” (Ct 8,6). Dio non si rassegna mai, ma non può imporsi, non può sopraffare la nostra libertà ma Egli tuttavia rimane incontenibile nella sua passione per l’uomo che, sosteneva Edith Stein, è “infinitamente inverosimile” che egli possa uscirne sempre sconfitto.

    Preghiera conclusiva

     Come la peccatrice all’ombra del tuo vestito
    possa io rifugiarmi  e abitarvi per sempre.
    Come colei che nella sua paura
    trovò forza e guarigione,
    guariscimi dalla mie fughe per paura;
    che io un te trovi forza!
    Che dal tuo mantello mi lasci condurre
    fino al tuo corpo,
    perché possa cantarti meno indegnamente.
    Il tuo mantello, Signore, è continua medicina,
    la tua forza nascosta nella veste risiede.
    Basta un po’ di saliva dalle tue labbra
    e meraviglia di luce si opera nel fango.
    (Sant’Efrem il Siro, De Fide, 10)

    [1] Cfr nei vangeli i rimandi fatti circa lo sguardo di Gesù sulle in cui l’uomo si trova a causa della sua misera situazione: Mt 8,14; 9,9; 9,22; 14,14; 6,34; Lc 5,12; Gv 9,1; Gv 11,32;
    [2] San Paolo utilizzerà questo testo per descrivere la rivelazione salvifica operata da Cristo (cfr 1Cor 2,9).
  • 14 ago

    Fece sua la condizione di servo

    Lectio di Fil 2,5-11

    di p. Attilio Franco Fabris


    3 Fratelli, non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria,
    ma ciascuno di voi, con tutta umiltà,
    consideri gli altri superiori a se stesso,
    4 non cercate ciascuno le proprie cose,
    ma quelle degli altri.
    5Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
    6egli, pur essendo nella condizione di Dio,
    non ritenne un privilegio
    l’essere come Dio,
    7ma svuotò se stesso
    assumendo una condizione di servo,
    diventando simile agli uomini.
    Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
    8umiliò se stesso
    facendosi obbediente fino alla morte
    e a una morte di croce.

     

    Rabbi Sclomo diceva: “Se vuoi sollevare un uomo dalla melma e dal fango, non credere di poter restare in alto e accontentarti di stendere una mano soccorrevole. Devi scendere giù tutto, nella melma e nel fango. Allora afferralo con forti mani e riconduci lui a te alla luce”” (da “I racconti dei Chassidim). È una breve parabola che illustra bene il significato del mistero dell’Incarnazione e di che cosa essa comporta per Dio stesso. Gesù “è sceso giù tutto nella melma e nel fango della nostra storia” per “afferrarci con mani forti” e ricondurci alla luce.
    Non si è limitato di “fare” qualcosa, stando “nell’alto” della sua gloria per ottenerci la salvezza necessaria, ha scelto invece inaspettatamente una strada “in tremenda discesa”: si è fatto uno di noi, per darci non solo qualcosa di sé ma tutto se stesso “sino alla fine” (Gv 13,1).
    Noi talvolta nel nostro servizio agli altri siamo sempre preoccupati anzitutto di “dare o dire qualcosa” al bisognoso, al povero, al disperato. Non nego che questo sia importante. Ma non è l’atteggiamento prioritario con cui ci dobbiamo porre al servizio del fratello: ci si chiede anzitutto l’umiltà di “essere poveri come Cristo assumendo la sua condizione di servo”. Parafrasando potremmo usare le parole della Lettera agli Ebrei: Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu o Padre non hai voluto che io facessi chissà quali opere per donare la salvezza ai miei fratelli. Mi hai chiesto solo e sempre che offrissi senza riserve, anche a costo della vita, tutto me stesso fino alla fine. come (cfr 10,5)

    LECTIO

     Ci vogliamo soffermare nella nostra lectio alla sola prima parte dell’inno cristologico che anche la Liturgia delle Ore ci propone ai primi vespri della domenica.  L’inno, lo sappiamo, traccia in modo mirabile il “cammino” compiuto da Gesù: dalla gloria che gli compete da sempre in quanto Dio, accetta di scendere, di abbassarsi, fino ad annientarsi sino nella morte di croce. Per questa obbedienza il Padre gli riconosce la gloria e gli consegna la signoria  su tutto l’universo.  Il testo, probabilmente ripreso da Paolo da un inno liturgico già esistente nelle comunità cristiane è antichissimo e dunque di grande importanza teologica e catechetica. Esso celebra la centralità del mistero cristiano: dall’incarnazione, alla morte fino alla glorificazione di Gesù in una densissima completezza teologica

