• 26 dic

    UNA COMUNITÀ CHE ASCOLTA:  AT 2,42

    a cura du p. Attilio franco Fabris

    Il retroterra della comunità cristiana primitiva è costituito da una profonda esperienza di ascolto della Parola, e tale esperienza si svolge nel solco della tradizione di Israele. La consegna di Gesù ai suoi nel Cenacolo suona: “Ascolta il primo annuncio e contempla il mistero della passione e resurrezione del Signore”. La differenza tra l’”ecclesia” neotestamentaria e quella veterotestamentaria sta nella nuova esperienza di ascolto indotta dall’esperienza pasquale di Gesù. Ma  a questa esperienza il gruppo dei discepoli erano ben rodati dalla tradizione di fede ebraica.
    L’analogia e la distinzione tra ecclesia antico e vetero testamentaria è importante. Essa pone un interrogativo importante: siamo noi davvero ecclesia neotestamentaria? Cioè: la buona notizia è veramente, in modo vitale, al centro del nostro stare insieme, la forza che ci aggrega? Oppure è una specie di etichetta che si sovrappone dall’esterno alla nostra realtà comunitaria?
    Ma non possiamo rispondere a questa domanda se prima non ce ne facciamo un’altra: possiamo noi considerarci ecclesia dal punto di vista veterotestamentario? Possiamo cioè dire che il nostro stare insieme, il nostro fare comunità si impernia sulla Parola prepasquale e che abbiamo titolo a far concorrenza alla sinagoga, comunità di fede centrata sull’ascolto della Parola di tipo prepasquale?
    Quando ci accorgiamo che la Buona Notizia è ai margini della nostra realtà socio-religiosa, quasi confinata nella soffitta del nostro bagaglio teologico, c’è il rischio di renderci conto che noi non siamo ancora neppure una comunità ecclesiale veterotestamentaria. Se la nostra aggregazione comunitaria non è ancora ispirata, informata dalla Parola di Dio, né del nuovo né del vecchio testamento, vuol dire che abbiamo molto da imparare dalla sinagoga.
    Infatti il Gesù con cui noi ce la facciamo e che presentiamo ai fedeli il più delle volte si identifica prevalentemente con il Gesù prepasquale, ossia con il Gesù della predicazione, dei miracoli, dei segni, che non è ancora il Servo sofferente del Signore, il Kyrios crocifisso, morto e risorto. Ne segue che tutta la pastorale assume un taglio prepasquale piuttosto che pasquale, ossia propriamente evangelico, e noi finiamo col fare una pastorale di tipo più veterotestamentario che neotestamentario. Infatti il Gesù prepasquale, per il fatto che la sua Pasqua non è ancora venuta a mostrare la novità del suo servizio all’uomo, appartiene, come Giovanni Battista ancora all’economia del vecchio testamento. Ne segue che la cristologia che noi proponiamo è di fatto una cristologia prevalentemente prepasquale.

    PISTE DI RIFLESSIONE

    ∑    La Parola che ascoltiamo si impernia sulla Buona Notizia ovvero sul mistero pasquale, o è ancora una Parola improntata all’esperienza di fede veterotestamentaria?
    ∑    La predicazione, il Cristo che annunciamo, è prevalentemente quello prepasquale o pasquale? Cosa proporre per rinnovare la nostra pastorale?

  • 19 dic

    Il servizio dell’evangelizzazione di Gesù :
    Luca 24,36-49

     

    a cura di p. attilio franco fabris

    Appare evidente che Gesù nel Cenacolo si comporta esattamente come si è comportato con i due di Emmaus. E’ la pedagogia del Kerigma: offrire a chi è disposto ad ascoltare e a condividere un servizio della Parola che, alla luce della morte e della resurrezione di Gesù, permetta di rileggere tutta la storia della salvezza. Per poter offrire agli uomini questo servizio dell’evangelizzazione, Dio ha lavorato molto nella storia dell’umanità. E Gesù ha faticato molto allo stesso scopo.

    Ci spieghiamo.

    Distinguiamo l’esistenza di Gesù in tre fasi: la fase prepasquale, la fase pasquale e quella post-pasquale. Nel corso di tutte queste fasi Gesù ha sempre evangelizzato, ma non nello stesso modo. Vediamo perché.

    Il servizio di evangelizzazione del Gesù prepasquale non è molto diverso da quello dei profeti, non per nulla l’evangelizzazione di Giovanni Battista si salda con quella di Gesù e il messaggio iniziale è identico: “Il Regno di Dio è vicino. Convertitevi!”. E’ una buona notizia. La piccola comunità dei discepoli di Gesù è tutta protesa all’evangelizzazione del Gesù prepasquale. E quando questi cerca di prepararla agli avvenimenti della passione si trova sempre dinanzi all’incomprensione.

    Ma quando Gesù entra nella sua passione evangelizza? Certo, ma non più con le parole ma con i fatti. Il Gesù pasquale parla pochissimo, la sua evangelizzazione consiste nella materialità del suo consegnarsi nelle mani degli uomini. Questa consegna, semplice e totale, è in sé e per sé la Buona Notizia. Il servizio decisivo di Gesù non sta anzitutto nei grandi discorsi ch’egli ha fatto durante la sua predicazione, ma essenzialmente nella sua consegna pasquale. Sono i fatti che evangelizzano più che le parole. Allora a che servono le parole? Le parole servono prima e dopo i fatti a rendere intelligibili questi ultimi, ossia a decifrare, decodificare i fatti che l’uomo non è altrimenti capace di interpretare. Le parole del Gesù prepasquale servono a interpretare la Buona Notizia pasquale. E così le parole del Gesù post-pasquale.

    Con la sua resurrezione Gesù entra nella fase post-pasquale del suo ministero di evangelizzazione. Esso consiste nello spiegare a coloro che non hanno assistito alla sua passione e morte il significato dell’una e dell’altra. Perciò il servizio di evangelizzazione del Gesù post-pasquale costituisce il primo “primo annuncio” della storia dell’umanità. In quell’annuncio c’è tutto lui, c’è tutta la sua storia di uomo, la storia della sua relazione con Dio, il suo travaglio, il suo cammino nella speranza, il suo dolore e sofferenza, la sua consolazione e il suo riposo nell’esperienza della fedeltà di Dio.

    Il servizio che il Gesù post-pasquale rende ai suoi è di una qualità, di uno spessore culturale inimmaginabile. Esso è la chiave di comprensione del mistero di Dio e del mistero dell’uomo; è la chiave di interpretazione del mistero della creazione e della redenzione, del principio e della fine, di ciò che era prima della creazione del mondo e di ciò che sarà dopo la fine del mondo, l’eternità; è la chiave di lettura dell’escatologia, è la chiave di accesso al mistero della Trinità.

    La gloria del Signore della Buona Notizia che si manifesta al piccolo e spaurito gruppo dei discepoli nel Cenacolo non consiste nello splendore della sua onnipotenza, ma nelle piaghe di Gesù crocifisso. Questo è l’identikit del Signore della Buona Notizia. La storia dell’umanità, la vicenda della creazione e della caduta, l’avvio con Abramo della storia della salvezza, la storia di Israele, l’incarnazione, il ministero prepasquale e quello pasquale… Tutto è stato, è e sarà in funzione di questo momento. Da rivolgere a chi? A quattro gatti spauriti! Perché proprio a loro? Perché solo a loro? Perché non una manifestazione a tutto il popolo?

    La risposta è chiara: perché il “Primo Annuncio” suppone il confronto con la morte di Gesù, si radica in questo confronto. Suppone ancora che su questa morte ci si interroghi. Ora, i testimoni della morte di Gesù più diretti sono proprio i discepoli. Se Gesù si presentasse al mondo tutta la credibilità della buona notizia sarebbe legata ad un uomo che è resuscitato dai morti, ma nulla più!

    La serietà della buona notizia richiede che un prodotto così raffinato, culturalmente sofisticato come è il kerygma si rivolga proprio a coloro che si confrontano con la morte e la resurrezione di Gesù. Questa indicazione costituisce un criterio metodologico di estrema importanza per noi e per i nostri tentativi di evangelizzazione.

    La contemplazione delle apparizioni di Gesù risorto ci dice che i discepoli non lo accolgono a braccia aperte. Precisiamo che gli evangelisti non ci aiutano a comprendere questo nello stesso modo.

    Mt 28,16-17 (“Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano”); Mc 16,8 (“fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di paura”; 16,9-14 (“ Ma essi udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere… neanche a loro vollero credere… li rimproverò per la loro incredulità”). Giovanni fa eccezione: Gv 20.19-20 (“gioirono nel vedere il Signore”), ma vi l’episodio di Tommaso: Gv 20,27 (“non essere incredulo”), e poi perché quel silenzio in cui non risuona nulla nell’episodio della colazione in riva al lago (Gv 21,9-12)? E’ normale questo comportamento?. In Luca 24,38 Gesù dice: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?”

    Capiamo che i discepoli dinanzi a Gesù risorto provano dentro di loro risonanze ambivalenti. La presenza di Gesù rinnova lo scandalo della croce e scatena nelle loro coscienze lo scandalo della resurrezione.

    Se il primo scandalo mette in discussione l’identità di Gesù come messia, il secondo scandalo, quello della resurrezione, mette in discussione la stessa identità di Dio scompaginando tutta la struttura di fede prepasquale dei discepoli. E’ per loro un trauma tremendo che mette in discussione tutta la loro fede nell’immagine di Dio fino a quel momento coltivata. Ecco le resistenze da dove nascono. Queste resistenze sono l’ultima disperata battaglia che il Separatore ingaggia contro l’evidenza della Buona Notizia. Si fa forte addirittura della fede prepasquale dei discepoli per opporre resistenza alla Buona Notizia.

