• 14 feb

    L’amore più forte della morte

    Lectio dal Cantico dei Cantici 8,5-7

    di p. Attilio Franco Fabris

    Mi baci con i baci della sua bocca! Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino” (Ct 1,1). I padri per descrivere lo Spirito usano talvolta l’immagine del “bacio”. Lo Spirito è il bacio che il Padre dona al Figlio generandolo eternamente. Questo bacio è amore fatto persona.

    Chiediamo allo Spirito all’inizio del nostro ascolto, di prenderci per mano, di introdurci per sua grazia a contemplare il suo “eterno bacio”. Sia lui ad aprirci alla comprensione della bellezza della verginità come riflesso e testimonianza dell’amore purissimo che da lui stesso promana da sempre. Lo invochiamo con le parole di Paolo VI: “Vieni, o Spirito santo, dà a noi un cuore nuovo, che ravvivi in noi i doni da te ricevuti con la gioia di essere cristiani, un cuore nuovo, sempre giovane e lieto. Vieni, o Spirito santo e dà a noi un cuore puro che non conosca il male se non per definirlo, per combatterlo e per fuggirlo; un cuore puro, come quello di un fanciullo, capace di entusiasmarsi e di trepidare. Vieni, o Spirito Santo, e dà a noi un cuore grande, aperto alla tua parola ispiratrice, chiuso ad ogni meschina ambizione, un cuore grande e forte ad amare tutti, a tutti servire, con tutti soffrire; un cuore grande e forte, beato di palpitare col cuor di Dio”.

    Lectio

    Chi è colei che sale dal deserto?”. Nel v. 5 è il coro costituito dalle “figlie di Gerusalemme” (8,4), che, intravedendo di lontano la fidanzata, la saluta. Essa, sorridendo, sta tornando dai campi appoggiata dolcemente al suo amato, dopo un segreto convegno d’amore.

    I due provengono dal  “deserto”. Probabilmente è da intendersi con i campi disabitati e silenziosi che stanno fuori delle mura della città, luogo ideale per un incontro appartato e indisturbato, ma potrebbe essere anche interpretato come una immagine: il deserto infatti è il luogo simbolico in cui due innamorati possono sperimentare sino in fondo la gioia del loro stare insieme di fronte al quale tutto il resto del mondo scompare, come fosse appunto un…deserto. Questo è il luogo appartato in cui possono concentrarsi esclusivamente, come è tipico per gli innamorati, sul loro essere insieme fatto di silenzi indisturbati e di parole segrete.

    La ragazza è “appoggiata al suo diletto”: il verbo esprime l’immagine colma di tenerezza di chi sta camminando tenendosi stretto all’altro, gomito a gomito. L’amore teme di perdere, vuole tenere stretto e non lasciare mai, esige che si cammini a fianco misurando il passo sul passo dell’altro e che se ne lasci guidare.

    Dopo questa introduzione del coro interviene il fidanzato. Egli ha risvegliato la fidanzata che riposava sotto il melo. Il melo cui si accenna è una immagine dell’uomo stesso (“Come un melo tra gli alberi del bosco il mio diletto fra i giovani”  2,3) e lo “svegliarsi” alla sua ombra sta a significare l’accendersi del fuoco dell’amore, e rappresenta un riferimento discreto al consumarsi della loro unione visto come un “risveglio”, quasi che l’atto amoroso rappresenti una sorta di apertura nuova al mondo, una scoperta che colma di gioia e di stupore come lo è appunto il passaggio dal sonno al risveglio.

    Il giovane continua indicando un luogo: “laggiù ti ha concepito tua madre”. Sono espressioni non del tutto chiare. Probabilmente egli allude al fatto che la casa della madre della ragazza è la stessa casa in cui lui andrà ad abitare con la ragazza (“Ti condurrei, ti introdurrei nella casa di mia madre; m’insegneresti l’arte dell’amore” dice la giovane in 8,2). Lì anche la madre ha provato le stesse gioie che sono e saranno della figlia.

    Terminate le parole del giovane, ecco prendere la parola la ragazza. In queste poche frasi l’esperienza narrata nel piccolo libro del Cantico raggiunge qui il suo vertice di intensità ed è la donna a proferirle. Qui le parole amore, morte, fuoco, eternità poste sulle labbra dei due giovani dicono tutto il bisogno e la sete di verità e addirittura di trascendenza dell’unione con l’amato.

    A lui chiede un impegno che da sempre coloro che si amano si domandano vicendevolmente: che il loro amore sia eterno, indistruttibile, e abbia il potere di sconfiggere tutto ciò che potrebbe mettergli la terribile parola fine. Questa richiesta di eternità, di indissolubilità, è iscritta nel cuore che ama, ne è caratteristica peculiare, gli è connaturale.

    Viene usata la curiosa immagine del “sigillo”. “Mettimi come sigillo sul tuo cuore… sul tuo braccio”. Per comprendere l’immagine occorre riandare all’uso antico da parte dei notabili di portare sempre con sé, pronto all’uso, il sigillo di autentificazione. Esso veniva appeso al collo con una preziosa catenella oppure portato al dito come anello. Anche la Legge santa, la Thorah, ha questa prerogativa: deve essere legata al braccio, posta sulla fronte, posta sugli stipiti delle porte. Essa infatti è sigillo e perenne memoria dell’alleanza di Jhwh con la sua sposa Israele: Porrete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi” (Dt 11,18).

    Il sigillo, con il quale la donna si identifica, deve essere posto anzitutto sul “cuore” dell’uomo. Il cuore per l’antropologia biblica è sede dell’intelligenza e dell’affettività. E’ il cuore perciò che regola pensieri e sentimenti ed è quindi sede dell’amore. Essere posta “sul cuore” significa che la donna chiede di essere oggetto di tutti i pensieri e affetti dell’uomo. Ma il sigillo è posto altresì “sul braccio”, al quale la ragazza è stretta. Il braccio sta ad indicare tutta l’attività dell’uomo, il suo lavoro e le varie occupazioni: la donna chiedendo di essere sul suo “braccio” sta domandando di essere presente all’amato in ogni istante, nel suo lavoro e nelle varie attività, di non essere mai dimenticata nonostante mille occupazioni.

    Dopo l’immagine del “sigillo” la donna sottolinea tre caratteristiche peculiari dell’amore: la sua insaziabilità, la sua indistruttibilità, la sua preziosità.

    L’amore vero possiede un’intensità “insaziabile”. Amore chiama amore in misura sempre più grande, infinita: il cuore dell’uomo non ne ha mai a sufficienza. In esso vi è un richiamo infinito, misterioso,  colmo di nostalgia e di attesa di un di più. Per descrivere questa “insaziabilità” viene usata l’immagine ardita dell’amore “insaziabile” come la morte, e della sua fiamma che non è mai sazia come lo Scheol. La morte non risparmia nessuno, non è mai sazia della sua opera distruttrice, e così anche gli inferi, lo Scheol, che inghiotte all’infinito i morti che vi discendono: esso non dice mai “Basta!” (cfr Pr 30,15-16). L’amore è perciò esigente come la morte stessa e il terribile Scheol.

    Un archetipo per descrivere l’ardore dell’amore è il fuoco che riscalda e consuma: “Le sue vampe sono vampe di fuoco”. L’amore è fiamma insaziabile che non si spegne: scalda il cuore e consuma l’amante di desiderio. La donna ricorda allo sposo queste fiamme indomabili, con un riferimento ulteriore a quelle fiamme potentissime, misteriose e quasi sacre che sono i fulmini, le “fiamme di Jah” (lett).

    Ma se l’amore è questo fuoco inestinguibile ciò significa che nulla lo potrà mai spegnere. Esso è indistruttibile. Le “grandi acque” fanno riferimento agli impetuosi torrenti impetuosi che travolgono tutto ciò che incontrano lungo il loro scorrere. Niente può separare due persone che si amano con un amore voluto da Dio. Se le “grandi acque” non possono travolgere l’amore significa che questo è saldo e non verrà mai meno. Questa solidità-fedeltà dell’amore è per la Scrittura caratteristica peculiare dell’amore di Jhwh per la sua sposa Israele.

    Infine l’amore vero è realtà di un valore inestimabile perché unico. Esso non si può mercanteggiare a nessun prezzo. L’amore che si vorrebbe comprare anche con le più grandi ricchezze sarebbe solo degno di disprezzo in quanto falso: esso per natura esige mutua gratuità. La dote potrebbe sì conquistare la mano ma mai il cuore. Il denaro rimarrà sempre impotente davanti al valore ineguagliabile dell’amore.

    Collatio

    Il Cantico dei Cantici è un inno all’amore e alle sue gioie. Potrebbe meravigliarci che un testo, in cui si accenna solo una volta e indirettamente a Dio, rientri nel canone dei libri rivelati. Eppure teniamo presente che tra i libri della Scrittura esso è stato il più commentato e meditato, soprattutto nell’ambiente monastico e dagli autori mistici. Vi si intuisce una ricchezza di esperienza straordinaria per “raccontare” la relazione di amore di Dio con l’umanità, di Cristo per la sua Chiesa, dell’anima per lo Sposo divino. Accostare il testo del Cantico dei Cantici al tema della verginità, sposalizio dell’anima con Dio, non dovrebbe perciò apparire poi così stridente.

    L’uso della parola “verginità” oggi non è così scontato. Infatti da una ventina d’anni, e anche nei documenti ufficiali, si preferisce purtroppo usare il termine più giuridico di “celibato”. Ma dobbiamo riconoscere che questo non ha la valenza totalizzante e la profondità che invece possiede il termine “verginità”. Questo a differenza dell’altro implica e coinvolge tutte le dimensioni dell’essere umano: corpo, mente, cuore, volontà e dunque va al di là del mero dato “fisiologico”, giuridico.

    Questa totalità di coinvolgimento che è richiesta nella verginità è la stessa totalità che viene vissuta nel rapporto amoroso ed esclusivo tra marito e moglie. La consacrazione nella verginità in questo senso è sicuramente il più “totalitario” tra gli impegni: ci si consegna al Signore che ci chiama ad una relazione particolare con tutto noi stessi, non trattenendo nulla.

    Se le “vampe di fuoco” dell’amore di cui parla la sposa nel Cantico hanno la capacità e la forza di incendiare tutto non risparmiando nulla, ciò dovrebbe verificarsi anche nella verginità: le “vampe di fuoco” dell’amore con cui Dio ci ama dovrebbero impregnare totalmente il consacrato senza nulla risparmiare. I mistici usano molto l’immagine dell’ “essere inceneriti” dall’amore di Dio; scriveva ad esempio san Paolo della Croce: “La lingua dell’amore è il cuore che brucia, si liquefà, si consuma, s’incenerisce in olocausto al sommo Bene” (Lettere 1,485).

    Nel libro del Cantico, e anche nel nostro testo, assume una grande rilevanza non solo la portata affettivo-spirituale dell’esperienza amorosa, ma anche il suo risvolto fisico, e l’autore sacro non teme di percorrere quest’aspetto in modo discreto facendo ricorso ad immagini velatamente erotiche per esprimere l’intensità fisica coinvolgente dell’amore. La corporeità viene così riconosciuta e accolta come dono del Creatore (le fiamme dell’amore non sono forse le “fiamme di Jah”?), la sessualità è cosa “buona”: è il Creatore che ha posto nel cuore dell’uomo e della donna la capacità e il desiderio di potersi unire in una sola cosa nel fuoco dell’amore. Il Cantico è perciò un inno al Creatore per il dono del corpo attraverso il quale l’uomo e la donna possono sperimentare il loro essere fatti per la comunione e la relazione.

    Il teologo Von Balthasar scriveva: “E’ necessario entrare con Cristo nel corpo, perché attraverso il corpo passa lo Spirito”. E’ un’affermazione forte che dovrebbe farci riflettere. In quanto consacrati siamo sempre tentati di interpretare la verginità in modo forse un po’ troppo angelico, disincarnato. Si vorrebbe accantonare, platonicamente, il corpo quasi fosse un ostacolo, uno scomodo e intrigante sovrappiù nel nostro cammino di consacrazione a Dio. La verginità, alla luce della rivelazione biblica, invece ci riporta fortemente ad un dato di fatto imprescindibile: essa abbraccia non solo le dimensioni spirituali, psicologiche dell’uomo e della donna ma coinvolge totalmente anche quelle fisiche. E’ il nostro corpo sessuato che viene consacrato; la consacrazione, verrebbe quasi da dire, possiede una “base fisica”. Questo significa lasciare entrare Cristo nella nostra carne, lasciare che sia il suo Spirito a prenderne totalmente possesso e a farne sua dimora: siamo “tempio dello Spirito che abita in noi” (cfr 1Cor 6,19). Nella verginità siamo chiamati a “glorificare Dio nel nostro corpo” (cfr 1Cor 6,12), dove la “gloria di Dio” sta a indicare il suo abitare in noi e l’avvolgerci totalmente con la sua presenza. Tutto questo implica, per usare una straordinaria espressione del poeta francese Paul Claudel, un “evangelizzare la carne”.

    Il corpo verginale diviene luogo di comunione con Dio e con i fratelli e le sorelle. Il vergine “evangelizzato nella sua carne” è uomo e donna che vive l’amore: il suo cuore è consegnato interamente a Dio in modo esclusivo, ma in Dio egli diviene capace di incontro e di dono per tutti. Nella persona vergine la capacità di amare non viene perciò spenta, annientata, ma in certo qual modo incrementata all’ennesima potenza. Nell’enciclica “Redemptor Hominis” Giovanni Paolo II ricorda che: “L’uomo non può vivere meglio senza l’amore. Per se stesso resta un essere incomprensibile, la sua vita priva di significato se non riceve la rivelazione dell’amore, se non incontra l’amore, se non ne fa esperienza e se non lo fa suo, e se non vi partecipa fortemente”. Il consacrato non fa eccezione alla regola: la sua verginità è per l’amore o non avrebbe alcun significato. L’amore è l’oggetto del suo voto. Egli rinuncia certo alla relazione esclusiva e fisica del matrimonio, ma non alla capacità di amare che deve pervadere con le sue “vampe” tutto il suo essere.

    Ci si dona perciò a Dio in modo radicale, senza ambiguità o riserve (pena solo frustrazione e insoddisfazione) e questa relazione deve divenire unica ed esclusiva, “perla preziosa” di inestimabile valore. Siamo chiamati a coltivare con grande attenzione e cura il primato della relazione con Dio fatta di preghiera, ascolto, contemplazione di modo che le “grandi acque” non lo possano mai travolgere. Anche noi, come la donna del cantico, abbiamo bisogno di appartarci nel “deserto” con Dio perché se questo primato cessasse il cuore rischierebbe di “prostituirsi” pur magari rimanendo “celibi”.

    La consacrazione, come il matrimonio, non è mai una realtà già compiuta, non giunge mai alla pienezza perchè l’amore non può porre confini: così la consacrazione esige un cammino continuo di “verginizzazione” (J.M. Salvaverri), in cui, giorno dopo giorno, nella fedeltà a volte sofferta, consegniamo tutto ciò che siamo allo Sposo. Certo vi è un prezzo alto da pagare per questa fedeltà e consegna, ma non scordiamo che la stessa cosa vale anche per la relazione nel matrimonio in cui i cuori degli “sposi” sono invitati a rimanere “vergini” nella loro mutua e fedele consegna.

    In Dio quell’attesa e desiderio, che ci abita, di un amore “forte come la morte” e “insaziabile come gli inferi” è una promessa che non ci deluderà. Ma non dimentichiamo che è lui per primo che ci ama di questo amore “insaziabile”. “Ho sete!” grida Gesù dalla croce: sete di amore e sete di amare. E questo amore che si riversa gratuitamente sulla nostra vita ci trasfigura a sua immagine così che ne diveniamo “sigillo”. Un antico proverbio arabo recita: “L’amore è fuoco: ovunque sia lo vedi da lontano”: la verginità può proclamare e  testimoniare al mondo la verità dell’amore di Dio ed esserne un fuoco che si vede di lontano.

    Oratio

    Dall’alto della croce, Signore Gesù, gridi: “Ho sete!”. Hai sete insaziabile d’amore e d’amare. Le “vampe di fuoco” d’amore che divorano il tuo cuore vogliono incendiare, da quel scomodo letto nuziale, il mondo intero.

    Ma tu sai come spesso il nostro cuore è freddo e chiuso. Siamo così poveri d’amore. Restii a lasciarci incendiare da te. Ripiegati su noi stessi troppe volte dimentichiamo che il cuore è realmente vergine quando semina l’amore con cui tu ci hai amato. Stentiamo a consegnarti senza riserve il cuore: ne vorremmo trattenere un po’ per coltivare l’hobby dei nostri affetti meschini e talvolta disordinati. Abbiamo paura delle esigenze dell’amore, di una verginità che non domandi nulla se non di potersi consumare nel fuoco del donarsi fino in fondo.

    Donaci allora di inginocchiarci, con la nostra povertà e il nostro peccato, ai piedi della croce contemplando la verginità trasbordante d’amore del tuo cuore trafitto. Trafiggi con la lancia il nostro perché ne sgorghi il pentimento e la lode, il desiderio infuocato di spenderci per te e la tua gloria. Che la tua ferita d’amore purifichi in noi ogni affetto che ci distoglie da te, che ci allontana dalla passione per te, che deturpa il “sigillo” che tu hai posto sul tuo cuore e tra le tue mani trafitte e che dovrebbe portare la tua immagine perfetta di Sposo.

  • 12 feb

    Fa’ che io veda!

    Lectio di Marco 10,46-52

    di p. Attilio Franco Fabris

    E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
    47 Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».48 Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
    49
    Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».50 Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
    51
    Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». 52 E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato».
    E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

    L’etimologia della parola “luce” (rad. luk=splendere) trova le sue antiche radici  nell’esperienza colma di stupore e gioia con cui l’uomo contempla lo splendere del sole, il sorgere dell’alba, l’apparire del lampo luminosissimo e della fiamma che divampa nella notte. Simbolo positivo di vita e di ciò che è ineffabile la luce è divenuto uno dei simboli più utilizzati dalle religioni; anche nell’ambito biblico, per parlare di Dio e della vita che scaturisce da lui viene usata spessissimo la simbologia della luce. Il buio e le tenebre rientrano invece nella sfera della morte, del caos e quindi per analogia del male. Nell’inno delle lodi del mercoledì la liturgia fa cantare la Chiesa con queste parole: “Notte, tenebre e nebbia / fuggite, entra la luce, / viene Cristo Signore. Il sole di giustizia / trasfigura ed accende / l’universo in attesa… Salvatore dei poveri, / la gloria del tuo volto / splenda su un mondo nuovo”. Il tema pasquale di “Cristo luce del mondo” vincitore di ogni notte ritorna spessissimo nella Liturgia delle Ore del mattino, quando uscendo dalla notte veniamo richiamati ad accogliere quella Luce intramontabile che è lo stesso Cristo e a lasciarcene illuminare. La luce di Cristo è dono che scaturisce dalla fede, che nata dall’ascolto conduce al battesimo che è vera e propria immersione nella luce pasquale: “E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo.” (2Cor 4,6).

    Questa luce che “rifulge nelle tenebre” è fonte di speranza e di consolazione per tutti. Ne abbiamo bisogno perché stiamo attraversando un tempo contrassegnato da una sorta di persistente stato crepuscolare di “tenebra e nebbia” in cui fatichiamo a scorgere la luce di un’alba nuova. Crepuscolo – da discernere se di tramonto o di alba! – in cui tutto sembra farsi indistinto, relativo e si fatica a intravedere la giusta direzione e i contorni esatti delle cose. Crepuscolo nel quale, anche come comunità cristiana, saremmo tentati come il cieco Bartimeo di sederci al bordo della strada a mendicare un senso che stentiamo a trovare.

    Ormai le “liturgie laiche delle ore” sembrano essere quelle della notte in cui tutto si confonde senza differenziazione con la conseguente “euforia del “tutto è lecito e relativo”. In queste “notti” senza “ombra di Dio” – che possono essere paradossalmente definite “bianche” – sono offerte e ricercate luci artificiali con cui si cerca, con una sorta di inconscia disperazione, d’illuminare esistenze ubriache che girano su se stesse senza meta. Allora la luce del giorno, lo splendore della verità, rischia di divenire insopportabile, portatrice com’è di tremende rivelazioni e disillusioni: “l’alba è per tutti loro come spettro di morte; quando schiarisce, provano i terrori del buio fondo” (Gb 24,17).

    Tuttavia anche da questo “buio fondo” della coscienza dell’uomo il gemito dello Spirito vuol far scaturire in noi un grido di preghiera, d’invocazione di una luce vera che porti con sé liberazione e pace per il cuore: “Nel giorno dell’angoscia io cerco il Signore, tutta la notte la mia mano è tesa e non si stanca” (Sal 76,3). In questo grido siamo sostenuti dalla silenziosa testimonianza di fratelli e sorelle che nella notte vegliano in preghiera sostenuti dalla promessa della parola del Signore che solo in lui la vita si apre al mistero: “È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce.” (Sal 35,10).

    Lectio

    Gesù, partito da Cesarea di Filippo, è in cammino verso Gerusalemme dove si compirà il suo destino di Messia sofferente. In questo tragitto verso la Città Santa una tappa obbligata per i pellegrini era l’antichissima cittadina di Gerico (v. 46) collocata sulle rive del Mar Morto e distante da Gerusalemme una trentina di chilometri. Anche Gesù, insieme a molta folla (v. 46) vi fa tappa per l’ultima volta.