    L’apostolo desidera fortemente che nella giovane comunità di Filippi regnino pace, carità, unanimità (v.2) e l’inno viene inserito da Paolo proprio con questo intento preciso. Esattamente nel passaggio in cui esorta la comunità alla concordia, alla stima e all’umile servizio reciproco: “Fratelli, non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso”(v.3; cfr 1,27). Tutto ciò che potrebbe turbare l’unità, in primo luogo la “vanagloria” che è porre se stessi al centro, va allontanato decisamente. Infatti in ogni comunità era ed è sempre presente la tentazione di fare anche il bene con il desiderio, più o meno conscio, di emergere, di mostrarsi, di apparire, d’essere riconosciuti ed applauditi.

    A questa tentazione occorre reagire, dice Paolo, perseguendo una virtù fondamentale forse oggi passata un po’ di moda: l’“umiltà” (v.3)! In greco Paolo adopera la parola: “tapeinofrosýne”. È la sapienza di chi si considera… “tapino”!  E’ la stessa parola che Maria usa nel Magnificat riguardo a se stessa: «Il Signore ha guardato alla mia condizione tapina». Paolo intende l’umiltà come disponibilità a cercare non il proprio interesse ma il bene dell’altro, la capacità di porsi davanti all’altro come servi gli uni degli altri. È la forza di “perdere se stessi” preferendo il bene dell’altro al proprio: “non cercate ciascuno le proprie cose, ma quelle degli altri” (v.4). Ci sono infatti due posizioni contraddittorie: c’è la ricerca del proprio interesse e c’è, invece, la ricerca dell’interesse, del bene, dell’altro. Paolo, con una forte radicalità, non distingue tra interessi propri  legittimi o illegittimi, ma distingue tra due ambiti: l’ambito del proprio io e l’ambito degli altri. Il cristiano deve uscire dal proprio ambito ed entrare nell’ambito dei fratelli, mettendosi al loro servizio.

    Dopo aver esortato all’umiltà che scaturisce dalla disponibilità a farsi piccoli, ovvero servi gli uni verso gli altri, l’apostolo Paolo per rafforzare l’esortazione e darvi solido fondamento presenta il luminoso esempio dello stesso Cristo Gesù: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (v.5).

    In luogo del termine “sentimento” forse una traduzione migliore potrebbe essere: “abbiate la stessa mentalità che fu in Cristo Gesù”. Questo cosa significa? Che il cristiano, nel cammino di conformazione sempre più piena a Cristo, apprende a ragionare, pensare, sentire, come il suo Maestro (cfr Ebr 12,2). E’ possibile fare nostri i sentimenti di Cristo, il suo modo di pensare, non in primo luogo per un impegno moralistico e  filantropico, ma perché i cristiani sanno di essere, in forza del loro battesimo “una sola cosa” con lui,  tralci innestati alla vite e dunque capaci di portare frutti giusti (cfr Gv 15,5). Da questa unione oggettiva, sacramentale,  deriva il fatto che è possibile fare nostri i suoi stessi sentimenti.

    Ma quali sono i sentimenti, la “mentalità” di Cristo? Quale il suo modo di guardare al senso della vita, alla relazione con Dio e gli altri?