    Dinanzi a queste resistenze Gesù avrà sofferto molto. E’ per lui ancora una pasqua di passione: non si sente accolto dai suoi (cfr Gv 1). Ma Gesù non si arrende e continua ad offrire ai suoi il servizio della Parola. Questa riflessione ci consente di capire che la disponibilità dell’amore di Dio alla Passione non si è esaurita con l’esperienza pasquale di Gesù, ma è una disponibilità eterna. Una “passione” che continua nel cuore di Dio dal suo essere e farsi Amore-dono. Quindi una passione che non è solo pasquale, ma anche prepasquale e postpasquale.

    Gesù consegna questo grande tesoro ai discepoli nel cenacolo. Affinché essi digeriscano, assimilino la ricchezza del primo annuncio, Gesù li affida all’azione dello Spirito. E’ un segno di “impotenza” da parte di Gesù. Egli sa che le sue parole e la sua presenza non basteranno, se il cuore dei discepoli non viene scalfito e penetrato dalla Buona Notizia. Ma questa è un’azione che solo lo Spirito può compiere (cfr Gv 14,26).

    Piste di riflessione

    ∑    Il nucleo della buona notizia è la consegna di se stesso che Gesù fa al Padre e agli uomini. Le parole di Gesù prima e dopo gli avvenimenti della passione e morte servono a spiegare, aprire l’intelligenza a questo mistero. Possiamo affermare che la nostra vita e la nostra predicazione ruoti effettivamente intorno a questo nucleo, oppure esso rappresenta uno dei tanti elementi?

    ∑    Ritieni importante il cammino che la provincia sta compiendo per incamminarci verso una consapevolezza sempre più profonda del nostro essere radicati nel “Primo Annuncio”? Cosa suggeriresti concretamente? (cfr Regole e Costituzioni, n. 5)

    ∑    Avvicinarsi ad un Capitolo significa rivivere tutte le dinamiche sinora affrontate. La Chiesa del nostro tempo, per ritrovare la sua identità, ha un bisogno disperato di riscoprire il primo annuncio, per ruminarlo, condividerlo intensamente nei vari cenacoli del nostro tempo. La Chiesa ha affidato il tesoro dell’annuncio del “primo annuncio” proprio alla nostra Congregazione. Questo percorso a ritroso circa il cammino della comunità cristiana primitiva ci porta a riscoprire le origini della nostra stessa identità passionista. E’ tempo di domandarci: la comunità passionista cosa può far di più e meglio, oggi, al servizio del Signore e della Chiesa, per coltivare il tesoro della memoria e del memoriale della Passione?

    ∑    Spesso siamo presi dall’ansia e ci preoccupiamo di convincere, di persuadere a forza di discorsi e di ragionamenti, di iniziative più o meno eclatanti. Non diamo forse sufficiente peso al fatto che  solo la potenza dello Spirito può “convincere” il cuore dell’uomo dell’autenticità della Buona Notizia che annunciamo. E’ Gesù stesso che consegna i suoi all’azione dello Spirito santo, sapendo che essa richiederà tempo, un lungo processo…. E solo dopo questo processo, fatto essenzialmente di “fractio verbi” gli apostoli arriveranno ad un docilità tale da vivere la loro Pentecoste. Solo allora il primo annuncio decolla nel mondo. Tutto questo trova riscontro nella nostra esperienza spirituale ed apostolica?

  • 18 dic

    Gesù evangelizza i due discepoli di Emmaus:
    Luca 24,13-35

     

    a cura di p. attilio franco fabris

    Troviamo una conferma di quanto sinora detto anche nel famoso brano dei discepoli di Emmaus. Con il racconto dei due di Emmaus inizia la narrazione del ministero di evangelizzazione da parte del Gesù postpasquale. Ci basti dire che i due sanno tutto della morte di Gesù, (e non solo! Sono in possesso di tutti gli elementi: sepolcro vuoto, testimonianza delle donne…), ma essa non costituisce assolutamente per loro una buona notizia, anzi! Il loro abbandono della comunità ci dice che la comunità prepasquale dei discepoli di Gesù non ha futuro, il suo destino è la disgregazione.

    La sfiducia dei due discepoli è massima, tale da respingere ogni proposta di buona notizia. Loro al sepolcro non ci hanno preso neppure la briga di andarci: non ne valeva la pena. E’ proprio a questa coscienza comunitaria prepasquale in agonia, abortita, che si rivolge la Buona Notizia.

    Gesù si accompagna a loro, ma i “loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”, velati dalla loro disperazione. Il viandante discretamente interroga e riceve la risposta delusa di Cleopa che svuota il sacco. Cosa fa il viandante? Ascolta e condivide, condivide e ascolta…. E a un certo punto comincia a dire la sua. Non è questo il circuito della “datio”, della “redditito”, della “fractio verbi”?

    Il viandante offre una chiave di letture degli avvenimenti di tipo biblico: “non bisognava….”. ripercorre in breve tutta la tradizione biblica: da Mosè ai profeti. Facendo questo il viandante fa il “primo annuncio”: è la Buona Notizia. Vorremmo sapere di più circa lo svolgimento di questo dialogo. Luca non lo riporta, lo accenna soltanto. Perché, se questo è il punto decisivo? Perché per la comunità cristiana Luca non sentiva il bisogno di descriverlo talmente era noto e assimilato.  L’essenziale era conosciuto e fatto proprio da tutti.

    Dopo la prima evangelizzazione lungo il cammino il viandante e i due discepoli arrivano all’albergo. “Resta con noi” è la risonanza di Cleopa e del suo compagno. Cosa vuol dire questa risonanza? Vuol dire che la “datio verbi” da parte di Gesù è divenuta “redditio verbi”, poi “fractio verbi” e infine “fractio vitae”. Attraverso il servizio della Parola offerto da Gesù si è innescata tra lui e i due discepoli di Emmaus una relazione così importante, che essi dal viandante-Gesù non vogliono separarsi. Non è questa la riprova che l’ascolto e la condivisione della Parola aggregano, cementano relazioni nuove?

    Gesù si consegna volentieri ai due di Emmaus. Non impone la sua presenza, ma si consegna volentieri. La “fractio vitae” è la condivisione dell’essere. La risonanza “resta con noi” è un invito alla condivisione ed una richiesta di condivisione. Gesù, con la sua iniziativa, condividendo se stesso con Cleopa e il suo compagno, ha risposto a questo bisogno ancor prima che essi ne prendessero coscienza. L’amore dono, sempre pronto ad amare per primo, risveglia nell’uomo il suo bisogno di essere amato e suscita una domanda di amore.

    La condivisione dell’essere fra i tre di Emmaus si completa con la condivisione dell’avere. I tre siedono insieme a mensa. Arriva il momento della “fractio panis”. Perché i due discepoli di Emmaus riconoscono Gesù proprio in quel momento. Forse perché nessuno al mondo spezzava il pane come lo spezzava Gesù, ossia con una convinzione, una partecipazione, una immedesimazione tali, da conferire a quel gesto un’eloquenza imitabile? O forse perché mentre alzava le mani al cielo per la benedizione del pane i discepoli videro ai polsi le piaghe del Crocifisso? Allora l’incontro con quelle piaghe determina la saldatura fra tutto ciò che il viandante ha detto e la morte dell’amico Gesù: quella morte acquista tutta la sua vitalità, la vitalità stessa della Buona Notizia. Ogni uomo per incontrare la Buona Notizia ha bisogno di incontrare le piaghe del Signore?

    Il viandante scompare. Perché?

    Una lettura in profondità ci fa intravedere che lo scomparire di Gesù, il suo interrompere l’esperienza di condivisione con i due discepoli, è un ulteriore dono. Egli infatti vuole offrire loro l’opportunità di ritrovare la sua presenza in seno alla comunità di Gerusalemme (cfr Mt 18,20). Proprio in quella comunità che essi hanno abbandonato in agonia nel Cenacolo. Lo scomparire di Gesù è un segno ed una promessa. Infatti i due, nonostante il buio e la stanchezza, tornano di corsa a Gerusalemme, e la risonanza che li mette in moto è: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”. In termini teologici: ecco il frutto della condivisione della Parola, la dilatazione del cuore. Il valore sacramentale e salvifico della parola illumina l’intelligenza, pacifica e purifica il cuore, infiamma gli affetti, muove la volontà, apre alla speranza.

    Quando i due tornano al cenacolo trovano una comunità in effervescenza. Non fanno tempo ad aprire bocca che i loro compagni vanno loro incontro dicendo: “Gesù è risorto! L’ha visto Simone”. I versetti successivi raccontano, come già abbiamo visto, della nuova apparizione di Gesù nel cenacolo.

    Piste di riflessione∑    Assomigliamo sotto tanti aspetti i due di Emmaus. Stanchezza, delusione, abbandono di iniziative, dispersione …affliggono le singole persone e le comunità: Portiamo mille giustificazioni. Riscontri questi aspetti forse in te stesso o nella tua comunità, o in certi settori della vita di provincia. Quali le tue considerazioni? Quali le tue proposte?

    ∑    Gesù si fa compagno di viaggio, viandante con i viandanti, ascolta e condivide, dice la sua. Nelle nostre comunità ci rendiamo disponibili ad essere compagni di viaggio con i fratelli, durante il quale ci si ascolti e si condivida il proprio vissuto di fede? Se la condividi come pensi di fare per rendere concreta questa prospettiva?

