• 31 lug

    ESICASMO  E PREGHIERA DI GESU’

    Introduzione

    La comunità apostolica, riprendendo una tradizione antico-testamentaria, ha posto, fin dall’inizio, un’attenzione tutta particolare per il Nome che ha assunto il Figlio di Dio al momento della sua incarnazione: Gesù, che significa “Jhwh salva”. Inoltre tre testi mettono in evidenza la venerazione della Chiesa primitiva verso il nome di Gesù: Fil 2,9-10; At 4,10-12; Gv 16,23-24. Tuttavia la Preghiera del cuore, radicata nel Nuovo Testamento, viene assunta da una «corrente» propria della spiritualità orientale antica che è stata chiamata esicasmo.Il nome proviene dal greco hesychìa che significa: calma, pace, tranquillità, assenza di preoccupazione. L’esicasmo può essere definito come un sistema spirituale di orientamento essenzialmente contemplativo che ricerca la perfezione (deificazione) dell’uomo nella unione con Dio tramite la preghiera incessante. Tuttavia ciò che caratterizza tale movimento è sicuramente l’affermazione della eccellenza o della necessità della stessa hesychia, della quiete, per raggiungere la pace con Dio. In un documento del monastero di Iviron del monte Athos, si legge questa definizione: «L’esicasta è colui che solo parla a Dio solo e lo prega senza posa».Gli esicasti, inserendosi nella tradizione biblica, esprimeranno l’esperienza della preghiera contemplativa attraverso l’invocazione e l’attenzione del cuore al Nome di Gesù, per camminare alla sua presenza, essere liberati da ogni peccato e rimanere nel dolce riposo di Dio in ascolto della sua parola silenziosa.La storia dell’esicasmo inizia con i monaci del deserto d’Egitto e di Gaza. «A noi, piccoli e deboli, non ci resta altro da fare che rifugiarci nel Nome di Gesù», dice uno di loro. Si afferma poi al monastero del Sinai, con san Giovanni Climaco. Un esponente di spicco è sicuramente Simeone il Nuovo Teologo. Il movimento esicasta rinascerà successivamente al Monte Athos nel sec. XIV.

    La vocazione all’esichia

    Il termine greco hesychìa viene tradotto in latino con quies, pax, tranquillitas, silentium. In genere esichia significa quiete, ma può anche voler esprimere la pace profonda del cuore. L’etimologia è incerta: forse il verbo da cui deriva, hèsthai, significa essere assiso, stare seduto. Nella letteratura monastica esichia rivela almeno due significati. Prima di tutto tranquillità, quiete e pace come stato d’animo, e condizione stabile del cuore necessaria per la contemplazione. Significa ancora distacco dal mondo nella doppia accezione di solitudine e silenzio. L’esichia espressa nella pace, quiete, solitudine e silenzio interiore, che viene raggiunta attraverso la solitudine e il silenzio esteriore, si presenta tuttavia come un mezzo eccellente per raggiungere il fine dell’unione con Dio nella contemplazione, attraverso la preghiera o l’orazione ininterrotta. In quanto mezzo e non fine l’esichia va distinta sia dalla apàtheià degli stoici, intesa come assenza e liberazione dalle quattro passioni fondamentali, la tristezza, il timore, il desiderio e il piacere; sia dall’ataraxia degli epicurei,che consiste nella libertà dell’anima dalle preoccupazioni della vita.Questi movimenti filosofici sottolineano e ricercano la pace e la quiete dell’animo, solo come fine ultimo e non come mezzo per una pienezza di vita che solo Dio può concedere. Nella letteratura monastica al contrario e in particolare presso i Padri del deserto, l’esichia mantiene sernpre una coloritura di mezzo e non di fine. Questa è un mezzo eccellente, un cammino di amore autentico, vissuto nel silenzio e nella solitudine al fine di raggiungere la preghiera vera e l’autentica contemplazione. L’esichia in definitiva è l’atteggiamento di chi nel proprio cuore si pone costantemente alla presenza di Dio. Per cogliere i vari aspetti dell’esichia che il monaco è chiamato ad esprimere possiamo riferirci alla vita di padre Arsenio, il padre degli anacoreti. Ecco come viene raccontata la sua vocazione all’esichia: «Abbà Arsenio, quando ancora abitava nel palazzo imperiale, pregò Dio con queste parole: “Signore mostrami la strada che conduce alla salvezza“. E una voce si rivolse a lui e gli disse: “Arsenio fuggi gli uomini e sarai salvato“. Lo stesso, divenuto anacoreta, nella sua condizione di eremita, di nuovo rivolse a Dio la stessa preghiera, e intese una voce che gli disse: “Arsenio fuggi (il mondo), resta in silenzio e riposa nella pace (esichia). È da queste radici che nasce la possibilità di non peccare”» (Arsenio 1.2).Quest’ultima frase è all’inizio della vocazione degli esicasti: «Fuge, Tace, Quiesce: Fuggi, Taci, vivi la pace». La fuga dal mondo, il silenzio e la pace interiore sono i tre atteggiamenti che danno forma allo stato di vita del monaco, in particolare dell’ anacoreta.

    Fuge: esichia come solitudine

    Il monaco autentico è chiamato a vivere prima di tutto la solitudine. I Padri del deserto, sottolineano con grande forza la fuga dagli uomini, la necessità cioè di ridurre al minimo il contatto con essi. Si racconta in proposito: «Il beato arcivescovo Teofilo, si recò una volta dal padre Arsenio in compagnia di un magistrato. Chiese all’anziano di udire da lui una parola. Dopo un attimo di silenzio, egli rispose loro: “E se ve la dico, la osserverete?”. Promisero di farlo. Disse loro l’anziano: “Dovunque sappiate che ci sia Arsenio, non avvicinatevi”» (Àrsenio 7). «Il padre Marco disse al padre Arsenio: “Perché ci sfuggi?”. L’anziano gli dice: “Dio sa che vi amo. Ma non posso essere contemporaneamente con Dio e con gli uomini. Le schiere celesti che sono migliaia hanno un’unica volontà, mentre gli uomini ne hanno tante. Perciò non posso lasciare Dio per venire dagli uomini”» (Arsenio 13). Alcuni contatti discreti con il mondo possono  essere anche vantaggiosi. Tuttavia solo per quei monaci che hanno acquisito una grande maturità spirituale e ai quali è comandato espressamente da Dio. Ma per lo più il monaco è invitato a garantirsi una zona di calma, di silenzio, di solitudine per ricevere la formazione da parte di Dio e abituarsi alla sua silenziosa presenza. L’esichia come solitudine non vuol dire solo fuga dal mondo, ma indica pure una certa stabilità in un determinato luogo solitario. Questa esigenza è espressa con un famosa formula che poi è divenuta tradizionale: «Rimani nella tua cella, resta nel tuo eremo, ed essa ti insegnerà ogni cosa» (Mosè 6). «Insegnerà ogni cosa» è la stessa frase che troviamo in bocca a Gesù quando preannunzia la venuta dello Spirito (Gv 14,26). Rimanere nella solitudine della cella è allora apertura allo Spirito, al suo fuoco e alla sua luce. L’abbà Macario l’Egiziano lega insieme la fuga dagli uomini e il restare in cella: «Il padre Isaia chiese al padre Macario: “Dinnni una parola”. E l’anziano gli dice: ‘Fuggi gli uomini!. E il padre Isaia a lui: “Che cosa,significa fuggire gli uomini?”. L’anziano gli disse: “Significa rimanere nella tua celia e piangere i tuoi peccati” » (Macario E. 27). E rivolgendosi all’abbà Aio gli dirà: «Fuggi gli uomini, rimani nella tua cella a piangere i tuoi peccati, e non amare la conversazione con gli uomini. E ti salverai» (Macario E. 41). Infatti la cella è l’ambiente per l’esichia, dirà lo stesso Antonio il grande: «Come i pesci muoiono se restano sulla terra secca, così i monaci che si attardano fuori della cella o si trattengono con la gente, perdono la forza necessaria all’esichia. Come dunque il pesce al mare così noi dobbiamo correre alla cella; perché non accada che, attardandoci fuori, dimentichiamo di custodire il di dentro» (Antonio 10). La solitudine può esprimersi pure in un atteggiamento di continuo pellegrinaggio da un luogo ad un altro. Ogni luogo infatti deve essere estraneo al monaco. Una tale estraneità – xenitèia - indica una sorta di esilio volontario lontano dalle cose mondane. Afferma san Nilo: «Il primo dei grandi combattimenti consiste nella xenitèia, cioè nell’emigrare solo spogliandosi come un atleta, ,,della propria patria, della propria razza, dei propri beni». Il passare da un luogo ad un altro è imitare il cammino di Gesù, come dimostra la storiella seguente: «Del padre Agatone raccontavano che impiegò molto tempo assieme ai suoi discepoli per costruire una cella. Quando l’ebbero finita, cominciarono ad abitarvi, ma già dalla prima settimana vide qualcosa che gli pareva non giovasse e disse ai suoi discepoli: “Alzatevi andiamo via di qui” (Gv 1,3l). Ne furono molto turbati e dissero: “Se proprio avevi l’intenzione di andartene perché abbiamo tanto faticato per costruire la cella? La gente si scandalizzerà di nuovo e dirà: Ecco, questi instabili, che se ne vanno di nuovo”. Vedendoli così avviliti, egli disse loro: “Se anche alcuni si scandalizzeranno, altri, a loro volta, saranno edificati e diranno: Beati costoro che per amore di Dio se ne sono andati disprezzando tutto. Comunque chi vuole venire venga. Io adesso vado. Allora si  gettarono a terra, pregando che permettesse loro di partire con lui» (Agatone 6; cf. anche Amoe 5). Questi ultimi apoftegmi ci permettono di sottolineare l’aspetto itinerante della esichia. Certamente la cella è importante; ma non si può rimanere in essa con lo spirito del proprietario. Il monaco sa di essere straniero su questa terra e così abbandona tutto ciò che può distoglierlo dal servizio di Dio, vivendo nel nascondimento e nell’attesa, sperando ardentemente nel ritorno del Signore glorioso. La solitudine esteriore è certamente importante, ma più necessaria è la solitudine del cuore. Qui si gioca l’autentica esichia, ovvero l’eremitismo o l’anacoresi interiore, il monachesimo del cuore, il solo che può condurre alla Preghiera di Gesù.