    La prima parte dell’inno prende in considerazione la gloria che da sempre compete a Cristo in quanto Dio: “Pur essendo nella condizione di Dio” (v. 6). La parola usata per “condizione” è “morphé” che in sé esprime di solito l’aspetto esteriore che riflette totalmente l’identità profonda dell’essere. Ovvero: Cristo da tutta l’eternità partecipa in sé stesso della stessa gloria divina del Padre suo. Ebbene, nel momento dell’incarnazione, egli rinunciò esteriormente a questa gloria che gli spettava di diritto al fine di condividere totalmente la nostra limitata umanità. Egli scelse perciò l’ordinaria “condizione (morphé) servile” (v.7). Il testo specifica che in tal senso “non ritenne un privilegio essere come Dio” (v.6). Si tratta di una frase un po’ difficile da rendere bene in italiano (la parola greca usata è “arpaghmon” ed è rarissima).  Possiamo cercare di intenderla in senso passivo come equivalente di “arpàgmafurto”, nel significato di una “cosa rubata” che si “tiene stretta gelosamente a sé” come appunto fa il ladro con la sua refurtiva. Ricordiamo il celebre “Arpagone” protagonista della commedia di Moliere che incorreggibile taccagno non teme di usare anche i propri figli per i suoi interessi, la sua filosofia di vita è: tutto per me e niente per gli altri. Cristo non è certamente un “Arpagone”! Non ebbe timore di abbandonare il tesoro preziosissimo (arpàgmon) e lo splendore della sua gloria divina per farsi povero come noi senza ricavare nulla per sé.  Non la reclamò mai per sé. Paradossalmente essa fu totalmente eclissata durante la sua vita terrena e soprattutto nella sua passione e morte.

    L’inno sottolinea questo spogliamento totale del Figlio di Dio usando una forte forma verbale: “svuotò se stesso” (v.7). Il verbo greco è più incisivo dell’italiano “umiliare”;  è il verbo “ekènosen-svuotare”. Nella Volgata latina la traduzione è “exinanivit”, ossia “rese se stesso inutile, vuoto, senza incidenza”. È un’espressione scandalosa affermare che il Figlio di Dio possa “svuotare se stesso”! Eppure è questo il cuore del mistero dell’agape divina: per amore della vita dell’uomo Dio accetta di rinunciare alla propria vita, di svuotarsi della sua vita, per riempire con la sua la nostra morte.

    È sorprendente che nell’inno non si parli immediatamente del suo diventare uomo, ma si affermi in primo luogo che Cristo accetti per sé anzitutto la condizione di “schiavo” (v.7a). Gesù sceglie di vivere in questo mondo facendo sua un’umanità banale, comune, quotidiana: “diventando simile agli uomini” (v.7b). E si tratta di una “somiglianza” oggettiva, autentica, non apparente come sostenevano alcuni eretici gnostici dei primi secoli del cristianesimo scandalizzati da un Dio che potesse sporcasi con la nostra carne. Ed una “somiglianza” così perfetta da non poter  che essere riconosciuto esteriormente se non come uomo come tutti noi: “dall’aspetto riconosciuto come uomo” (v.7c).

    L’espressione “svuotare se stesso” acquista ora tutta la sua valenza: essa comporta il farsi “schiavo”, “simile (o uguale) agli uomini“. In questo modo da parte dell’uomo Gesù il mondo di Dio è interamente abbandonato, e la povertà, il fango, del nostro mondo terreno è definitivamente raggiunto e perciò salvato.

    Come se questo non avesse bastato, l’itinerario di abbassamento di Gesù non aveva raggiunto il suo fondo. All’umiliazione dell’incarnazione, Cristo ne assomma un’altra ancor più sconcertante e scandalosa: quello di accettare liberamente per sé, lui che è Dio, la morte, e non una morte qualsiasi ma quella maledetta della “croce” (v.8; cfr Dt 21,23). La parabola della discesa dalla gloria celeste qui raggiunge il punto “nadir”. Gesù sprofonda nel tessuto dell’esistenza umana segnata dalla sua drammatica contingenza accogliendone anche non solo il dramma della morte, ma di una morte violenza, provocata, voluta da altri, in totale obbedienza da schiavo.

    È questa la via attraverso la quale Dio ha voluto raggiungerci per stenderci la mano. Non ha scelto la via del miracolo, del cambiamento di strutture di peccato e sistemi sbagliati, ha percorso la strada, come ad Emmaus, del farsi compagno di cammino condividendo la nostra fatica, incertezza, dolore speranza. Ma proprio attraverso questa scelta ha potuto stenderci amichevolmente e in tutta libertà una mano trafitta unicamente dall’amore.