    ∑    Dalla “fractio verbi” il viandante e i due discepoli passano alla “fractio vitae” e alla “fractio panis”: una suppone l’altra. E tutte e tre costruiscono le autentiche coordinate ecclesiali. Secondo te su quale delle tre risultiamo carenti? Su quale dovremmo insistere in vista di un rinnovamento delle nostre comunità? Cosa proporre?

    ∑    La delusione rischia di allontanarci gli uni dagli altri. Fuggiamo dal Cenacolo in cerca d’altro. E’ solo la presenza del Crocifisso Risorto che può divenire punto di aggregazione e di convergenza. Nella nostra esperienza la comunità è il luogo nel quale ci annunciamo la presenza del risorto o luogo dal quale ci “allontaniamo”?

     

     

  • 16 dic

    Gesù evangelista del regno e il compito dello Spirito:
    Atti 1,3-5

     

    a cura di p. attilio franco fabris

     

    Ci domandiamo: nel corso del periodo di “incubazione del kerygma” i discepoli avranno proceduto tutti con lo stesso passo? Crediamo di no: ciascuno avrà avuto il suo passo più o meno veloce. Ma Luca ci suggerisce che la sapienza di Dio ha voluto che essi arrivassero insieme alla meta. Allorché, attraverso la “fractio verbi” del primo annuncio offerto da Gesù, l’intelligenza e l’accoglienza della Buona Notizia è maturata nella coscienza di tutti, il dono del Signore attiva per tutti nello stesso giorno e nello stesso momento.

    A questo punto notiamo che il Gesù postpasquale affida completamente l’efficacia e l’esito del suo servizio nel Cenacolo all’azione dello Spirito santo. Il Gesù prepasquale, esperto e fedele servitore della Parola, aveva da tempo imparato che il ruolo e la funzione dello Spirito santo nel cuore dell’uomo sono insostituibili. A Gesù compete la semina della Parola attraverso le sue parole e la sua testimonianza. Ma tocca allo Spirito far sì che tutto questo possa essere accolto e “metabolizzato” nella mente e nel cuore dell’uomo.

    Svolto il suo compito Gesù si ritira per lasciare spazio all’azione dello Spirito. Splendida testimonianza di come egli vive la sua creaturalità di strumento di Dio nella storia della salvezza.

    Soffermiamoci a contemplare la docilità dell’evangelista Gesù: egli attualizza, incarna alla perfezione le disposizioni al servizio della Buona Notizia. Potrebbe far sue le parole di Paolo: “Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione, e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza” (1Cor 2,3-4).

    Notiamo ancora che nella sua docilità allo Spirito Gesù si guarda bene dall’esercitare sui suoi pressioni di carattere culturale o affettivo. Li richiama all’ascolto, ma non prende il martello pneumatico per perforare le loro coscienze e introdurre in esse con forza la Buona Notizia.  Il seme è gettato! Sarà la collaborazione tra lo Spirito santo e i suoi amici a far germogliare e maturare quel seme.

    Le considerazioni svolte sin qui ci chiariscono perché per Gesù la consegna ai discepoli di rimanere in città sia così importante. Nella fedeltà a questa consegna si gioca il futuro della buona notizia, della comunità, della storia della salvezza. L’epicentro di tutto è la “memoria-memoriale passionis” proposto da Gesù: è da qui che tutto procede.

    Piste di riflessione

    ∑    siamo convinti che coltivare la “memoria” e il “memoriale passionis” sia la cosa più importante? In teoria certamente sì. Ma nella pratica come questo si concretizza? Non abbiamo tempo da perdere nel cenacolo, ci sono tante cose da fare per dedicarci veramente alla “memoria-memoriale passionis”. Per curare gli interessi del Regno finiamo col disobbedire alla consegna di Gesù ai suoi. Non è forse questo il motivo di base della nostra evangelizzazione così stanca e disorientata?

    ∑    L’atteggiamento di Gesù nella sua opera di evangelizzazione pre e postpasquale trova riscontro nel nostro stile apostolico? La nostra proposta di predicazione con quale atteggiamento viene offerta?

  • 15 dic

    L’ “incubazione” del Kerygma:
    Luca 24,36-43

     

    a cura di p. attilio franco fabris

     

    Il processo di assimilazione della Buona Notizia si presenta senta a Gesù così problematico da dover egli prevedere per la sua piccola comunità un itinerario di ascolto molto laborioso. Il racconto dell’apparizione di Gesù nel cenacolo in Luca 24,36-43 sottolinea la difficoltà dei discepoli ad accogliere la presenza di Gesù risorto. Egli appare loro come un “fantasma”, ovvero una realtà irreale che non ha nulla da condividere con la nostra esperienza umana. Da dove proviene questa chiusura? Questa difficoltà? Tale difficoltà è dovuta al sovrapporsi, nella coscienza dei discepoli, allo scandalo della crocifissione, dello scandalo della risurrezione. Gesù si rende conto che la sua passione non è ancora terminata: la durezza del cuore dei discepoli, non ancora arresi alla buona notizia, gli chiede di morire ancora una volta per loro. Questo vuol dire che l’incontro fra il Gesù postpasquale e i suoi amici non è ancora una festa, ma una battaglia. A questa passione nuova Gesù si dispone con gratuità e generosità a lui consuete.

    Questo vuol dire che la “memoria passionis” che Gesù, nel Cenacolo propone ai suoi, è nel momento stesso in cui egli la propone un “memoriale passionis”: in altre parole, nel momento in cui Gesù in persona fa della “memoria passionis”, spiega cioè ai suoi il significato della sua morte e questa morte ricorda e ripresenta loro (le piaghe rimangono nel corpo di Cristo!), in quello stesso momento egli è disposto a nuovamente “morire” per loro. Questo “memoriale passionis” è necessario per  introdurre i discepoli nell’intelligenza della Pasqua di Gesù e delle Scritture. Nessuno, al di fuori di Gesù, può offrire ai discepoli il servizio di questa “memoria passionis”. Ma per offrire         questo servizio che si scontra con la durezza di cuore e l’incredulità è necessario che Gesù sia disposto nuovamente a morire .

    Ed ecco: nel Cenacolo, proprio lì, non può esserci “memoria passionis” senza “memoriale passionis”, senza che si rinnovi nuovamente la morte di Cristo. Chi c’è al mondo, se non Gesù stesso, che possa sostenere l’impegno di questo memoriale?

    Nel Cenacolo questa “memoria” e questo “memoriale” non sono elaborati dalla comunità. Non sono proposti dai testimoni della Passione, non da Giovanni, non da Pietro, neppure da Maria. Questa “memoria e memoriale” sono offerti dalla comunità solo dall’unico che li può offrire: Gesù in persona. Se fosse mancata questa auto-testimonianza la buona notizia non si sarebbe mai messa in moto.

    La comunità degli apostoli riceve da Gesù questo tesoro immenso. Un tesoro così grande che i poveri discepoli barcollano, vacillano.

    Gesù consegna questo tesoro ai suoi ripetutamente. Poi affida la comunità all’accompagnamento di Maria e da le sue due consegne alla comunità (restare in città – attendere l’adempimento del dono di Dio). Nel cenacolo a furia di ruminare la testimonianza autobiografica di Gesù la coscienza della comunità arriverà pian piano a comprendere ed accogliere la portata della Buona Notizia, ed entrerà in sintonia con quella “memoria” e quel “memoriale” che Gesù le ha affidato.

    E’ un processo di assimilazione che permette alle loro coscienze di aprirsi alla comprensione del kerygma. Potremmo definirlo il tempo di “incubazione” del primo annuncio. La coscienza si dispone così ad accogliere il dono della pentecoste: quando il cuore accoglie finalmente la Buona Notizia, allora il dono del Signore irrompe generosamente nella vita, e la comunità postpasquale diviene finalmente cristiana.

    Piste di riflessione

    ∑    Ritieni che il kerigma sia da noi già sufficientemente assimilato e annunciato? Da cosa lo deduci?

    ∑    Avverti l’esigenza di attivare tale “incubazione” del Kerygma nel nostro vissuto comunitario ed apostolico. In quale modo si potrebbe farlo?

    ∑    Perché avvertiamo la fatica di fermarci nelle nostre comunità per metterci insieme in ascolto della Parola del Crocifisso Risorto? Da che cosa dipende? Solo dall’educazione ricevuta, o forse anche da una scarsa volontà di attuare condizioni tali da permetterlo? E perché questa scarsa volontà? Forse manchiamo di fiducia in tal senso?

     

     

  • 14 dic

    Perché “restare in citta’… a far che ?”:
    Luca 24,44-49

     

     a cura di p. attilio franco fabris

    Gesù nel corso della sua apparizione nel cenacolo da’ ai suoi la duplice consegna: “restate in città finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”. Parole di grande immediatezza ed autorità. Quasi un testamento!

    Quel “restate in città” così vago ed indeterminato che senso ha? Possibile che sia la cosa più utile da farsi? Possibile che in questa proposta si giochi tutto il vangelo, tutto il senso dell’esistenza prepasquale e pasquale di Gesù e della comunità e l’esistenza postpasquale di entrambi? “Restare” a far che? Per che cosa?

    Ma occorre fare un altro passo indietro.

    Nel v. 48 si dice: “di queste cose voi siete testimoni”. E’ un versetto chiave, che ci fa comprendere due cose: la prima è che l’adempimento della promessa e la relativa consegna di Gesù sono in funzione di una testimonianza, la seconda che il “di queste cose” rinvia ad un discorso precedente, vale a dire che in contenuto della testimonianza ch’egli affida ai discepoli, lo possiamo cercare e trovare solo proseguendo nel nostro percorso all’indietro.