    È in quest’occasione che avviene l’ultimo miracolo: la guarigione del cieco Bartimeo che serve da cerniera tra la cosiddetta fase galilaica del ministero di Gesù e quella conclusiva che si svolgerà a Gerusalemme. Il cieco bisognoso di guarigione per Marco rappresenta la comunità dei discepoli sorda alla parola della croce e cieca dinanzi alla sua rivelazione. Questo miracolo sta a esplicitare la necessità per i discepoli di una guarigione in ordine al “poter vedere”- ovvero comprendere – nel destino sofferente del Maestro non il fallimento ma il pieno annuncio della sua identità e missione. Ma veniamo al racconto.

    Un luogo di passaggio per  delle folle di pellegrini è, per i mendicanti, occasione da non perdere per racimolare qualcosa di cui vivere. Tra costoro vi è anche un cieco: Bartimeo (v. 46) ovvero letteralmente il “figlio di Timeo”. Marco ce lo presenta al bordo della strada di passaggio. È seduto perché il cieco non sa dove andare, egli non può che rimanere ai margini della vita.

    Bartimeo stende la mano “a mendicare” (v. 46) chiede ai passanti qualcosa di che sostenersi cercando di impietosirli dinanzi alla sua disgrazia. È questa una condizione di umiliazione condannata dalla tradizione che ammoniva: “Figlio, non vivere da mendicante. È meglio morire che mendicare” (Sir 40,28).

    Quando Gesù, noto come “il Nazareno” (v. 47), entra in Gerico la sua fama di profeta e taumaturgo l’ha già preceduto. Anche Bartimeo “sente” (v. 47) la notizia e in lui affiora una speranza. Nella sua notte l’annuncio della venuta di Cristo è in grado di accendere una luce di speranza. Non è forse dall’ascolto che scaturisce la fiducia e da questa un’invocazione di salvezza? “La fede dipende dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Rm 10,17).

    Bartimeo si  indirizza a Gesù di Nazaret con un grido insistente: “gridava”! Sarà proprio la forza di questo grido a far cadere il muro della cecità di Bartimeo. Il “gridare” aiuto a Dio è una preghiera ben conosciuta nella sacra Scrittura nella quale l’uomo consapevole della propria insufficienza apre la bocca e il cuore in una supplica di salvezza: “Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi!” (Sal 26,7; cfr Mt 15,23).

    Egli si rivolge al Nazareno con le invocazioni: “Figlio di Davide” (v. 47)  e successivamente  “Rabbunì (lett: mio signore)” (v. 51). Il titolo di “Figlio di Davide” è usato da Marco solo in questa occasione e sta a designare Gesù come il messia discendente di Davide venuto ad inaugurare il regno di Dio (cfr 2Sam 7,12-16). È al suo messia-servo che JHWH rivolge la sua parola: «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre…Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono,li guiderò per sentieri sconosciuti; trasformerò davanti a loro le tenebre in luce, i luoghi aspri in pianura. Tali cose io ho fatto e non cesserò di farle”  (42,6-7.16).  Nel suo discorso inaugurale a Nazaret Gesù aveva letto proprio il testo di Isaia che identifica se stesso con l’avvento del regno:Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista” (Lc 4,18). Ora Gesù, diversamente da prima, accetta l’acclamazione messianica a lui rivolta; può terminare il segreto messianico poiché il suo destino di sofferenza e morte è già deciso e non vi è più il rischio di fraintendere il suo modo d’essere messia.

    Al titolo di “Figlio di Davide” il cieco premette familiarmente anche l’invocazione del nome proprio di Gesù, il cui significato è “Dio salva” (cfr Rm 10,13; At 2,21). Bartimeo identifica la propria salvezza al nome di Gesù:  “In nessun altro nome c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12).

    Il cieco implora Gesù d’ “aver pietà di lui” (v. 47), espressione che rimanda al tema biblico della misericordia, del prendersi cura con viscere materne, da parte di Dio, dell’uomo e non in base ai meriti ma nella misura del suo bisogno: “Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono” (Sal 102,13; 26,20; 30,15).

    Ma tra il grido fiducioso del cieco e Cristo si frappone una barriera costituita dall’intromissione di quella “folla” che sta accompagnando Gesù. Quali i motivi dei ripetuti tentativi di mettere a tacere Bartimeo (v. 48)? Forse le motivazioni potevano sembrare buone: tutti intenti al Maestro credono di fargli piacere impedendogli ogni disturbo. Costoro pretendono di relegare Gesù all’interno della loro cerchia, lo vogliono monopolizzare a proprio uso e consumo. Gesù non sta a queste pretese né tanto meno Bartimeo si lascia intimorire da queste voci esterne di benpensanti e devoti, obbedisce invece alla voce del suo cuore che lo incita a non desistere: “Signore, Dio della mia salvezza, davanti a te grido giorno e notte” (Sal 87,2). Il coraggio non è forse il contrario della paura divenendo sinonimo della fede?

    Gesù si “ferma” (v. 49), come si è fermato in tante altre occasioni dinanzi al grido e al pianto dei poveri. Proprio a Gerico egli si era già fermato una volta per incontrare, tra lo scandalo della folla, il pubblicano Zaccheo: Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»” (Lc 19,5).

    Significativo è il fatto che la chiamata di Bartimeo passi proprio attraverso quella folla che voleva impedire l’incontro (v. 49). I presenti sono obbligati dal Signore a farsi mediatori tra lui e Bartimeo: essi sono forse l’immagine di una comunità segnata dal peccato, dalla durezza di cuore e dalla cecità di sguardo interiore ma che tuttavia rimane il mezzo per incontrare il Signore. L’appello fatto da costoro a Bartimeo è: “Alzati! Ti chiama!”. È il verbo tipico dei racconti di guarigione (5,41;9,27) che rimanda implicitamente al dono di una vita nuova, ovvero ad una risurrezione (16,6).

    La risposta di Bartimeo è immediata, quasi concitata, Tre verbi che dipingono la scena in modo vivo: “gettato il mantello, balzò in piedi, venne da Gesù” (v. 50). Vi è il riferimento esplicito all’abbandono del mantello, particolare apparentemente irrilevante se non fosse per il fatto che per il povero il mantello rappresenta tutti i suoi averi (cfr Dt 24,13; Lc 14,23; Mt 5,40; Mc 13,16; ).  Bartimeo, come i discepoli, abbandona ogni cosa alla chiamata di Cristo.

    A questo punto Gesù può impostare il dialogo col cieco e lo fa a partire da una domanda solo all’apparenza banale data la risposta scontata: “Che vuoi che io ti faccia?” (v. 51). E’ una interrogazione decisiva che si potrebbe tradurre con: “Che cosa vuoi realmente?”. Il suo intento è di far sì che Bartimeo diventi consapevole del proprio bisogno e, da mendicante qual è, non si affidi ancora una volta alla sola iniziativa altrui ma si assuma la responsabilità di chiedere in modo chiaro ciò di cui ha bisogno. Gesù non vuole compiere un generico gesto di pietà o carità ma desidera incontrare l’uomo. Un’ulteriore elemosina – fosse pure quella della guarigione della vista – non cambierebbe infatti l’uomo: lo stesso giorno il cieco guarito avrebbe chiesto qualcos’altro a qualcun altro per avere ancora di più, non uscendo così dalla sua perenne condizione di mendicante.

    La risposta di Bartimeo è puntuale: “Che io riabbia la vista!” (v. 51). Cosa chiede realmente Bartimeo? Sappiamo come il verbo “vedere” sia fondamentale nel linguaggio di Marco, la parola greca sta a significare non solo un generico poter “vedere” ma un “guardare in su” riferimento implicito al desiderio di trovare un senso alla sua vita. Al termine del suo cammino sarà chiamato a “guardare in su” contemplando il crocifisso: “guarderanno a colui che hanno trafitto” (Zc 12,10) e attraverso questa visione l’uomo “cieco” potrà finalmente vedere ciò che gli era nascosto, ovvero l’amore infinito di Dio. Gesù riconosce questa fede e disponibilità di Bartimeo la quale fa sì che l’effetto sia immediato:“E subito riacquistò la vista” (v. 52).

    Va’ la tua fede ti ha salvato” (v. 52): è l’affermazione chiave di Gesù che permette di interpretare correttamente il miracolo. Sono le stesse parole pronunziate da Gesù nei confronti della donna che l’aveva toccato di nascosto per essere guarita (cfr 5,34). Esse significano che la guarigione più profonda, che si identifica con la salvezza della totalità dell’uomo e non con la guarigione di un solo organo fisico, è in ordine all’incontro e all’esperienza di salvezza che scaturisce da Cristo. La fede ha ottenuto a Bartimeo non solo e anzitutto una guarigione fisica, ma soprattutto la grazia di incontrare Cristo e di sperimentarlo come luce per la sua vita. Ora non gli è più possibile dirigersi altrove (cfr Gv 6,68): “Prese a seguirlo per la strada” (v. 52). La vita di Bartimeo  esce cambiata radicalmente dall’incontro con il “Figlio di Davide”, egli può risorgere dall’immobilità e affrontare la strada ovvero la vita in sua compagnia. Rimanendo all’ascolto della parola proseguirà in una sequela impegnativa che lo condurrà alla visione del crocifisso del Golgota dove col centurione potrà professare la pienezza della fede: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39).

    Meditatio

    Il primo atto creatore di Dio è la creazione della luce che viene separata dalle tenebre e dall’abisso del caos (Gn 1,3s). Le creature possono in tal modo “venire alla luce”, essere portate all’esistenza nella loro bellezza e bontà, in armonia le une con le altre. Anche il termine della storia della salvezzaè contrassegnato dal dono di una luce intramontabile che avvolgerà la nuova creazione, questa luce si identifica con Dio stesso: “La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 21,23; cfr 1Gv 1,5).  Volontà di Dio è dunque che l’uomo partecipi, ora mediante la fede e poi in visione, di questa luce che “non conosce tramonto” (1Gv 1,5), in altri termini che entri in comunione eterna di vita con lui. È questo un atto di misericordia e di amore gratuito da parte del Creatore: “ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col 1,12).

    La nostra storia si trova a sostenere un conflitto con le tenebre, ovvero tra morte e vita, tra menzogna e verità L’etimologia della parola “cecità” è “involucro, copertura”, ovvero situazione nella quale all’uomo non è dato di aprirsi alla luce e l’uomo dopo il peccato si trova in certo qual modo avviluppato come Lazzaro in queste bende della morte (cfr Gv 11,44) in attesa di una parola liberatrice capace di portarlo nuovamente alla luce della verità e della vita. Opera del male è rendere l’uomo cieco, avviluppandolo in suo potere e ripiombandolo in un destino di caos e di morte, di assenza di luce. Straordinaria nella sua bellezza e simbolicità la statua barocca della cappella Sansevero di Napoli rappresentante il “Disinganno” di Francesco Queirolo, che riproduce un uomo che si libera ansiosamente da una rete con l’aiuto di un piccolo genio: statua che ben rappresenta l’uomo che ricerca con fatica e angoscia una possibilità di liberazione da tutti i lacci di inganno che lo accecano e imprigionano. All’uomo da solo è impossibile trovare salvezza, occorre un aiuto come nel caso dell’opera del Queirolo.

    Per Bartimeo cieco tutto è notte, ovvero esperienza anticipata di morte. Egli vive questa situazione aggrovigliato nel suo mantello, sperimentando in anticipo una morte che lo tiene imprigionato ai margini della vita come un mendicante: salvezza per lui è l’attesa e la speranza di una parola di liberazione che insieme alla luce gli ridoni la dignità e la vita di cui sente di aver diritto. Non siamo fatti per le tenebre-morte ma per la luce-vita e l’invocazione gridata di Bartimeo esprime bene la coscienza dell’uomo che si ribella ad uno stato di cose che avverte non suo: “voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre” (1Tess 5,5). Non sperimentiamo forse il male come una groviglio di oscurità, che ci blocca, disorienta e ci impedisce di camminare? È vera in questo caso l’espressione che fuoriesce dalle labbra di Giobbe: “Di giorno gli empi incappano nel buio e brancolano in pieno sole come di notte” (Gb 5,14).

    Salvezza è prendere coscienza del nostro destino fatto per la luce non scendendo a patti con rassegnazioni che ottenebrano questa consapevolezza. Ma non è facile se già nel libro dell’Apocalisse alla chiesa di Laodicea viene detto di fare attenzione a non cadere nell’illusione di saper già vedere abbastanza: “Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista” (Ap 3,17-18). Vivere in un’illusione di autosufficienza equivale a decretare la nostra situazione di cecità: significherebbe rimanere seduti ai margini della strada, sordi e ciechi alla Buona Notizia. Accogliere questa luce significa invece credere, cioè essere salvi: “il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22,5). Ciò che salva Bartimeo è dunque la sua consapevolezza e il suo grido carico di speranza!

    Se l’uomo che “giace nelle tenebre e nell’ombra della morte” (Lc 1,79; cfr Mal 3,20; Is 9,1; 42,7) invoca luce sulla sua vita, sul senso del vivere e del morire, del soffrire e del gioire, Cristo gli è donato come luce intramontabile e sicura. Egli può avanzare questa pretesa in quanto è Parola di Dio fatta carne: Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (8,12). Parola che donata ad Israele e al mondo è offerta quale lampada per camminare nei sentieri della vita: “lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”(Sal 118,105). È luce che si offre alla libertà dell’uomo e non gli si impone da cui la possibilità che l’uomo chiuda la finestra a questa luminosità. Scrive sant’Ambrogio a questo proposito:  “Ma se uno avrà chiuso le finestre, si priverà da se stesso della luce eterna. Allora, se tu chiudi la porta della tua mente, chiudi fuori Cristo” (Commento al Salmo 118). Infatti questa stessa luce viene osteggiata da tutte le “potenze di tenebra e di male” che rifiutano la verità di Dio: “la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,5; cfr 13,30; Lc 22,53). E’ questo un dato che riscontriamo anche nel nostro racconto proprio in quella folla che vorrebbe impedire l’incontro di Bartimeo con Gesù. E’ una folla cieca, anche se apparentemente sta seguendo Gesù, che però in definitiva rifiuta il suo cammino verso Gerusalemme, vorrebbe infatti che intraprendesse un’altra direzione, facesse altre scelte.

    Ciascuno si trova così a dover scegliere da che parte stare: se accogliere lo splendore della verità che, come sul Tabor, rifulge sul volto di Cristo accogliendo la grazia della sua alleanza che ci rende “figli della luce”,  oppure indurirci nella sordità alla Parola e nella cecità nei confronti della rivelazione scegliendo di restare “figli di questo mondo” (cfr Lc 16,8; Ef 4,18). E’ una battaglia che si svolge quotidianamente nel cuore di tutti noi: la avvertiamo nella fatica, nella resistenza nell’accogliere la luce della verità della Parola di Dio sulla nostra vita, preferendo spesso l’illusione di essere illuminati dalle luci fioche e artificiali dei nostri criteri e giudizi. Dovremmo sempre chiedere la grazia e il coraggio di lasciarci illuminare: “Ti ringraziamo di averci illuminati con lo Spirito che procede da Te e dal Figlio tuo, fa’ che ci saziamo della sua luce per tutta la lunghezza di questa giornata” (lodi del Giovedì).

    Le parole e i gesti di Bartimeo esprimono bene il suo cammino di fede; egli si apre fiducioso sin dall’inizio all’accoglienza della luce della Buona Notizia di Gesù di Nazaret per giungere alla fine alla decisione di porsi alla sequela di lui scoperto come luce irrinunciabile della propria vita. Bartimeo diviene in tal modo perfetto modello di discepolato. Il mantello è abbandonato: ovvero viene liberato da ogni groviglio di oscurità e rimpianti e false sicurezze; egli compie, superando ogni ostacolo, la sua scelta senza esitazione, in fretta perché non c’è tempo da perdere in ordine alla salvezza: “Gesù allora disse loro: «Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va»” (Gv 12,35).

    Non ci resta che ringraziare la misericordia di Dio e la gratuità del suo amore che ci ha raggiunti e ci ha “chiamati dalle tenebre alla sua mirabile luce” (1Pt 2,9). Grazia che ha trovato il suo sigillo sacramentale del giorno del nostro battesimo chiamato nella chiesa antica anche “illuminazione”. La luce attinta al cero pasquale, il Cristo risorto, ci è stata consegnata e sarà nostra premura impedire che essa si estingua per mancanza di olio (cfr Mt 25,8; Ebr 6,4). La parola di Dio ascoltata e assimilata farà sì che la fiamma non si spenga nel cuore e che essa illuminandoci ci renda ogni giorno più discepoli.

    È l’esperienza di Bartimeo che ricevuto il dono dell’illuminazione “prese a seguire Gesù per la strada”. Una sequela esigente che vedrà i discepoli rifiutare di continuare a vedere (cfr Mc 14,40) e che lo porterà ai piedi della croce dove la fede giungerà al suo vertice come visione di luce che scaturisce dalla croce: chi “guarda in alto”, chi “contempla” Gesù sulla croce, “vede” ciò che il centurione ha visto: la gloria che rifulge sul volto del “Figlio di Dio” (cfr Mc 15,39).

    Oratio

    Gesù chiede al cieco: “Cosa vuoi che io ti faccia?”. E’ la domanda che egli pone ora anche a ciascuno di noi. Chiediamo che la riposta sia la medesima: “”Rabbunì, che io riabbia la vista!”. Ovvero chiediamo il dono di “saper vedere”, il dono di una visione che scaturisca dalla fede in lui crocifisso e risorto e che ci guarisca da tutte le nostre cecità, dai nostri sguardi miopi, dalle nostre false visioni che ci impediscono il cammino. Si tratta di rinnovare il dono della luce che ci è stata data il giorno della nostra “illuminazione”, ossia del nostro battesimo.

    Ci piace terminare questa lettura biblica ricordando un personaggio straordinario nella sua semplicità che ha saputo vivere di questa luce interiore: Fratel Ave Maria, eremita della congregazione fondata da don Luigi Orione. Era nato il 24 febbraio 1900 a Pogli di Ortovero (SV). Un giorno mentre giocava in paese con alcuni coetanei per un involontario colpo di fucile ritenuto dai bambini scarico, sparato dall’amico Bartolomeo Vignola, diventò cieco. Ospitato in un istituto di Don Luigi Orione dopo aver superato una crisi di fede sentì nascere in sè la vocazione. Nel 1923, entrò tra gli Eremiti ciechi della Divina Provvidenza  e venne destinato all’ Eremo di S.Alberto di Butrio (PV) dove, rivestito l’abito religioso prese il nome di Frate Ave Maria. Il segreto della santità di Frate Ave Maria, si può comprendere in queste poche parole che pronunciò appena dopo la vestizione religiosa: “Io non ho altro desiderio se non quello di adempiere sempre la santissima volontà di Dio. Questo è il solo desiderio che mi rende felice“. La lunga sofferenza accompagnata da una profonda esperienza meditativa, la saggezza delle sue parole attirarono su di lui la venerazione di tante anime di cui divenne quasi un faro di luce capace di aiutare ad orientarsi nella vita. Soleva ripetere: “Io, povero e ignorante peccatore, sono solo capace di pregare e di essere felice. Non ho niente e sono felice, ho solo una cosa: l’amore verso Dio. Io sono capace di due cose soltanto: parlo di Gesù alle anime, o parlo alle anime di Gesù“. Muore il 21 gennaio del 1964.

    Di lui riportiamo la preghiera che compose in occasione del cinquantesimo anniversario della sua cecità. Le sue parole ben si collocano all’interno della nostra riflessione e preghiera: “Convertisti in luce le mie tenebre ed in gioia la mia tristezza, sicché la mia è veramente una luminosa e deliziosa notte, perché l’unica mia luce, l’unica mia gioia sei tu solo, o Gesù Figlio di Dio”.

  • 03 set

    Il vino vecchio è più buono?


    Lectio di Lc 5,36-39

    di p. Attilio Franco Fabris

    La moglie di Lot è presa dalla nostalgia quando, per salvarsi, è costretta a fuggire dalla città di Sodoma. Deve abbandonare la sua casa costruita con tanti sacrifici e tutte le sue cose (cfr Gn 19): la partenza imposta dai messaggeri divini è immediata, senza dilazioni di sorta. La donna non vorrebbe partire così nel cuore della notte, desidererebbe starsene ancora tranquilla fra le sue mura,nonostante l’ammonimento sia grave: la città sarà distrutta: “Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: «Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!»” (Gn 19,17). La sventurata donna in un impeto di nostalgia non può però dopo aver fatto pochi passi non girarsi indietro per piangere su se stessa e sulle sue cose. Ma tale scelta porta con sé una conseguenza sconvolgente: “ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale” (Gn 19,26).

    Chi si volta indietro per rimpiangere il vecchio non è adatto al Regno nuovo (cfr Lc 9,62). Girarsi indietro è una scelta che blocca, impietrisce perché impedisce di proseguire il cammino e di guardare al futuro. Girarsi indietro è perciò sinonimo di morte perché le cose passate non sono più: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio» (Luca 9,60)

    Se lo sguardo è costantemente rivolto a ciò che si è lasciato e il cuore continua a rimpiangerlo, incapace di distacco e in preda alla paura del nuovo, la vita diviene ma mano insapore: ciò che si è lasciato non torna più ed è da stolti attardarsi cercando di racimolare piccoli avanzi e resti di un passato ormai trascorso, bloccata nel guardare avanti la vita si blocca, si irrigidisce, si diventa una “statua di sale” e per giunta… insapore!

    La sequela di Cristo è un tendere in avanti, uno proiettarsi verso il Regno che sta per arrivare e che lui annuncia; e se lo sguardo e il cuore sono impegnati nel non perder di vista questa meta allora non ha più senso perder tempo volgendosi indietro a quel che si lascia: “Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,62; cfr Lc 5,11).