    MEDITATIO

     Paolo ci invita ad avere nelle nostre comunità uno stesso sentire (cfr Fil 2,2). Ma questo comune modo di sentire e di pensare a chi deve appartenere? Supponiamo di essere tutti radunati in assemblea e di pensarla ognuno in un modo diverso. Quando alla fine si deve decidere dobbiamo giungere a pensarla tutti allo stesso modo, ma di chi assumiamo il modo di pensare, il criterio di verità sarà sempre e solo della maggioranza in uno stile… democratico? Paolo ci ricorda che il modo univoco di pensare dei cristiani non è il modo di pensare di questo o di quell’altro, e neppure della maggioranza democratica fosse pure del consiglio pastorale o del capitolo provinciale, ma deve essere quello corrispondente ai “sentimenti” di Cristo. Dove “sentimento” è far nostro il suo modo di essere nel mondo, di vivere la relazione col Padre e tutti noi, soprattutto di come intendere la via, ricalcata sulla sua, attraverso la quale annunciare la salvezza dell’evangelo.

    Ma quali sono i “sentimenti di Cristo”, le vie da lui percorse? Li potremmo riassumere in una parola: il dono gratuito di un amore incondizionato e a fondo perduto che non si preoccupa di “dare semplicemente qualcosa” ma che si fa essenzialmente “dono di tutto se stesso per noi”.

    Leggendo i vangeli ci accorgiamo che Gesù non dà mai “qualcosa” per noi, ma sempre e solo dona tutto se stesso dall’inizio alla fine della sua esistenza: “Questo è il mio corpo dato per voi… questo è il mio sangue versato per voi”. Fugge quando la gente lo rincorre solo per ottenere qualcosa (cfr Gv 6,26ss). Non ritenne necessario divenire uomo potente e facoltoso capace di risolvere i problemi della povertà, della malattia, dell’ingiustizia, non si pensò neppure di presentarsi come il “deus ex machina” che all’ultimo istante con miracoli strabilianti potesse risolvere magicamente le contraddizioni della vita.

    Gesù scelse un’altra strada, contrapposta a quella propostagli dal nemico nei quaranta giorni nel deserto (cfr Mt 4,1ss). Accettò la strada “in discesa” del “servo di JHWH”, quella che l’avrebbe fatto percorrere una via marginalità, sconfitta, incomprensione, senza ruolo sociale, politico o religioso di prestigio, senza ricorso ad alcuna forma di potere. Scelse di nascere in un paesino sperduto, figlio di persone senza nome e senza storia. Scelse di vivere in un ambiente povero, senza mai comandare, mai governare, senza mai ottenere un titolo onorifico…neppure di “dottor o monsignore”! Scelse di camminare  sulle nostre stesse strade, di sentire la fame, la sete, la fatica, il dolore. Ha pianto e ha riso. Anche la sua morte avvenne tra due delinquenti, come all’inizio del suo ministero scelse di mettersi  tra la fila dei peccatori in attesa del battesimo. Dio, in Lui, decise di raggiungerci in questo modo sconcertante e scandaloso per l’uomo “religioso”, così apparentemente inutile. Scelse ovvero la strada del “condividere in tutto la nostra condizione umana” (dalla Liturgia), non temendo di “abbassarsi”… troppo sino a terra (humus-terra da cui “umiltà”) e di sporcarsi le mani con essa. Solo così Dio poteva farsi povero e dunque capace di stare vicino al povero e al peccatore, al malato e al bambino, alla prostituta e al fariseo.  Riusciremo mai a stupirci, magari, auguriamocelo! a scandalizzarci di queste scelte estrose di Dio? Sarebbe una grande grazia!

    Accogliere questa unicità della rivelazione cristiana esige accettare che da parte di Dio vi sia la libertà di un suo radicale limitarsi ad un’esistenza umana nel suo concreto agire e patire storico, accettandone le casualità e i limiti, la provvisorietà e frammentarietà. Significa stupirci del fatto che Egli scelga di “abbassarsi-svuotarsi” fino al massimo limite per caricarsi anche del nostro peccato come agnello sacrificale perfetto fino ad accettare liberamente la morte maledetta di croce.  Più in basso di così Dio non poteva scendere… “Discese agli inferi” professa ancora il credo apostolico, affermando la sua condivisione totale anche del nostro discendere nel nulla spaventoso della morte.

    Ma tutto questo perché? La verità è semplicissima, essenziale e rivelatrice del cuore di Dio: Egli in Gesù, “come colui che serve”, scese nel nostro fango, “negli inferi del nostro nulla” senza timore, per poter afferrare la nostra mano e trascinarci fuori da quell’abisso, per innalzarci con lui alla sua gloria e alla sua luce. In questo mettere se stesso all’ultimo posto sta il più profondo “sentimento”  di Cristo che “ha cercato fino in fondo le cose degli altri, ovvero la nostra vita.