    Nei vv. 46-47 si dice: “Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e resuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”: ecco in sintesi il contenuto della testimonianza affidata da Gesù ai suoi.

    Questa sintesi rappresenta il kerygma, il cuore stesso della Buona Notizia: Gesù crocifisso, morto e risorto costituisce l’adempimento fedele, da parte di Dio, della sua Promessa.

    Ma cosa ha a che vedere la testimonianza del kerygma con il dover restare in città?

    Ce lo spiega Luca stesso con le parole di Gesù al v. 45: “Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture e disse…”.  Queste parole costituiscono un’altra chiave di lettura, esse attestano sei cose fondamentali: 1) la Pasqua di Gesù è l’adempimento delle Scritture; 2) che i discepoli di tutto questo non hanno capito nulla; 3) che la comunità incagliata nelle secche dello scandalo della croce è ancora ferma allo stadio prepasquale; 4) che Gesù è l’unico che della sua Pasqua abbia capito qualcosa; 5) che Gesù è l’unico a poter introdurre i discepoli nell’intelligenza degli avvenimenti pasquali  e delle scritture; 6) che da questo intervento di Gesù dipende la fecondità e il futuro della buona notizia e della comunità dei discepoli. E’ evidente che nell’offrire ai discepoli il servizio di introdurli nell’intelligenza delle scritture, il Gesù postpasquale riconosce il proprio compito fondamentale ed il senso stesso di tutta la sua missione. L’esistenza ed il ministero di Gesù risorto si incentrano su questo servizio da lui reso ai discepoli. E da questo servizio discenderà un giorno la forza della testimonianza al mondo della Buona Notizia da parte degli stessi discepoli.

    Gesù prevede per i suoi amici un processo di maturazione lungo e laborioso. Al fine di comprendere ciò che è avvenuto, e per poter ricevere dal Padre un dono del tutto particolare per trovare il coraggio necessario a testimoniare in piazza la Buona Notizia.

    Tirando la conclusione di quanto detto possiamo allora comprendere il significato delle due consegne: garantire ai suoi un tempo, un luogo, un ambito (At 1,14) in cui assimilare, si potrebbe dire metabolizzare il contenuto della Buona Notizia e così prepararsi a ricevere il dono dello Spirito. Mettere la comunità nella condizione di coltivare la “memoria passionis! Si tratta di una grande esperienza di ascolto, un ascolto che conduca la comunità, attraverso il ministero del Gesù postpasquale, incagliata nelle risonanze prepasquali, all’intelligenza e all’accoglienza del significato della buona notizia.

    Piste di riflessione

    ∑    Gesù vuole assicurare un tempo , un luogo, un ambito in cui la comunità possa metabolizzare attraverso l’ascolto il contenuto della buona notizia. Ti sembra che le nostre comunità offrano questo itinerario e questo servizio, anzitutto ai suoi membri e ad altri? Se no perché? Avverti l’urgenza di questa proposta?

    ∑    Il nostro “predicare la parola” nasce dopo un itinerario vitale di ascolto come quello vissuto dagli apostoli nel cenacolo? Non rischia spesso di tradursi in un ripetere semplicemente dei contenuti-informazioni religiosi, senza che ciò che viene annunciato sia stato elaborato a livello personale e comunitario in un vissuto di ascolto?

     

  • 12 dic

    Una comunità che riceve un mandato

    At 1,1-12

    a cura di p. attilio franco fabris

    La manifestazione della presenza del dono del Signore alla prima comunità cristiana viene descritta secondo le categorie delle teofanie del Sinai. Questo sta ad indicare il parallelismo fra la festa ebraica della pentecoste e la Pentecoste cristiana.

    Come nell’A.T. l’antico Israele riceve sul Sinai le tavole della legge (e la Pentecoste ebraica è la festa che celebra il dono della Legge), così la comunità cristiana riunita nel cenacolo riceve il dono della Legge nuova, il dono dello Spirito, la nuova legge del cristiano.

    Come si ricava dal resto del racconto i frutti della pentecoste sono: anzitutto la “parresia”, poi la libertà di comunicare con tutti, nessuno escluso.

    La comunità degli apostoli è nel Cenacolo, sono tutti insieme nello stesso luogo. Da quanto tempo? Cosa ci stanno a fare?

    Non  è possibile stare alla cronologia certo simbolica degli Atti. Stando a questa cronologia verrebbe da dire: “Sono lì da dieci giorni”. In realtà questa cronologia rispecchia l’intenzione di Luca di far cadere il giorno della Pentecoste cristiana nel giorno della Pentecoste ebraica.

    Ma proseguiamo nel cammino a ritroso.

    Luca racconta che dopo l’ascensione gli apostoli tornano a Gerusalemme, ritirandosi nel Cenacolo. Ecco il retroterra della Pentecoste: il gruppo degli apostoli e delle donne, con Maria, è accampato notte e giorno nel “piano superiore” del Cenacolo. A che scopo?

    Dicono gli Atti “tutti erano assidui e concordi nella preghiera” (v.14). Luca sottolinea la fedeltà di questa comunità all’ascolto della Parola, persevera in essa.

    Ma perché gli apostoli sono fermi nel cenacolo? Perché non fanno altro?

    Questa situazione, socio-religiosa, incomprensibile trova la sua giustificazione nella tradizione della consegna ferma, decisa, che Gesù ha dato prima di lasciarli ai suoi amici. Tale tradizione riveste un’importanza fondamentale.

    Facciamo ancora un passo indietro. Cosa può fare Gesù, dopo la sua resurrezione, se non condividere con i discepoli intensamente gli interessi e le vicende del regno di Dio al quale ha consacrato la vita? E’ Gesù che ordina ai discepoli di non allontanarsi da Gerusalemme e di attendere “l’adempimento della promessa del Padre”. Le consegne sono due: non allontanarsi e attendere. Una è condizione per l’altra. E ambedue assicurano l’adempimento “fra non molti giorni” (Quanti? La promessa si adempirà quando Dio vorrà).

    I discepoli non possono valutare anzitempo la portata del dono. E’ impossibile comprendere senza prima averne fatto esperienza.

    Dunque questa comunità accampata nel cenacolo vive questa consegna non in nome di una propria iniziativa, ma in ubbidienza alla parola di Gesù. Quanto durerà? Nessuno lo sa. Gli Atti non ci offrono una spiegazione. Come mai?

    Occorre risalire ancora più indietro. Alla conclusione del Vangelo di Luca, Gesù dà ai suoi la medesima consegna (Lc 24,49). E’ un dettaglio di una grandissima importanza dal punto di vista teologico. Luca lo pone proprio a cerniera tra vangelo e atti, quasi ad affermare che tale consegna costituisce l’epicentro come della sua opera, di tutta l’esperienza cristiana. Ci ritorneremo.

     

    Piste di riflessione

    ∑    Quale significato attribuisci alle consegne date da Gesù ai suoi: di fermarsi a Gerusalemme e di attendere?

  • 07 dic

    Non abbiamo che un solo Padre

    Lectio di Mt 6,9-10; Lc 11,2

     

     di p. attilio franco fabris

     

    E’ interessante notare che la religione monoteistica mussulmana tra i “Novantanove Nomi” dati a Dio non contiene quello di “padre”. Troppo forte è per questa religione la concezione di una trascendenza assoluta di Dio per potergli applicare una simbolica che troppo fa riferimento all’esperienza umana e alla fede cristiana. Dalla mancanza di questo titolo attribuito a Dio difficilmente può scaturire la consapevolezza che tutti siamo suoi figli, che l’umanità deve costruirsi come un’unica grande famiglia in cui ciascuno viene accolto, come in ogni famiglia, nella sua uguale dignità, diversità e libertà.

    In contrapposizione  mi piace riportare un episodio tratto dalla vita di Teresa di Lisieux, una piccola del Regno, che ha sperimentato nella sua vita un abbandono totale e fiducioso nelle mani del Padre, sapendo allargare il suo cuore in un abbraccio a tutta l’umanità fosse anche quella più lontana da Dio. Un giorno – racconta Celina sorella di Teresa – entrando nella cella della nostra cara sorella rimasi sorpresa dalla sua espressione di grande raccoglimento. Cuciva con slancio e tuttavia sembrava perduta in una profonda contemplazione. “A che pensi?” le chiesi. “Medito il Pater noster” mi rispose “ è così dolce chiamare Dio Padre Nostro!”. E le spuntarono le lacrime agli occhi. Teresa amò Dio come un bambino vuole bene al babbo con incredibili manifestazioni di tenerezza. Durante la sua malattia accadde che, parlando di lui, prese una parola per un’altra e lo chiamò papà. Noi ridemmo ma lei riprese tutta commossa: “Oh sì, è proprio mio papà, e quanto mi è dolce dargli questo nome (Consigli e ricordi).

    Invochiamo dallo Spirito di Gesù la grazia di fare la stessa esperienza della dolce e forte paternità di Dio che aprendoci gli occhi ci fa scoprire nell’altro il fratello e la sorella che lui ci dona: O Spirito santo di Dio, / colomba che scendi dall’alto, / aleggia su noi qui raccolti, / ispira la nostra preghiera./ Un cuore unito chiediamo, / un cuore che sappia ascoltare, / un labbro capace di lode, / che sappia al Padre parlare. / Tu operi tutto in tutti, / i doni son molti e diversi, / ci chiami a formare un sol corpo / e l’unico tempio tuo santo. Amen (dalla Liturgia di Bose).