    Chiediamo allo Spirito un cuore nuovo, capace di stupore sempre nuovo dinanzi ad un Dio che fa sempre “nuove tutte le cose”:

    “Vieni, o Spirito santo, da’ a noi un cuore nuovo, che ravvivi in noi i doni da te ricevuti con la gioia di essere cristiani, un cuore nuovo, sempre giovane e lieto. Vieni, o Spirito santo, e dà a noi un cuore puro, allenato ad amare Dio, un cuore puro che non conosca il male se non per definirlo, per combatterlo e per fuggirlo; un cuore puro, come quello di un fanciullo, capace di entusiasmarsi e di trepidare. Vieni, o Spirito santo, e dà a noi un cuore grande, aperto alla tua parola ispiratrice, chiuso ad ogni  meschina ambizione, un cuore grande e forte ad amare tutti, a tutti servire, con tutti soffrire; un cuore grande, forte, beato di palpitare col cuore di Dio.  Amen”. (Paolo VI)

    Lectio

    Il testo evangelico segue immediatamente il brano che narra una discussione riguardante il digiuno. La questione è suscitata da alcuni scribi e farisei che vedono Gesù e i suoi discepoli non solo trasgredire questa norma ascetica inculcata dalla tradizione, ma addirittura cosa nuova, inaudita e scandalosa mangiare e bere in compagnia di “pubblicani e peccatori”: “«I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno orazioni; così pure i discepoli dei farisei; invece i tuoi mangiano e bevono!». Gesù rispose: «Potete far digiunare gli invitati a nozze, mentre lo sposo è con loro?»” (5,33-34). Emerge già qui il tema dell’incompatibilità tra vecchio e nuovo – tra digiuno e festa di nozze – che si prolunga nell’insegnamento di Gesù offerto nei due esempi del vestito nuovo e del vino nuovo incompatibili con vestiti logori e otri già impiegati.

    Nel testo parallelo di Marco leggiamo che: “Non si cuce una pezza di panno grezzo su un vestito vecchio” (Mc 2,21). Viene sottolineata in Marco l’inconciliabilità del voler combinare nuovo e vecchio.  Luca modifica il testo di Marco evidenziando ancor più l’assurdità di una tale operazione che ora consiste addirittura nello strappare una pezza da un vestito nuovo per ricucirla su uno vecchio!: “Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio”. A differenza di Marco per Luca il danno non riguarda perciò soltanto il vecchio vestito ma tutt’e due; cosicché l’incompatibilità fra il nuovo e il vecchio viene messa ancor più in risalto. È assurdo distruggere un vestito nuovo per riparare uno straccio! Il pezzo nuovo poi si restringerebbe rendendo inutile anzi peggiorando lo strappo! Così non soltanto il rattoppo fa il vestito vecchio ancora più brutto, ma soprattutto si rovina l’abito nuovo: “altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio”.

    Per Luca l’annuncio della vicinanza del Regno di Dio comporta l’accoglienza di una realtà completamente nuova rispetto all’antico ordine della Legge. L’avvertimento è rivolto alla comunità perché eviti il rischio di accogliere parte del messaggio della Buona Notizia evangelica volendola poi accomodare al vecchio impianto religioso, ovvero ceda alla tentazione di voler rigiudaizzare l’evangelo. Il kerygma esige disponibilità ad un cambiamento radicale di prospettiva nel rapporto con Dio e con la tradizione. Scrive a questo proposito un noto esegeta: “Il nuovo che Gesù ha portato non è fatto per riparare il vecchio, ma deve veramente prendere il posto del vecchio” (Scheider). Ignorare questo significa operare una manovra disastrosa in riferimento sia alla novità evangelica sia alla comunità che la vive.

    Il secondo esempio è parallelo al primo: “nessuno mette vino nuovo in otri vecchi” (v.37a). Il vino nuovo dell’ultima vendemmia non va messo negli otri vecchi. Gli otri, un tempo ricavati dalla pelle di capra, col tempo perdono ogni elasticità per cui con la fermentazione del vino nuovo sono inevitabilmente destinati a scoppiare cosicché vanno persi sia il vino nuovo che gli otri vecchi: “altrimenti il vino nuovo spacca gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti” (v.37b).

    Anche in questo caso il riferimento è sufficientemente chiaro: lo stratagemma di voler combinare vecchio e nuovo è destinato a fallire e a rovinare tutto. “Voler ricomporre l’antico ordinamento con l’ausilio della novità portata da Gesù. Ciò rovinerebbe la realtà nuova e non servirebbe a quella vecchia” (Schurmann).

    Ecco allora la saggia ammonizione da parte di Gesù: “Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi” (v.38)! Alla novità dell’evangelo della grazia deve corrispondere per il discepolo e la comunità un concreto ordine nuovo, che non vada a rimpiangere e non ceda alla tentazione del voler recuperare l’antico ma ormai superato ordine della Legge, ma si apra gioiosamente a quel compimento che non ha più bisogno di apparati preparatori e ormai inutili. Sarà questo uno degli insegnamenti più pressanti dell’apostolo Paolo preoccupato per le sue comunità che rischiano di cadere nella tentazione di svilire la novità del dono del vangelo. Nella Lettera ai Galati ad esempio egli ammonirà una comunità che è solleticata dall’ascolto di fatiscenti predicatori giudaizzanti che la invitano a ritornare alla sicurezza derivante dalle norme della Legge: “O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso? Questo solo io vorrei sapere da voi: è per le opere della legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver creduto alla predicazione?” (3,1-2).

    Dopo le due brevissime parabole Luca introduce un detto riportato da lui solo che, paradossalmente sembrerebbe contraddire a prima vista quanto detto prima: “Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: Il vecchio è buono!» (v. 39). Come interpretare quest’apprezzamento del “vino vecchio? Probabilmente Gesù, con sottile ironia, fa una constatazione dettata dal buon senso e dall’esperienza: comprende benissimo che per l’uomo “religioso” non è facile staccarsi dalla propria mentalità. È difficile per i giudei (di ogni tempo!) abbandonare le sicurezze offerte dalla Torah e da tutte le sue norme fatte di precetti e di divieti che offrono l’impressione di poter raggiungere una propria giustizia. È difficile accogliere il “vino nuovo” della gioia del banchetto di nozze in cui la giustificazione scaturisce dalla gratuità del dono della grazia offerta dal Padre in Cristo. Per costoro il vino nuovo, a differenza del giudizio entusiasta del direttore del banchetto delle nozze di Cana (cfr Gv 2,10),  il vino nuovo è meno buono di quello vecchio!

    È un dato costante che chiunque si attacchi rigidamente e orgogliosamente al passato non sarà mai in grado di desiderare e gustare la novità del nuovo: “Faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).

    Collatio

    L’etimologia della parola “nostalgia” contiene in sé il riferimento al “dolore” (algia) e alla “casa” (naos). Il termine esprime perciò molto bene lo struggimento che avviene in noi quando lontani sospiriamo il ritorno alle nostre cose, alla nostra patria, alla nostra casa e ai nostri cari. Questo ritorno viene a colmare il vuoto, l’ansia che ne scaturisce, offrendo un riparo di sicurezza, legami, di calore. In tal senso l’uomo “nostalgico” per antonomasia è Ulisse il quale viene rappresentato da Omero nell’ “Odissea” come colui che vive in funzione del suo ritorno all’isola di Itaca, un ritorno ostacolato dagli dei ma al quale egli non rinuncerà mai. Il suo futuro si costruisce sul suo passato. Ma ad Ulisse si contrappone l’uomo biblico nella figura di Abramo che è al contrario l’uomo costantemente invitato a “uscire”, ad “abbandonare lasciando tutto” ciò che rappresenta per lui sicurezza (padre, clan, terra, tradizione cultura…cfr Gn 12,1ss) per vivere in funzione di una “promessa” divina che non ha nessun immediato riscontro. Abramo vive il suo futuro non come un ritorno ma come una speranza nella promessa che lo obbliga a fissare lo sguardo sempre in avanti. Abramo è l’uomo il quale, salendo la scala, vede svanire dietro di sé gli scalini percorsi: non può far altro che continuare a salire!

    Ulisse od Abramo? Vivere in funzione della nostalgia o della speranza? Del vecchio ormai logoro ma sicuro o del nuovo da sperare e da scoprire? Tenere fisso lo sguardo in avanti come Mosé verso la Terra della Promessa e della libertà, o volgere caparbiamente lo sguardo indietro come Israele che nel deserto continua a rimpiange le cipolle lasciate in Egitto a bollire? : “gli Israeliti ripresero a lamentarsi e a dire: «Chi ci potrà dare carne da mangiare? Ci ricordiamo dei pesci che mangiavamo in Egitto gratuitamente, dei cocomeri, dei meloni, dei porri, delle cipolle e dell’aglio. Ora la nostra vita inaridisce; non c’è più nulla, i nostri occhi non vedono altro che questa manna»” (Nm 11,4-6).

    La tentazione di rifugiarsi nel già visto, nel risaputo è ricorrente e la ritroviamo presente un po’ ovunque a livello sociale, culturale, politico e religioso: essa riemerge in modo prepotente soprattutto nei momenti in cui si attraversano fasi critiche, di svolta e di cambiamento. Allora la paura vorrebbe avere il sopravvento e l’ultima parola. Vengono infatti a mancare saldi punti di riferimento e di appoggio che finora offrivano sicurezza, sopraggiunge il nuovo, l’inaspettato, lo sconosciuto. Qui sta il dilemma: rischiare vie nuove o dar retta alla paura che spinge a rincorrere antiche sicurezze che vanno sbriciolandosi? L’offerta di un vestito nuovo e di un vino nuovo appena vendemmiato impongono una scelta, una nuova disponibilità che obbliga al cambiamento… ma questa scelta ha un prezzo molto alto che la maggioranza generalmente non è disposta a versare, o tutt’al più alle condizioni più basse (la pezza vecchia o l’otre vecchio vengono buoni).

    Israele non ha ancora terminato di assaporare l’ebbrezza del dono della libertà che alle prime difficoltà dettate dalla nuova situazione preferirebbe il ritorno alla schiavitù. È la stessa fatica delle prime generazioni cristiane provenienti dal giudaismo nell’accogliere sino in fondo la sconcertante novità della Buona Notizia che la obbligano a lasciare le tradizioni dei padri, i marinai di Colombo vorrebbero tornare indietro stanchi e delusi da un viaggio interminabile rinunciando al sogno di una terra nuova da scoprire, i professori dell’università di Padova si rifiutano di guardare nel cannocchiale inventato da Galileo con la scusante: “Noi sappiamo già com’è il cielo!”, il gesuita Matteo Ricci si vede impedire dall’alto il permesso di inculturare la fede cristiana nella Cina del ‘500 …e così via: sarebbero innumerevoli gli esempi che dicono la paura del nuovo e il tentativo di rifugiarsi nel vecchio con la scusante evangelica che “il vecchio è migliore!” (v.39).

    È una tentazione che serpeggia fortissima anche oggi tra le mura della Chiesa! Una Chiesa che si trova dinanzi alla sfida di un mondo sempre più secolarizzato, in cui impera la dittatorialità del relativismo che marginalizza sempre più il suo annuncio della verità. Di fronte a questo progressivo indebolimento è allora forte la volontà di voler riacquisire una forte identità. Operazione lecita e doverosa se però viene intrapresa nella giusta direzione che è quella di un nuovo radicarsi nel “kerygma” e in un rinnovato impegno di nuova evangelizzazione. Ma la tentazione è quella di rincorrere modalità più facili – perché di poco costo in termini di conversione! – che consistono nel recuperare questa identità tra la polvere delle soffitte, nell’illusione data di riaccarezzare le vecchie glorie del passato! Rimane allora valido il monito a non cadere in tale mortale tranello: “In quel giorno, chi si troverà sulla terrazza, se le sue cose sono in casa, non scenda a prenderle; così chi si troverà nel campo, non torni indietro” (Lc 17,31). Rischioso rifugiarsi nelle soffitte quando le fondamenta vacillano!

    Le due parabole evangeliche vogliono rispondere alle perplessità e ai dubbi di un discepolo e di una comunità, di ieri e di oggi, ancora troppo incerti e che non osano fare il passo decisivo fidandosi unicamente della promessa contenuta nella novità dell’evangelo. Per gli indecisi vale sempre un detto popolare prudentemente ripetuto: “Chi lascia la strada vecchia per la nuova, sa quel che perde ma non sa quel che trova!”. Certo si tratta di buon senso! Ma il “buon senso” umano (il vestito e l’otre vecchi) mal si adatta alla “sapienza divina” della Parola di Dio. Improntare la vita sul “buon senso” che si spaccia per prudenza significa permettere all’imperativo della paura di governare l’esistenza impedendoci di sperimentare l’ebbrezza della libertà dello Spirito. È un atteggiamento mondano che nasce da una inconfessata sfiducia nei confronti della vita e in ultimo di Dio stesso: “Ma questo popolo ha un cuore indocile e ribelle; si voltano indietro e se ne vanno” (Gr 5,23). Probabilmente è proprio qui il nocciolo del problema: la resistenza operata dalla coscienza ad affidarsi nella speranza al Dio che “fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5) nasce proprio dalla paura che questa Promessa che mi invita ad un orizzonte nuovo di vita sia un “imbroglio” di cui diffidare, anzi da cui starsene lontano. Molto meglio rifugiarsi nelle solite cose che danno l’impressione di sicurezza. Così che l’uomo “religioso” tenterà perlopiù di rattoppare “toppe vecchie” sul vestito nuovo della fede cristiana. Sono le operazioni attraverso le quali tutti cerchiamo di rendere innocuo il vangelo volendolo far andare d’accordo col “buon senso”, con “saggia prudenza”. Questo impedirà sempre di sperimentare la novità e la verità della Buona Notizia.

    Al contrario la comunità e il discepolo accoglie la sfida del nuovo non come un rischio e un pericolo, ma come opportunità per percorrere con una fedeltà sempre rinnovata il cammino della sequela. Ogni giorno è sempre il giorno delle nozze in cui bisogna mettere il vestito nuovo e bere il vino nuovo per sperimentarne la bellezza e la dolcezza!

    Il cristiano, e ancor più in consacrato, si è ormai “rivestito di Cristo” (Gal 3,27) ed è chiamato perciò a divenire in lui “uomo nuovo” (1Cor 12,12s). Questa tensione di conformazione gli impedisce di perder tempo a trascinarsi dietro inutili masserizie e rimpianti: “Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio»” (Lc 9,62). Desideroso di vestire l’abito nuovo nella sala del Regno dove gusterà il vino nuovo il discepolo non esisterà ogni giorno a buttare nell’immondizia quel che è vecchio, logoro e inservibile: “Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici e dovete rinnovarvi nello Spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,22).

    Oratio

    Chiediamo allo Spirito il coraggio della fede dei padri, di Maria. Il coraggio di non volgerci indietro dopo aver posto mano all’aratro, di non rischiare di impietrirci come la moglie di Lot,  ma come Abramo di “partire” ogni giorno per quel pellegrinaggio cui il Signore ci ha chiamati, avendo nella bisaccia solo la fiducia e la speranza che riposa unicamente sulla promessa della sua Parola: il resto non serve!

    Meglio di me, Signore, tu sai su quali orizzonti si allarga il paese delle promesse.
    Abbandonerò i territori dove, da padrone,
    organizzo la dolcezza per i miei occhi
    e l’ebbrezza per il mio corpo,
    facendo scorrere latte e miele
    nel comodo allineamento dei miei giorni.
    Partirò!

    Abbandonerò le mie terre di comodità,
    dove mi è indifferente l’ordine delle cose,
    fino a quando i diluvi dell’odio e dell’ingiustizia

    non sommergono la mia dimora.
    Abbandonerò le mie terre di disprezzo,
    dove gli uomini sono catalogati secondo il rendimento,

    come se fossero prodotti sul mercato.

    E tu mi butti fuori dalla mia casa,
    dove gli armadi sono pieni e gli scaffali ordinati.
    E tu sempre mi costringi a guardare più lontano
    e a piantare altrove le radici del mio cuore.

    (Charles Singer)

  • 29 ago


    Mentre le porte erano chiuse

    Lectio di Gv 20,19-23

    di p. Attilio Franco Fabris

    Mentre le porte del luogo dove si trovavano i discepoli erano chiuse per paura” (v. ). Come ripartire nel nostro cammino di fede e di sequela se le nostre porte sono ben serrate, sprangate a doppia mandata perché presi da mille timori e scoraggiamenti e incertezze?

    Le nostre paura ci immobilizzano, ci impediscono ogni movimento. Il cammino ci mette in gioco verso il nuovo, ma il nuovo ci spaventa ed è meglio rifugiarci nelle nostre piccole sicurezze che comunque prima o dopo saranno, inevitabilmente, spazzate via. Paura di giocarci, paura del futuro, paura di perdere i nostri vantaggi e sicurezze, paura del cambiamento…

    Lo Spirito vuole “abbattere” queste porte sprangate e barricate, infondendo in ciascuno di noi una sventagliata di coraggio e santa intraprendenza. Vuole, col suo solito impeto di vita, farci ripartire, come i discepoli di Emmaus dalle porte della locanda, perché sa bene che saremo sempre tentati di rallentare, fermarci, o deviare dal percorso imboccando strade alternative,vicoli ciechi, angoli bui.

    Chiediamo allo Spirito che soffi in modo sì travolgente da costringerci a muoverci, e che con la forza della Parola udita, nella quale il Risorto nuovamente ci parla e ci invia, trovi in noi disponibilità a riprendere il cammino.

    “Spirito del Signore, vieni su di noi, trasforma il nostro cuore e prendine possesso. Brucia le nostre paure, sciogli le nostre resistenze… Fa’ che non restiamo prigionieri della nostalgia o del rimpianto del passato, ma sappiamo aprirci con serena fortezza alle sorprese di Dio… Rendici vigili, fiduciosi e prudenti nell’attendere il domani della promessa nella fatica delle opere e nella pazienza dei giorni della nostra vita” (B. Forte).

    Lectio

    La nostra pagina evangelica si apre con un’introduzione in cui vengono offerte all’ascoltatore le coordinate di tempo – “la sera di quello stesso giorno” -  e di spazio – “nel luogo dove erano i discepoli” -  all’interno delle quali avviene l’incontro di Gesù risorto con i discepoli impauriti e disorientati dopo i tragici avvenimenti della sua passione e morte. Tutta la scena ha Gesù come protagonista: è lui il punto di convergenza da cui si diparte nuovamente la sequela e la missione.

    Il racconto è ambientato alla “sera del primo giorno della settimana”. E’ il giorno della resurrezione stessa di Gesù: Maria di Magdala ha già portato la buona notizia al gruppo incredulo, Pietro e Giovanni sono già corsi alla tomba vuota.

    L’apparizione di Gesù è descritta da Giovanni come una “venuta” – “venne” -. E’ un verbo significativo perché rimanda all’esperienza liturgica e di preghiera delle comunità cristiane delle origini pervasa insistentemente dall’invocazione “Maranahthà” che potrebbe tradursi con: Vieni, Signore, oppure con: Il Signore viene. Da parecchi indizi, e da tutto il contesto, possiamo cogliere nel nostro brano evangelico una sottintesa volontà dell’evangelista di sottolineare l’esperienza liturgica della comunità come luogo di incontro col risorto (la “sera”, il verbo “venne”, lo stare insieme dei discepoli, il mandato….).

    I discepoli sono “a porte chiuse dentro al luogo dove si trovavano per paura dei Giudei”. Essi hanno paura. Di cosa? Avvertono un’ostilità crescente fuori di quelle stesse mura, e che potrebbe riversarsi su di loro da un momento all’altro come lo è stato per il loro Maestro di cui hanno terrore di fare la fine. Sono tuttavia angosciati e impauriti perché incapaci di dare senso, ragione a tutto ciò che è avvenuto: quella morte di croce è lì fissa dinanzi alla loro coscienza come uno scandalo insormontabile. E’ in fin dei conti una comunità alla deriva, destinata allo sgretolamento, alla dispersione (Tommaso se ne è già andato, e così i due di Emmaus!). Senza il punto di riferimento rappresentato da Gesù essa si sente sola, abbandonata, isolata, impossibilitata a muoversi.

    Dopo questa introduzione “in tonalità minore”, il nostro evangelista ecco procedere con l’esplosione di due scene che vengono a frantumare questa esperienza di vuoto e di angoscia.

    Due scene susseguenti che è possibile porre benissimo in parallelo.

    La prima scena trova il suo nucleo nel riconoscimento di Gesù da parte dei discepoli intimoriti. La prima parola che il risorto pronuncia è: “Pace a voi! – Shalom ‘alekem”. Non si tratta semplicemente di un augurio, ma è una consegna effettiva e autorevole del dono promesso dello “shalom” quale pienezza di vita, quel dono che i profeti e lo stesso Gesù avevano preannunciato come compimento delle promesse dei tempi messianici. Durante i discorsi dell’ultima cena Gesù aveva preannunciato ai suoi: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore” (Gv 14,27), e ancora: “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Finalmente questa shalom tanto attesa può pervadere il cuore di ogni uomo che accoglie il dono della venuta del Signore risorto.

    Dopo queste parole Gesù mostra le ferite delle mani e del costato. La menzione del costato è tipica di Giovanni il quale certamente ci rimanda così alla scena della morte e del costato trafitto dalla lancia (19,34-37). In quel momento “uscirono sangue e acqua” simbolo della vita e del dono dello Spirito che Gesù sta per fare. Notiamo che per Giovanni questo gesto di Gesù risorto non ha alcuna intenzione apologetica, quasi che volesse dimostrare la verità della resurrezione, esso possiede una finalità più profonda di rivelazione; infatti nel nostro evangelista il verbo “mostrare” ha quasi sempre questa valenza “rivelativa” (cfr 2,18; 5,20; 10,32; 14,8).