    Il cristiano è chiamato a costruire la propria vita su questo parametro evangelico.  Non è facile! Comporta infatti un capovolgimento del modo di interpretare il nostro essere presenti nel mondo e del nostro agire. Istintivamente istituti, parrocchie, movimenti ecclesiale, la chiesa intera, tutti vorremmo avere anzitutto mezzi, risorse finanziarie, rilevanza sociale perché potessimo diffondere con maggior efficacia e incidenza il vangelo del regno, e risolvere tante situazioni di ingiustizia e povertà sempre più crescenti e talvolta intollerabili.

    Ma intuiamo alla luce della Parola che il modo con cui il nostro Maestro desidera che testimoniamo il suo amore all’uomo non è anzitutto questo.  Potremmo forse dare anche molto in termini di denaro, strutture e aiuti per far fronte a tante necessità. Ma tutto questo non potrebbe forse confondersi in generosa filantropia, ma niente di più. Offrire cose, servizi, strutture, può essere necessario non lo neghiamo di certo, talvolta è indispensabile; ma non può forse diventare se assolutizzato un percorso ambiguo e rischioso quando questi aspetti divengono prioritari e i più determinanti? Se ci fermassimo a questo livello la nostra testimonianza cristiana rischierebbe a mio parere di svaporare, di far svanire il suo autentico profumo che deve essere quello di Cristo (cfr 2Cor 2,15).  Non possiamo poi nascondere il fatto che talvolta operiamo sì in vista del bene degli altri, portando avanti magari con immani sacrifici di personale e di denaro grandi opere, ma forse non accorgendoci  che tutto ciò serve. Speriamolo almeno solo in parte, a nostro vantaggio fosse pure dell’istituto, della parrocchia, della congregazione? Si tratterebbe in tal caso di un nostro “arpagmon-tesoro” che non ci vogliamo lasciar strappar via. Ma san Paolo avverte che: “se anche dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, non servirebbe a nulla” (1Cor 12).

    Mi sembra che più procederemo dentro questa nostra storia più la nostra presenza risulterà meno incisiva, meno capace di approntare risorse, strutture per far fronte ai vari bisogni degli altri. Saremo poveri sotto tutti gli aspetti! Non avremo grandi mezzi, strutture, risorse! Un male? Umanamente questo apparirà certamente come una sconfitta, una limitazione di presenza e di servizio. Ma alla luce del cammino “in discesa” percorso da Cristo, forse proprio in questa situazione potremo dire la cosa più importante come fecero Pietro e Giovanni col paralitico della Porta Bella del Tempio: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At 3,6).  Ci sarà evitato il rischio di porci in mezzo ai poveri come “ricchi” (fosse anche di virtù!) che dall’alto della loro generosità fanno orgogliosamente il bene. Impariamo ad accettare finora di saperci “abbassare e svuotare”. Lo Spirito di Gesù ci insegnerà così che la cosa più importante è dapprima imparare ad “essere con” più che il “fare per”. Impareremo i sentimenti del cuore di Cristo costituiti essenzialmente dalla sua capacità  di “com-patire” e di “con-dividere”.

    Questo passaggio non si opera semplicemente con programmi, documenti e sforzi di volontà. Occorre l’aiuto della grazia dello Spirito che ci conformi sempre più a Cristo. Questo esige un ascolto continuo, perseverante, mai interrotto della sua Parola antivirus per immunizzarci da percorsi che, anche se apparentemente buoni, in realtà ci potrebbero allontanare dal vangelo. L’atto sacramentale del Battesimo e dell’Eucarestia poi fondano ontologicamente la nostra comunione con Cristo Gesù, siamo innestati in lui e dunque non solo possiamo ma dobbiamo “pensarla” come lui.