    Lectio

    Numerosi erano i popoli antichi che usavano chiamare Dio con il nome di “Padre”. Ma occorre fare attenzione; non tutti coloro che chiamano Dio col nome di Padre si rivolgono allo stesso Dio; anche Assur il dio sanguinario di Ninive, a cui venivano offerti anche sacrifici umani, era chiamato “padre”. Quindi non basta fermarsi al titolo, ma occorre guardare la realtà che esso indica per comprenderne il significato vero.

    Si rimane meravigliati constatando che, nell’Antico Testamento, l’appellativo  “Padre” riferito a Dio sia usato pochissime volte (15 in tutto!). Israele infatti ha osato rivolgersi a JHWH con l’appellativo di “Padre” molto tardi. Questo per il semplice fatto che nelle mitologie pagane limitrofe la paternità di Dio era intesa in senso troppo fisico-materiale, e questa era una visione incompatibile con l’altissima concezione spirituale che Israele aveva di Dio. L’Antico Testamento userà il titolo di Padre per sottolineare soprattutto la coscienza di Israele di essere stato generato come popolo da parte di  JHWH attraverso il dono dell’alleanza. Da cui scaturisce il dovere di un’obbedienza filiale nei suoi confronti: “Voi siete figli di JHWH, vostro Dio” (Dt 14,1). Successivamente questa paternità di Dio, attraverso la predicazione profetica, viene estesa a tutti gli altri popoli: “Non abbiamo noi tutti un unico padre? Non ci ha creati un solo Dio? (Ml 2,10).

    Ma chiamare Dio “Padre” non significa ancora chiamarlo “Abbà”: parola con cui i bambini si rivolgevano al loro “papà”. E’ il termine aramaico affettuoso e confidenziale con cui il bambino si rivolge al proprio “babbo”. E Gesù, quando parla di Dio e si relaziona con lui nella preghiera, usa abitualmente questo appellativo, suscitando lo scandalo presso i teologi dell’epoca: “Proprio per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo: perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio” (Gv 5,18). Il che non può che indicare che il suo rapporto con Dio è caratterizzato da un’assoluta e unica confidenza, intimità e fiducia.

    Dunque nel Nuovo Testamento il volto di Dio “Abbà” è una rivelazione di Gesù anzitutto perché egli stesso si pone dinanzi a lui sin dall’inizio con una chiara autocoscienza del suo essere a pieno titolo suo “Figlio” (cfr Lc 2,49).

    Ma a cosa fa riferimento la rivelazione di Dio “padre-abbà”? Il primo e fondamentale significato dell’appellativo è quello di Dio riconosciuto come fonte originaria della vita e di relazione filiale. E’ da lui che  “proviene ogni paternità in cielo e in terra” (Ef 3,15) per Gesù prima di tutto in quanto Figlio per natura, ma anche per noi che attraverso il nostro unirci a Cristo mediante la fede, incorporati a lui col battesimo, diveniamo a tutti gli effetti figli adottivi: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12); “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!” (1Gv 3,1). Certamente il rapporto tra Gesù e il suo “Abbà” è unico; non troviamo mai che egli preghi insieme ai suoi discepoli dicendo con i discepoli “Padre nostro” (cfr Gv 20,27).  Tuttavia i discepoli di Gesù, entrando a far parte della sua famiglia, imparano a loro volta a rivolgersi a Dio come figli, chiamando Dio familiarmente “Padre” come ha fatto Gesù. E questo è dono dello Spirito (Gal 4,6; Rm 8,15) che ci dona la capcità della parresia ovvero di una “disinvolta confidente familiarità” con Dio (osiamo dire…).  Per il cristiano si instaura perciò con Dio-Abbà un rapporto di grande familiarità che deriva dalla consapevolezza di essere figli nel Figlio (cfr. Ef 3,11-12). Quando nei testi neotestamentari troviamo l’appellativo “Padre” probabilmente esso traduce sempre l’unica espressione aramaica usata da Gesù: “Abbà”. Egli ci ha rivelato l’immagine di Dio come Padre colmo di misericordia che ha cura dei suoi figli (cfr Lc 15), di cui non si deve e non si può avere paura. Ci ha insegnato a rivolgerci a lui con la semplicità dei bambini (Mt 5,15) perché Egli conosce e ha cura di ogni sua creatura (Mt 6,25-31; Lc 12,6). È esattamente il contrario di un padre-padrone perché la sua paternità è viscerale, compassionevole, mai possessiva anzi desiderosa di promuovere la vera libertà dei figli.

    L’aggettivo “nostro” nel Pater riportato da Matteo è riferito ovviamente a Dio (“di noi”) e non sta ad indicare certamente possesso: Egli è il nostro Dio e noi siamo il suo popolo. Si tratta di un’appartenenza reciproca che ci è stata offerta gratuitamente nell’Alleanza: Io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio (Ap 21,7).

    La paternità di Dio si esprime al plurale perché il suo amore è per tutti. Egli invita gli uomini a percepirsi e raccogliersi da fratelli in un’unica famiglia, questa è una dimensione fondamentale della richiesta del Regno invocato dalla preghiera del Pater (Mt 5,44-45). Un “Nostro” che è riferito in primo luogo a quella realtà sacramentale del Regno già presente che è la Chiesa, famiglia di Dio. 

    Una ulteriore sfaccettatura dell’aggettivo “nostro” è che il Pater è la preghiera che ci fa passare dall’inizio alla fine dal Tu al Noi; constatiamo infatti che nella prima parte al centro vi è un Tu: il tuo nome, il tuo regno, la tua volontà, e nella seconda parte predomina il noi: da a noi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, non indurre noi in tentazione, libera noi dal male. Siamo figli, un unico corpo, un’unica famiglia, fratelli e sorelle raccolti attorno a Cristo che crea tra noi legami più forti di quelli del sangue (cfr Mt 23,8). Mette in luce che l’essere suo popolo è una immensa e gratuita degnazione da parte di lui senza alcun nostro merito, cosa che impedisce di trasformare la grazia dell’elezione in spirito di gretto settarismo.

    Infine, sempre Matteo, inserisce l’espressione “che sei nei cieli” comunissima al tempo del giudaismo. Ad esempio un rabbino contemporaneo degli apostoli dice: “Le pietre dell’altare fanno nascere la pace fra Israele e il Padre suo che è nei cieli”.

    Gli antichi erano meravigliati dalla profondità del cielo a loro inaccessibile che rievocava il mistero, la trascendenza, l’infinito. Nella loro cosmologia il cielo appariva loro come una realtà solida sulla quale sta il trono di Dio, la sua dimora, la sua corte celeste, il suo palazzo (cf Sal 2,2s; 104,2; Gb 1,6-12). L’espressione “che sei nei cieli” sta dunque ad indicare la totale trascendenza di Dio, il suo mistero inaccessibile, ma non la sua lontananza! Dio è vicino e lontano, Padre e Signore. Il credente unisce confidenza e timore, familiarità e obbedienza. Certo l’espressione che “sei nei cieli” unita a “Padre” può generare un certo disagio: un vero padre non è mai lontano, staccato, inaccessibile. Tuttavia nella fede siamo chiamati a conciliare questi due aspetti di Dio: la sua paternità non esclude la sua trascendenza e viceversa. E’ un mistero di amore che ci avvolge e che nello stesso tempo ci trascende. E ancora: “che sei nei cieli” è richiamo a Dio come Creatore divenendo  invito a scorgere in ogni cosa un suo dono.

    Sono cieli, che un tempo chiusi, sono ormai spalancati da Gesù (“si spalancarono i cieli” Mt 3,16) a tutta l’umanità perché in lui cielo (Dio) e terra (umanità) sono ormai eternamente riconciliati. Paolo può dire: Il Padre ci ha fatti sedere (ovvero possiamo rimanervi, sono ormai nostra dimora) nei cieli in Cristo (Ef 3,6). Il peccato ci aveva allontanato da questi cieli, ma essi sono ridiventati la “nostra patria”. Viviamo come esiliati: Sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste (2Cor 5,2). La nostra conversione non è altro che un ritorno al cielo di Dio dove finalmente l’umanità sarà unica famiglia raccolta nella casa del Padre.

    Meditatio

    Psicologi e sociologi affermano che la nostra società ha rifiutato la presenza e il ruolo del padre per cui si è parlato per la cultura occidentale di una sorta di “morte del padre”. La sua figura legata ad ogni forma di autorità è stata infatti rifiutata – anche violentemente – a partire soprattutto dagli anni ’60 perché avvertita come un ruolo bloccante e frustrante della spontaneità della vita. Si è visto nella figura del “padre” l’avversario-padrone da combattere in quanto rappresentante di tutti i condizionamenti e alienazioni e si è rivendicato, in una società improntata sull’ideologia radicale che rivendica un’autonomia assoluta (fonte di ogni relativismo) il diritto da parte di ognuno di decidere della sua vita, senza riferimento a nessun “padre”, come meglio crede: anche per quanto riguarda la morte. Anche l’ingegneria genetica – quando ha prescisso dal “padre” rivendicando una sua autonomia da ogni valore di riferimento, è entrata talvolta in un gorgo delirante di onnipotenza, dando luogo ad esistenze che alla loro origine mancano del volto del padre-madre. Anzi questo “padre-madre” anonimo è contrassegnato inevitabilmente da una maschera di morte (per ogni embrione fatto crescere molti altri sono lasciati morire!). La conseguenza è che ci troviamo ad aver a che fare sempre più, soprattutto nell’ambito delle nuove generazioni, con un uomo orfano, solo, sperduto, senza radici, frutto unicamente del caso e perciò incapace di affermare la propria identità e dignità più profonda. La vita, propria e altrui, non avendo significato non vale nulla: il quattordicenne può sparare benissimo al barista per non pagare il conto di 20 euro, o se ammalati ci si può gettare dal balcone perché tanto non c’è nessun padre che abbracci e consoli.  La conseguenza è che nell’ “altro” che mi sta di fronte spesso non si è più capaci di vedere il dono di un fratello o di una sorella da accogliere e amare perché parte di me, della mia vita e della mia storia. L’“altro”, spesso anche all’interno della famiglia, è tutt’al più un “qualcuno”, o forse “qualcosa” da sfruttare se debole, da cui sbarazzarsene se dà fastidio, o da cui difendersi se troppo forte perché minaccia la mia libertà. La nostra è così una società di orfani e di figli unici: senza famiglia, senza padre/madre e perciò senza fratelli né sorelle!