    Tace: esichia come silenzio

    Nella solitudine il monaco è chiamato a vivere il silenzio. La voce che Arsenio aveva udita si era infatti espressa nei termini che sappiamo: fuge, tace, quiesce. Il silenzio che esprimono i Padri del deserto, come giustamente è stato detto, «è un silenzio dai mille nomi e dai mille volti dove ogni cosa è al suo posto, è un silenzio prezioso per l’anima, un silenzio che sta dalla parte della trascendenza. Dai vari apoftegmi emerge che il silenzio dei Padri del deserto è il silenzio dell’umiltà, del tacere di se stessi, è il silenzio che toglie le parole all’egoismo, alla superbia, all’amor proprio, è il silenzio di chi si fa pellegrino e straniero, ma è anche il silenzio dell’amore, il silenzio di chi non giudica il prossimo, di chi non parla o sparla degli altri, infine è il silenzio della fede, di chi si fida del Totalmente Altro, di chi si è messo completamente nelle sue mani». Consideriamo alcuni particolari di questo grande silenzio. La preghiera perpetua è il problema pratico fondamentale che venne dibattuto molto nei primi secoli cristiani. I monaci avevano il dovere di realizzare questo comando della Scrittura, più di tutti gli altri cristiani. Il loro amore per il silenzio è senz’altro la forma, il clima, la dialettica stessa della preghiera ininterrotta. Il silenzio è come una cella e una sorta di eremo portatile da cui l’uomo di preghiera non uscirà mai anche quando per motivi di carità, dovrà andarsene dalla sua cella visibile. Afferma il grande Poemen «Se tu sarai nel silenzio  tu otterrai il riposo in qualsiasi luogo abiterai» (Poemen 84). Custodire il silenzio, quando si presenta l’occasione di parlare, è la vera fuga dagli uomini: «Dominare la propria lingua ecco la vera estraneità (xenitèia)», afferma abbà Titoes. «Il padre Giovanni era fervente nello Spirito. Venne un tale a visitarlo e lodò il suo lavoro: stava lavorando alla corda, e rimase in silenzio. Tentò una seconda volta di farlo parlare, ma egli continuava a tacere. La terza volta disse al visitatore: “Da quando sei venuto qui, hai allontanato da me Dio”» (Giovanni Nano 32). «A Scete il grande abbà Macario, quando si scioglieva l’assemblea, diceva: “Fuggite, fratelli”. Uno degli anziani gli chiese: “Dove possiamo fuggire di più che in questo deserto?” Egli poneva il dito sulla bocca dicendo: “Questo fuggite!” e entrato nella sua cella, chiudeva la porta e si sedeva (si poneva in esichia)» (Macario E. 16). Il silenzio a cui invitano i Padri del deserto è  anche testimonianza. Secondo la loro esperienza è necessario parlare con le opere e non con la lingua. E il proprio cammino di fede che opera, le parole sono spesso inutili. «Un fratello chiese al padre Sisoes: “Dimmi una parola”. Gli disse: “Perché mi costringi a parlare inutilmente? Ecco, fa’ ciò che vedi”» (Sisoes 45). «Un fratello chiese al padre Poemen: “Dei fratelli vivono con me; vuoi che dia loro ordini?”. “No – gli dice l’anziano – fa’ il tuo lavoro tu, prima di tutto; e se vogliono vivere penseranno a se stessi”. Il fratello gli dice: “Ma sono proprio loro, padre, a volere che io dia loro ordini”. Dice a lui l’anziano: “No! Diventa per loro un modello, non un legislatore”» (Poemen 174). L’abate Isaia disse ancora: «Non deve essere la tua lingua a parlare, ma le tue opere, e le tue parole siano più umili delle tue opere. Non pensare senza intelligenza, non insegnare senza umiltà, affinché la terra possa ricevere il tuo seme». I frutti del silenzio secondo i Padri del deserto sono molteplici. Il silenzio dona la quiete (Poemen 84); genera la castità (Detti V,25); è di aiuto contro gli empi (Detti XI, 7); conserva l’animo nella pace (Matoes 11); il silenzio è umiltà (Detti XV,76); il silenzio aiuta a non giudicare il prossimo, a non condannare nessuno, è rimedio contro la maldicenza; è scuola di tolleranza e benevolenza verso tutti (Ammone 8). Tuttavia un tale silenzio richiede molto coraggio. Afferma Poemen: «La prima volta fuggi, la seconda fuggi, la terza diventa una spada» (Poemen 140).

    Quiesce: rimani nella pace interiore

    Solitudine e silenzio praticati concretamente, rappresentano dunque per i Padri del deserto, il momento fondamentale dell’esichia del corpo, dell’esichia esteriore. Una quiete che seppure esterna è fondamentale. Infatti, come afferma Macario: «Nessuno può avere l’esichia dell’anima, se non si è assicurato dapprima quella del corpo». Certamente però è l’ esichia interiore il cardine essenziale della spiritualità monastica orientale. Dalla solitudine e dall’assenza di parole il monaco è chiamato a passare al silenzio profondo attivo e creativo. E questo è tutt’altro che quietismo. Al contrario è «ricerca della sola quiete possibile, che è la pace di Cristo, la pace esultante di Dio nel fondo del cuore». Il monaco si consacra per vocazione a perseguire unicamente l’unione con Dio, attraverso la preghiera, che a sua volta presuppone il totale distacco, la perfetta purificazione, la rinuncia a tutto ciò che potrebbe rallentare il suo cammino spirituale. I Padri del deserto «hanno spesso ricordato che Gesù, anche dopo il primo ritiro nel deserto, ha spesse volte cercato la solitudine. La solitudine pone dunque il monaco al centro stesso del mistero della redenzione, in una configurazione al Cristo che tocca l’apice più doloroso, ma anche il più fecondo della sua opera di salvezza. In, questo modo il legame tra solitudine e preghiera prolungata, estasi e sofferenza viene solidamente affermato». La ricerca cristiana della solitudine, del silenzio e della pace interiore potrebbe anche apparire una sofisticata spinta egoistica. Ma non è così. «Consacrare interamente la propria vita terrena perché Dio sia tutto in tutte le cose è precisamente l’opposto dell’egoismo. E’ partecipare nel modo più generoso possibile, dopo il martirio, alla grande opera di Dio-Carità». (tratto da: M. BRUNINI: La preghiera del cuore nella spiritualità orientale, ed. Messaggero – Padova,  testo di riferimento in ambito cattolico per quanti si accostano per la prima volta allo studio dell’esicasmo e della preghiera del cuore).

  • 28 lug

    LA VOCAZIONE MONASTICA

    sintesi da un testo della Madre Canopi

    1. I tratti essenziali e universali della vocazione monastica.

    Il monachesimo si caratterizza essenzialmente per una insopprimibile esigenza di Assoluto e di radicalità nella ricerca di esso. Ne deriva una forma di vita che, per il solo fatto di esistere, diventa testimonianza del primato di Dio e delle realtà eterne rispetto a quelle temporali. Questa nota fondamentale fa del monachesimo una vocazione a respiro universale, corrispondente all’anelito più profondo dell’essere umano, al suo innato desiderio d’infinito. In ogni epoca e luogo, infatti, in seno alle forme più elevate di religione, sono apparse e si sono affermate espressioni di vita monastica, che, pur nelle differenti modalità, si riconoscono per alcuni tratti specifici ben distinguibili e costanti nel mutare dei tempi e delle circostanze: la separazione dal mondo, la castità, la povertà, l’ascesi, la lotta contro le passioni. In essa la persona si cimenta per il raggiungimento della perfezione e, conseguentemente, della saggezza, dell’equilibrio e della pace interiore.