    La reazione dei discepoli è immediata. I discepoli “vedendo” il Signore che “mostra” le sue piaghe riconoscono in lui il Crocifisso Risorto: “gioirono nel vedere il Signore”.

    Anche la gioia, e non solo la pace, è frutto dell’adempimento della promessa. Sempre nei discorsi di addio Gesù aveva infatti affermato: “La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia.” (16,21-23). Questa promessa ora si realizza.

    Dopo l’offerta del dono della pace e della gioia, il cuore dei discepoli si infiamma: la “contemplazione” delle piaghe testimoni di un amore “sino alla fine” (13,1), la pace e la gioia che scaturiscono dall’incontro li predispone ad un ulteriore passo, all’accoglienza di un ulteriore dono.

    Si apre così la seconda scena. Essa contiene nel suo nucleo il mandato missionario di Gesù ai discepoli: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Anche questa formula è già presente nei discorsi di addio: “Come tu mi hai inviato nel mondo, così io li ho inviati nel mondo” (17,18). Ciò che appare evidente e caratteristico è che Gesù pone un chiaro parallelismo tra la missione a lui affidata dal Padre e quella che lui affida ai suoi discepoli. Vi è perciò, per i discepoli, una partecipazione alla missione stessa del Figlio, sono chiamati a continuarne “nel mondo” l’opera di annuncio della buona notizia dell’amore del Padre.

    Dopo queste parole di mandato Gesù compie un gesto estremamente significativo: “soffiò su di loro”. Tale gesto è accompagnato dalle parole: “Ricevete lo Spirito santo”. Nell’antico testamento abbiamo due riferimenti importanti: in Gn 2,7 dove Dio creando dalla terra Adamo “soffiò nelle sue narici un alito di vita”, e in Ez 37,9: dove il soffio di Dio è invocato sulle ossa aride “perché riprendano vita” (cfr Sap 15,11). Dunque il gesto di Gesù ha un valore di dono di vita e di nuova creazione. E’ questa, secondo alcuni esegeti, la “pentecoste giovannea”.

    Per rendere effettiva la missione i discepoli, in certo qual modo, hanno bisogno di essere ricreati-rigenerati mediante l’accoglienza della buona notizia della morte di Gesù: ma questa è opera dello Spirito di verità. Vi è perciò una strettissima relazione tra la missione e il dono dello Spirito. Senza quest’ultimo la missione non sarebbe possibile. Invasi dallo Spirito, che li apre all’accoglienza del dono della morte-resurrezione di Gesù, i discepoli sono così consacrati per la missione.

    Questa missione si riassume con l’incarico di annunciare il perdono dei peccati.(cfr Mt 16,19; 18,18. La terza persona plurale – “sono rimessi… sono ritenuti” – sottintende che è Dio stesso che rimette o ritiene i peccati) è un il compito affidato alla comunità cristiana e ai suoi responsabili col il quale essi sono chiamati ad annunciare la buona notizia e di ammettere al battesimo coloro che l’accolgono. E’ inevitabile che l’annuncio della parola e i gesti che l’accompagnano portino un giudizio sul mondo dinanzi al quale gli uomini sono chiamati a scegliere: alcuni l’accolgono ricevendo il perdono altri lo rifiutano indurendosi nel proprio male (14,17; 16,8).

    Collatio

    La comunità dei discepoli rinserrata dentro il cenacolo è allo sbando, il disorientamento è totale e immobilizza ogni sforzo per ripartire. Serpeggia solamente la nebbia dello scoraggiamento e della sfiducia. I discepoli sono incagliati, arenati in quello scoglio “scandaloso” che è la croce. sono come una barca impossibilitata a prendere il largo.

    Per loro, negli angusti orizzonti di quella stanza buia dalle porte e finestre sbarrate, non appare alcuna via di uscita, alcuna soluzione: è l’immobilizzazione così simile alla morte. Sempre la paura paralizza, immobilizza e spegne ogni desiderio. Il cammino fatto fino a quel punto sembra dissolversi come un’illusione da strapazzo.

    Ripartire come? Da dove? È una domanda che avrà sicuramente rimbalzato nelle menti di tutti i discepoli ma alla quale nessuno sa trovare risposta né soluzione.

    Se il Crocifisso risorto non mettesse mano lì dentro sarebbe la catastrofe per tutti. E’ solo l’incontro con lui a possedere la forza straordinaria capace di rimettere in moto quella comunità, di infonderle nuovo dinamismo capace di stravincere ogni paura. E’ il soffio impetuoso dello Spirito donato dal Risorto a possedere la forza travolgente di spingere questo gruppo sparuto e impaurito ad affrontare i confini del mondo per portare la Buona Notizia.

    Cosa significherà per noi “ripartire” nuovamente, come i discepoli, da quel cenacolo ostruito dai massi delle nostre paure?

    Ripartiamo se ci accorgiamo anzitutto che abbiamo ancora tanta strada da fare, e che forse ci siamo per troppo tempo fermati. Capita di trovare persone, autodefinitisi credenti, che si sentono già arrivate, già a posto. A costoro la parola “ripartire” non evoca nulla, non suscita alcun desiderio, perché “ripartire” è un verbo compreso solo da chi abita il mistero, da chi avverte una nostalgia indefinibile di bellezza, di vita e di pienezza di cui si vuole cercare la fonte; è compreso da chi vive una sana insoddisfazione nella propria vita perché sente l’urgenza di cercare nuovamente, di non accontentarsi. Riparte l’uomo “desideroso”, ovvero etimologicamente (desiderio = ad sidera) l’uomo capace di “guardare le stelle”, ovvero di alzare lo sguardo e di uscire dalla stanza chiusa del suo piccolo mondo per cercare qualcosa di più grande, non accontentandosi più del “già visto”. E’ l’uomo desideroso di infinito che richiama a quell’Infinito che è Dio stesso.

    Questo significa vincere il rischio di quella terribile malattia che la miopia della coscienza che porta al ripiegamento su di sé. Ma questo significa la rinuncia a quelle fragili sicurezze fatte di tante piccole e grandi chiusure che sono disseminate nella nostra vita e nelle nostre comunità.

    Vi è inoltre un’ulteriore strada che può spingere a “ripartire”, ad uscire dalla stanza chiusa, ed è quella che possiamo percorrere accanto al dolore. È una strada rischiosa e faticosa perché sollecita fortemente alla rabbia, alla rivendicazione, all’immobilizzazione: come i discepoli impauriti e pervasi dal dolore siamo incapaci di alzare nuovamente lo sguardo e di tornare a sperare.

    Tuttavia, se ci lasciamo interrogare dallo scandalo del male nostro e di quello che ci circonda e che sembra avere l’ultima parola, dall’assurdità della violenza che abita il cuore nostro e di ogni uomo,  avvertiremo la necessità di andare oltre, di uscire, di cercare, di appunto… ripartire. Il dolore possiede la grazia di scomodare la fede scontata fatta di facili risposte artefatte che rinserrano la mente e il cuore.

    In tutto questo ciò che è fuoco che può riscaldarci, vivificarci e illuminarci, ciò che è soffio capace di farci rivivere sarà il nostro “perseverare nell’ascolto della parola”. Una comunità che desidera “ripartire”, è una comunità disponibile all’ascolto. Tale dono impedisce di rinserrarci dentro le illusorie sicurezze delle nostre quattro mura (fatte magari anche di belle progettazioni, di belle celebrazioni, di agende stracariche di impegni ma in cui perdiamo di vista il cardine essenziale).

    Una autentica “ripartenza” porrà Cristo e la Buona Notizia della sua morte e resurrezione al centro di ogni cosa, come perno imprescindibile e insostituibile. Ciò significa lasciare che sia lui il fondamento e la misura di tutto che siamo e facciamo. È necessario in un mondo che vede più che mai la tentazione titanica dell’uomo di farsi misura a se stesso, di voler ripartire da sé stesso per trovarsi poi a girare a vuoto, o “in tondo” come afferma la scrittura parlando dello stolto.

    Contemplando le piaghe del Cristo crocifisso e risorto, riudendo sempre la sua parola che è promessa di pace e perdono, ci apriamo sempre più al soffio del suo Spirito. Ed è lo Spirito a trasformare la nostra vita in un itinerario, un pellegrinaggio, una missione. La vita non sarà più un circolo vizioso avvolto dalle brume delle nostre noie, della nostra sfiducia e  delle nostre paure. Essa si aprirà al futuro di Dio, alla sua promessa… nonostante tutte le nostre porte sprangate.

    Oratio

    L’incontro con te, Signore Gesù, attraverso l’ascolto della tua parola diventi una rinnovata occasione del dono del tuo Spirito di vita su di noi, sulla Chiesa e il mondo intero.

    Soffia ancora Signore Gesù: ne abbiamo bisogno! Come i discepoli spesso ci intristiamo e ripieghiamo nei nostri scoraggiamenti, siamo attanagliati dalle nostre mille paure. Nonostante questo tu “vieni” ancora e sempre in mezzo a noi con il dono della tua presenza fatta parola e pane. Questo rinnovato incontro con te infonde, come un tempo ad Elia stanco e scoraggiato, una nuova energia, ci rialza e ci fa riprendere il tratto di strada. Ora ci inviti a percorrere con te le strade del mondo per portare quello che tu stesso ci hai donato: la pace e la gioia contenute nella Buona Notizia.

    Trasformarci in strumenti di pace e di riconciliazione in questo nostro mondo, in cui troppe barriere e steccati chiusi impediscono di uscire, di incontrarsi, di riconciliarsi. Ci si rinserra nella propria paura e la vita intristisce e la gioia della comunione non viene vissuta.

    Che la comunità dei tuoi discepoli risplenda in questo nostro mondo per la missione che tu le hai affidato: sia capace con la forza dell’evangelo di dissolvere ogni porta chiusa perché tutti si possano incontrare sulla strada ed insieme ripartire verso l’unico Padre di tutti.

  • 13 ago

    Assetati di felicità

    Lectio dal Qoelet  2,1-11

    di p. Attilio Franco Fabris

    1 Mi son detto: «Ora voglio provare ogni specie di piacere e di soddisfazione». Ma tutto mi lasciava sempre un senso di vuoto. 2 Il divertimento lascia insoddisfatti, l’allegria non serve a niente. 3 Allora ho cercato il piacere nel bere, ma senza perdere il controllo. Mi son dato alla pazza gioia. Volevo vedere se questo dà felicità all’uomo durante i pochi giorni della sua vita. 4 Ho fatto anche grandi lavori. Ho fabbricato palazzi, ho piantato vigneti. 5 Ho costruito giardini e parchi, dove ha piantato ogni qualità di alberi da frutto. 6 Ho costruito serbatoi d’acqua per irrigare quegli alberi. 7 Ho comprato schiavi e schiave; avevo molti servi in casa mia, possedevo moltissimi buoi e pecore, più di tutti i re di Gerusalemme. 8 Ho accumulato molti oggetti d’oro e d’argento. Ho preso le ricchezze e i tesori di altri re e governanti. Ho fatto venire nel mio palazzo cantanti e ballerine: per i miei piaceri, tante belle donne. 9 Insomma, ero diventato più ricco e più famoso di tutti i miei predecessori di Gerusalemme. Per di più, non ho mai perso la testa! 10 Ho soddisfatto ogni mio desiderio; non ho rinunziato a nessun piacere. Sono riuscito a godere delle mie attività: questa è stata la ricompensa per tutte le mie fatiche. 11 Ho tentato di fare un bilancio di tutte le opere che avevo fatte e della fatica che mi erano costate. Ma ho concluso che tutto è vanità, come inseguire il vento. In questa vita sembra tutto inutile.

    (traduzione interconfessionale)

    Perché tanto malessere nella società del… benessere? E’ un interrogativo che si affaccia ripetutamente nella mente di chi possiede ancora – speriamo -  il dono di interrogarsi sulla vita e di non semplicemente “lasciarsi vivere”. Il benessere dovrebbe portare con sé, secondo la nostra “mitologia” culturale, la felicità. Più benessere equivale a più felicità! E chi non desidera essere felice? Così si crede di trovare appagamento in quella vacuità proposta dal consumismo. Ciò che si crede appaghi il cuore è riempirlo di “cose” sempre nuove, di sempre nuove “esperienze”. Ma, ahimè! Come un miraggio nel deserto la felicità è sempre più in là, all’orizzonte sempre irraggiungibile. Così l’insoddisfazione diviene il comun denominatore dell’esperienza umana.

    Noi vogliamo leggere tutto questo non in chiave negativa ma come un’opportunità, un richiamo che spinge il cuore a cercare più a fondo e più in verità. Una sana insoddisfazione si tramuta allora in occasione di grazia, nella quale lo Spirito può suggerire alla nostra coscienza di cercare la “perla preziosa” che ci farà veramente felici: “Cerca la gioia del Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” canta il salmo 36 (v.3).

    Che il Soffio divino di Dio apra ora le orecchie del cuore ad accogliere il dono della Parola che sarà luce nel nostro cammino di ricerca: Spirito della gioia, noi crediamo che ci sei dato per educarci alla gioia vera, per formarci alla gioia della carità e del servizio, per comunicare a tutti la tua gioia piena che non avrà mai fine. Amen.

    Lectio

    Qoelet – la tradizione lo identifica con lo stesso re Salomone – è un uomo che al termine della sua vita ripercorre tutta la sua lunga esistenza spesa nella ricerca della sapienza apportatrice di felicità. Egli cerca di trarne una valutazione finale: Qoelet ci appare come un uomo che nei confronti della vita ha acquisito uno sguardo a dir poco “disincantato”: “Vanità delle vanità, tutto è vanità e un inseguire il vento”(1,2). Dove la parola “vanità” (ebr. hebel) indica il respiro che si condensa fuggevolmente sullo specchio per poi subito svanire evaporando. Ovvero: nella vita nulla possiede un valore eterno e una consistenza, tutto prima o poi precipita inesorabilmente nell’oblio dello Scheol. Come definire allora il nostro autore: un pessimista e un cinico? Difficile trovare una connotazione adatta. Egli sembra sfuggire a qualsiasi collocazione: forse è semplicemente un uomo capace di penetrare con estrema lucidità e realismo nelle contraddittorie trame della vita.

    Qoelet ha potuto toccare con mano l’inutilità di tutti i suoi sforzi per sfuggire ad un’amara e continua insoddisfazione. Nel suo animo torna incessante l’interrogativo che non gli lascia tregua: può l’uomo eludere l’assurdità con cui la vita gli si presenta? Le promesse della vita alla fine non gli si sgretolano inesorabilmente tra le mani? Non rimane forse solo una nausea insopportabile per ogni cosa, un senso amaro di fallimento? Cosa rimane terminata la festa che illude con le sue promesse di gioia straripante? Solo un senso di vuoto e di cenere.

    Qoelet ha cercato la felicità in ogni direzione. Ha tentato dapprima nella linea della sapienza trasmessa dagli antichi, si è posto alla loro scuola, si è confrontato con essi, ha accolto il loro ammonimento di fuggire la stoltezza: “La stoltezza è una gioia per chi è privo di senno;l’uomo prudente cammina diritto” (Pr 15,21). Ma alla fine egli rimane perplesso, se non deluso. Di fronte alla consapevolezza che il sapiente e lo stolto alla fine scenderanno entrambi nello Scheol e nessuno di loro sarà ricordato il nostro autore costata amaramente: allora a che serve la sapienza? Nulla ricompensa la fatica estenuante a cui l’uomo ha sottostato per giungere alla sapienza (cfr 1,3). Anzi, la sapienza reca con sé una sofferenza ulteriore che scaturisce da una maggior consapevolezza della propria insoddisfazione: “Dove c’è molta sapienza c’è molta tristezza, e, se si aumenta la scienza, si aumenta il dolore” (1,18). Allora quale vantaggio se ne ricava perseguendola?

    Tuttavia Qoelet non desiste, non si arrende. Egli vuol cercare altrove tentando nuove piste. Il suo progetto a questo punto si fa temerario: egli decide di percorrere addirittura la via della stessa stoltezza. Forse qui scoprirà una risposta. Dandosi ai piaceri della vita il cuore troverà finalmente pace e appagamento?

    E giungiamo così al nostro testo.

    Mi son detto: Ora voglio provare ogni specie di piacere e di soddisfazione”(v.1). Teniamo presente che non si tratta di una ricerca sconsiderata; Qoelet “sa”, è “consapevole” che sta cercando una risposta alla sua insoddisfazione proprio nella “stoltezza”: “senza perdere il controllo” annota egli quasi compiaciuto. Decide così con lucidità di percorrere una strada alternativa quasi fosse un osservatore esterno in ascolto delle risonanze del cuore. Vuole costatare “se questo dà felicità all’uomo durante i pochi giorni della sua vita”(v.3).  Sono “i giorni contati” che lo assillano, la breve vita scorre inesorabile e l’uomo angosciato cerca qualcosa che dia ad essa senso e gioia.

    Inizia col buttarsi nel vino e nella “pazza gioia”. Il vino ha la capacità di mettere allegria e di far dimenticare: ma si tratta di un’allegria vuota, che ha solo l’effetto di stordire. Il risultato è la constatazione che: “il divertimento lascia insoddisfatti, l’allegria non serve a niente”(v.2).

    Vista l’inutilità di questa pista eccolo tentarne subito un’altra: gettarsi sull’attività frenetica, sul  lavoro, nella costruzione di grandi opere “faraoniche” che diano la sensazione di essere protagonisti e persone di successo capaci di realizzare qualcosa che resterà nel tempo. Qoelet può affermare con una certa qual fierezza: “Ho fatto anche grandi lavori” (v.4).  Ha fatto costruire “grandi palazzi”, piantare grandi “giardini” (lett. “paradisi” v.5), innaffiati con immense “cisterne d’acqua”.  Per coltivarli si procura ovviamente schiere di “schiavi e schiave più di tutti i suoi predecessori in Gerusalemme” (v.7).

    Dopo aver realizzato tutto questo il cuore rimane tuttavia ancora insoddisfatto. Altra pista: “Ho accumulato molti oggetti d’oro e d’argento. Ho preso le ricchezze e i tesori di altri re e governanti” (v.8). I “tesori di re” sono i frutti delle battaglie vinte, mentre i tesori “dei governanti” sono i tributi degli stati vassalli. La nuova strada alla ricerca della felicità è dunque incrementare all’inverosimile la propria ricchezza. In effetti il denaro non offre un senso di onnipotenza? Con esso l’uomo può accaparrarsi qualsiasi cosa, si illude di poter comprare con essa anche la felicità. Ma già il salmo 48 accennava alla stoltezza del gettarsi nell’illusione della ricchezza: “Per quanto si paghi il riscatto di una vita, non potrà mai bastare per vivere senza fine, e non vedere la tomba” (v 9).

    Quale pista rimane? Se stordimento, successo e denaro non sono serviti allora non resta che tentare la strada dei piaceri e del sesso. Ecco il nostro Qoelet circondarsi allora di una corte gaudente e di “tante belle donne” (v.8; cfr 1Re 11,3). Trascorrere le giornate tra musica, balli e piaceri riempirà finalmente il suo cuore?

    Alla fine Qoelet può ben affermare a ragion di causa: “Ho soddisfatto ogni mio desiderio”. Non si è negato nulla! Ha provato di tutto pur di trovare una risposta alla sua insoddisfazione.

    Ma quale la sua risposta finale? Da un lato egli afferma solo un unico guadagno: una certa soddisfazione per ciò che è riuscito a realizzare: “Sono riuscito a godere delle mie attività: questa è stata la ricompensa per tutte le mie fatiche”(v.10).  Ma dopo questa considerazione ecco riaffacciarsi con lucidità spietata il solito e lucido ritornello: “Ma ho concluso che tutto è vanità” (v.11). Sì c’è un guadagno in ciò che si è riusciti a fare con le proprie forze, ma tutto questo a che scopo? L’agire umano, il suo agitarsi, il suo affannarsi alla fine gli risulta senza senso. Chi sa quel che all’uomo convenga durante la vita, nei brevi giorni della sua vana esistenza che egli trascorre come un’ombra?” (6,12).

    La tesi finale di Qoelet sarà che pur ricercando il bene, sola cosa che conta, il cuore dell’uomo rimane insoddisfatto. Il discorso rimane aperto perché rimane una nostalgia di assoluto che attende una rivelazione ulteriore, una nuova possibilità che Qoelet non può ancora intravedere.

    Collatio

    Il libro del Qoelet è un libro attualissimo, può essere dato in mano all’uomo di oggi che vi si rispecchierà alla perfezione. Come Qoelet egli può, in questa nostra società del benessere ammalata di un indefinito malessere, avere tutto, provare tutto… rimanendo, a quanto pare, sempre insoddisfatto. Non è felice anche se la sua vita è piena di “cose”, di nuove opportunità.

    Come bambini scontenti vogliamo giocattoli sempre nuovi: le novità per un certo tempo mettono a tacere il nostro vuoto, le paura, l’ansia. Ma ben presto le “novità” cessano di essere tali e l’insoddisfazione, inesorabile e appiccicaticcia compagna di viaggio, si riaffaccia bussando alla nostra porta e pretendendo un nuovo appagamento in un inesauribile circolo vizioso. Nelle nostre città dove sono offerti a cascata miriadi di svaghi, di divertimenti e di piaceri i volti rimangono nonostante tutto tristi, tirati, fuggevoli, chiusi. Alla fine la vita diviene insopportabile perché sembra tradire quella sete di felicità sempre inappagata: “In questa vita sembra tutto inutile” (v.11) ricorda, scotendo il capo, il nostro Qoelet..