    Questa “orfanezza” invece di spingere alla ricerca del volto del vero padre sembra premere in un parossistico tentativo di spegnere solo l’angoscia che da questa assenza deriva: piccoli orizzonti individuali o incontri racchiusi nel “tutto e subito” di piaceri passeggeri e fine a se stessi, ossessioni  di incontri “virtuali” (più si è meglio è!) che vorrebbero rappresentare quella casa in cui toccare con mano il calore dell’affetto e dell’abbraccio che tutti vorrebbero e che, invece, si rivelano come case fredde e anonime che non riscaldano mai a sufficienza il cuore e in cui, nel riflesso del monitor, è sempre e solo il proprio volto a specchiarsi.

    Tutto questa cultura ha inciso fortemente e negativamente anche sul pensare Dio e Dio come Padre. Lo spauracchio di Dio non funziona più per obbligare i più a stare “in casa”, e il “buon Dio”al massimo è utile per le donne e i bambini. Il giovane e l’adulto non ha bisogno di un “Padre”, può rischiare benissimo da sé la vita che sente solo sua. Tutt’al più può far riferimento a una religiosità vaga e universale, ad un cosmo divinizzato… in cui non ci si sente minacciati nella propria indipendenza e autonomia perché non mi interpella chiamandomi per nome.

    Questi sono alcuni tra i tanti motivi dell’allontanamento dalla chiesa, la casa della famiglia di Dio, soprattutto da parte delle nuove generazioni. La religione del Padre è rifiutata o, il che è peggio, lascia completamente indifferenti.  Lo scrittore E. Hemingway scriveva in uno dei suoi “49 Racconti” una parodia del Padre Nostro: O nulla nostro che sei nulla, / sia nulla il tuo nome / nulla il regno tuo / e sia nulla la tua volontà / così in nulla come in nulla/. Dacci oggi il nostro nulla quotidiano / Ave, nulla, pieno di nulla, / il nulla sia con te”.  Sono parole estremamente drammatiche che risuonano in un buio vuoto colmo di assurdità, ma quanto mai rappresentative della nostra epoca.

    Questa mala comprensione di Dio non è altro che frutto del peccato, del lasciar continuamente insinuare nel cuore il sospetto di un Dio geloso che non vuole il bene e la gioia delle sue creature: Giovanni Paolo II scriveva nella sua enciclica “Dominus et Vivificantem”: “Lo spirito delle tenebre (Ef 6,12) è capace di mostrare Dio come nemico della propria creatura e prima di tutto come nemico dell’uomo, come fonte di pericolo e di minaccia per l’uomo. In questo modo viene innestato da Satana nella psicologia dell’uomo il germe dell’opposizione nei riguardi di colui che “sin dall’inizio” dev’essere considerato come nemico dell’uomo e non come Padre. L’uomo viene sfidato a diventare l’avversario di Dio” .  Ma se Dio che dovrebbe essere mio Padre mi è nemico, come allora posso fidarmi del fratello che mi sta accanto? Come è possibile “metter su famiglia” sia nel senso dello sposarsi come dell’entrare in una comunità cristiana o religiosa? 

    È urgente mettere in atto quella nuova evangelizzazione, desiderio profondo di tutta la Chiesa, capace di annunciare il vero volto del Padre rivelatoci da Gesù. Non è che forse in verità si rifiuti un’immagine caricaturale che di Dio era stata data e che forse la stessa Chiesa in tanti modi aveva avvallato allontanandosi dalla rivelazione biblica? O ancora: quanto le esperienze negative che tanti hanno fatto e fanno nell’ambito delle proprie relazioni familiari hanno influenzato in modo negativo anche il loro rapporto con Dio Padre (e con la Chiesa)?

    Questo Padre-Abbà di certo non possiede le caratteristiche frustranti che vengono rifiutate dalla nostra cultura. Gesù ci rivela un Dio-Abbà-papà che è garante e fonte di vera vita e libertà per tutti i suoi figli e che desidera fortemente che tra loro si instauri l’autentica fraternità, una sola famiglia, racchiusa nel suo progetto sin dal principio”, inaugurata da Gesù con la Chiesa e che è promessa per tutta l’umanità alla fine dei tempi: “Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro” (Ap 21,2-3).

    L’“Abbà” di Gesù non è certo un padre-padrone geloso della vera libertà dei figli, anzi egli la promuove continuamente in tutti i modi, correndone tutti i rischi e anche perdendoci (cfr la parabola del “figlio prodigo e del padre misericordioso Lc 15). I tratti del volto di questo Dio-Abbà, che si manifestano nell’umanità di Gesù suo Figlio, sono caratterizzati dalla tenerezza, dalla compassione, dalla misericordia, dal perdono, da un amore gratuito senza “se” e senza “ma”.

    La preghiera del Padre Nostro ci propone in sintesi tutto questo come programma non solo di preghiera ma anche di vita. L’orazione del Signore ci fa uscire dal rischio di una religiosità falsa caratterizzata dall’intimismo e individualismo: davanti al Padre, anche nel segreto della nostra stanza (cfr Mt 6,6), Gesù ci insegna a portare non solo noi stessi ma anche tutti coloro per i quali egli ha offerto se stesso. Il Catechismo afferma che “i battezzati non possono pregare il Padre “nostro” senza portare davanti a lui tutti coloro per i quali egli ha dato il Figlio suo diletto. L’amore di Dio è senza frontiere, anche la nostra preghiera deve esserlo” (2793). “Pregando il Padre Nostro ci collochiamo sicuramente nell’ambito della preghiera di Gesù, la sua grande preghiera sacerdotale, nella quale lui stesso chiede al Padre che tutti siano “una cosa sola”, come lui è “una cosa sola col Padre” (cfr Gv 17,21).

    In famiglia pregare insieme il Pater significherà allora riconoscere gli uni di fronte agli altri – genitori e figli – in una comune professione di fede la comune paternità di Dio da cui procede ogni paternità e questo riconoscimento sarà garanzia di libertà, di dignità e responsabilità vicendevole. In una comunità cristiana e religiosa significherà riconoscere che si è “famiglia” nella misura in cui non si cerca anzitutto di trovare punti di convergenza in se stessi, nei programmi o nelle simpatie vicendevoli,  ma unicamente nella fede in Cristo che ci raccoglie nella sua famiglia: “la Chiesa è questa nuova comunione di Dio e degli uomini: unita al Figlio unico diventato “il primogenito di molti fratelli” (Rm 8,29 ), essa è in comunione con un solo e medesimo Padre, in un solo e medesimo Spirito Santo (Cf Ef 4,4-6)” (CCC 2790). Ci si riconosce figli di un unico padre e fratelli tra noi non per legami di sangue (motivazioni umane), ma per una “consaguineità” di fede ancor più profonda di fede nel Signore Gesù. “Chi fa la volontà del Padre, questi è fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).

    Come sono tristi e controtestimonianti comunità grette, chiuse, divise, fredde incapaci di trasmettere una minima esperienza di Dio-Abbà! Come non chiedere allora al Signore che le nostre comunità sappiano dare testimoniare al mondo del nostro essere “famiglia di Dio”, fratelli tra noi, in cui tutti possano sperimentare l’accoglienza, l’abbraccio, il calore, la misericordia del comune Padre-Abbà? Che l’uomo “orfano” e vagabondo solitario nel mondo possa trovare finalmente una casa in cui scoprire che c’è un Padre desideroso di far festa con tutti i suoi figli. 

    Oratio

    Non dire: Padre se ogni giorno non ti comporti come un figlio.
    Non dire: nostro
       se vivi isolato nel tuo egoismo.
    Non dire: che sei nei cieli   se pensi solo alle cose terrestri.
    Non dire: Sia santificato il tuo nome
       se non lo onori.
    Non dire: Venga il tuo regno,   se lo confondi con il successo materiale.
    Non dire: Sia fatta la tua volontà
       se non l’accetti quando essa è dolorosa.
    Non dire: Dacci oggi il nostro pane quotidiano
       se non ti preoccupi di chi non ha nulla da mangiare.
    Non dire: Rimetti a noi i nostri debiti
       se conservi rancore verso tuo fratello.
    Non dire: Liberaci dal male
       se non prendi posizione contro il male.
    Non dire: Amen
       se non hai inteso e non hai accolto   la Parola del Padre Nostro.

     

     

     

  • 03 dic

    Una comunità che si costruisce a partire dalla Parola
    e attorno alla Parola:  Atti 2,42-48

     

     a cura di p. attilio franco fabris

    E’ il testo noto come “primo sommario” sulla prima comunità cristiana.

    Ci domandiamo: da dove procede questa comunione?  Dal versetto introduttivo ci viene la risposta: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere”.