    Mi piace qui portare una testimonianza concreta di cosa significhi tutto questo. Padre Damiano de Veuster morto nell’isola di Molokai ammalato di lebbra nel 1889, giunse in quell’isola “maledetta” abitata da lebbrosi solo “con il breviario e un piccolo crocifisso”. Le prime settimane visse all’aperto, dormendo sotto un albero e mangiando su una roccia piatta. E scelse subito di immergersi volontariamente in quel mondo in putrefazione. Capì, quasi per istinto di carità, che i malati non lo avrebbero mai accettato se egli avesse cominciato a preservarsi, a usare precauzioni, a evitare i contatti, a mostrare ripugnanza. Di poter essere contagiato non si preoccupava. Diceva “d’aver affidato la questione a Nostro Signore, alla Vergine e a san Giuseppe”. I superiori gli scrivevano sempre di badare al contagio, ma egli sapeva che era assolutamente inutile essersi recato a Molokai se restava un “haole”, un “bianco”, di quelli che per definizione si “rifiutavano di toccare”. Egli non agiva così solo per rispettare la sensibilità degli hawaiani e quella ancora più acuta dei malati. Egli fece questa scelta per far suoi anzitutto “i sentimenti di Cristo” che non temeva di toccare i lebbrosi. Se quel desiderato “contatto” era per gli hawaiani una questione culturale, per padre Damiano era una questione di fede.

    Si tratta certamente di una testimonianza estrema ed eroica, ma che, insieme a infinite altre, ci dice una cosa fondamentale: che la vera carità di Cristo non si presenta in primo luogo come organizzazione per far fronte e risolvere tutti i bisogni, ingiustizie, mali in termini di cose e strutture. Essa ci descrive che la prima carità deve prendere il volto della “con-divisione”, della “com-passione”, dell’abbassamento di Cristo. Paolo nella prima ai Corinti dirà : “Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (9,22), ovvero l’apostolo ricorda che la cosa essenziale è poter  stare accanto ai deboli come debole, povero come poveri, al fine di portane insieme il peso, la fatica, la sofferenza, la gioia, la speranza, accettando con umiltà e pace di non aver grandi gesti da fare e cose da dare. A volte basta un sorriso, una carezza. Costa meno che mettere solo la mano al portafoglio e rende di più. Certamente se poi ho la possibilità di estrarre anche qualcosa dal portafoglio ben venga, ma sarà espressione di un qualcosa che è venuto prima ed è più vero.  Scriveva a proposito don Primo Mazzolari : “Quando non si ha più niente da dare perché si è dato tutto, allora si diventa capaci di “veri doni”. Dare tutto: ecco la carità! Con niente puoi dare a chiunque, se vuoi bene a tutti. Se non hai roba, hai del cuore, e ognuno ne può prendere quanto vuole, perché il cuore cresce spendendosi e si arricchisce spogliandosi”.

    ORATIO

     Terminiamo la nostra lectio con una preghiera composta da madre Teresa di Calcutta. Come non ricordarla sempre “abbassata” sul malato, il moribondo? Si tratta di una preghiera sorprendente per lei che di bene concreto ne fece moltissimo: Teresa non chiede anzitutto al Signore la grazia di avere strumenti e risorse per soddisfare e cancellare gli infiniti bisogni propri e degli altri. Chiede soprattutto la forza di saper condividere col fratello la stessa fatica, lo stesso dolore, la stessa speranza. E’ il mistero dell’incarnazione, dell’abbassamento del Figlio di Dio, povertà apparente ma capace di arricchire l’altro del bene più profondo più vero ed eterno: l’amore.

    Signore, quando sono affamato, mandami qualcuno che ha bisogno di mangiare.
    Quando ho sete, mandami qualcuno che ha bisogno di acqua.
    Quando ho freddo, mandami qualcuno da riscaldare.
    Quando sono ferito, fammi incontrare qualcuno da consolare.
    Quando la mia croce diventa pesante, fammi condividere la croce di un altro.
    Quando sono povero, conducimi qualcuno che è nel bisogno.
    Quando non ho tempo, mandami qualcuno che io possa aiutare un istante.
    Quando sono umiliato, dammi qualcuno di cui debba fare l’elogio.
    Quando sono scoraggiato, mandami qualcuno da incoraggiare.
    Quando ho bisogno della comprensione degli altri, mandami qualcuno che abbia bisogno della mia.
    Quando ho bisogno che ci si prenda cura di me, inviami qualcuno di cui io mi debba curare.
    Quando non penso che a me stesso, volgi i miei pensieri verso gli altri
    ” .

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