    Vi è il più delle volte un’allegria sguaiata che è una gioia falsa: una maschera della felicità. Essa cerca di nascondere miseramente il vuoto e l’angoscia che si cerca a forza di mettere a tacere, schiacciare, rinchiudere come il bagaglio in una valigia troppo piccola. E quando questa falsa allegria svanisce come “hebel-soffio che svanisce” l’uomo si trova attanagliato dalla noia dalla quale non riesce a fuggire. Non sa più cosa volere e cosa cercare: “Ora voglio provare ogni specie di piacere e di soddisfazione. Ma tutto mi lasciava sempre un senso di vuoto” (v.1). Qoelet è annoiato. Ma cos’è la noia, chi è la sua “infelice madre”? La psicologia insegna che essa è figlia di un rifiuto inconsapevole di un “qualcosa”. Questo rifiuto inconscio crea un vuoto che non è rimpiazzato da nulla se non dalla… noia appunto che sola rimane conscia.  In un testo conciso lo scrittore francese Antoine de Saint Exupery diceva: “E lavorano nella noia /  nulla manca loro / fuorché il nodo divino / che lega tutte le cose / e tutto manca”. “Tutto manca” e la noia come un campanello rosso d’allarme segnala un vuoto al quale non si riesce a dare un nome. Rimane l’infelicità: fortunatamente! perché questa può trasformarsi in un richiamo a qualcos’“altro”, impedendoci di sprofondare nella voragine disperata del non senso. L’insoddisfazione allora, come accade a Qoelet, si trasforma in nostalgia di una pienezza di vita avvolta ancora nella nebbia, di un legame che tenga insieme finalmente il tutto: “nulla manca loro / fuorché il nodo divino / che lega tutte le cose”.

    A questo punto diamo atto al coraggio della ricerca di Qoelet che non si ripiega su se stesso e sulla propria infelicità. Ha il coraggio di rimanere in ascolto della propria insoddisfazione, non la nega, non la tarpa, ma accondiscende alla sua richiesta che lo spinge a cercare oltre: “Il divertimento lascia insoddisfatti, l’allegria non serve a niente. Allora ho cercato…” (v.2s).

    Non teme di  percorrere le strade più diverse al fine di trovare una risposta che appaghi finalmente il suo cuore. A questo scopo l’alcol, il sesso, il denaro, il successo divengono percorsi, anche se infruttuosi, di una ricerca consapevole di senso, di felicità. Tutte queste strade per Qoelet si trasformano in successivi – e provvidenziali! – trampolini di lancio per una ricerca che lo costringe ad andare  sempre più in profondità al proprio cuore. E il cuore reclama l’infinito.

    Sant’Agostino afferma più volte che il cuore dell’uomo è stato creato a misura dell’infinito che è Dio stesso. Egli inizia il libro delle sue “Confessioni” con una delle sue frasi lapidarie, riassuntive di tutta un’esperienza, che è un grido di preghiera: “Signore ci hai fatti per te, e il nostro cuore non trova pace finché non riposa in te”. Inutile allora tentare di colmare il proprio vuoto mediante poveri espedienti umani che si riducono alla fine a inutili tentativi di riempirlo di “cose”. Il cuore  mai potrà essere colmato se non da ciò che è infinito: da Dio solo.  Non per nulla il santo appare come l’uomo più felice di questa terra: ha scoperto una gioia piena e infinita che nulla potrà mai turbare. Il monaco Landuino nell’elogio di san Bruno, fondatore della Certosa, poteva affermare di lui: “Sempre erat festo vulto – Il suo volto era sempre gioioso”.

    Il nostro Dio non vuole la sua creatura triste e annoiata: l’ha creata per la gioia che scaturisce dalla comunione nell’amore con lui e con i nostri fratelli. Non per nulla la gioia del regno è paragonata a un festoso banchetto e il primo miracolo di Gesù avviene forse proprio nel contesto gioviale di un pranzo di nozze? Fiodor Dostoevskij, nei “I fratelli Karamazov” fa dire a Mytia, uno dei protagonisti: Signore facci ricordare che il tuo primo miracolo lo facesti per aiutare degli uomini a far festa, alle nozze di Cana. Facci ricordare che chi ama gli uomini, ama anche la loro gioia, che senza gioia non si può vivere, che tutto ciò che è vero e bello è sempre pieno della tua misericordia infinita”.

    Oratio

    Dio della mia gioia e del mio giubilo”: sono parole del salmo 42 e il credente, nel grigio e nella noia di tante strade percorse dall’uomo d’oggi, dovrebbe testimoniarlo.

    Signore, donaci allora la tua gioia, quella che hai promesso la sera di pasqua ai tuoi discepoli. Una gioia che nessuno potrà mai toglierci, perché non costruita sulla sabbia delle cose, dei ruoli, dei successi, ma sulla roccia certa che la nostra vita è ancorata alla tua, che tu ci hai fatti per te, per la vita, per la comunione con te. Facci scoprire che la felicità non sta nell’avere ma nel donare senza misura. E che nel dono di noi stessi, in questa partecipazione alla tua passione, possiamo sperimentare la gioia della vita nuova.

    Liberaci dalla tentazione di credere che saranno le cose di questo mondo a riempirci il cuore, liberaci da questa illusione. Fa’ che ti cerchiamo in verità con cuore indiviso, sostieni tu il nostro incerto cammino e la nostra faticosa ricerca: facci sin d’ora toccare con mano che solo tu puoi riempire totalmente il nostro cuore rendendolo capace di amore e di gratuità.

    Annunceremo così al mondo che tu hai colmato la nostra vita della gioia più vera “in misura colma e pigiata”, più di “quando abbondano vino e frumento” (Sal 42). La nostra gioia e il nostro sorriso diverranno testimonianza più di tante altre parole.

  • 12 ago

    Nel villaggio multiculturale

    Lectio di Atti 8,26-40

    di p. Attilio Franco Fabris

    Volti di colori diversi, lingue diverse, diverse culture e religioni: il mondo va trasformandosi in un piccolo villaggio multiculturale. Ci incrociamo frettolosamente mille volte sulle nostre strade, ciascuno verso la sua meta. Ciascuno portando nel cuore insieme attese e speranze insieme a delusioni e talvolta grossi pesi di sofferenza. Tanti “perché?”che invocano una risposta che non si sa da dove possa giungere, affollano la mente della persona che incontriamo sull’autobus, al supermercato, o sulla metropolitana.

    Ma l’indifferenza se non talvolta il sospetto, la diffidenza o addirittura la paura impongono tra noi e i “diversi”, i “lontani”, una distanza di sicurezza, un allontanamento: innalziamo steccati e muri per difenderci da un presunto pericolo che l’ “altro” sembra inevitabilmente rappresentare.

    O Spirito del Signore risorto tu sei al lavoro in questa onnipresente e sempre incipiente Babele, tu pervadi ogni cosa: vuoi abbattere ogni distanza e indifferenza, vincere ogni timore, disintegrare ogni muro innalzato dalla nostra angoscia. Con la croce di Cristo tu vuoi disintegrare ogni barriera: “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo” (Ef 2,14). In te le differenze si trasformano in meravigliosa ricchezza e varietà di doni che vicendevolmente ci arricchiscono. Tu desideri farci incontrare perché “i nemici si aprano al dialogo, gli avversari si stringano la mano, i popoli si incontrino della concordia” (Pregh. Eucarist. Riconc. II).

    Solo così ci trasformeremo in compagni di viaggio gli uni per gli altri. E  a tutti, noi discepoli di Gesù,  offriremo d’udire la sua Parola che salva, la sola capace di offrire vere risposte e aprire nuovi insperati orizzonti di cammino.

    Lectio

    Il vero protagonista si presenta subito nel testo: è lo Spirito del Signore, mediato dalla figura dell’ “angelo”. L’iniziativa dell’annuncio non appare come iniziativa dell’uomo ma dello Spirito del Signore stesso. Da parte dell’angelo vi è un preciso comando: “Alzati e va!” (v. 26).

    L’ubbidienza di Filippo è immediata, senza alcuna obiezione e resistenza. Quest’obbedienza è encomiabile perché umanamente il comando è ambiguo, appare come un controsenso: dirigersi infatti in una “strada deserta verso l’ora di mezzogiorno” significa rischiare di non incontrare nessuno perdendo il proprio tempo e spendendo inutilmente energie. Filippo parte e mentre il nostro è incamminato sotto il sole cocente di mezzogiorno “ecco…”: un senso di sorpresa e di attesa pervade improvvisamente il nostro racconto. Sta giungendo un carro sul quale c’è qualcuno che sta leggendo ad alta voce un rotolo di un libro.

    Il personaggio che Filippo incontra viene descritto con particolare minuziosità dall’autore degli Atti. Viene offerta all’ascoltatore una sua descrizione a vari livelli: etnico, religioso, sociale.

    In primo luogo viene detto che è un “etiope”: l’Etiopia è la nazione posta ai confini della terra abitata  e civilizzata, rappresenta “gli estremi confini della terra” (cfr 1Sam 2,10). Nei testi profetici è interessante notare come l’Etiopia sia nominata tra i popoli che Dio vuole condurre a Gerusalemme alla fine dei tempi. Lo stesso Gesù darà il mandato ai suoi di “essere testimoni fino ai confini della terra”. L’incontro di Filippo con l’etiope realizza così in germe questa promessa e attesa messianica.

    In secondo luogo ci viene presentata la sua fisionomia religiosa. Il nostro etiope è “venuto per il culto a Gerusalemme”. Probabilmente si tratta di quella categoria denominata da Luca col termine di “timorati di Dio”, sono i pagani simpatizzanti del giudaismo di cui accolgono il monoteismo e alcune indicazioni morali ma che non appartengono di diritto al popolo di Israele. Non si tratta dei “proseliti” che a pieno titolo potranno un giorno entrare nel popolo di Dio mediante il rito della circoncisione. Questa considerazione viene rafforzata dal fatto che egli è classificato come “eunuco”. E’ l’aspetto peculiare col quale Luca presenta insistentemente il nostro personaggio. Questa menomazione fisica nell’antichità era contrassegnata da grande disprezzo. Dal punto di vista religioso di Israele l’eunuco è una persona permanentemente impura e quindi esclusa irrimediabilmente dall’assemblea cultuale. Non mancano tuttavia alcuni riferimenti profetici nei quali affiora per i tempi messianici la possibilità che anche gli eunuchi possano un giorno far parte a pieno titolo del popolo dell’alleanza (cfr Is 56,3-8; Sap 3,14-15). E’ un personaggio che Luca sembra voler perciò affiancare a quei “disprezzati” e “ultimi” ai quali viene annunciata la Buona Notizia di Gesù.

    In terzo ed ultimo luogo il testo ci offre l’indicazione del suo “status” sociale:è  “funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori”. È quindi un uomo di alto rango, prestigio, cultura e ricchezza. Un rango e una ricchezza che non gli impediscono tuttavia di vivere in profondità una esperienza di “morte” interiore e di umiliazione arrecatagli dalla sua menomazione.

    L’annuncio di Filippo sarà proprio un invito ad affidare la realizzazione della sua vita non alle ricchezze e al prestigio sociale che possiede ma alla promessa del Signore.

    L’eunuco etiope è certamente rappresentativo dell’uomo in ricerca: egli sul carro sta leggendo il rotolo del profeta Isaia. Il diacono Filippo si mostra estremamente rispettoso di questa ricerca. Non la interrompe prepotentemente nell’ansia di inculcare certezze, non tenta di pilotare il discorso in direzioni precostituite. Egli sapientemente si introduce con una semplice domanda: “Capisci ciò che stai leggendo?” (v.30). La risposta è una richiesta indiretta di un aiuto che lo introduca, al di là della lettura, alla comprensione più profondo, diremmo esistenziale: “E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?” (v. 31).  Non basta dunque leggere, occorre “comprendere”! Ecco allora Filippo proporsi come compagno in questo cammino di “comprensione”.

    Filippo tesse la sua opera di evangelizzazione a partire dalla Scrittura che viene a rivestire un ruolo centrale. Questo cammino che si dipana lungo la strada non sarà solo fisico, geografico, ma soprattutto interiore, un cammino che si trasforma in una forte esperienza di condivisione della Parola dalla quale sola può nascere la fede.

    Il testo di Isaia sul quale si impernia la condivisione è estremamente significativo; ci offre uno spiraglio per comprendere che tipo di evangelizzazione compie Filippo nei confronti dell’eunuco.

    Chiave di volta è la domanda rivolta dall’eunuco a Filippo: “Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?” (v. 34). Non è solo curiosità, egli probabilmente avverte che tale testo potrebbe parlare anche alla sua esperienza aprendogli uno spiraglio di speranza. Non a caso il brano offrirà la possibilità di introdurre l’ascoltatore alla centralità del mistero di umiliazione e esaltazione di Gesù di Nazareth e nello stesso di parlare di riflesso alla reale condizione dell’eunuco.

    Per giungere a tale scopo Luca estrapola dal testo di Isaia alcuni versetti tralasciandone altri al fine di porre in evidenza l’aspetto di umiliazione che rappresenta la morte violenta del Servo di Dio la quale sembra “recidere” drammaticamente e irrimediabilmente ogni sua speranza di discendenza (“la sua vita è stata recisa dalla terra”!). Nonostante questo dramma la potenza di Dio è in grado di ribaltare questa situazione in un rinnovato dono di vita. Ma allora non potrebbe tutto questo potersi riferirsi anche all’esperienza di morte e umiliazione che l’eunuco vive in sé nella sua impossibilità di generare? Egli fissando gli occhi sul Servo sofferente non potrebbe appellarsi ad una speranza di vita, di reintegrazione? L’annuncio di Filippo consisterà nel testimoniare Cristo crocifisso e risorto come promessa di realizzazione di tale speranza.

    Il cuore dell’etiope si apre all’ascolto e all’obbedienza della fede che da esso scaturisce. E’ un itinerario, un cammino di evangelizzazione – di catecumenato potremmo dire in altri termini – al termine del quale si pone come apice la richiesta dell’eunuco: “Ecco qui c’è dell’acqua: che cosa impedisce che io sia battezzato?” (v. 36).  Nella umiliazione della croce e nell’annuncio della resurrezione ogni impedimento può essere decisamente superato, il velo del tempio è stato infatti definitivamente strappato. La domanda dell’eunuco è un forte invito alla comunità cristiana giudaica a superare ogni resistenza, blocco, pregiudizio nella proposta dell’evangelizzazione a tutti i popoli, ad ogni uomo e donna in qualsiasi situazione essi si trovino.

    Filippo si mostra docile non opponendo riserve e resistenze: “e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò” (v. 38). Il momento sacramentale pone il sigillo sul cammino iniziatico svolto.

    Al termine le strade dei due si dividono: Filippo è nuovamente “rapito dallo Spirito” e trasportato esattamente alla parte opposta della terra santa: vi sono altri confini da superare, altri popolo da evangelizzare. Da parte sua l’eunuco prosegue la sua strada “pieno di gioia”: è la gioia di colui che ha udito, toccato e veduto la salvezza che gratuitamente in Cristo gli è stata offerta e che lo ha trasformato a sua volta in evangelizzatore.

    Collatio

    Il brano che narra dell’incontro e dell’annuncio dell’evangelo da parte del diacono Filippo all’eunuco etiope è di una ricchezza sorprendente.

    Il primo aspetto che si evidenzia è l’imprevidibilità di questo incontro che sembra nascere dal caso, ma che in profondità è da sempre pensato e progettato dalla Provvidenza di Dio. Anche nell’incontro più inaspettato, strano, imprevisto lo Spirito può agire perché, attraverso l’ascolto e il dialogo, sia offerta all’interlocutore la possibilità di udire la Buona Notizia. Non è un annuncio di massa, anonimo: qui si parla di un annuncio “personalizzato” che raggiunge la persona nella sua concreta e unica  situazione.

    Perché questo si attui necessitano due condizioni: la prima è che l’evangelizzatore, in questo caso Filippo, sia docile, si colga realmente come ministro di una Parola che non gli appartiene ma di cui è semplicemente servitore, e questo fa sì che egli assuma un atteggiamento di totale disponibilità, senza resistenze, pregiudizi, calcoli.

    La seconda condizione è che a sua volta l’interlocutore, in questo caso l’eunuco etiope, si lasci raggiungere dalla Parola, entri in una dinamica di ascolto, di dialogo e di confronto con essa, vincendo anche da parte sua resistenze, paure, pregiudizi.

    L’incontro narrato negli Atti è straordinario proprio perché queste due condizione si presentano, per così dire, allo stato puro. E la conclusione non può essere che una: l’annuncio gioioso da parte dell’evangelizzatore e l’accoglienza piena della Buona Notizia da parte del “catecumeno”.

    Riflettendo su questo incontro la nostra riflessione deve puntare sulla nostra capacità e disponibilità a quell’annuncio che in termini ormai usuali viene definito “nuova evangelizzazione”. Filippo ha il coraggio di percorrere strade realmente nuove, apparentemente improduttive e “stravaganti”, prive di quelle “masse” che facevano la gioia un tempo di tanti predicatori. Ha il coraggio di modalità diverse dettatagli dallo Spirito del Signore: non oppone a questa nuova possibilità ragionamenti fatti di convenienze, comodità, certezze consolidate.

    Da parte nostra troppo spesso dobbiamo riconoscere, come ripetono gli ultimi documenti della CEI, come la nostra pastorale, in un mondo che cambia in questa nostra cultura ormai multietnica,  stenti a decollare in vista di una autentica nuova evangelizzazione, essa è ancora troppo preoccupata della “conservazione dell’esistente”: ancora troppo temiamo di percorrere strade nuove e deserte, e perciò ci accontentiamo del poco di sicuro che ancora ci sembra di possedere ma che vediamo lentamente sgretolarsi tra le mani.  “Teniamo duro” nonostante tutto, con sforzi immani cerchiamo di conservare,  di resistere, ma fino a quando e con quali frutti?  Ci condanniamo a perpetuare stili, modalità, tempi e luoghi di annuncio che ormai hanno fatto il loro tempo e non parlano più all’uomo d’oggi. La vita religiosa con la sua prerogativa di stile profetico, sembra anch’essa annaspare confusa e incerta in quale direzione incamminarsi. Lo Spirito e la Chiesa oggi ci domandano altro.

    La pastorale di evangelizzazione, in questa nostra società multietnica, è tutta da inventare, da sperimentare. Questo significa avventurarsi nel nuovo, nell’incerto, ed è per questo che forse si ha paura di rischiare. Meglio impegnarsi nel ripercorrere avanti e indietro le solite strade anche se poi il ritornello “così non si può andare avanti” continua un po’ dappertutto a risuonare.

    Intraprendere come Filippo strade nuove significa accogliere l’invito a quella “conversione pastorale” a cui più volte richiama il documento dei vescovi italiani “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (cfr n. 46).

    Dalla parte dell’uditore la riflessione approda ad altre considerazioni. La figura dell’anonimo eunuco etiope rappresenta emblematicamente tutti coloro che sono in un atteggiamento di autentica ricerca. A qualsiasi popolo, cultura o religione appartengano gli uomini ricercano un senso, una risposta a quegli interrogativi che sono di tutti e di tutti i tempi. Dobbiamo divenire attenti nell’ascoltare la domanda che più o meno esplicita colui che ci sta accanto ci rivolge. Ma può capitare che la nostra ottusità ci renda sordi e ciechi, i nostri preconcetti ci facciano assumere atteggiamenti precostituiti e negativi che impediscono ogni aggancio. Dobbiamo imparare a prestare attenzione, ascolto, accoglienza facendoci discreti compagni di viaggio. La Parola è una spinta a superare quelle barriere che spesso comodamente vorremmo frapporre, per rassicurarci, fra i cosiddetti “vicini” e “lontani”: ma chi può realmente giudicare la vicinanza o meno del cuore che autenticamente ricerca Dio? I nostri criteri sono così ristretti, siamo talvolta ciechi nel non riconoscere il bene e la verità dove meno ce lo aspetteremmo.

    La Parola che gratuitamente abbiamo udita e accolta ci chiama a farci  attenti ad ogni persona, in qualsiasi situazione essa si trovi: a tutti la Parola gratuitamente deve essere ridonata.

    Comprendiamo allora la necessità per la chiesa, per le nostre comunità, di una continua conversione per eludere il rischio di una colpevole chiusura alla grazia dell’evangelo destinato ad ogni uomo. La Chiesa è fatta per evangelizzare!

    E quando la Chiesa evangelizza riscopre nella Parola annunciata la gioia della Buona Notizia e del suo esserne strumento: a tutti deve essere rivolto l’annuncio del nostro essere stati raggiunti da una grazia inestimabile: quella di sentirci amati e accolti da Dio come fratelli, tutti allo stesso modo, e nessuno è escluso da questo sovrabbondante dono. Un incontro di tal sorta non può che trasformarci tutti in nuovi evangelizzatori, in portatori della Buona Notizia facendoci compagni di altri uomini e donne che  a nostra volta incontreremo sul nostro cammino.

    Oratio

    Sulle strade delle nostre città che gli uomini e le donne percorrono spesso oppressi da una solitudine senza risposte siamo da te, o Signore, invitati ad incamminarci, senza calcoli, né progetti ma fiduciosi unicamente nella forza della Parola che ci hai consegnato. Che essa sia annunciata al mondo intero. Tu ci vuoi sulle strade di questo mondo incontrando uomini e donne d’ogni razza, lingua, cultura e religione, e ci mandi senza due tuniche, né bisaccia, né denaro, ma ricchi solo della Buona Notizia che ci hai affidato.