    2. Vita monastica cristiana.

    Il cristianesimo ha innegabilmente apportato a questa vocazione qualcosa di nuovo e di unico, poiché ha spostato decisamente il centro di gravità dall’uomo a Dio, dall’io al Tu, alla persona di Colui che solo è il Santo e il Santificatore. Il monaco cristiano, infatti, non mette al centro la ricerca della propria perfezione, ma la ricerca di Dio. Si impegna nella propria conversione e nel perseguimento di una santa condotta di vita per corrispondere all’amore di Dio che Si è rivelato in Cristo e attraverso la sua umanità ci si fa incontro. Lungi dal confidare in se stesso e dal puntare su uno sforzo volontaristico per raggiungere la perfezione, il monaco cristiano si affida alla grazia divina e si lascia trasformare dall’azione dello Spirito Santo, consapevole di essere diventato – in forza del Battesimo – figlio di Dio, partecipe della natura divina. Il monachesimo cristiano ha perciò la sua ragion d’essere proprio nella conformazione a Cristo, portando alla massima fioritura la grazia battesimale. Con Cristo, reso partecipe del suo Spirìto, il monaco glorifica il Padre. Qualcuno non ha esitato a definire «secondo Battesimo» la professione monastica. Desiderando vivere in pienezza le esigenze della vita cristiana, nella sua semplicità e radicalità, il monaco è pure equiparato ai martiri. Infatti nella sequela e conformazione a Cristo obbediente fino alla morte di croce, egli consuma quello che i padri hanno definito il «martirio della coscienza». Ma la nota ancor più caratteristica del monachesimo cristiano è di essere segno e profezia delle realtà ultime ed eterne: escatologiche. «Vita angelica» è perciò un’altra suggestiva definizione della vita monastica. Proprio l’intensa partecipazione del monaco alla kenosi – alla croce – di Cristo lo rende anche partecipe della sua vita risorta. E’ ciò che la mistica di Paolo della Croce rende attraverso l’espressione “morte mistica e divina natività”. Reso «più somigliante» all’uomo nuovo il Cristo crocifisso e risorto, egli si immerge nel mistero della vita trinitaria e anticipa così la vita celeste. Qui sta forse – almeno in gran parte – il segreto del fascino che emana dalla figura del monaco e – ancor più – dalla comunità monastica, specialmente quando, radunata in preghiera, riproduce in certo modo la comunione dei santi, il volto della Chiesa nella sua realtà escatologica. È importante rilevare che la vita monastica, sia vissuta in solitudine, sia vissuta insieme, è sempre fortemente inserita nella vita ecclesiale; è sempre una vivida realizzazione del mistero di comunione che è la Chiesa ed è quindi carica di una imponderabile fecondità apostolica. Il fascino della sua bellezza è perciò da scorgersi soprattutto nell’irradiazione di una grazia che il Signore riversa abbondantemente là dove si vive la quotidiana morte a se stessi nell’umiltà e nel nascondimento, per essere pienamente in Cristo e con Lui offerti per la salvezza di ogni persona.

    3. Risposta a una chiamata: esodo e spogliamento.

    Esigenza profonda dell’animo umano, la vita monastica cristiana è e rimane anzitutto una vocazione, una chiamata gratuita di Dio rivolta a chi Egli sceglie, nella sua assoluta libertà. Non si intraprende quindi la vita monastica spinti esclusivamente dal desiderio della perfezione personale o dall’attrattiva per le sue caratteristiche più appariscenti (quali, ad esempio, il silenzio, la solitudine, la bellezza della liturgia, l’atmosfera del monastero, le persone spirituali che vi si trovano, ecc.), ma sempre si parte sotto l’impulso dello Spirito Santo, spinti dall’amore per Cristo, in obbedienza alla volontà di Dio, che invita alla sequela radicale, lasciando tutto il resto. Esemplare è, a questo proposito, la vocazione di Antonio il Grande, ritenuto il padre dei monaci: «Dopo la morte dei genitori, Antonio rimase solo con la sorella ancora molto piccola. Aveva diciotto o venti anni, e si prendeva cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando, com’era sua abitudine, se ne andava in chiesa, raccogliendosi nella propria mente (…). Entrò in chiesa e gli accadde di ascoltare la lettura di un passo evangelico in cui ascoltò il Signore dire al ricco: “Se vuoi essere perfetto va’, vendi tutti i tuoi beni e dalli ai poveri, e poi vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli”, Antonio, come se il ricordo dei santi gli fosse presentato al pensiero per ispirazione divina, e convinto che quel passo evangelico fosse letto per lui, uscì subito dalla chiesa e donò i suoi possedimenti (…) ai concittadini, perché non molestassero più né lui né la sorella. Vendette quindi tutti gli altri beni mobili che possedeva e, ricavatone molto denaro, lo distribuì ai poveri. Conservò tuttavia un po’ di denaro per la sorella. Entrato di nuovo in chiesa, non appena sentì il Signore che diceva nel Vangelo: “Non preoccupatevi del domani”, subito uscì e distribuì ai poveri il denaro che aveva conservato. Affidò la sorella a delle vergini fedeli, perché fosse allevata nella verginità, ed egli stesso coltivò l’ascesi fuori dalla sua casa, vivendo severamente (…). C’era in quell’epoca in una città vicina un vecchio che sin dalla giovinezza conduceva una vita solitaria, tutto dedito all’ascesi cristiana. Antonio lo vide e prese ad emularlo nel bene» (Atanasio, Vita Antonii, 2-3). È evidente in questa chiamata divina l’esigenza di una radicalità che non lasci più alcuno spazio al possesso delle cose e all’auto-possesso. La vita monastica, prendendo alla lettera il Vangelo, richiede la perdita totale di sé nella rinunzia ai propri beni, ai legami familiari, alla propria volontà, al proprio corpo e soprattutto, a quanto può costituire per sé un motivo di «vanto». di «orgoglio». Richiede infatti la separazione dal mondo per una vita umbratile, di silenzio e di solitudine, di umiltà e di nascondimento non solo agli occhi degli altri, ma anche ai propri occhi; vita all’insegna della gratuità, che non pretende né di vedere né di valutare i frutti della propria preghiera e della propria offerta. Il monaco sperimenta, in tutto il suo realismo, quanto Gesù disse ai suoi discepoli: ritenetevi servi inutili. Non si può quindi partire portandosi dentro segrete ambizioni o illusioni; tuttavia chi si sente chiamato a questa forma di consacrazione parte con la più grande speranza, con la più grande attesa nel cuore: stare con il Signore, piacere a Lui solo ed essere consumato nel suo amore. Significativo in questo senso è anche il racconto della vocazione di san Benedetto fatto da san Gregorio Magno: «Tralasciata la formazione letteraria, abbandonata pure la sua casa con i beni paterni, desideroso di piacere a Dio solo, cercò l’abito santo della vita monastica (…). Preferendo ricevere patimenti dal mondo piuttosto che non ammirazione, e di consumarsi nella fatica per amore di Dio più che di acquistare prestigio in questa vita (…) raggiunse una grotta in un luogo deserto, chiamato Subiaco, ricco di fresche e limpide sorgenti (…). Incontrò un monaco di nome Romano che, conosciuta l’intenzione del giovane, gli impose il santo abito monastico e, per quanto fu possibile, provvide alle sue necessità» (Gregorio Magno, Dialoghi, 2, 3-4). La forza del desiderio di Dio sostiene Benedetto nel suo esodo dal mondo e lo sosterrà nel combattimento spirituale in cui dovrà ogni giorno cimentarsi per rimanere fedele alla divina chiamata ed essere, nelle mani di Dio, docile strumento per il compimento del disegno che ha concepito su di lui in favore di una numerosa discendenza.

    4. Incontro con Cristo nel deserto: solitudine e comunione.

    La vocazione monastica non è soltanto adesione e perseguimento di un nobile ideale di vita spirituale, ma esperienza forte, irresistibile, di un incontro con la persona di Gesù, una specie di seduzione che ha come luogo preferito il deserto o comunque luoghi isolati, di difficile accesso, belli di quella bellezza vergine ed austera, semplice e trasparente che è un richiamo alla bellezza soprannaturale a che deve contribuire a configurare il volto interiore del monaco. Infatti il monaco si radica nella terra per elevarsi al cielo ed instaura con il suo ambiente – dove vive la sua stabilità – una specie di simbiosi in cui l’uno e l’altro si trasfigurano nel dono di un reciproco servizio. Mentre l’ambiente naturale custodisce il monaco, questi spiritualizza la terra e la rende quasi nuovo «eden». In una sua omelia, san Giovanni Crisostomo diceva: «Se ti recherai nel deserto egiziano, lo vedrai trasformato nel più dolce paradiso; là incontrerai innumerevoli cori di angeli di umane sembianze, una folla di martiri, una schiera di vergini; vi vedrai distrutta la tirannide del demonio, e celebrarsi il trionfo luminoso di Cristo… In una parola, il cielo, con il suo coro gioioso di stelle, non brilla quanto il deserto egiziano, che dappertutto ci offre alla vista le tende dei suoi monaci», (In Matthæum 8,4). L’importanza della stabilitas loci – che diventa amor loci – è sempre in riferimento all’esperienza profonda della presenza di Dio. Nella Vita di Antonio si legge che, divenuto ormai noto per la sua santità, temendo di insuperbirsi, volle ritirarsi in una regione dove potesse vivere sconosciuto. Una voce allora gli disse: «Se vuoi veramente allontanarti e vivere nel silenzio, va’ nel deserto interno (,..). Dopo aver camminato per tre giorni e tre notti, giunse su di un monte molto alto; e sotto scorreva acqua limpida (…). Intorno c’era una pianura e poche palme (…). Come se fosse ispirato da Dio, Antonio amò quel luogo» (Vita Antonii, 49-50). Non è per la bellezza naturale che il monaco si affeziona al luogo, ma perché Dio glielo ha indicato e lo aspettava là. Anche il luogo, in certo senso, diventa sacramento della divina Presenza. Dove c’è un monaco eremita o un cenobio (monaci che fanno vita in comune) l’ambiente sì trasfigura, emana un’arcana forza soprannaturale. Per questo motivo anche il luogo entra come elemento determinante della vocazione monastica. Significativa la testimonianza di p. André Emmanuel (1849-1903). All’età di sedici anni, attraversando tra Riceys e Molesmes – piccole valli solitarie e zone boscose ricche di sorgenti – ebbe tutto a un tratto l’idea, anzi, quasi una concreta visione, di un monastero e di se stesso monaco. Questa percezione interiore gli rimase viva per anni, mentre pur cercava di realizzare altri progetti di vita: «Avrei voluto essere cappuccino, missionario… Comunque, tutti questi progetti andarono in fumo perché provenivano da me, ma l’idea del monaco rimase, perché veniva da Dio» (cit. in AAVv. Alla riscoperta di un carisma. Saggi di spiritualità e storia olivetana, Monte Oliveto Maggiore 1995, 422).