    Sono le “quattro fedeltà” della comunità cristiana primitiva. Esse sono in un rapporto funzionale tra loro: l’ascolto dell’insegnamento apostolico, l’unione fraterna (koinonia) , la frazione del pane, la preghiera.

    Anzitutto un primo dato: la koinonia, l’unione fraterna, nasce dall’ascolto della Parola. La comunità non nasce da sentimenti, propositi, progetti… ma dall’ascolto! Si tratta di una comunione che Dio stesso, attraverso la sua Parola, imbastisce, intesse tra noi. La Parola è una forza che esplica sulle nostre esistenze un’azione attraente e aggregante. Una forza che non illumina solo l’intelligenza, ma tocca il cuore e muove le volontà, innescando un processo di aggregazione che struttura, fra coloro che la ascoltano, relazioni nuove.

    E’ questo ascolto-incontro-con-Dio-mediato-dalla-Parola che fa di noi Chiesa in senso neotestamentario.

    Ci sono infatti diverse forme di aggregazione-comunione dal punto di vista religioso e sociale. Ma non sono comunità neotestamentarie, ovvero Chiesa, senza ascolto della Parola.

    Ecco dunque un criterio importante: possiamo dirci comunità evangelica quando le persone si raccolgono attorno alla Parola. E’ la Parola che chiama e che fa Chiesa (“ekklesia” da “kaleo” – chiamare)  a questa Parola siamo chiamati a rispondere.

    E’ una Parola dunque che ci prende, ci raccoglie, ci mette insieme. Per che cosa? Per continuare ad ascoltare quella Parola e vivere di quella Parola.

    Alcuni potrebbero obiettare: “La comunità in senso evangelico è una comunità di fede! “. Certo lo è. Ma lo potrebbe essere ancora in senso teista, non avendo preso ancora piena coscienza del suo essere comunità cristiana. “Come fai a dirlo?”. Si potrebbe rispondere: dal semplice fatto che la sua esperienza di fede non si fonda prevalentemente sull’ascolto della Parola. Nel migliore dei casi accanto ad altre iniziative, progetti, ecc… si pone anche qualche momento di ascolto della Parola che non è certamente centrale. (cfr la difficoltà dei centri di ascolto nelle parrocchie). Dal punto di vista biblico invece sarebbe naturale dire: “Apparteniamo tutti al gruppo di ascolto, perché l’ascolto della Parola è il fondamento del nostro essere comunità, è l’attività fondamentale che tutti condividiamo. All’interno di questa attività ci ripartiamo i compiti e le funzioni richieste dalla vita comune”.

    Nella vita religiosa non siamo stati educati a questo costruire la comunità attorno all’ascolto concreto (tempi, spazi…) della Parola. Domandiamoci come è maturata la nostra vocazione religiosa e sacerdotale. Certamente la Parola è entrata e ha fatto la sua parte. Ma possiamo affermare che la Parola era ed è realmente il centro di tutto? Probabilmente no: e si tratta di una constatazione di tipo socio-pastorale e di tipo socio-religioso.

    L’ascolto della Parola è ad un tempo ascolto personale e ascolto comunitario. Ma l’ascolto vero e proprio che fonda l’esperienza di fede di tipo biblico, non è quello individuale, ma quello comunitario. Occorre essere almeno in due! (cfr Mt 18,20).

    La condivisione della Parola consente allo Spirito di manifestare con intensità, a coloro che si raccolgono intorno ad essa, la presenza del Signore.

    Perché il Signore Gesù assicura la sua presenza in mezzo a coloro che si radunano nel suo nome? Rispondiamo: perché allora la coscienza di coloro che coltivano l’ascolto della Parola, diventa sensibile alla presenza del Signore. La presenza del Signore non si manifesta “quoad se” perché c’era già; essa si manifesta “quoad audientes”, nel senso che coloro che praticano l’ascolto della Parola, finalmente la percepiscono. Ciò che educa il cuore, la coscienza di coloro che ascoltano, a percepire la presenza di Dio, è la Parola stessa.

    L’ascolto della Parola passa attraverso quello che potremmo chiamare il “circuito” dell’ascolto.

    Quali sono le fasi di questo circuito?

    Rm 10,14 ci dice che l’ascolto parte se c’è qualcuno che parla nel nome del Signore. E’ necessario che qualcuno parli: la tradizione biblica lo chiama “profeta” ovvero colui che si fa servo della Parola e non si vergogna delle cose che ha da dire, e parla faccia a faccia con i suoi interlocutori.

    Quindi perché l’ascolto della Parola di avvii ci vuole qualcuno che ci venga incontro con franchezza, per dirci: “Ho qualcosa da dirti da parte del Signore. Vuoi ascoltare?”.

    Questa Parola non si accontenta di istruire, esortare, annunciare. Il profeta fa ben altro. Interroga, dialoga con chi lo ascolta. Cosicché proprio attraverso l’annuncio (il kerigma), l’istruzione (la catechesi), e l’esortazione (la parenesi) si avvia fra chi annuncia, chi porge la Parola, e chi ascolta un dialogo imbastito dalla Parola. Il filo conduttore di questo dialogo con sono le idee, i propositi, i sentimenti, ma è la Parola che il profeta propone e con cui il suo interlocutore, ascoltando, interagisce. Questa Parola filtra e ricicla tutti i nostri vissuti.

    Ne segue che il dialogare fra di noi, frutto esso stesso dell’ascolto, è un dialogare continuamente con quella Parola in nome della quale ci stiamo incontrando. Le nostre Parole divengono un’eco (le risonanze) della Parola ascoltata.

    Dunque alla fase della “datio verbio” deve seguire la “redditio verbi”. Io ti porgo la Parola, tu cosa mi dici? Cosa ti suggerisce la tua coscienza? Così la Parola viaggia, da coscienza a coscienza, va e viene, viene e va, come la spola di un fuso, come la navetta di un telaio,  e tesse le relazioni nuove che fanno la comunità. Questo processo non è altro che la condivisione della Parola. Per definire  la quale potremmo usare l’espressione “fractio verbi”.

    La condivisione della Parola genera comunione: Una comunione che non è frutto di sapienza umana, di intese umane, ma è frutto della Parola, attraverso la quale il Signore ci mette insieme, accomuna, le ga intreccia, annoda fra loro le nostre vite. Le relazioni che nascono dall’ascolto della Parola sono estremamente forti e significative. Perché? Perché in quanto generate dal sacramento della Parola sono delle relazioni “sacramentali”. L’altro diviene necessario: “Io non posso ascoltare la Parola da solo: ho bisogno di te. Tu hai bisogno di me: Abbiamo bisogno di essere comunità-Chiesa”.

    La condivisione della Parola generando relazioni di condivisione e di comunione, porta alla condivisione della vita. Se colui che con me condivide la Parola è segno vivo della presenza del Signore che parla, se io lo sono per lui, possiamo allora non mettere in comune la vita e i beni? E’ una comunione che nasce spontanea, dalla gioia dell’amore. E’ evidente: attraverso l’esperienza della sacramentalità della relazione ecclesiale passa la libertà dell’amore.

    Come chiameremo la condivisione della vita che scaturisce dalla “fractio verbi”? La chiameremo “fractio vitae”.

    La successione allora delle fasi dell’ascolto si presenta così:

    -     “datio verbi”: l’annuncio della Parola

    -     “redditio verbi”: la risonanza della Parola annunciata nelle nostre coscienza

    -     “fractio verbi”: la condivisione delle nostre risonanze

    -     “fractio vitae”: la condivisione della vita attorno alla Parola

    Solo a questo punto è ragionevole che la “fractio vitae” trovi la sua piena esplicitazione nel gesto della “fractio panis”: Luca, nella gerarchia delle “quattro fedeltà” della comunità primitiva colloca la frazione del pane al terzo posto, dopo l’insegnamento degli apostoli e l’unione fraterna.

    La tradizione cristiana definisce la frazione del pane “fons et culmen vitae christianae”: “culmen” in quanto celebra la comunione fraterna già attuale; “fons” in quanto, nella sua forza sacramentale genera ed incrementa la comunione che celebra.

    Come viviamo la “fractio panis”? Essa è segno vivo che attesta da una parte la consegna che il Signore fa di sé all’umanità, dall’altra la nostra disponibilità ad accogliere e condividere il dono di questa comunione. Una comunione che abbraccia la nostra relazione con Dio e con i nostri fratelli.

    Ora nelle nostre celebrazioni queste dimensioni sono altrettanto presenti? Non è forse che la liturgia eucaristica si presenti troppo spesso come una comunione cultuale, un rito in cui si celebra la comunione mistica fra Dio e l’uomo, e la comunione fraterna si intraveda appena? DA che cosa dipende questo? Stando a quanto detto ciò accade perché la “fractio panis” non è preceduta adeguatamente dalla “fractio verbi”. Come può una comunità spezzare il pane se prima non ha realmente spezzato la vita e come può spezzare la vita se non alla luce e nella forza della parola? Togliendo la condivisione della Parola togliamo vigore, significato, efficacia alla condivisione della vita e del Pane.

    Il Signore, fedele al suo popolo, continua a consegnarsi a noi, attraverso il pane della Parola e i segni del pane e del vino. Ma noi alla mensa della parola mangiamo poco o niente. Saltando la mensa della Parola non coltiviamo più nel Signore le relazioni fra di noi, non celebriamo adeguatamente la comunione fraterna e finiamo, senza accorgercene con lo scavalcare tutte le questioni inerenti alla nostra fraternità.