    Rendici capaci di farci compagni di viaggio dei nostri fratelli. Non freddi saccenti con risposte arroganti sempre pronte e stereotipe, ma umili servitori della tua Parola. Fa’ che diveniamo capaci di accoglienza, di ascolto, di dialogo fraterno e sincero. Solo così, insieme, ci apriremo alle sorprese del tuo Spirito capace di allargare il cuore di ciascuno alla grazia dell’evangelo.

    Vinci, o Signore,  le nostre comodità, le nostre paure e resistenze, i nostri tentativi di ripiegarci nella sicurezza delle nostre sacrestie e nel percorrere strade ormai imparate a memoria, incapaci di suscitare in noi meraviglia ed entusiasmo.  Donaci, Signore, il coraggio di lanciarci sulle strade impreviste, e talvolta scomode, sulle quali tu ci vuoi.

    Nella forza della tua Parola nascerà, con colui che incontreremo, condivisione e comunione: le barriere saranno vinte, i pregiudizi abbattuti. E il mondo diventerà casa di fratelli da incontrare col sorriso e un abbraccio di pace.

  • 16 apr

    Dov’è il tuo Dio?

     

    Lectio del Salmo 88

     

     di p. Attilio Franco Fabris

      

     Chiediamo allo Spirito di aprirci all’ascolto della Parola e della vita. Quest’ultima porta in sé tante domande, dubbi e incertezze: è necessario che la fede, che scaturisce dall’ascolto della Parola, sostenga il nostro cammino fatto spesso di timidi e barcollanti passi. Infatti prima o poi la prova fisica, morale o spirituale, investe il cuore ingaggiandovi una cruda battaglia. Battaglia del dolore che segna lo scaturire impetuoso di un grido che contiene una domanda rivolta a Dio stesso: “Se ci sei… perché?”. Tante certezze iniziano allora a vacillare, vengono meno le risposte scontate, le sicurezze crollano, i dubbi acquistano consistenza e pesantezza. In questi momenti si ha bisogno di qualcuno che ci prenda per mano; abbiamo bisogno di un volto, di una parola che infonda una rinnovata speranza, a volte umanamente impossibile.
    Invochiamo lo Spirito perché faccia toccare la vicinanza del Padre nella nostra vita e in quella di tanti fratelli e sorelle segnati in questo momento dalla prova e dal dubbio.
    “Vieni, Signore, passi il tuo soffio come la brezza primaverile
    che fa fiorire la vita e schiude l’amore,
    o come l’uragano che scatena una forza sconosciuta
    e solleva energie addormentate.
    Passi il tuo soffio nel nostro sguardo
    per portarlo verso orizzonti più lontani e più vasti.
    Passi il tuo soffio sui nostri volti rattristati
    per farvi riapparire il sorriso,
    sulle nostre mani stanche
    per rianimarle e rimetterle gioiosamente all’opera.
    Passi il tuo soffio fin dall’aurora
    per portare con sé tutta la nostra giornata in uno slancio generoso.
    Passi il tuo soffio all’avvicinarsi della notte
    per conservarci nella tua luce e nel tuo fervore”. (P. Maior)

     

    Lectio

    Abbiamo scelto per la nostra Lectio un brano arduo non tanto per difficoltà esegetiche o testuali ma per il suo contenuto esperienziale: si tratta del salmo 88. Tra tutte le lamentazioni – che appartengono ad un genere letterario tipico del libro dei Salmi – il nostro testo appare con una sua peculiarità: è infatti, fra tutti i salmi di lamentazione, il più cupo e il più drammatico.
    L’impressione che se ne ricava è di un testo che contiene il grido disperato di un uomo che si sente sprofondare nel nulla della morte, “un vero e proprio ultimo urlo lanciato a Dio dalla parte degli inferi” lo definisce l’esegeta Gianfranco Ravasi.
    Possiamo suddividere il salmo in quattro parti al fine di rendere più agevole il nostro commento:
    - l’ introduzione: vv. 2-3
    - l’esposizione da parte del salmista della sua situazione: vv. 4-11
    - gli appelli rivolti a Dio: vv. 11-13
    - la ripresa dell’esposizione del caso: vv. 14-19
    Il salmo si introduce con una invocazione rivolta al “Signore Dio della mia salvezza” (v. 2): questo richiamo ad un Dio di salvezza è l’unico barlume di speranza in tutto il rimanente testo, nulla più. A questa flebile persuasione si aggancia tutta la preghiera implorante che segue.
    Si tratta di una preghiera incessante, insistente, martellante che risuona “giorno e notte” e che esprime sia la grande necessità in cui si trova l’orante sia l’attesa spasmodica che al termine Dio si decida ad ascoltare.
    Dopo l’introduzione ecco il salmista esporre a Dio la sua drammatica situazione (vv 4-10):  essa viene riassunta nell’espressione “sono colmo di sventure” (v. 4). Si tratta di una “sazietà” di dolore oltre il quale non è più possibile andare. E’ l’implorazione di colui che grida dicendo: “Non ne posso più!” in quanto si sente già nell’anticamera del regno della morte, sull’”orlo della tomba“, in un cammino “in discesa” (lett.) inevitabilmente diretto verso le viscere della terra, nel  regno del nulla che è lo Scheol.
    Per l’uomo dell’A.T. il tempo della salvezza è solo il presente contenuto nel ristretto spazio della vita terrena. Per colui che passa nel regno dei morti cessa ogni possibilità di sperimentare la salvezza, e questo per la semplice convinzione che Dio somma vita, non può avere nulla a che fare con la morte. Nello Scheol c’è sì una sorta di sopravvivenza, ma come ombra di se stessi, senza possibilità di comunione con Dio. Nel luogo dell’”Abaddòn” (v. 12; cfr Ap 9,11), ovvero della distruzione, non si potrà più celebrare la misericordia di Dio.  La conclusione è perciò drammatica. Le risonanze del salmista sono amare e sull’orlo della disperazione: “Sto per essere tagliato fuori… sto per essere dimenticato e abbandonato da Dio, mentre la vita mi sfugge tra le mani senza che io possa far nulla per trattenerla”.
    Autore di tutto questo dramma è, scandalosamente, Dio stesso. Infatti per la teologia ebraica veterotestamentaria tutto si riconduce a Dio sia nel bene che nel male. Quando la sventura, la sofferenza, la malattia coglie una persona, tale situazione viene letta nella categoria del “castigo”. Dio è “sdegnato” (v. 8)  per qualche colpa commessa. E questo castigo che coglie l’uomo suscita in lui solo spavento e terrore. L’immagine dei “flutti“  che sommergono è significativa: sono le onde del furore divino che inghiottono il nostro malcapitato senza che egli sia consapevole della ragione di tutto questo.
    Si potrebbe benissimo porre queste parole sulle labbra del paziente Giobbe, il quale accusando Dio di tutto il male che incombe su di lui dice quasi imprecando:su di me rinnovi i tuoi attacchi, contro di me aumenti la tua ira e truppe sempre fresche mi assalgono” (10,17); e ancora:  “Il mio spirito vien meno, i miei giorni si spengono; non c’è per me che la tomba !(17,1; cfr Lam 3,30).
    Questa parte contenente la descrizione della situazione termina in modo ancor più amaro e cupo: non solo Dio ha abbandonato il suo fedele, ma ha fatto sì che anche amici e parenti lo abbiano rifiutato, relegato in una solitudine senza consolazione. Tutti si sono distanziati da lui già in preda alla sventura. Siamo ancora molto vicini all’esperienza dolorosa di Giobbe che dice: “I miei fratelli si sono allontanati da me, persino gli amici mi si sono fatti stranieri. Scomparsi sono vicini e conoscenti, mi hanno dimenticato gli ospiti di casa; da estraneo mi trattano le mie ancelle, un forestiero sono ai loro occhi.(19,13-15).
    Non rimane che continuare a stendere al cielo le palme vuote delle mani nel gesto di una implorazione di chi a Dio non può dare nulla ma solo ricevere tutto. Sull’ “orlo della fossa” non rimane che rivolgersi nella supplica a questo Dio in preda all’”ira” e che sembra compiacersi di “terrorizzare” l’uomo che, solo e abbandonato da tutti, si trova in bilico tra la vita e la morte.
    La terza parte del salmo (vv.11-13) è costituita da una serie di domande poste  direttamente a Dio: sono domande in certo qual modo retoriche nel senso che sono rivolte a Dio affinché egli si persuada a mutare la triste condizione del salmista. L’idea di fondo è che, se negli inferi nessuno loda il Creatore, è cosa saggia che egli lasci continuare a vivere la sua creatura che così potrà ancora lodarlo. La preghiera del re Ezechia contiene il medesimo concetto: “Poiché non gli inferi ti lodano, né la morte ti canta inni; quanti scendono nella fossa non sperano nella tua fedeltà“ (Is 38,18).
    Infine con i vv. 14-19 giungiamo all’ultima parte del nostro testo. Negli altri salmi è generalmente pervasa di fiducia, anzi, talvolta vi troviamo già il ringraziamento nella certezza che sicuramente si sarà esauditi. Non è così nel nostro: il salmista ritorna tristemente al suo caso, alla disperazione che lo attanaglia e dalla quale non riesce a distanziarsi. Anzi rincara la dose di amarezza con la forte e scioccante espressione “Sono moribondo fin dall’infanzia” (v. 16). Più che un semplice accenno ad una malattia cronica probabilmente si tratta di una chiarezza interiore su quella che è la condizione intrinsecamente mortale e fugace dell’uomo: “Ricorda quant’è breve la mia vita: perché quasi un nulla hai creato l’uomo?” (Sal 89,48).
    La conclusione risulta perciò in tragica e stonata tonalità “minore”: il salmo termina con un sapore di amaro e di vuoto. Dio sembra così lontano e assente dalla sofferenza del salmista che si sente “respinto” (v. 15) e riconosce come sconsolata la sua condizione. L’ultima espressione è ancor più cupa: nessuna luce appare all’orizzonte, compagne del dolore dell’uomo rimangono solo le “tenebre” della solitudine e del non senso della sua sofferenza. 

    Collactio

     C’è da stupirsi che il grido disperato contenuto nel salmo 88 non si traduca in aperta rivolta, in una sofferta accusa e ribellione contro la “crudeltà” con cui Dio sembra accanirsi inspiegabilmente contro quest’uomo.
    Questo salmo è una preghiera audace: noi siamo forse troppo abituati nella nostra preghiera ad un linguaggio impregnato di espressioni di troppo… amore e fiducia, gioia e speranza spesso dal sapore un po’ dolciastro. Sono espressioni che talvolta sono molto lontane dal nostro reale sentire. Qui non è così: le espressioni sono vere e forti, rasentano l’invettiva contro Dio: scandalizzano le “pie” orecchie degli amici di Giobbe che, pessimi teologi, vogliono in ogni caso difendere Dio.
    Le pesanti parole del salmo non temono di porsi come dura accusa al silenzio scandaloso di Dio dinanzi alla sofferenza dell’uomo. “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 41,4): è questa un’antica domanda alla quale, con l’intelligenza fredda delle risposte stereotipate del catechismo, sappiamo dare immediatamente risposta: Dio è dappertutto, in ogni luogo, in cielo e in terra. Non vi è luogo in cui lui non sia presente. Eppure nel profondo della coscienza questa domanda, in un momento o l’altro della vita, si insinua inaspettata nella nostra coscienza non per invitare a ritrovare una certezza di fede ma per smantellarla e calarla nel vortice del dubbio. Dov’è Dio quando la sofferenza inutile dell’innocente grida un’ingiustizia che mette in discussione se non la sua esistenza almeno la sua bontà? Dov’è Dio quando la disperazione attanaglia il cuore e sembra di essere sperduti nel vuoto, senza fondamento, in balia di un nulla assurdo e senza volto? Dov’è Dio quando tutto in noi e attorno a noi acquista un sapore amaro di cenere, preannuncio di una morte certa dinanzi alla quale anche il credente vacilla? In questo stesso istante nel cuore di migliaia di persone nelle corsie degli ospedali, nelle case di cura, nelle carceri, ai capezzali di ammalati e moribondi oppure tra le mura di un anonimo appartamento di un qualsiasi condominio di una metropoli, questa domanda si impone alla coscienza come un terribile grido che sale verso un cielo che sembra di piombo attendendo risposta: “Dov’è il tuo Dio?” (Sal 41,4). Al grido implorante del salmo 88 nessuno può sfuggire perché prima o poi tutti in esso ci ritroveremo associati.
    Abbiamo tuttavia uno straordinario compagno e testimone: nella sua passione lo stesso Gesù (non per nulla la liturgia ci fa pregare questo salmo ogni venerdì e al sabato santo) vive fino in tutta la tragicità di questa invocazione di cui parla la lettera agli ebrei: “Con forti grida e lacrime supplicò chi poteva salvarlo dalla morte” (Ebr 5,7). E’ l’estremo urlo che vuole squarciare il silenzio di Dio dall’alto della croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46).
    Ed è l’esperienza fatta da tanti testimoni che hanno camminato lungo le ardue e spesso oscure vie della fede. Tra tutti scegliamo un testo di Teresa di Lisieux: “La mia anima fu invasa dalle più fitte tenebre e il pensiero del cielo così dolce per me, diventò motivo di lotta e di tormenti… Vorrei poter esprimere ciò che sento, ma ahimè! Credo sia impossibile. Bisogna aver percorso quella nera galleria per capirne l’oscurità… E quando voglio far riposare il mio cuore stanco per le tenebre che lo circondano, il mio tormento raddoppia; mi sembra che le tenebre, con voce di peccatori, mi dicano ridendo di me: Tu sogni la luce, credi di poter uscire un giorno dalle brume che ti circondano! Cammina, cammina e rallegrati per la morte che ti darà non già quello che speri, ma una notte più fonda ancora, la notte del nulla” (Storia di un’anima).
    È consolante ritrovare tra le pagine della sacra Scrittura un testo come il salmo 88 capace di rispecchiare la fatica del nostro credere e coraggioso nel gridare la situazione fragile e mortale dell’uomo che invoca una presenza capace di dare senso alla vita e alla morte. La Scrittura non esita a far propria questa angoscia che abita il fondo del cuore umano.
    Il salmo 88, non rischiarato dalla piena rivelazione, testimonia solo una fragile speranza che si blocca ai cancelli del regno dello Scheol ritraendosi inorridita affermando perentoria: lì Dio non può essere, lì si sarà abbandonati da tutti.
    Ma al credente in Cristo è data una speranza capace di trafiggere queste tenebre e di infrangere questi cancelli, di penetrare in quel buio con una certezza. Il cristiano possiede la grazia di intravedere una luce che per assurdo fuoriesce proprio dalla tomba da cui il salmista si ritrae inorridito. Scriveva il gesuita padre Theilard de Chardin che parlando di “vertiginosa voragine” evoca quasi la “fossa” e l’”Abaddòn” del salmista: “Più l’avvenire mi si apre dinanzi come una vertiginosa voragine, o un oscuro passaggio, e più avventurandomi in esso sulla tua parola, posso aver fiducia di perdermi o d’inabissarmi in te” (Ambiente divino).
    Come può infatti il Dio dell’alleanza, i cui doni sono irrevocabili, venir meno alla promessa della vita donata all’uomo sua creatura? 

    Oratio

     Nella notte del dubbio della fede, quando il grido di invocazione ad un Dio che sembra assente, si fa udire nel profondo del cuore, il Signore stesso ci si fa vicino.
    Ci viene accanto con la povera umanità del Crocifisso, non risolvendo magicamente i nostri problemi, ma con le mani e i piedi piagati, con il costato trafitto, per dirci di non spaventarci. “Non temere” suggerisce al cuore di ciascuno di noi:  “Non aver paura quando la vita ti chiede di entrare nelle tenebre e nella solitudine del Calvario, non temere di gridare giorno e notte affinché Dio così apparentemente assente ascolti la tua preghiera”.
    Anche Gesù sulla croce “emise un alto grido” (Mt 27,50) di invocazione al Padre, in tutto simile al grido del nostro salmista e dei mille crocifissi della storia. Ma quelle ferite del Calvario, a differenza delle nostre, non suppurano in disperazione ma irradiano speranza e luce; raccontano una fedeltà di un amore che non viene mai meno contro ogni evidenza che testimonierebbe il contrario. Quelle ferite possiedono la forza di suscitare in noi il coraggio di guardare oltre, di non sprofondare in una sorta di implosione nel nostro dolore. Quelle piaghe forti della loro debolezza ci rimettono in cammino alla scoperta del vero volto di Dio così vicino perché diverso dalle nostre povere attese.
    O Signore, donaci la grazia, di tener fissi gli occhi sulla tua croce nel momento in cui tutto sembra precipitare nel nulla. Che la croce divenga àncora gettata in mezzo al mare in tempesta, scoglio e faro indistruttibile in mezzo a quei flutti di morte di un mare tenebroso e in tempesta che vorrebbe spezzare in noi la speranza della tua presenza.

  • 14 apr
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    Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?

    Lectio di Lc 12,54-59

     

     di p. Attilio Franco Fabris

      

    Hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non odono” (Mt 13,15): sono le amare parole di Gesù nei confronti di una generazione incapace di scorgere in lui la novità di Dio che porta a compimento le promesse di Abramo.
    Possiamo anche noi avere occhi e non vedere, orecchie e non udire i fatti e le parole con cui Dio continuamente si avvicina a noi e ci parla nelle cose più semplici di ogni giorno, come nei fatti più grandi della storia. Sempre Dio entra nella nostra storia, quella dell’umanità come in quella di ciascuno di noi. Ma noi come i discepoli di Emmaus, chiusi nelle nostre certezze e tristezze, rischiamo di non accorgerci della sua presenza.
    Chiediamo anzitutto allo Spirito di aprire “gli occhi del nostro cuore”, di strapparci – lui che è guarigione – quelle scure “cataratte” che persistono in noi impedendoci di vedere i segni di speranza e di vita che lui stesso dissemina lungo la storia. È lui che, al di là dell’avvicendarsi delle vicende umane, tesse la vera trama nascosta del cammino dell’umanità. È lui la vera forza ed energia che tutto muove spingendo la storia, come il vento le vele della nave, verso il Regno.
    Sapremo scorgere la dolcezza e la forza della sua azione? Avremo occhi per riconoscerla ed esultare? Avremo cuore, mente, volontà capaci di porsi costantemente in ascolto di “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7)? Sapremo scorgere gli inviti discreti che egli sussurra alla Sposa affinché si prepari all’incontro con lo Sposo (Ap 22,17)? Non ci scandalizzeremo dinanzi alla sua voce potente e forte che risuona sulla bocca dei suoi scomodi profeti?
    “Spirito santo, fammi vedere tutto ciò che desideri farmi vedere, per rendermi partecipe di tutta la luce che abita in Te. Fammi vedere ciò che da solo non riesco a vedere. Fammi vedere ciò che non vorrei vedere, per timore dell’esigenza della luce, per viltà di fronte allo sforzo e al rinnegamento. Fammi vedere ciò che vorrei vedere: la via da seguire e le decisioni difficili da prendersi. Fammi vedere ciò che mi illudo di sapere e che invece non conosco. Fammi vedere ciò che dovrei vedere e che i mie pregiudizi mi impediscono di scoprire:la verità delle mie debolezze e delle mie colpe. Fammi vedere ciò che tu vedi: la bellezza del mio destino al servizio di Dio e dei fratelli, la grandezza dell’universo e l’immensità di Dio”.