    5. Discernimento della vocazione monastica e formazione.

    Nel discernimento delle vocazioni questo è dunque il punto capitale: capire se l’ispirazione viene da Dio. Non sono le attitudini personali, i doni di natura a rendere idonei alla vita monastica ma le disposizioni interiori ad affidarsi al disegno di Dio e all’aiuto della sua grazia, grazia che egli offre in vario modo, nell’ambito ecclesiale, nel contesto preciso e concreto della comunità che Egli stesso per ognuno ha scelto e indicato. Lì il Signore mette il chiamato alla prova per formarlo, e il primo indispensabile lavoro è quello della spogliazione. La chiamata, infatti, sta all’inizio di un lungo cammino che deve condurre alla «conoscenza di Dio» attraverso la liberazione da tutte le false idee che si hanno – senza rendersene conto – su di sé, sugli altri, su Dio stesso. Ne consegue un travaglio spesso vissuto come lacerazione e morte, che però ben presto si rivela fonte di rigenerazione e di crescita in interiorità. Ad evitare ogni illusione o scoraggiamento, questo cammino viene fatto sotto la guida del padre spirituale, dell’abbate – che in monastero tiene «le veci di Cristo» (cf Regula Benedicti [RB] 2) – e con il sostegno della comunità (cf. RB 1). Poiché una vera vocazione monastica si presenta come esigenza di radicalità nel dono di sé a Dio per tutti, si rivela fuori posto l’eccessiva preoccupazione di sé e il desiderio ansioso di «realizzarsi», di non perdere la propria personalità. Questo atteggiamento costituisce un serio ostacolo al cammino verso la libertà, poiché oppone una resistenza allo Spirito Santo. Ciò rende evidente la necessità dell’ascesi, della lotta contro le passioni, della vigilanza del cuore e soprattutto della filiale e totale apertura del cuore al padre – o alla madre – del monastero che – quale sapiente medico e buon pastore (cf. RB 2.64.27.28) – verifica la coscienza del discepolo, ne cura le ferite, segnala i pericoli, le tentazioni che si possono incontrare lungo il cammino. Presupposto fondamentale per una autentica maturazione nella vita monastica è quindi un profondo atteggiamento di umiltà e di fede, che si concretizza nella sottomissione alla Parola di Dio e alle mediazioni umane, la disposizione all’ascolto o all’obbedienza favorisce una maggiore attenzione al Signore e a chi parla nel suo nome, anziché ai propri pensieri o sentimenti, perciò fu spazio alla vita dell’uomo interiore, fa nascere e crescere a poco a poco il monaco che, al momento della chiamata, era in embrione. È evidente l’importanza che assume nella vita monastica la relazione che i monaci instaurano con il loro abbate, nel quale non vedono un «Superiore», ma un padre: si tratta di una relazione filiale improntata a quella di Cristo verso l’eterno Padre, tutta permeata di venerazione e amore. Da essa scaturisce anche una capacità di nuovi rapporti umani, di carità sincera e accoglienza dei fratelli e delle sorelle, al di là di ogni possibile discriminazione, nella disposizione a dare la vita gli uni per gli altri, concretizzando tale slancio di carità nel quotidiano reciproco servizio, soprattutto nel sopportare con instancabile pazienza le infermità fisiche e morali di ciascuno e gareggiare nell’onorarsi e obbedirsi a vicenda per formare, in Cristo, un cuor solo e un anima sola (cf, RB 63.72).

    6. Voti monastici.

    Benché varie possano essere le forme di vita monastica – anche nel nostro tempo sono apparse nuove espressioni più o meno consolidato – tutte devono comunque rifarsi all’esperienza originaria del monachesimo antico., Con Benedetto il monachesimo cristiano ha trovato in occidente la sui forma tipica e durevole. Egli vuole che la professione monastica avvenga con matura consapevolezza e abbia carattere di definitività. Essa è infatti considerata un atto di culto che si inserisce nel mistero eucaristico, come partecipazione all’offerta sacrificale di Cristo, perciò deve essere compiuto con piena libertà e soprattutto con adesione totale del cuore: è l’atto più grande dell’amore. I voti monastici sono una triplice professione di fede, di speranza e di carità, essi immergono il monaco nel mistero pasquale e lo rendono un riflesso luminoso della divina koinonia trinitaria. Il voto di conversione di vita – che comprende castità, povertà, umiltà – è una professione di speranza, poiché tutto quello che il monaco abbandona, lo lascia in vista di ciò che lo attende: Dio stesso, che diventa già il suo tutto. Il voto di obbedienza, lega indissolubilmente il monaco al Signore con un «sì» che è consenso pieno alla sua santa volontà. È un vincolo d’amore in risposta a Colui che ci ha amato per primo, fin dall’eternità. Vivendo con fedeltà i suoi voti, il monaco raggiunge la piena libertà ed esprime la gioia della sua totale appartenenza al Signore.

    7. Segno escatologico e presenza nella storia.

    La vocazione monastica è particolarmente chiamata a risplendere, nella Chiesa o nel mondo, come vita pasquale, come segno di risurrezione. La vita dei monaci – quando è santa come lo deve essere – evangelizza semplicemente con l’essere già tutta orientata al Cielo, al fine di ogni vita umana. Quella che il beato cardinale-monaco A. Ildefonso Schuster chiamava la «devozione al Cielo» non è un atteggiamento pietistico e tanto meno di evasione, ma un rendere concreto quanto san Paolo esprime nella lettera ai Romani circa il travaglio e la santificazione del cosmo che Cristo ha redento. I monaci – diceva un antico Padre – sono coloro che vivono sulla terra consapevoli di avere tutti i loro «affari in cielo». Perciò pur vivendo con realismo nel presente fanno in modo che tutto porti frutto per l’eternità, che tutto dia gloria a Dio: ut in omnibus glorificetur Deus (l Pt 4,ll; cf RB 57,9). Questa è, si può dire, la sigla del monachesimo. In questa prospettiva anche l’ascesi più austera si illumina di gioia e ogni umana angoscia fiorisce in speranza. La ricerca appassionata del Signore fa sentire soave il giogo e leggero il peso della sequela di Cristo (cf. Mt 11,28-30) e «si corre con ineffabile dolcezza di amore sulla via che conduce a Dio» (cf RB Prol. 49), via che si dilata nel cuore quando è ricolmo di Spirito Santo. «Pneumatoforoi» sono infatti chiamati i monaci: uomini e donne spirituali che vivono totalmente sotto il soffio dello Spirito dal quale sono dolcemente e vigorosamente sospinti su vie tanto ardue quanto mirabili. Essere veri monaci equivale perciò ad essere testimoni, autentici successori dei martiri. È la conseguenza ovvia della radicalità di questa vocazione di apparente inutilità e insignificanza per una società costruita sulla dinamica del prestigio e dell’efficienza, e perciò carica di tensioni aggressive. Se ogni cristiano è chiamato a conformarsi a Cristo, i monaci a maggior ragione devono riflettere la bellezza spirituale, quali icone più somiglianti, come ama esprimersi la Chiesa d’Oriente. Bellezza che è semplicità, umiltà e mitezza di cuore, rispetto e benevolenza verso ogni creatura, vedendo in tutte l’impronta del Creatore Il carisma specifico del monachesimo, che consiste essenzialmente nell’affermare il primato di Dio e quindi della dimensione trascendente della persona, non pone tuttavia i monaci fuori della storia. Essi sono invece «presentissimi» a tutte le vicende umane e ai grandi problemi che in ogni epoca travagliano i popoli. Vi sono presenti nel modo loro proprio, anzitutto con la preghiera, resa efficace dalla santità, dall’amore che li crocifigge al mondo stesso per salvarlo (cf. Gal 6,14). Lo hanno dimostrato recentemente i sette monaci trappisti di Notre Dame d’Atlas in Algeria, sgozzati come agnelli da estremisti islamici. Davvero senza retorica il cardinale Lustiger, celebrando in Notre Dame a Parigi le loro esequie, poteva dire che «avevano accettato in anticipo di dare la loro vita per essere testimoni dell’Amore crocifisso», e questo nell’umile consapevolezza di non essere superiori agli altri, quindi di associare la loro morte «a tante altre ugualmente violente lasciate nell’indifferenza e nell’anonimato». Così, infatti, lasciava scritto il priore p. Christhian de Chergé nel suo testamento: «La mia vita non ha prezzo più alto di un’altra. Non vale di meno né di più. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per considerarmi complice del male che sembra prevalere nel mondo e anche di quello che mi può colpire alla cieca (…)». Sì, fino a quello che alzerà la mano per ucciderlo, l’ «amico dell’ultimo momento», per il quale gli sgorga dal cuore non solo il perdono, ma anche un «grazie» pieno di gioia soprannaturale, nella speranza di ritrovarlo nella casa dell’unico Padre dove entriamo tutti come ladroni beati perché perdonati. Proprio in questa profonda umiltà che lo fa sedere come e con Gesù Cristo alla mensa dei peccatori. consiste la bellezza interiore dei monaci, i kalogeroi, i «bellissimi anziani» resi tali da quella sapienza del cuore, sapientia cordis, che coincide con la stoltezza della croce, stultitia crucis.

  • 14 ott

    Tra Parola ed Eucaristia

    Il monachesimo in modo particolare rivela che la vita è sospesa tra due vertici: la Parola di Dio e l’Eucaristia. Ciò significa che esso è sempre, anche nelle sue forme eremitiche, al contempo risposta personale a una chiamata individuale ed evento ecclesiale e comunitario.

    E la Parola di Dio il punta di partenza del monaco, una Parola che chiama, che invita; che personalmente interpella, come accadde agli Apostoli. Quando una persona è raggiunta dalla Parola, nasce l’obbedienza, cioè l’ascolto che cambia la vita. Ogni giorno il monaco si nutre del pane della Parola. Privato di esso egli è come morto, e non ha più nulla da comunicare ai fratelli, perché la Parola è Cristo, al quale il monaco è chiamato a conformarsi.