    Per Luca dunque è dall’ascolto della Parola che discende l’unione fraterna, ed è dall’unione fraterna che discende un’autentica “fractio panis”. Nell’ambito poi della “fractio panis” si svolge la preghiera. Queste “quattro fedeltà” costituiscono le tappe del processo che gradualmente aggrega e struttura la comunità primitiva.

    La carenza della condivisione della Parola rispecchia il progetto del Signore? La liturgia della Parola nell’eucarestia non ha forse assunto forse connotati solo rituali e quindi riduttivi? E questo non viene forse ad offuscare la vitalità e concretezza della celebrazione?

    Dove e come e quando l’assemblea è protagonista della preghiera liturgica? Se il principio della partecipazione del popolo alla celebrazione è uno dei sunti fondamentali riscoperti dal Concilio Vaticano II  da dove cominciare? E’ ovvio dalla liturgia della Parola. Invece generalmente è proprio qui che l’assemblea viene tagliata fuori. A volte si percepisce l’idea che l’assemblea sia protagonista nella misura in cui partecipa al ruolo del presbitero. Non è questa la strada. All’assemblea compete il suo ruolo e la sua partecipazione si attua anzitutto e prevalentemente nell’ambito della liturgia della Parola. E’ l’ascolto della Parola il luogo originario della comunione fra il presbitero e l’assemblea, fra l’assemblea e il presbitero, che si celebra poi attraverso la “fractio panis”.

    Ma sottolineamo: il problema non è se introdurre l’omelia partecipata o no. Il problema che sta a fondo è che l’assemblea sia preparata all’ascolto della Parola, sia esperta della “fractio panis”. L’omelia partecipata può essere un punto di arrivo non di partenza.

    L’assemblea deve essere educata prima e fuori della liturgia eucaristica.

    La riscoperta della centralità della Parola, e della Parola condivisa porta alla riscoperta del “dies dominici”, il giorno nel quale la comunità si raccoglie per ascoltare e celebrare il Signore.

    Se oggi nella nostra gente l’adempimento del precetto vissuto è spesso vissuto con pesantezza, o addirittura tralasciato, non è forse dovuto al fatto che la “fractio panis” ha perduto per essi la valenza di memoriale della passione e morte del Signore? E ciò è avvenuto perché è venuta meno la “fractio verbi” che doveva illustrare il significato di quel pane.

    Tirando le conclusioni di quanto accennato possiamo dire: affinché possiamo ritrovare la nostra identità di comunità religiosa è necessario che ritroviamo la nostra identità di comunità ecclesiale: ma l’identità ecclesiale dipende dall’ascolto della Parola.

    Quando la prima comunità è divenuta comunità di ascolto della Parola? Fu l’esperienza dei “cinquanta giorni” nel cenacolo nell’attesa dell’adempimento della promessa.

     

     

    Piste di riflessione

    ∑    Nelle nostre comunità si avverte l’urgenza di riscoprire al di là di programmazioni, progetti, finalità… un perno solido in cui riscoprire la nostra identità cristiana, religiosa, sacerdotale, in modo da risolvere quel disorientamento che attanaglia e rischia di bloccare tutti e tutto? Condividi  l’importanza e la centralità dell’ascolto della Parola come forza convocante e aggregante della comunità neotestamentaria, e che questa possa dirsi comunità evangelica solo nella misura in cui in essa l’ascolto abbia il primato?

    ∑    Come la tua comunità vive l’ascolto della Parola? Cosa sinora avete attuato in questa direzione? Puoi dire che questo ascolto abbia il primato su tutto, ovvero che tutto (apostolato, scelte comunitarie…) scaturisce da esso?

    ∑    Cosa concretamente suggerisci perché le comunità della nostra Provincia divengano sempre più comunità evangeliche fondate sull’ascolto della Parola ?

    ∑    In quale misura nelle nostre comunità si attua il circuito della condivisione della Parola “traditio e redditio verbi”?  Ne senti la necessità? Oppure ritieni che una comunità possa costruirsi su altri fondamenti?

    ∑    La funzione profetica a chi compete? Essa è presente nelle nostre comunità e  nella nostra provincia?

    ∑     Cosa proporresti concretamente affinchè le nostre relazioni trovino fondamento, origine, consistenza e significato a partire dalla condivisione del sacramento della Parola?

    ∑    La condivisione della vita trova il suo fondamento nella condivisione della parola. Ed è da queste due condivisioni che assume “spessore” la condivisione del pane nell’eucarestia. In quale misura nella tua comunità si condivide la Parola in vista della condivisione del Pane? Hai l’impressione che l’Eucarestia si riduca a solo gesto cultuale, che però non esprime efficacemente la comunione  tra i membri della comunità? Un gesto sacro che però scavalca le questioni inerenti alla vita fraterna?

    ∑    Cosa suggeriresti concretamente? Cosa occorrerebbe modificare?

    ∑    Nelle nostre celebrazioni avverti che è la nostra vita ad essere condivisa e spezzata alla luce della parola e nel segno vivo del pane?

    ∑     L’affermazione secondo cui per ritrovare la nostra identità di comunità religiosa è necessario riscoprire la nostra identità ecclesiale ti trova d’accordo? Quali conseguenze concrete comporterebbe l’accettare questo assunto?

     

  • 02 dic

    Una comunità che conosce la prova: Atti 4,23-31

    a cura di p. attilio franco fabris

    Pietro e Giovanni, dopo la guarigione del paralitico alla porta bella, sono condotti dinanzi al sinedrio.

    Una situazione imprevista. Che sentimenti avranno provato i due apostoli? “Qua le cose si mettono male… Com’è andata per Gesù, così lui ha promesso che sarebbe andata anche per noi… Dobbiamo prepararci…”.

    Cosa avremmo fatto noi? Non è che forse avremmo cercato appoggi, sostenitori, non avremmo forse cercato di entrare nel “giro giusto”? Perché se se ne resta fuori niente protezioni, né… carriera.

    Luca racconta: “Appena rimessi in libertà andarono dai loro fratelli e riferirono quanto avevano detto gli anziani e i sommi sacerdoti”. I due non trovano di meglio che andare di corsa dai loro compagni, a condividere tutto: è la fraternità. Il gusto di raccontare ciò che nel Signore essi hanno vissuto. Ciò che loro hanno vissuto interessa tutta la comunità: “Erano un cuor solo ed un’anima sola”.

    La reazione della comunità è una preghiera, una supplica rivolta al Signore. Una supplica per chiedere di vivere tranquilli e in pace? No! “Ora Signore concedici di annunziare con tutta franchezza la tua parola. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo servo Gesù”.

    Ciò che la comunità chiede è la franchezza in ordine alla testimonianza della Buona Notizia.

    La preghiera è esaudita, essa è secondo il cuore di Dio (v. 31). Lo Spirito santo scende nuovamente e riempie tutti i presenti. Dunque questa franchezza è il dono principale dello Spirito conferito nella Pentecoste.

    Ma non era già sceso lo Spirito? Sì a Pentecoste appunto. Ma il dono di Dio non è statico, è dinamico, si rinnova continuamente quanto più il cuore si dispone a riceverlo. Il cuore si dispone a riceverlo quanto più accetta di venire sollecitato dagli avvenimenti.

    In una nuova situazione, questa volta di conflitto e di persecuzione, cosa può fare la comunità se non attingere proprio all’esperienza della pentecoste? E come? Attraverso la “memoria passionis”. Ecco il segreto di questa nuova pentecoste. Pietro e Giovanni quando raccontano le loro vicende alla comunità, la aiutano a fare la “memoria passionis”. La comunità non scappa, non impreca, non si dispera, ma nel nome del servo Gesù innalza la sua supplica a Dio per ottenere il dono della franchezza.

    Vi è una convinzione di fondo: ciò che ha toccato intimamente la persona di Gesù ora tocca intimamente la comunità dei discepoli. L’esperienza pasquale di Gesù è la chiave per comprendere quello che sta capitando.

     E questo atteggiamento apre ad una nuova esperienza della Pentecoste.

    Ma la comunità primitiva per reagire all’ostilità del sinedrio ed all’approssimarsi della persecuzione in questo modo, che cammino avrà fatto? Qual è il retroterra della comunità che si raccoglie intorno a Pietro e Giovanni ed invoca dal Signore il dono della parresia?

    La tradizione degli Atti ci suggerisce che ciò è stato reso possibile dal dono dello Spirito.

    Piste di riflessione

    ∑    Le nostre comunit dinanzi alle difficoltà che “strategie di intervento” ti sembra che generalmente adottino? La comunità trova nella “memoria passionis” il criterio di discernimento e di letture delle vicende che essa si trova ad affrontare (cfr Regole e Costituzioni, n.5). E’ presente questo criterio o ne usiamo altri?

    ∑    Credi anche tu che la nostra Provincia abbia bisogno di una nuova esperienza di pentecoste, in quanto anche noi stiamo attraversando situazioni conflittuali difficili? Stiamo vivendo una sorta di persecuzione che si chiama disagio, malessere profondo, sfiducia, stanchezza, pigrizia, resistenza. Tutto questo snerva, sfibra, toglie il gusto del servire il Signore. Siamo inseriti in una cultura secolarista che osteggia in diversi modi la fede. Tutto questo esige franchezza, il coraggio della testimonianza. Cosa proporremo? A quali situazioni nuove stiamo andando incontro?
    Di certo ad una situazione nella quale i credenti si troveranno in una situazione minoritaria. Torneremo nelle catacombe? Metaforicamente sì, cioè inventando e sviluppando dimensioni di vita realmente alternative.

     

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