    Lectio

    Il nostro brano si colloca in un capitolo che ha come tema il giudizio finale di Dio sulla storia. Il tempo scorre inesorabile e per l’uomo è questione di vita o di morte (ovvero di salvezza!) decidersi o meno per Dio. Tutto il capitolo si caratterizza perciò su una tonalità di “urgenza” da parte dell’uomo nei confronti del tempo che scorre e nel quale è chiamato a decidersi prima che sia troppo tardi.
    In questo tempo che è dato Dio stende la mano all’uomo per facilitargli l’accoglienza del dono della salvezza: offre dei “segni” di cui il primo e fondamentale è Cristo stesso: Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona” (Lc 11,29).
    Se dunque in un primo tempo Gesù sembra rifiutare categoricamente ai farisei la richiesta di offrire ulteriori “segni”, nel nostro brano egli ci ammonisce sul fatto che numerosi segni sono concessi agli occhi di coloro che sanno vedere. A quali “segni” si riferisce Gesù?  Non certamente a segni portentosi e straordinari come quelli richiesti, per metterlo alla prova, da “una generazione malvagia“. Gesù invita invece a scorgere i “segni” costituiti dal suo insegnamento e della sue parole per riconoscervi l’appressarsi del Regno di Dio e  per il quale ora è necessario deliberarsi.
    “Diceva ancora alle folle” (v.54): l’insegnamento è prolungato nel tempo (il verbo è all’imperfetto il che sta a dire l’importanza del messaggio) ed è rivolto a “tutti“, perché a tutti è donata la salvezza e perciò a tutti incombe il dovere di saper leggere il tempo presente (v.56) come il tempo decisivo in cui discernere “ciò che è giusto“(v.57) fare.
    L’insegnamento di Gesù si compone di due immagini paraboliche (vv. 54-59).Gesù si serve dapprima dell’immagine di fenomeni meteorologici che tutti sono in grado di interpretare: una nube che proviene da ovest, ossia dal mar Mediterraneo, indica l’approssimarsi delle piogge, mentre un vento dal sud, ovvero dal deserto dell’Arabia, è sicuramente indice di un’ondata di caldo (vv 54-55). Il messaggio è chiaro: dai “segni” meteorologici chiunque sa prevedere il tempo che farà e dunque prepararsi ad agire di conseguenza. Gesù certamente non se la prende con la scienza della previsione del tempo ma pone bene in evidenza la distanza che esiste tra questa capacità di discernere le cose più semplici e quotidiane e l’incapacità di riconoscere i segni di “questo tempo” ovvero il tempo della sua presenza e del suo annuncio carico di significato perché decisivo per la salvezza. “Questo tempo” ha i suoi segni di riconoscimento ma “questa generazione malvagia” non si prende la briga di interpretarli, non è in grado di farlo, o meglio preferisce non volerli riconoscere.
    L’appellativo di “ipocriti” (v. 56) viene perciò da Gesù applicato a tutti: nessuno escluso! L’ipocrisia è l’equivalente della cecità spirituale: si ha la possibilità di discernere il tempo decisivo della salvezza (kairos) ma non lo si vuole interpretare: si vuole continuare la solita vita! Si sanno “discernere-giudicare” i fattori meteorologici: ma dinanzi all’importanza decisiva del tempo si preferisce non voler vedere.  . L’accusa di ipocrisia è una chiara denuncia: i segni ci sono e sono chiarissimi per chi è disponibile a coglierli (cfr Lc 7,22; 11,20). Il fatto di non riconoscerli non è dato, per Gesù, dalla semplice ignoranza, ma da una coscienza colpevole perché consapevole di tale scelta. Scelta drammatica in quanto con tale atteggiamento l’uomo si preclude l’accoglienza del “kairos”, del tempo favorevole, nel quale è offerta la possibilità di cogliere i segni di Dio e, di conseguenza, convertirsi.
    Anche nei confronti di Giovanni il Battista, in carcere, Gesù invierà l’ammonimento a riconoscere tali “segni” (il suo problema era attenderne altri secondo le sue aspettative!). Anche per Giovanni vi era dunque la fatica di accogliere i “segni” di Gesù così diversi dalle sue attese: “Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!) (Lc 7,22s).
    Occorre dunque una disponibilità ed una apertura del cuore per accogliere i “segni” che Cristo (e la Chiesa che ne continua l’opera) dissemina lungo l’arco della storia: non sono immediatamente evidenti, sono piccoli quanto “un granello di senape“, sono scandalosi come lo è una croce piantata sul Calvario. Ma è urgente non lasciarseli sfuggire e con essi il dono della salvezza. Nell’insistere su tale atteggiamento Gesù si affida alla capacità di giudizio dell’ascoltatore stesso: non dovrebbe essere la prima preoccupazione di ciascuno salvare la propria vita? Dunque ciascuno dovrebbe giungere a comprendete-discernere “il giusto”: “E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (v.58).
    A questo primo insegnamento segue una parabola che ha come scopo il rafforzare ulteriormente il messaggio dell’urgenza nell’accogliere la grazia offerta “qui e ora”. Il dilazionarla potrebbe portare a conseguenze drammatiche (vv 58-59).
    L’esempio portato è un litigio tra due persone. Il diverbio sta per essere trascinato in tribunale col rischio del carcere. La prassi giudiziaria descritta (autorità-giudice-ufficiale di servizio) descrive con precisione l’usanza giuridica greco romana. A queste due persone cosa suggerisce il buon senso? Conviene loro mettersi d’accordo prima che sia troppo tardi! Ovvero occorre agire con prontezza. Meglio sistemare prima le cose.
    La parabola si conclude con una pesante minaccia (v. 59): se non si troverà un accordo l’accusato non uscirà dal carcere finché non avrà restituito fino all’ultimo “lepton” (la più piccola moneta di rame). L’esempio ha come obiettivo quello di far comprendere l’importanza del kairos, del tempo presente: “la scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco(Lc 3,9). Fuori parabola: l’uomo è chiamato a prendere “ora” la decisione fondamentale nei confronti di Dio prima di presentarsi in giudizio davanti a lui.
    L’indifferenza e l’ostilità, nei confronti di Gesù, rischiano di trasformare il lieto annuncio del Regno in motivo di giudizio: i “segni” sono dati, ora bisogna decidersi per Dio, per riconciliarsi con lui. 

     Collactio

     Per continuare l’opera di Cristo è dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi e interpretarli alla luce dell’evangelo“: così si esprimeva con una terminologia relativamente nuova, che avrebbe poi trovato ampio spazio di approfondimento teologico, il documento conciliare Gaudium et Spes (n. 11) che a più riprese riprenderà il tema della necessità (non facoltatività!) della lettura dei “segni dei tempi“, già ampiamente affrontata d’altronde nel magistero di Paolo VI (Cfr Enc. “Ecclesiam suam”).
    Da dove scaturisce il “dovere permanente” da parte della comunità cristiana di intraprendere questo costante sforzo di lettura dei “segni dei tempi“? Dal semplice e fondamentale fatto che la fede biblica è anzitutto non un assenso a verità astratte e astoriche ma assenso ad eventi storici ben precisi e puntuali nei quali Dio si è fatto presente e ha agito, e si fa presente e continuamente agisce, nella storia al fine di offrire salvezza all’uomo. Dio è entrato definitivamente nella nostra storia partendo da Abramo per giungere a Cristo e continuare la sua opera attraverso la Chiesa. Perciò nell’orizzonte della fede biblica la salvezza si presenta sempre come un “fatto” che,  presentandosi sotto l’aspetto di “segno” (il che garantisce la libertà umana nell’accoglierlo o meno), va accolto e letto alla luce della fede. Cosicché la verità non deve essere più ricercata al di fuori dello spazio e del tempo, in una dimensione ideale più legata alla filosofia che alla fede, ma va riconosciuta negli eventi storici costituiti da parole, persone, accadimenti che non sono per il credente un ostacolo alla conoscenza della verità stessa ma luogo della sua rivelazione. In tal senso tutta la storia è divenuta il “luogo teologico” in cui è dato all’uomo di aprirsi a quei “segni” attraverso i quali Dio lo vuole incontrare.
    Afferma ancora un testo conciliare della Gaudium et Spes: “Il popolo di Dio, mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore, che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle esigenze e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza e del disegno di Dio” (n. 11).
    Questo “discernere gli avvenimenti” non è automatico né tanto meno spontaneo: esso è reso possibile solo all’interno di un orizzonte di comprensione e di esperienza legato alla fede, perché solo attraverso tale sguardo è dato di riconoscere l’azione dello Spirito di Dio nella storia.
    Ma occorre riconoscere la fatica che incontriamo a fare tutto ciò: essa deriva da una fede scarsa e molto debole. Si possiede un grande discernimento nelle cose materiali e ci si affanna spesso per operarlo, ma non si possiede la stessa sollecitudine e preoccupazione per quanto riguarda le cose spirituali, per quelle eterne che decidono il nostro ultimo destino. Non si ha cura di voler riconoscere i “segni” attraverso i quali Dio ci parla: “Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?”
    L’uomo carnale direbbe Paolo non comprende ciò che è proprio dello Spirito; è “sapiente” nelle cose transitorie e fugaci ma stolto in quelle che riguardano il suo destino ultimo: “L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (1Cor 2,14s).
    L’ “uomo carnale” vive un rifiuto, con una conseguente incapacità di aprire gli occhi sul significato più profondo e sul senso ultimo delle cose e degli avvenimenti. Si tratta di un rifiuto che può nascere da diversi atteggiamenti. È possibile infatti che il “segno” venga rifiutato in nome di uno “status quo” che non desidera e non aspira ad altro: la preoccupazione sottostante è che le cose rimangano le stesse perché il cambiamento fa paura. Vi può essere un rifiuto del “segno” motivato da una negazione del presente: le cose – per costui – non potranno mai cambiare, anzi si andrà di male in peggio! Non vi è in questo caso la minima apertura alla possibilità che il “segno” stia a significare un germe di possibile cambiamento.
    Solo l’uomo “spirituale”  è abilitato alla lettura dei “segni dei tempi”. Egli possiede il dono di guardare la realtà con occhi diversi perché capaci di una visione che va “oltre”: sa scorgere nei “segni” di cui è cosparsa la storia di un qualcosa che non è ancora pienamente presente, ma che già si offre e si sviluppa nell’umiltà e nel nascondimento “del germoglio in terra arida” (cfr Is 61). L’”uomo spirituale giudica ogni cosa” ovvero è in grado di relativizzare il presente, senza idolatrarlo né condannarlo, vivendo la certa speranza che la storia, pur nelle sue contraddizioni, è incamminata verso il Regno perché iscritta in un disegno che è divino e non umano. Per tale motivo solo lui possiede la capacità di una “lettura profetica” del reale.
    Ma quali sono i criteri con cui accostarsi alla storia al fine di cogliere i “segni” della presenza e dell’agire di Dio? Ci viene in aiuto un fondamentale testo tratto ancora dalla costituzione dogmatica “Gaudium et Spes” dove si dice che “è dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito santo, di ascoltare attentamente, capire e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e di saperli giudicare alla luce della Parola di Dio, affinché la verità rivelata possa essere sempre più profondamente intesa, meglio capita e presentata in una maniera più adatta” (n. 44). È un testo notevole in quanto ci offre chiaramente i criteri, o meglio un itinerario di discernimento dei “segni dei tempi”: “ascoltare attentamente, capire e interpretare…saper  giudicare“.
    Anzitutto ci viene chiesto di saper “ascoltare attentamente“. Ciò significa accogliere i fatti in se stessi, nelle loro manifestazioni, cause, dimensioni, conseguenze, mettendo in atto tutti quegli strumenti umani adatti a leggerli il più oggettivamente possibile (quali ad esempio la sociologia, la psicologia, le scienze…).. Il fine è saper guardare le cose così come esse sono e non come vorremmo fossero con la conseguenza di distorcerle: “Quando vedete una nuvola salire da ponente”. La distorsione dei fatti succede quando prevarica l’ideologia (non solo politica ma anche religiosa) che pretende di piegare la realtà al fine di farla rientrare nei propri ristretti schemi mentali. L’ascolto attento esige umiltà, empatia, l’eliminazione di qualsiasi “pre-giudizio”.
    Un secondo passo sarà di “capire ed interpretare“. Non ci è chiesto di giudicare immediatamente le cose, ma di sforzarci il più possibile di “comprenderle” ovvero di saperle leggere in profondità (è il dono dell’intelletto – intus-legere – da chiedere allo Spirito!) nelle loro radici più profonde e nelle loro conseguenze: “subito dite: Viene la pioggia”.  Mancasse questa comprensione ed interpretazione (che non equivale ad approvazione) non sarebbe possibile una lettura del fatto come “segno”. Perché la realtà rivesta la valenza di “segno” è fondamentale che essa ci tocchi in profondità, che ci lasciamo interrogare da essa, che ci trovi aperti ad essa. Non può far questo il pessimista né tanto meno il diffidente o colui che crede di aver la verità in tasca.
    Solo in un terzo momento si potrà giungere ad un “discernimento” (krìnein: separare in due; in riferimento alla farina separata dalla semola per mezzo dello staccio) ovvero ad un “giudizio“, elaborato non secondo i nostri schemi di valutazione ma attraverso la luce della Parola di Dio. Occorre tener presente che i fatti ci si presentano sempre in forma ambigua (ovvero possono essere letti da tanti punti di vista), ma il credente sa che la Parola è il setaccio indispensabile per “vagliare” ciò che è buono da ciò che non lo è.
    Si tratta di un “discernimento-giudizio” compiuto alla luce della Parola ascoltata e letta all’interno della comunità ecclesiale sorretta dal magistero e dal carisma profetico: è nella comunità che Dio parla al fine di indicarle il cammino da seguire.  Disponibilità, vigilanza, prontezza da parte di tutti sono di doni da chiedere affinché tutto questo possa attuarsi continuamente, senza stancarsi.
    È un lavoro urgente che non è possibile dilazionare: il “segno” ci è dato “qui e ora”, e se non viene riconosciuto e accolto esso scorre via, dono di grazia inutilizzato, di cui dovremo “render conto fino all’ultimo spicciolo“, “Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!“(2Cor 6,2). 

    Oratio

     La nostra esistenza, Signore, è segnata dalla continua necessità di operare scelte e giungere a tante decisioni piccole e grandi. A volte è semplice, altre invece estremamente difficile: non sappiamo vedere ciò che è meglio per noi e per gli altri. L’incertezza si attanaglia, ci blocca. Abbiamo paura di sbagliare.
    Ma tu ci hai donato la tua Parola. Ti ringraziamo per il dono della sua luce che illumina i nostri passi e rischiara le nostre menti appesantite. Infatti quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri. A stento ci raffiguriamo le cose terrestri,scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le cose del cielo? Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto?” (Sap 9,13-17)
    Fa’ che sappiamo con umiltà metterci alla scuola dell’ascolto perché solo in virtù della Parola tu ci indicherai la strada da intraprendere fiduciosi nella tua promessa: sapremo “rintracciare le cose del cielo“, scopriremo “ciò che è giusto” per noi!
    Allora avremo occhi per vedere e orecchie per ascoltare, gli innumerevoli segni di cui cospargi il nostro cammino: fatti, parole, incontri, volti, gioie e sofferenze. Tutto diverrà, nella fede rischiarata dalla Parola, segno capace di indirizzarci a te e alla verità di noi stessi, non rinserrandoci nelle nostre sicurezze e nei nostri poveri pregiudizi. Vedremo i tuoi segni, tanto piccoli e semplici come granelli di senape, con occhi limpidi capaci di stupore, come quelli dei bambini. Perché solo a questi è dato di scorgere la bellezza del mistero: Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11,25).

  • 05 apr

    Beati coloro che ascoltano la Parola

    Lc 11,27-28

    di p. Attilio Franco Fabris 

    Chi è più beato? Immaginiamo la risposta a questa domanda da parte di chi sta passando sotto casa proprio in questo momento. Ci sentiremo quasi sicuramente rispondere: È beato chi ha successo nella vita, chi ha un buon posto di lavoro, la salute, una bella famiglia, una casa e nessun mutuo da pagare, un sicuro conto in banca… Ciascuno si ritaglia sull’onda del proprio “sogno-desiderio” la “sua” beatitudine vivendo in funzione di essa, per poi accorgersi che tutto questo… non basta ancora a farlo contento. Infatti non ci si sente mai pienamente “beati”; è come se alla fine mancasse sempre un qualcosa di importante, ma al quale non si sa dare un nome preciso perché ci sfugge. Una cosa è certa: sentiamo il bisogno di essere contenti, beati appunto! E in questo bisogno innato nel cuore scorgiamo una scintilla divina: Dio ci ha creati per questo! Scriveva Agostino, il grande indagatore del cuore umano: “Noi tutti certamente bramiamo vivere felici e tra gli uomini non c’è nessuno che neghi il proprio assenso a questa affermazione anche prima che venga esposta in tutta la sua portata” (De moribus eccl., 1,3).
    Il problema sta però nel fatto che l’uomo ha perso l’orientamento nella ricerca di questa felicità alla quale aspira: intuisce che c’è ma non la trova, il più delle volte sbaglia strada, spesso alla fine rinuncia a cercarla: si rassegna miseramente mettendo a tacere la sua sete profonda di gioia e sprofondando nella tristezza e nella noia.
    Ma la Parola di Dio, Gesù stesso, apre uno spiraglio – certamente si tratta di una “porta stretta” – a chi cerca la vera felicità. Ma è necessario che lo Spirito ci convinca di questa rivelazione. È lui che ci invita alla fiducia e alla docilità del cuore: “Cerca la gioia del Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore” (Sal 36,4).
    Apri, Spirito santo, il mio cuore, la mia mente, tutto il mio essere ad accogliere il tuo dono, a lodare e benedire il tuo nome, nel nome del Padre, nel nome del Figlio, nel nome della Santissima Trinità. Donami Signore il senso della tua presenza e disponi il mio cuore all’ascolto. Purifica la mia mente, il mio cuore e la mia volontà e tutto il mio essere da tutto ciò che non proviene da te ed è fonte di tristezza. Distogli il mio sguardo da me stesso, da tutte quelle preoccupazioni terrene che mi impediscono di cercare il mio vero bene e mi rendono prigioniero di me stesso. Abilita i miei occhi e il mio cuore a scorgere la direzione in cui devo incamminarmi se vorrò scoprire l’autentica beatitudine che non tramonta.

     Lectio

     È evidente come in questo testo Luca voglia evidenziare la centralità che deve avere nella sua comunità l’ascolto della Parola. Qui infatti risiede la vera beatitudine del discepolo e della comunità che consiste nella comunione con Cristo nel quale è data ogni benedizione. Un ascolto che produce una sintonia profonda con Cristo tale da creare una nuova consanguineità con lui, diversa ma non meno vera da quella della carne e del sangue. Come Maria attraverso l’ascolto della Parola il discepolo – e la comunità -  “concepisce” in sé il verbo e lo fa “crescere” in sé mediante la custodia della sua Parola.
    L’episodio narrato lo troviamo solo nel vangelo di Luca: è assente dagli altri. Ciò significa che a Luca preme sottolineare il messaggio già d’altra parte preannunciato, con altra sottolineatura, in 8,19-21 (e presente in tutti i sinottici): Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fu annunziato: «Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti». Ma egli rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
    Strutturalmente il nostro brano si presenta come un “apoftegma” contenente due beatitudini: dapprima una donna del popolo proclama “beata” la madre che ha avuto in dono un figlio così straordinario, al che Gesù ribatte subito proclamando “beato piuttosto” chi ascolta la parola di Dio e la mette in pratica!
    Mentre diceva ciò” (v. 27): di cosa Gesù sta parlando? Ci si riferisce alla risposta all’accusa da parte di scribi e farisei di operare guarigioni ed esorcismi in nome di Beelzebul “il capo dei demoni“. Gesù ribadisce loro che è esattamente il contrario:  questi sono segni che annunciano il compiersi in lui del regno di Dio.  Sembra perciò che questo il brevissimo episodio narrato subito dopo sia un ammonimento a perseverare nell’ascolto della parola e nel custodirla al fine di poter “stare” con Cristo (v. 23) e non correre il rischio di cadere nei lacci del nemico (vv. 24-25).
    Se da un lato scribi e farisei avanzano sospetti e accuse nei confronti di Gesù di Nazaret, quanto egli dice e fa suscita dall’altro lo stupore, anzi l’entusiasmo di una sua “fan”, un’attenta ascoltatrice e forse discepola. Si tratta di una semplice donna del popolo, che interrompe improvvisamente il discorso di Gesù con un grido “Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!” (v. 27). Si tratta di un’espressione tipicamente semitica che fa riferimento alla ricchezza della maternità e al suo mistero (cfr 10,23; 23,29): il ventre è il luogo della generazione, le mammelle quello della crescita, dello sviluppo del nascituro. La reazione di questa donna è simpatica perché esprime in modo squisitamente umano, anzi femminile e materno tutta la sua gioia: ella proclama a voce alta la beatitudine della madre del Rabbi di Nazaret per avergli dato l’esistenza. Dunque per questa donna rimane sempre Gesù il motivo della beatitudine della madre.
    All’interno del percorso evangelico è possibile scorgere sullo sfondo un riferimento sfumato alle profezie pronunciate sia da Elisabetta come da Maria stessa. Elisabetta, vedendo entrare nella sua casa di Ain Karem Maria, ne proclama la beatitudine a motivo di colui che è stato generato nel suo grembo: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!” (1,42). Subito dopo, nel canto del Magnificat, è Maria che proclama tutta la sua gioia-beatitudine alla quale invita tutti ad associarsi: “Tutte le generazioni mi diranno beata” (1,48). La donna del popolo, Elisabetta, Maria stessa, tutta la chiesa, riconosce la sua beatitudine. Ma in che cosa essa consiste?  Dove la sua sorgente più profonda?
    Ecco allora la risposta di Gesù che è offerta anch’essa nel linguaggio del macarismo: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (v. 28). Una risposta che non vuole certamente negare la prima beatitudine ma la vuole precisare andando molto più in profondità: “sì, ma…” “piuttosto…“.
    Appare evidente che Gesù vuole porre l’ascolto obbedienziale della Parola al di sopra anche dello stesso  privilegio della maternità fisica di sua madre. Egli vuole così stabilire una precisa gerarchia di valori all’interno della sua comunità (di cui anche Maria fa parte!) che si vengono così a strutturare a partire proprio dall’ascolto della Parola da cui scaturisce la fede.
    Con ciò Luca evita nella comunità cristiana il rischio di assolutizzare impropriamente il semplice  privilegio della maternità fisica di Maria benché essa sia divina e messianica.
    Detto questo occorre ribadire che Gesù non intende certamente sminuire la figura e il ruolo di Maria. Nel terzo vangelo ella è subito presentata alla Chiesa come il modello del perfetto discepolo docile e obbediente alla parola ascoltata: “Eccomi, sono la serva del Signore, si compia in me secondo la sua Parola“(1,38).  Ed è proprio l’obbedienza (ob-audire!) alla Parola che rende possibile la sua maternità. Elisabetta riconoscerà per prima questa più profonda e vera beatitudine nella “madre del suo Signore“: “E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc 1,45).
    E Maria è ancora proposta come modello di coloro che accogliendo la Parola la custodiscono gelosamente del proprio cuore: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (2,19); “Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore” (2,51; cfr 8,15).
    Appare evidente allora che la vera beatitudine di Maria non consiste anzitutto in ciò che la donna esalta, bensì nel fatto che il suo assenso alla Parola udita permette a Dio di “fare grandi cose” in lei. Maria anticipa in sé ciò che “il Signore” vuole operare nel cuore di ogni credente. In tal modo la beatitudine pronunciata da Gesù si estende a tutti i discepoli.
    Così la beatitudine pronunciata da Gesù non sminuisce in minimo modo la dignità della madre, ma la innalza ulteriormente anche se ad un livello diverso e più profondo: la sua beatitudine non consiste solo e anzitutto nell’averlo generato nella carne quanto “piuttosto” dalla sua fede e dalla piena disponibilità al disegno di Dio.
    La donna del popolo tutto questo non l’ha ancora compreso. Ella si ferma prima non sapendo cogliere un “oltre” di fondamentale importanza. Il suo entusiasmo, dettato da una santa invidia, rischia di distoglierla dall’essenziale; essa volge lo sguardo indietro (“il ventre… le mammelle“), ignorando che la fede che scaturisce dall’ascolto (Rm 10,17) può operare l’impossibile anche in lei. Ma tutto questo esige la fatica dell’ascolto, dell’obbedienza, della custodia della parola. Si tratta di un balzo nella fede al di là dell’immediato, un salto che è premessa-promessa di autentica beatitudine. 