    Anche quando canta con i suoi fratelli la preghiera che santifica il tempo, egli continua la sua assimilazione della Parola. …

    Di fronte all’abisso della divina misericordia al monaco non resta che proclamare la coscienza della propria povertà radicale, che diviene subito invocazione e grido di giubilo per una salvezza ancora più generosa, perché insperabile dall’abisso della propria miseria [cfr. ad esempio S. Basilio, Regola breve: PG 31,1079-1305; S. Giovanni Crisostomo, Sulla compunzione: PG 47 391-422; Omelie su Matteo, om. XV,3, PG 57,225-228; S. Gregorio di Nissa Sulle beatitudini, om. 3: PG 44,1219-1232]. Ecco perché l’invocazione di perdono e la glorificazione di Dio sostanziano gran parte della preghiera liturgica. …

    Al culmine di questa esperienza orante sta l’Eucaristia, l’altro vertice indissolubilmente legato alla Parola, in quanto luogo nel quale la Parola si fa Carne e Sangue, esperienza celeste ove essa torna a farsi evento.

    Nell’Eucaristia si svela la natura profonda della Chiesa, comunità dei convocati alla sinassi per celebrare il dono di Colui che è offerente ed offerta: essi, partecipando ai Santi Misteri divengono «consanguinei» [cfr. Nicola Cabasilas, La vita in Cristo, IV: PG 150,584-585; Cirillo d'Alessandria, Trattato su Giovanni, 11: PG 74,561; ibidem, 12, 1.c., 564; S. Giovanni Crisostomo, Omelie su Matteo om. LXXXII,5: PG 58,743-744] di Cristo, anticipando l’esperienza della divinizzazione nell’ormai inseparabile vincolo che lega in Cristo divinità e umanità.

    Ma l’Eucaristia è anche ciò che anticipa l’appartenenza di uomini e cose alla Gerusalemme celeste. Essa svela così compiutamente la sua natura escatologica: come segno vivente di tale attesa, il monaco prosegue e porta a pienezza nella liturgia l’invocazione della Chiesa, la Sposa che supplica il ritorno dello Sposo in un «marana tha» continuamente ripetuto non solo a parole, ma con l’intera esistenza.

  • 14 mar

    di p. Attilio Franco Fabris

    1. INTRODUZIONE

     Ricerche filologiche e storiche, studi sulla simbolica dei riti, dei gesti e del linguaggio, fanno constatare come la meditazione sia un dato fondamentale e universale dell’esistenza umana. Da questa constatazione ne deriva tuttavia il fatto che la parola “meditazione” corre il rischio soprattutto nella nostra cultura di dimostrarsi ambigua in quanto usata in ambiti e culture diverse (es. preghiera mentale, metodi d’interiorizzazione Yoga, zen giapponese, riflessione di testo coranici, tecniche di psicoterapia, ecc…).
    Analizzeremo dapprima la meditazione nel contesto cristiano. Essa vi si colloca come una delle forme della preghiera.
    Nella teologia della spiritualità essa si definisce generalmente come forma di contemplazione acquisita in cui si succedono atti distinti dell’intelligenza, dell’affettività e della volontà. (Nella contemplazione pura l’attività di questi dinamismi è di molto semplificata e unificata). Quando si parla di meditazione si suppone dunque una applicazione attiva e metodica di questi dinamismi. Di per sé dunque la meditazione fa leva sulla struttura dell’essere umano, sui suoi dinamismi, dando la precedenza ad un discorso ordinato che venga a toccarli e a coinvolgerli.
    Questa connotazione è presente pure nell’etimologia stessa della parola; in latino come in greco meditatio-melete esprime l’idea di un esercizio. In effetti serviva ad indicare originariamente ogni specie di esercizio fisico o intellettuale, ovvero ogni pratica destinata a preparare e ad affinare l’esercitante. In seguito il linguaggio ha riservato exercere agli esercizi fisici, e meditari a quelli dello spirito. Dunque meditatio nel suo significato etimologico indica un esercizio metodico dello spirito, che corrisponde agli esercizi preparatori e ripetitivi dei soldati o dei musicisti. Vediamo ad esempio Ugo di s. Vittore accostare la meditazione religiosa a quella di un testo ordinario: “La  meditazione è il pensiero assiduo e riflesso, che cerca di conoscere la causa, l’origine, la maniera di essere e l’utilità di una cosa. La meditazione ha il suo principio nella lettura, tuttavia non è sottoposta ad alcuna regola o precetto nella maniera di leggere; essa ama infatti correre liberamente attraverso lo spazio”. Da questo testo emerge un dato importante: l’attività meditativa possiede un suo carattere naturale. Esiste una meditazione naturale: la persona che contempla un’opera d’arte, che ascolta della musica, che riflette su qualche aspetto della sua vita, il bambino colto da stupore di fronte a qualcosa di nuovo o di bello sono indicatori di tale attività naturale.
    Si tratta  ancor più di un lavoro di assimilazione di ciò che l’occhio ha letto, di ciò che l’orecchio ha udito, di ciò che la memoria ha ritenuto; si tratta di una masticazione-ruminatio delle idee al fine di penetrarsene completamente. (Cf P. Philipe). E’ per questo che la meditazione va accostata al tema più generale dell’ascesi.
    Il
    concetto di meditazione cristiana conosce lungo la storia una continuità e una evoluzione.
    L’evoluzione riguarda l’importanza crescente che viene data al fattore intellettivo-riflessivo.
    La continuità si desume dal fatto che i diversi autori si ispirano alla rivelazione, in particolare la s. Scrittura. 

     

    2. MEDITAZIONE E VITA CRISTIANA

    Il fine di chi medita, applicando l’esercizio di mente-cuore-volontà, i misteri della fede è quello di far sì che la sua fede diventi sempre più interiorizzata ovvero personale. Essa permette e facilita una assimilazione del senso e del contenuto del mistero che si medita.
    Il cristiano per garantire questo processo spirituale procede come farebbe in una qualsiasi disciplina profana: applica la propria intelligenza, affettività e volontà ai dati del mistero, ne approfondisce il senso. Questo senso assimilato dall’intelligenza, scoperto amabile dal cuore, conduce ad atteggiamenti e a scelte concrete di vita, la quale in tal modo si viene a conformare sempre più al dato rivelato.
    Pur sottolineando la massima libertà del processo meditativo come attestava Ugo di s. Vittore, ben presto si sentì tuttavia la necessità di ricorrere a dei metodi più o meno rigorosi. Intendiamo per metodo uno schema stereotipo, applicabile a qualsiasi oggetto.
    Scopo del metodo è quello di condurre, sorreggere, lo spirito a investigare in maniera esaustiva e ordinata i vari aspetti del mistero.
    Non sono mancate lungo la storia della Chiesa alcune obiezioni: sottomettendo l’attività spirituale a un metodo meditativo ferreo e razionale non si rischia di limitare o addirittura spegnere la libera azione dello Spirito? Come si vede si tratta di un problema analogo a quello che interessa l’attività ascetica e l’esperienza mistica.
    La soluzione è la medesima: come l’ascesi dispone all’accoglimento della grazia, così la meditazione dispone all’assimilazione del mistero della fede. Essa non ha dunque la presunzione di possedere un’efficacia meccanica. Dio accorda sempre i suoi doni con grande libertà. A noi spetta il compito di predisporci a tale opera di Dio attraverso questa scuola di orazione.

     

    3. LA MEDITAZIONE NELLA S. SCRITTURA

     I. AT.

     L’idea di meditazione si collega alla radice haga tradotto in greco con melete  e il latino con meditari.
    La radice originariamente significa “mormorare a bassa voce“. La sede o l’organo del meditare è dunque la gola, la laringe.
    La meditazione può dunque originariamente avere valore sia religioso che profano (vi è ad es. un meditare anche contro Dio: “populi meditati sunt inania” Sl 2,1).
    Talvolta alla componente auditiva-fisica si affianca una componente spirituale o mentale: “Non si allontani dalla tua bocca il libro della legge, ma meditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto” (Gs 1,8), la meditazione della legge conduce a regolare la propria vita su questa stessa legge (cfr. “la sua legge medita giorno e notte” Sl 1,2). La meditazione procede dunque dal cuore, dalla bocca del giusto e ha per oggetto la giustizia-legge di Dio.
    In sl 77,13 (“mi vado ripetendo le tue opere, considero tutte le tue gesta”)  e sl 143,5  (“Ricordo i giorni antichi, ripenso a tutte le tue opere, medito i tuoi prodigi”) haga è posto in relazione con zakar, il fare memoria meditandole delle meraviglie di Dio.
    Nella letteratura sapienziale, dove non troviamo espressamente la radice haga, ritroviamo tuttavia più volte una sorta di meditazione sui testi più antichi che narrano gli interventi di Dio nella storia del popolo eletto (Sap 10-19: Sir 44-49).
    La traduzione del termine ebraico in greco e in latino comporterà successivamente una espansione di significato. Infatti il termine greco significa “prendersi cura di”, “prendersi a cuore”; mentre il termine latino contiene il concetto di “esercitarsi” con un grande ventaglio di utilizzo (dal memorizzare parti teatrali, brani musicali, discorsi, ecc…). Questa accezione si mantenne nell’epoca patristica sino al medioevo: studenti e monaci, come vedremo, si esercitavano alla recita dei salmi o delle lezioni.

    II. N.T.

     Il termine esplicito è quasi introvabile. Il solo testo significativo e in 1 Tm 4,15: “abbi premura=medita di queste cose, dedicati ad esse interamente…”. Paolo prescrive al suo discepolo di “prendersi a cuore” la lettura della Scrittura.
    Troviamo pure il “conservare nel proprio cuore parole o avvenimenti”. E’ ciò che fa Maria (cf Lc 2,19;51). Si tratta evidentemente di una forma di meditazione dell’opera di Dio. 

     

    4. PADRI E AUTORI MONASTICI

     La caratteristica principale della primitiva meditazione cristiana è il ricordo e la ripetizione della Parola di Dio, al fine di farne il nutrimento dell’anima.
    E’ questo il senso di alcune metafore molto ricorrenti: mensa verbi, ruminatio, palatum cordis, os cordis…
    L’idea della ruminatio è ispirata a Lev. 11,3 e Dt 14,6, dove i ruminanti sono classificati tra gli animali puri. Questa analogia viene utilizzata dai Padri (es. Ep. Barnaba X,II; Clemente A., Pedag III,II,76; Apoftegmi di Antonio e Macario…). In occidente è più volte usata da Agostino: “Allorché tu ascolti o leggi, ti nutri; allorché tu mediti ciò che ascolti o leggi, tu rumini al fine di essere un animale puro e non impuro” (En. Ps. 36; Serm. III,5).
    Da un lato si tratta di ripetere una parola o un testo, e di ripeterli in modo frequente se non continuo; dall’altro si tratta di assaporare, di assimilare interiormente questa parola, per far fruttificare la ripetizione” (F. Ruppert).
    La modalità di meditazione del monachesimo antico pacomiano si avvicina singolarmente al “meditare” biblico. La regola richiede al monaco, durante ogni sua occupazione, una ripetizione a bassa voce di versetti salmodici o di brevi testi biblici (3,28.36.37).
    Senza parlare esplicitamente di meditazione sant’Antonio pensa che il monaco può giungere alla misericordia di Dio attraverso il lavoro manuale, il digiuno, la veglia e “studiis multis verbi Dei et orationibus pluribus” (Lett. 1,77).
    Se per certuni questa ripetizione incessante poteva trasformarsi in routine, pratica meccanica, essa per tanti altri era tuttavia strumento in grado di condurre ad una grande familiarità con la Parola (cf gli scritti patristici e monastici), capace di introdurre l’anima in un clima particolare di ascolto, in un atteggiamento interiore di silenzio, capace di far sbocciare spontaneamente la vera preghiera. Cassiano attesta questo dinamismo quando parla di una “meditatio spiritualis” in quanto è “oris pariter et corde officium” (Inst. II,15,1). Questa pratica nel monachesimo orientale veniva protratta durante la giornata e anche nel lavoro, essa prende il posto delle ore canoniche del monachesimo occidentale (cf.  Inst. III,2).
    Questo esercizio, con la sua parte di fisicità, appariva particolarmente adatto a quegli uomini spesso incapaci di riflessioni astratte; in effetti quella che poteva essere la componente intellettuale della vita spirituale era di pochi.
     E’ infine da notare che nel monachesimo bizantino questa sorta di melete ha condotto alla pratica della Preghiera di Gesù.
    In san Benedetto non ritroviamo alcuna sorta di questo tipo di meditazione. Si prescrive al monaco anzi il silenzio assoluto. Il meditari è riservato all’apprendere “qualcosa del salterio o delle lezioni” (RB 8,3).
    Nell’ambito della cultura monastica occidentale meditatio sarà spesso associato a lectio e oratio, tanto che il trinomio lectio-meditatio-oratio diviene classico per esprimere la familiarità con la Parola di Dio. Questa può essere “mangiata” e “bevuta” nella lectio, assimilata e assaporata nella meditatio, sollecitata a produrre frutto nella vita tramite l’oratio. Ambrogio in un inno ripreso anche dalla nostra LH dice: “Christusque nobis sit cibus, potusque noster sit fides”.

    5. LA PRATICA MEDIEVALE

     Una premessa è fondamentale: nella storia della spiritualità gli autori hanno proposto forme di meditazione adatte alla formazione dei cristiani del loro tempo (alcuni insistendo sull’attività intellettiva, altri sulla immaginazione, altri sugli slanci affettivi a seconda del loro temperamento e cultura). Nessun metodo può dunque presumere di presentarsi come l’unico o il migliore, tutti sono sempre e solo strumenti legati a singole esperienze spirituali e culturali. Tuttavia si potranno ricavare alcune costanti che danno chiaramente un indirizzo sul quale camminare nella meditazione.
    Tra l’XI e il XII sec. Si inaugura con sant’Anselmo di A. (+1109) il genere delle Orationes e delle Meditationes. In queste opere la ratio, le rationes iniziano a giocare un ruolo importante, esse introducono ad un nuovo modo di pensare e di pregare in cui il fattore intellettivo prende consistenza.
    Un altro autore significativo è Ugo di s. Vittore (+1141). Scrive nel suo trattato De Meditatione: la meditazione è frequens cogitatio modum et causam et rationem uniuscuisque rei investigans. Presenta tra varie modalità un cammino meditativo in cinque tappe: “Primo lectio ad cognoscendam veritatem materiam ministrat, meditatio coaptat, oratio sublevat, operatio componit, contemplatio in ipsa exsultat”.
    Ruolo della meditazione è “l’esercizio di discernimento sul modo di mettere in pratica ciò che si sa, poiché è inutile sapere ciò che poi non si mette in pratica”.
    Pe
    r Ugo di s. Vittore la meditazione è dunque una attività di riflessione e di ricerca orientata in un senso verso la conformazione della vita all’insegnamento della scrittura e verso la contemplazione, nell’altro essa viene a rappresentare una tappa del cammino spirituale. Ed è in questa duplice linea che si muoveranno altri autori nelle sistematizzazioni posteriori.
    Nell’ambiente monastico, oltre alla preghiera liturgica, entra in uso una preghiera personale mentale: essa consiste nella lectio divina.
    L’aspetto più interessante per il nostro discorso è che anche qui la meditatio vi appare come una fase, un momento di un’attività contemplativa più vasta e complessa. Un testo fondamentale per comprendere questo lo ritroviamo nella lettera di Guigo II certosino. Egli scrive l’Epistola de vita contemplativa in cui distingue quattro “gradini spirituali” che formano la scala claustralium: lectio, meditatio, oratio et contemplatio: “La lettura è l’applicazione dello spirito alle sacre scritture; la meditazione è l’investigazione accurata di una verità nascosta con l’aiuto della ragione; la preghiera è la tensione devota del cuore verso Dio per allontanare il male e ottenere il bene; la contemplazione è l’elevazione dell’anima in Dio, anima che è avvinta dal gusto delle gioie terrene. La lettura ricerca la dolcezza ineffabile della vita beata, la meditazione la trova, la preghiera la chiede, la contemplazione la gusta. Si tratta delle parole stesse del Signore: “Cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Cercate leggendo, troverete meditando, bussate pregando. La lettura porta il nutrimento alla bocca, la meditazione lo mastica e lo trita, la preghiera lo gusta e la contemplazione è questo sapore medesimo che riempie di gioia e rifocilla”.
    Dunque la meditazione si colloca tra la lectio e l’oratio: essa investiga, approfondisce, rumina, cerca. In rapporto alla lettura è un’elaborazione che permette allo spirito di approfondire il testo. In rapporto alla orazione essa prepara il terreno affinché lo spirito possa aprirsi al dialogo con Dio, domandando ciò che esso ha compreso.
    Ritroviamo quasi contemporaneamente le Meditationes viae Christi (sec. XIII). Queste propongono come modello all’anima che si vuole dedicare alla meditazione la figura di s. Cecilia che “portava sempre il Vangelo nascosto nel cuore” ovvero “lo meditava giorno e notte nel suo cuore, ruminandolo=meditandolo con dolcezza e soavità“. L’autore in questo caso offre un solo metodo: “Renditi presente alle parole e ai gesti riportati, come se tu le ascoltassi con le tue orecchie o le vedessi con i tuoi occhi”.
    Anche Landolfo di Sassonia certosino (+1377) scrive una Vita Christi (opera che sarà letta da Ignazio di L.) il quale propone per ogni esercizio una struttura triplice legata alla lectio divina: lectio, meditatio, oratio.
    Concludendo si può notare come lentamente venga a sottolinearsi l’aspetto riflessivo, vi è legame alla tradizione nel fatto che rimane ancora stretta l’unione della meditatio con la lectio e l’oratio-contemplatio dell’ambiente monastico. 