     Collatio

     Che la si chiami beatitudine, felicità, realizzazione di sé, o in altri molteplici modi, una cosa è certa: l’uomo cerca sempre e comunque la gioia, la pienezza della sua vita. Si tratta di un desiderio iscritto nel cuore dell’uomo da Dio stesso che ha creato l’uomo per la gioia, la beatitudine appunto: “Questo desiderio è di origine divina: Dio l’ha messo nel cuore dell’uomo per attirarlo a sé, perché egli solo lo può colmare” (CCC 1718). In questo “essere colmato” da-di Dio consiste la beatitudine dell’uomo! Beatitudine dell’uomo è la comunione, l’amicizia, l’intimità con Dio, il poter “passeggiare con lui alla brezza della sera” nel giardino senza più fuggire da lui.
    A causa del peccato questa intimità è andata perduta: nel cuore dell’uomo si è instillato il sospetto su un “dio” che non vuole realmente il bene e la gioia per lui. Sospetto che questo “dio” pretenda solo sacrifici, mortificazioni, rinunce… la gioia all’uomo sarebbe costantemente negata e al massimo solo prospettata come promessa nell’al di là. All’uomo tocca per ora solo meritarsi – appunto attraverso rinunce e  mortificazioni – la gioia del Paradiso rinunciando alle gioie di questo mondo. Inutile dire che questa prospettiva non alletti nessuno, anzi ottenga l’effetto contrario del perdurare in noi della diffidenza e della paura.  Sotto questa angolatura anche il discorso delle beatitudini risulta ambiguo e diffidente (e il scarso annuncio che se ne fa nei pulpiti e nelle aule di catechesi lo testimonia!).
    Così alla fine l’uomo ha cercato e cerca tuttora la sua beatitudine altrove.
    Ma se dicevamo che in noi è inscritto il desiderio-bisogno della beatitudine, permane il problema di dove realmente cercarla per poterne gustare la dolcezza e appagare la sete del cuore. Anche chi fa il male e ne percorre le vie – magari in tutta una vita spesa nella violenza, nel sesso, nella droga o altro – è convinto di trovare lì la propria beatitudine!
    Ecco allora Dio curvarsi nuovamente sull’uomo per indicargli, partendo da Abramo (Gn 12,1) per giungere a Cristo (Col 1,19), la strada da ripercorrere (la “conversione”) per ritornare in possesso del suo autentico destino di gioia: “Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti” (Sal 111,1).
    Un destino che Gesù incarna pienamente in se stesso perché è lui anzitutto l’”uomo beato” per antonomasia: vive nel costante ascolto della volontà del Padre e nella fedeltà ai suoi comandamenti (cfr Gv 5,30), si compiace di compierne la volontà (cfr Gv 6,38), rimane costantemente in unione con lui (cfr Gv 17,21), dinanzi alle prove si affida totalmente alle sue promesse (cfr Mt 26,42). È Gesù che per primo sperimenta nella gioia della resurrezione la beatitudine dell’ “uomo che spera nel Signore” (Sal 39,5). Se Gesù annuncia le beatitudini lo fa perché è lui per primo a sperimentarne la realtà e la verità.
    Uniti a Cristo possiamo così, con lui e in lui, a nostra volta intraprendere il cammino per vivere già ora “beati sulla terra” (cfr Sal 40,3). Se infatti la beatitudine dell’uomo è la comunione con Dio essa ci è data, in Cristo, da sperimentare sin d’ora in germe nell’attesa della sua piena manifestazione alla fine dei tempi “quando Dio sarà tutto in tutti” (1Cor 15,28) come somma ed eterna beatitudine.
    Ma non è facile entrare nell’orizzonte della via indicata da Cristo per ritrovare quella beatitudine per cui siamo stati fatti. Essa ci propone un percorso controcorrente che presupponendo la docilità della fede ci appare troppo ardua, forse troppo lontana da quel mondo di desideri e aspettative immediate con cui costelliamo – anche nella vita consacrata! – le nostre esistenze e che viaggiano a raso terra. Rischiamo così dinanzi alla proposta evangelica di un cammino costituito dalla fatica del costante ascolto della Parola, dall’umile docilità della fede, dal costante esercizio della speranza di preferire la… fermata prima. Rischiamo di fare come la donna dell’episodio evangelico che nel suo slancio è sì entusiasta delle parole di Cristo ma giunge a riconoscere in lui una beatitudine legata ancora solo “alla carne e al sangue“(cfr Mt 16,17).
    A questa donna, e a tutti noi, Gesù fa una proposta che va molto più in profondondità ed è offerta a tutti senza esclusione: si tratta di una beatitudine che è data a tutti e non solo a qualche privilegiato. Maria è beata perché non solo e anzitutto è madre nella carne di Cristo (anche se questo per lei è un privilegio unico!), quanto piuttosto perché persevera nell’attento ascolto della Parola  meditata e custodita “giorno e notte” (cfr Sal 1). Così la donna del popolo invece di invidiare Maria è invitata da Gesù ad imitarla perché la maternità più profonda consiste nel concepire la Parola in sé attraverso l’ascolto e nel farla crescere in sé attraverso la sua gelosa custodia (cfr 8,21).
    Tutti siamo invitati ad entrare nella beatitudine del concepire nella nostra carne il Verbo: “Il ventre è l’ascolto che fa concepire la Parola, le mammelle sono la custodia e la premura nel far crescere ciò che è stato generato (8,15; 8,21)” (S. Fausti).  Quando in noi viene “concepito” (attraverso l’ascolto) e allattato (attraverso la custodia) il Verbo di Dio entriamo nella beatitudine di ogni madre che sente in sé crescere il dono della vita nuova, di una comunione donata con l’”Altro”. E questo Altro non è che Cristo stesso nel quale ci è donata dal Padre la pienezza di ogni “benedizione dai cieli” (cfr Ef 1,3). In lui ci sono dati tutti quei beni che il cuore sommamente aspira: la certezza di essere amati, la consapevolezza che Dio ha in mano il nostro destino, che sua volontà è quella di averci in comunione eterna di vita con lui.
    Si tratta di una “divina natività” (san Paolo della Croce) che si attualizza in ogni autentico discepolo: cosicché Cristo continua a nascere e a crescere in noi e tra noi.
    A noi entrare nella luce di questa beatitudine che è promessa di una vita nuova in noi: Cristo in noi. Guarderemo a Maria non con l’invidia della donna del popolo, ma come a colei che ci indica la strada per rivivere in noi la sua stessa esperienza di grazia. Con Maria potremo magnificare Dio per le meraviglie che ha operato in lei e in noi. E saremo con lei a nostra volta beati. In forza dell’ascolto (cfr Ap 1,3). 

     Oratio

     E’ beato, o Padre, chi lascia che la tua Parola possa essere seminata nei solchi del suo cuore affinché nel silenzio e nel nascondimento essa possa germinare e portare frutto. “Beato chi custodisce queste parole” (Ap 22,7).  È beato chi ascolta la tua Parola che è seme che concepisce nel suo cuore il tuo Verbo che nuovamente si fa carne e “pone la sua tenda tra di noi”.
    Sarà beato questo cuore perché potrà dire con l’apostolo Paolo: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
    Spirito Santo facci entrare in questa beatitudine! Non permettere che andiamo a cercare felicità altrove, lontano dalla comunione con Cristo. Siamo stati fatti per lui e nostra beatitudine è stare con lui abbracciando in lui ogni cosa. Se Cristo vivrà in noi saremo beati sempre e in ogni caso, pur in mezzo a mille prove e sofferenze, perché avremo in noi la gioia vera e imperitura che “nessuno vi potrà togliere” (Gv 16,23).
    O Maria, tu che hai sperimentato in te la pienezza di questa gioia, insegnaci a cercarla e a custodirla nella certezza che è  “beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie” (Sal 127,1).

  • 27 mar

    Un mediatore necessario

    Il quarto canto del Servo: Isaia 53

     

     di p. Attilio Franco Fabris

     

    Messaggio centrale

     Nella misteriosa figura del Servo sofferente i cristiani hanno riletto la vicenda di Gesù di Nazaret. Nella passione del Servo, provocata dal peccato di tutti, il mondo trova riconciliazione e perdono: è lui infatti l’unico innocente che può giustificarci davanti a Dio. Lui l’unico mediatore di una alleanza nuova ed eterna perché sancita nel suo sangue senza colpa. A noi il prendere coscienza dell’ “alto prezzo” (1 Cor 7,23) di quest’opera d’amore.

     

    Nella sacra Scrittura il nome di “Servo di JWHW” è un titolo onorifico che viene dato a colui che YHWH chiama a collaborare in modo del tutto particolare al suo progetto di salvezza.
    L’essere “servo di JWHW” doveva essere prerogativa essenziale di Israele in mezzo a tutti gli altri popoli, ovvero chiamato ad essere destinatario e mediatore dell’alleanza donatagli non a titolo esclusivo ma perché potesse essere testimoniata e offerta a tutti gli altri popoli. Ma così non è stato a causa del peccato di Israele, ovvero dell’infedeltà all’alleanza che lo ha portato a “servire altri dei” e non l’unico suo Dio (cfr Dt 6,14).
    Nei profeti è contemplato il fatto che Dio non si arrende al suo progetto, eccolo allora tra il popolo infedele scegliersi un “piccolo resto” che avrebbe risposto positivamente alla chiamata ponendosi al servizio esclusivo di JHWH. È appunto a questo piccolo e ipotetico futuro resto fedele che sono rivolti gli oracoli del “Libro della Consolazione” del profeta Isaia (cc 40-55). In questi carmi, tra i più famosi, della Bibbia, appare la misteriosa figura di un “profeta” che Dio chiama ripetutamente “suo servo“: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato” (52,13). Questo “servo” riceverà una missione tutta particolare, unica: quella di riconciliare l’umanità intera a Dio, rinnovando l’antica alleanza: questo “ritorno” si attuerà attraverso il sacrificio della sua vita che renderà manifesto il peccato di tutti (Israele e gli altri popoli compresi), affinché tutti prendano coscienza della loro lontananza da Dio e della necessità di aderire all’alleanza di cui il “Servo” si è fatto mediatore.
    Anche noi salendo sulla carrozza dell’eunuco della regina Candace diretto a sud all’ora di mezzogiorno, ci mettiamo a leggere con lui questi testi, lasciando risuonare in noi la sua stessa domanda: “Per favore, di chi il profeta dice questo? Di sé o di un altro?“. Filippo prende allora l’occasione per annunciare la Buona Notizia di Gesù il Servo fedele (cfr At 8,34s).  Nel nuovo Testamento la figura del “Servo di YHWH” trova così la sua realizzazione in Gesù di Nazareth: egli è il “servo fedele” che rendendosi pienamente disponibile alla volontà del Padre “fino alla morte e alla morte di croce“(Fil 6,5) diviene mediatore della nuova alleanza.
    Meditiamo ora le stupende e drammatiche parole della profezia del quarto canto del Servo Sofferente: 

    Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
    A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
    È cresciuto come un virgulto davanti a lui
    e come una radice in terra arida.
    Non ha apparenza né bellezza
    per attirare i nostri sguardi,
    non splendore per provare in lui diletto.
    Disprezzato e reietto dagli uomini,
    uomo dei dolori che ben conosce il patire,
    come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
    era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

    E’ un gruppo anonimo che inizia a parlare. Da chi è composto? Suggerirei una possibile risposta in: tutti, nessuno è escluso. Viene pronunciata, quasi ansiosamente, una domanda: “Chi…A chi?“: “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi…“. È successo qualcosa di sconcertante, di sbalorditivo, di cui a fatica si riesce a dare spiegazione.
    Ciò che è annunciato come “accaduto” non è una teoria, un’idea, bensì un fatto, anzi una persona e tutta la sua vicenda storica. La sua nascita è rappresentata con un simbolo: un piccolo arbusto insignificante che a stento cresce nel deserto. Questo servo-arbusto nel deserto è estremamente fragile e debole, la sua stessa esistenza è grazia perché non può essere generato e alimentato da una terra desolata. Egli è un’umile presenza viva in un mondo divenuto un deserto e luogo di morte a causa del peccato.
    Non ha nulla che possa attirare l’attenzione: non ha bellezza, né forza, né potere. Che valore può avere una storia così “banale” a confronto con le gloriose biografie di Sansone vincitore, di Mosè condottiero, del forte Davide, e del sapiente Salomone? Egli non possiede antenati e genealogie trionfali.
    Egli, al contrario, è disprezzato e respinto dai suoi: Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia”. Tale disprezzo fa ricordare il lebbroso messo al bando, allontanato da tutti come apportatore di morte, un castigato da Dio. Timorosi di contagiarsi tutti fuggono da lui, evitano di incontrarlo; è un tema ricorrente nei salmi di lamentazione: “Hai allontanato da me i miei compagni,mi hai reso per loro un orrore. Sono prigioniero senza scampo; si consumano i miei occhi nel patire. Tutto il giorno ti  chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani (Sal 87,9s; 38,13s; 38, 8ss; Lam 3,1.14). La sofferenza fisica del servo è da tutti interpretata come un castigo divino, e perciò lo si tiene lontano come un peccatore.

    Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
    si è addossato i nostri dolori
    e noi lo giudicavamo castigato,
    percosso da Dio e umiliato.
    Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
    schiacciato per le nostre iniquità.
    Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
    per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
    Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
    ognuno di noi seguiva la sua strada;
    il Signore fece ricadere su di lui
    l’iniquità di noi tutti.
    Maltrattato, si lasciò umiliare
    e non aprì la sua bocca;
    era come agnello condotto al macello,
    come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
    e non aprì la sua bocca.

    Sono gli spettatori che a questo punto confessano la loro colpa: si riconoscono responsabili del dolore arrecato al Servo. Il peccato è loro non suo, mentre all’inizio, come gli “amici” di Giobbe, hanno creduto che fosse Dio stesso a castigarlo.
    In realtà il Servo accetta di portare su di sé le conseguenze del male di tutti gli altri, e con la sua sofferenza innocente può aprire i loro occhi perché riconoscano il loro peccato. I dolori del Servo infatti dimostrano sì l’esistenza del male e del peccato, ma non del peccato di colui che soffre, bensì di coloro che gli procurano dolore e morte. Il “castigo” è nostro, il “dolore” è suo! E il suo “dolore” è salvifico perché capace di suscitare pentimento, di provocare una dolorosa rivelazione del male che abita il profondo del cuore di ciascuno di noi.
    Tutto questo rientra in un preciso disegno: “il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”. Questa sarà un’espressione frequentemente usata nel kerygma cristiano per designare la consegna del Figlio da parte del Padre all’umanità peccatrice (“Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà» Mt17,22s; Gv 18,30.35; At. 3,13).
    Il silenzio del Servo è emblematico: di solito un uomo in preda alla sofferenza urla la sua disperazione e la propria rabbia. Nel libro di Giobbe e nei salmi l’uomo che soffre “grida, invoca, geme…”. Il Servo invece tace “come un agnello“; egli affida la sua causa interamente a Dio, e il suo silenzio nel medesimo tempo diviene messaggio profetico di un amore che senza limiti si mette nelle mani dei suoi persecutori. 

    Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
    chi si affligge per la sua sorte?
    Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
    per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
    Gli si diede sepoltura con gli empi,
    con il ricco fu il suo tumulo,
    sebbene non avesse commesso violenza
    né vi fosse inganno nella sua bocca.
    Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
    Quando offrirà se stesso in espiazione,
    vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
    si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
    Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
    e si sazierà della sua conoscenza; 

    Viene riconosciuto da parte di tutti che nei confronti del Servo vi è stato un giudizio errato e applicata una condanna tremendamente ingiusta (con oppressione). Di fronte a tale condanna ingiusta il servo non si è difeso, non ha invocato il castigo e il giudizio da parte di Dio (come invece fece Geremia: 17,18). Non ha reagito al male con il male, alla violenza con la violenza: egli ha spezzato una volta per tutte la catena del male che lo circondava, caricando tutto l’enorme peso del peccato del mondo su di sé. Un giorno, sulle rive del Giordano, il profeta Giovanni Battista indicherà ai suoi Gesù di Nazaret definendolo “l’Agnello-Servo  di Dio che porta su di sé il peccato del mondo” (Gv 1,29)!
    Egli è stato alla fine “eliminato“: il male non sopporta il bene, le tenebre non sopportano la luce. Nella battaglia sembra che male e tenebre abbiano il sopravvento. Così l’esistenza del Servo sembra terminare in una tragitta sconfitta. La sepoltura ignominiosa sigilla tutta una vita abbeverata di dolore e disprezzo: egli finisce nella fossa comune dei giustiziati a morte (“sepoltura con gli empi” 14,19).
    Dopo la sua morte viene riconosciuta la sua innocenza: ma non è ormai troppo tardi? Il crimine è stato ormai commesso.
    Ma la morte non è lo sbocco tragico e definitivo verso cui la vita del Servo è ormai irrimediabilmente sprofondata. Anzi, proprio la sua morte ignominiosa, apre ad un mistero di vita inaspettato: il germoglio che si credeva ormai estinto continua a crescere a fiorire.
    Al giusto e fedele Servo viene dato di contemplare nuovamente la luce (cfr Sal 36,10), si sazia nella dolcezza della gloria che gli è attribuita che è il “conoscere”  Dio (“la vita eterna  è conoscere te”: Gv 17,3).

    il giusto mio servo giustificherà molti,
    egli si addosserà la loro iniquità.
    Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
    dei potenti egli farà bottino,
    perché ha consegnato se stesso alla morte
    ed è stato annoverato fra gli empi,
    mentre egli portava il peccato di molti
    e intercedeva per i peccatori. 

    Nel finale del carme entra in scena Do stesso; è lui a pronunciare un giudizio definitivo sulla vicenda del Servo. Ciò che gli uomini hanno considerato un fallimento per YHWH risulta invece una straordinaria vittoria. Una vittoria che, scandalosamente, passa attraverso il sacrificio della vita stessa del Servo: “offrirà se stesso in espiazione“. Vi è qui un forte riferimento al sacrificio liturgico dell’agnello offerto per i peccati commessi da tutto il popolo (cfr Lv 4-5). La morte del Servo possiede un risvolto sacrificale espiatorio: rappresenta un sacrificio perfetto offerto in espiazione dei peccati, proprio perché vittima innocente dell’odio, dell’ingiustizia, della violenza che abitano il cuore dell’uomo essa può liberarne tutti noi suoi persecutori: “giustificherà molti“. Egli sarà in grado di condividere con tutti noi la sua innocenza realizzando così tutte le promesse fatte da Dio (Is 40,14; Rm 3,26).
    Il canto termina con le note della glorificazione del Servo, al quale è data da Dio la signoria su tutti i regni e i popoli della terra: “Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino”. Il Servo appare ora come Signore e Giudice della storia dinanzi al quale ogni creatura può solo prostrarsi in adorazione:E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.  Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangueuomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione»” (Ap 5,8-10).
    La figura del Servo sofferente per noi ha un nome: Gesù. Gli evangelisti rileggendo le profezie di Isaia hanno potuto comprendere e rileggere il mistero della passione, morte e resurrezione del Crocifisso risorto. Solo attraverso di lui vi è perdono, riconciliazione, con Dio, nel suo sangue è stipulata quella nuova e perfetta alleanza che nulla potrà mai distruggere perché fondata su di lui unico servo fedele e obbediente nel quale tutti siamo riscattati. 

    Per la riflessione

     Nella vicenda del Servo sofferente siamo posti dinanzi ad una tragica rivelazione: quella del male che abita il cuore di ciascuno di noi. La croce di Gesù è infatti rivelazione del peccato che ci abita, delle resistenze e del rifiuto alla luce e alla verità, male irrimediabile che determinerebbe solo la nostra condanna. Ma Dio non arretra: paga tutte le conseguenze del nostro rifiuto caricandole, nel Servo-Gesù-suo Figlio, sulle sue stesse spalle, e questo perché l’uomo alla fine si arrenda all’offerta di alleanza e di amicizia che nell’umiltà sconcertante e nel silenzio enigmatico del Servo sofferente egli fa all’uomo.

     Preghiera conclusiva

    Fil 2,5-11

     P.         Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 

    1 C.     il quale, pur essendo di natura divina,
    non considerò un tesoro geloso
    la sua uguaglianza con Dio;

    2 C.     ma spogliò se stesso,
    assumendo la condizione di servo
    e divenendo simile agli uomini;

    1 C.     apparso in forma umana,
    umiliò se stesso
    facendosi obbediente fino alla morte
    e alla morte di croce.

    1 C      Per questo Dio l’ha esaltato
    e gli ha dato il nome
    che è al di sopra di ogni altro nome; 

    2 C.     perché nel nome di Gesù
    ogni ginocchio si pieghi
    nei cieli, sulla terra e sotto terra; 

    1 C.     e ogni lingua proclami
    che Gesù Cristo è il Signore,
    a gloria di Dio Padre.

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