    6. L’ORAZIONE METODICA

     Nel secolo XIII nascono gli ordini mendicanti; per i frati si scrivono le “Industriae”, ovvero suggerimenti del come pregare in mezzo alle distrazioni.
    Anche nel mondo laicale, lontano dallo studio e dalla familiarità dei testi, e occupato in attività mondane si sentì il bisogno di riferirsi soprattutto a dei metodi pratici di meditazione, onde essere facilitato nella preghiera personale e contemplativa.
    Nel XV sec. Nasce il movimento della Devotio moderna. Troviamo ad es. le Scalae di Wessel Gansfort. Si tratta di serie di meditazioni già preconfezionate per la durata di una settimana o un mese, al fine di approfondire ordinatamente le verità di fede. E’ possibile constatare come con l’avvento della devotio moderna si arriva a incoraggiare più la meditazione personale che la preghiera liturgica.
    Il fondatore è Gerard Groote (1340-1383). Per il Groote la meditazione è una “mentis exercitatio” che pone in azione la riflessione e le rappresentazioni dell’immaginazione. Essa è una praeparatio che conduce alla preghiera e alla imitazione delle virtù di Cristo: “Inanis est mentis exercitatio, honore et fine carens, si non ducat nos et cogat ut ea que Christi sunt per oris confessionem et operis imitacionem perficere laboremus”.
    La preghiera nasce dalla meditazione e si trasforma in meditazione: “omnis animi excitatio a meditacione oritur et meditacione perficitur”.
    Sempre per il Groote esistono quattro genera meditabilia: la scrittura, le rivelazioni fatte ai santi, gli scritti dei dottori, le immgini composte dal credente stesso. Fonte della meditazione non appare più solo la Scrittura. Inizia in questo periodo a farsi strada altresì il problema dell’uso dell’immaginazione. Il suo ruolo per il Groote è adatto ai piccoli e ai principianti, mentre ai progrediti si domanda di superarlo. L’immaginazione ci aiuta a trasportarci nei tempi e nei luoghi dei misteri della vita del Signore, aiutandoci a prendervi parte.
    Sempre all’interno della corrente della devotio moderna troviamo un piccolo testo anonimo dal titolo “Epistola de vita et passione D.N. Jesu Christi. Si insiste sul fatto che il cuore dell’uomo debba necessariamente occuparsi di qualche cosa, e per il devoto ovviamente è necessario che “Dio sia meditato”. L’esercizio spirituale di questa meditazione, ripreso quotidianamente, crea un’abitudine, ovvero una mentalità, uno stile di vita. Questo esercizio giornaliero è per eccellenza la meditazione della passione di Cristo suddivisa cronologicamente e secondo punti precisi.
    L’autore insiste sulla diversità di vie e di grazie per ciascuno. Si mediterà dunque questo o tal punto a seconda che convenga meglio. Ogni sforzo eccessivo è riprovevole. Se ci si trova nell’aridità, si leggeranno semplicemente i punti previsti per la giornata. Si rimane sempre liberi di utilizzarli tenendo conto delle ispirazioni dello Spirito e delle proprie disposizioni: “Benché la materia sia abbondante, non si utilizzerà se non ciò che meglio convenga“.
    Tommaso da Kempis (1379-1471), autore controverso dell’Imitazione, insiste molto sulla solitudo cordis et corporis, sulla custodia cellae  e il silenzio come strumenti che ci predispongono alla preghiera: “Haec solitudo docet sanctis inharere meditationibus” (Serm. 7).
    Un suo abbozzo di metodo, appare nei Sermones de vita et passione Domini (cap. 26). L’autore presenta una successione di sette punti:
     -quis est qui haec patitur
    - a quibus patitur
    - quanta patitur
    - pro quibus
    - quam longo tempore patitur
    - in quibus locis patitur
    - in quibus membris patitur.
    Notiamo  come la passione, nella Devotio, venga presentata come oggetto principale e privilegiato di meditazione.
    In altri testi e autori vedremo successivamente un proliferare di punti e di tracce per la meditazione. Talvolta si rimane meravigliati per la loro complessità. Nel tardo medioevo troviamo un metodo che propone un itinerario meditativo in cui si succedono 23 momenti (la Scala di Gansfort). Questa complessità non va interpretata in senso peggiorativo: essa rispondeva all’esigenza di facilitare al massimo la riflessione vincendo il rischio della dispersione.
    Jean Mombaer (1460-1501) è l’ultimo autore significativo della devotio moderna. La sua opera più significativa è il Rosetum. Si tratta di una raccolta di 30 trattati. All’interno troviamo il Meditatorium in cui si offre “meditationis modum, quippe exordiendi, procedendi terminandique praxim”.
    Per Mombaer occorre perseveranza per poter apprezzare il suo metodo. Tuttavia colui che medita dovrà sempre far attenzione a seguire le ispirazioni della grazia.
    Notiamo che in questo metodo la funzione dell’immaginazione è pressocché assente. Vi è solo qualche accenno nella fase dedicata alla memoria. Infine constatiamo come colui che medita alla fine non prende alcuna risoluzione concreta.
    L’opera di Mombaer porta la metodologia ai suoi estremi limiti. Ciò preannuncia già un certo declino. Il metodo ignaziano a confronto apparirà di una grande semplicità. 

     

    7. LE FORME IGNAZIANE

     Grande influsso lungo la storia della spiritualità ebbero gli schemi ignaziani contenuti negli Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola.  In quest’opera fondamentale nella storia della spiritualità vengono offerti alcuni metodi di meditazione in funzione delle materie da meditare. Nella prima settimana si fa uso del metodo delle tre potenze applicando cioè memoria, intelletto e volontà alla realtà del peccato, della morte e dell’inferno. Nella seconda settimana Ignazio propone la contemplazione dei misteri di Cristo: si tratta di una meditazione molto semplice che fa ricorso molto alla applicazione dei sensi. Infine alcune modalità di pregare meditativa: contemplare il senso delle parole di una preghiera (nn. 349-257), e la preghiera ripetitiva e ritmata (n. 258-260) questi costituiscono dei veri metodi di preghiera semplici e fruttuosi.
    Ignazio non è lo scopritore di questi metodi; egli infatti compendia e si fa erede di tradizioni monastiche e francescane da lui conosciute e assimilate.
    Nonostante l’apparenza dia l’impressione di metodi rigidi e forse un po’ freddi, occorre partire dalla considerazione che Ignazio era un temperamento affettivo, e che i suoi scritti e consigli sono frutto di intense esperienze spirituali e mistiche. I suoi schemi non sono scritti a tavolino, ma costituiscono il risultato di ciò che egli ha vissuto in prima persona. E’ per questo che probabilmente essi possono essere apprezzati soprattutto da chi verifica la loro validità mediante la sua propria esperienza.
    Esiste uno schema fondamentale ignaziano e il più conosciuto. Lo prendiamo in considerazione passo per passo.
    I. Preparazione lontana

               1. Ostacoli alla preghiera

                         – i peccati

                         – le passioni disordinate

                         – troppa sollecitudine per le cose materiali

                         – dissipazione e incostanza mentale

               2. Disposizioni alla preghiera

                         – la purezza di coscienza

                         – il dominio di sé

                         – la magnanimità

                         – l’attenzione

    II. Preparazione vespertina dei punti di meditazione

    III. Addizioni

               1. La sera, prima di dormire, pensare per il tempo di un’Ave Maria                       all’ora in cui devo alzarmi e su cosa mediterò.

               2. Il mattino, provare a restare in quell’umore e disposizione che conviene

               alla meditazione.

               3. Consapevolezza della presenza di Dio.

               4. Scelta della posizione fisica che conviene a quella meditazione

               5. Invocazione allo Spirito

    IV. Preamboli

               1. Immaginazione del luogo

               2. “Chiedere ciò che voglio”

    V. Uso delle facoltà

               1. Memoria

               2. Intelletto

               3. Volontà e affetto

    VI. Colloquio conclusivo

    VII. Esame

    I. PREPARAZIONE LONTANA

     Ignazio parla del “modo come disporre l’anima per la meditazione”. Quali le disposizioni che si richiedono? Egli inizia presentando in negativo quelli che possono essere gli ostacoli alla meditazione.
    Un primo impedimento sono i peccati. Se la preghiera è conformazione alla volontà di Dio, chi può pregare agendo in contrario?
    In secondo impedimento sono le cattive passioni. Per Origene al primo posto va collocata l’ira, e a questa possiamo aggiungere tutte le altre. Esse infatti distolgono, e sottraggono energia e attenzione.
    Un terzo impedimento sono le preoccupazioni. Esse non permettono un giusto distacco e libertà interiore.
    Un quarto impedimento è rappresentato dall’incostanza, dalla volubilità. In effetti la fantasia e la nostra immaginazione se non sono ben impiegate rischiano di affondare lo sforzo della preghiera. Inoltre la pigrizia può condurre a tralasciare la meditazione, oppure a prepararvisi e a svolgerla male e superficialmente.
    In positivo Ignazio a chi si appresta alla meditazione richiede:
    - la purezza di coscienza
    - la mortificazione delle passioni
    - la dedizione totale a Dio
    - l’attenzione.
    Queste virtù sono frutto di fatica e di una disposizione generale della propria vita: “Perciò quali vogliamo essere durante la preghiera, tali cerchiamo di essere prima di cominciare a pregare”. Il Faber aggiunge: “Chi volesse pregare solo quando viene dato il segno delle campane, difficilmente pregherà davvero, sarebbe un miracolo”. 

    II. PREPARAZIONE DELLA MATERIA (I PUNTI)

     Sant’Ignazio annota: “Chi propone all’altro il modo e l’ordine sul come meditare e contemplare, deve fedelmente esporre la storia che è oggetto di quella contemplazione o meditazione, ma solo presentandola per punti con una breve e sommaria spiegazione, affinché colui che contempla abbia un vero fondamento; se poi egli riflette e medita da solo e trova qualche cosa, ciò dà una migliore chiarificazione ed un miglior senso alla storia. Sia per mezzo della propria meditazione, sia che la mente venga illuminata dalla potenza di Dio, vi è un maggiore gusto ed un maggiore profitto spirituale, che se colui che propone gli esercizi spiega a lungo il senso di quella storia; Perché non è il molto sapere che sazia e accontenta l’anima, ma il sentire e gustare le cose interiormente”.
    Questi punti sono preparati la sera precedente: consistono nella lettura del testo, nella annotazione dei pensieri e delle domande.
    Importante per Ignazio è che l’attenzione si fissi su ciò che sente importante. Lo scopo del metodo non è di limitare il libero discorso con Dio, ma di prepararlo con più possibilità di temi, affinché ad essi si possa ricorrere allorché ci si sentisse vuoti. Ciò nonostante la meditazione potrebbe non avere effetti. Si ritorni allora ad una lettura tranquilla e meditativa del testo. 

    III. ADDIZIONI

     Siamo ancora nell’ambito della preparazione alla meditazione.
    Prima addizione: quando mi metto a letto e ho già voglia di dormire penso, per il tempo di una Ave Maria, all’ora in cui dovrò svegliarmi, e mi ricorderò la meditazione della quale voglio occuparmi”
    Seconda addizione: quando mi sveglio non ammetto altri pensieri; ma concentro la mia attenzione su ciò che voglio meditare”.
    Questi consigli li possiamo ritrovare anche in altri autori spirituali. San Bonaventura ad esempio scrive per i novizi: “Quando aspetti il sonno, recita i salmi, medita su qualche pensiero devoto o, ancora meglio, rappresentati nostro Signore sulla croce. Tutto questo mette in fuga il diavolo. Quando ti svegli, ritorna subito, non appena ti alzi, al pensiero del Crocifisso, segnati con il segno della croce e affrettati ad andare in chiesa”.
    Tali consigli sono stati riscoperti dagli studi di psicologia che hanno sottolineato l’importanza delle immagini mentali, che soprattutto nel dormiveglia possono penetrare nel profondo di noi stessi. Karl Rahner annotava in un suo articolo: “Con una buona preghiera serale portiamo nel subconscio alcune immagini, le sacre rappresentazioni, visioni che corrispondono alle nostre profonde inclinazioni e desideri. Ciò poi agisce nel subconscio durante il sonno”.
    La terza addizione è l’esercizio della presenza di Dio. Negli Esercizi la troviamo così descritta: “Uno o due passi davanti al luogo dove devo contemplare o meditare; mi soffermo, con la mente elevata verso l’alto, il tempo di un Padre nostro. Considererò come Dio, nostro Signore, mi guarda e farò un atto di adorazione o di umiltà“.
    Giovanni Berchmans segue scrupolosamente questa indicazione: “Quando verrà il tempo della meditazione, mi chiederò: Dove vai? – Al Signore Dio! – E che cosa farai? – Parlerò con lui! Poi mi aspergerò con l’acqua benedetta. Quando suonerà la campana, farò il segno di croce, mi metterò ad uno o due passi dall’ inginocchiatoio e penserò che Gesù Cristo stia davanti a me guardando che cosa sto facendo. Gli manifesterò la mia stima con qualche gesto esteriore di umiltà, poi avanzerò, mi metterò in ginocchio e dirò: Signore Dio, ti prego, conduci tutti i miei pensieri, dirigi tutte le mie opere, affinché tutto sia consacrato al tuo servizio e alla tua gloria. Poi mi rivolgerò alla materia della meditazione con la memoria, con l’intelletto, con la volontà“.
    In effetti nella preghiera è importantissima la consapevolezza della presenza di Dio, onde evitare il rischio che essa si trasformi in monologo. Per Ignazio è sufficiente un piccolo momento all’inizio. Notiamo come anche il corpo partecipa dell’adorazione. Anche il metodo sulpiciano attribuirà a questa immediata preparazione alla meditazione una grande importanza. Esso prevede la lunghezza di un quarto d’ora in cui si succederanno diversi atteggiamenti interiori: mettersi alla presenza di Dio, riconoscere la propria indegnità, riconoscere che il nostro peccato non ci fa degni di ascolto, la confessione dei peccati, la richiesta di perdono, il confiteor, l’invocazione allo Spirito.

     IV. ATTEGGIAMENTO DEL CORPO

     E’ la cosiddetta quarta addizione. Ignazio ne parla così: “Accediamo alla contemplazione sia in ginocchio, o giacendo con il volto verso terra, o supino, giacendo con il volto verso l’alto, sempre però con l’intenzione di cercare ciò che si vuole. Avremo due punti in evidenza: primo se trovo ciò che voglio inginocchiandomi, non andrò avanti (cioè non cambierò di posizione); se lo trovo giacendo volto a terra, similmente, ecc.; secondo, se trovo ciò che voglio in un punto (cioè in un pensiero preparato per la meditazione), vi resterò senza timore di dover procedere verso il punto seguente, vi resterò fino ad essere soddisfatto”.
    Che senso hanno queste annotazioni? Servono a pacificare e semplificare al massimo la pratica meditativa soprattutto per chi è dissipato o troppo nervoso. Infatti la condizione essenziale per la meditazione è la pace interiore: “Prima di mettermi  a pregare, cercherò di essere tranquillo: lo farò sia che mi siedo sia che passeggio. Solo dopo mi inginocchierò o mi metterò seduto a seconda di ciò che meglio aiuta alla devozione; chiuderò gli occhi o li fisserò su qualche oggetto senza muoverli”.
    L’abate Cisneros raccomanda gesti espressivi che corrispondano esteriormente a ciò che si sta meditando. Nel giardino del Getsemani ci si metterà in ginocchio accanto a Gesù, o ai suoi piedi come Maria Maddalena, si volgeranno gli occhi a terra come il pubblicano, si guarderà al cielo come gli apostoli nell’ascensione.
    Si ritiene dunque buono ogni sforzo che miri a far sì che il corpo aiuti e faciliti le funzioni dello Spirito.

     V. CHIEDERE CIO’ CHE VOGLIO

     E’ una nota che diede adito alla discussione circa il cosiddetto “volontarismo ignaziano”. Per alcuni gli esercizi sarebbero un’ottima scuola per esercitare il dinamismo della volontà.
    Ma l’interesse di Ignazio è un altro. Egli si preoccupa che la meditazione abbia a sfociare nella vita, che sia ad essa strettamente collegata; che meditazione e vita interagiscano tra loro, affinché la vita venga sempre più trasformata nella volontà di Dio.
    In questa fase la preghiera si fa più concreta. Infatti è il momento in cui occorre esprimere al Signore brevemente ciò che si intende raggiungere con quella meditazione specifica. Più chiaro è il fine più il risultato sarà buono.
    Ad esempio si chiederà meditando la morte in croce di Gesù per i peccatori una penetrante conoscenza del proprio peccato.
    Si prega per ottenere ciò che si desidera, ma sempre con il cuore aperto a qualsiasi illuminazione ci sia data da Dio.

     VI. NUCLEO DELLA MEDITAZIONE: L’USO DELLE FACOLTA’

     La meditazione è preghiera che coinvolge l’uomo interamente in tutti i suoi dinamismi. Questo corrisponde all’esperienza spirituale la quale sperimenta come la vita divina possa entrare in noi attraverso le nostre facoltà.
    In uno scritto anonimo intitolato “Meditazioni devote dello stato dell’uomo” (PL 184) l’autore scrive: “Nel mio uomo interiore, nell’anima, troverò tre modi per ricordare Dio, pensare a lui e desiderarlo. E’ la memoria, l’intelletto e la volontà ossia l’amore. La memoria me lo ricorda, con l’intelletto lo guardo e con la volontà lo abbraccio”.
    Teniamo presente che la meditazione ottiene oltre al fondamentale progresso spirituale anche, come conseguenza, un maggiore equilibrio e unificazioni delle facoltà umane che l’uomo sperimenta il più delle volte divise a causa del  peccato.
    Questo coinvolgimento delle facoltà avviene in modo proporzionato. Ciò sembrerebbe artificioso, ma notiamo che ogni schema pecca in questo senso, tuttavia esso rimane una strada necessaria affinché la meditazione possa essere viva, proficua e aperta all’influsso della grazia. 

    VII. RUOLO DELL’IMMAGINAZIONE

     L’uso della memoria è legato a quello dell’immaginazione che sembra ai più tuttavia nuocere più che aiutare la pratica meditativa (es. il problema delle distrazioni). L’obiezione è in effetti giustificata.
    Un cavaliere che cavalca un cavallo indomito ha due possibilità: o di domarlo sottomettendolo oppure di scendere rinunciandovi.
    I padri della tradizione orientale scelsero la seconda soluzione: lo spirito, per essi, deve assolutamente e al più presto liberarsi da ogni tipo di immaginazione; occorre infatti creare le condizioni per un deserto esteriore ed interiore. Ritroviamo la stessa dottrina anche in Giovanni della croce: alla luce di Dio si giunge tramite la “notte dei sensi”. Non bisogna ricorrere a nessuna immagine neppure esteriore.
    In Ignazio troviamo tuttavia il tentativo di scegliere la prima soluzione: per lui il pensare umano non può essere angelico. Esso è sempre accompagnato dall’immaginazione. Questa deve così rientrare anche nella meditazione. D’altra parte lo stesso vangelo non è infatti un racconto di fatti e non un insieme di regole astratte o teoriche?
    Negli Esercizi, all’inizio della meditazione, Ignazio pone dei preamboli. Anzitutto l’immaginazione del luogo (compositio loci): “Vedrò nell’immaginazione il luogo, la via di Nazareth a Betlemme, osserverò la sua lunghezza, larghezza, se sia un cammino diritto o attraverso vallate e colline. Ugualmente guarderò, in spirito, il luogo della nascita, la grotta, se è grande o piccola, bassa o alta, come è ordinata”.
    Di questo uso dell’immaginazione ne parla anche Francesco di Sales, come terzo punto del suo metodo:  “Alcuni lo chiamano rappresentazione del luogo, altri lettura interiore. Consiste nel fatto che vedo nell’immaginazione l’intero mistero che devo meditare, come se fosse realmente davanti ai miei occhi. Per esempio, quando si deve meditare su Gesù Cristo in croce, si immagina di essere sul monte Calvario e di vedere tutto ciò che avvenne nel giorno della passione. O, se si vuole dare la preferenza al modo contrario, il cui effetto è medesimo, ci si immagina che la crocifissione accada nel luogo ove ci si trova nel modo descritto dai Vangeli. L’effetto di una tale rappresentazione è che la mente si mantiene legata a quel mistero che si vuol meditare e non divaga qua o là, come quando un uccello si chiude nella gabbia o quando un falco si lega alla corda affinché non voli via dalla mano del cacciatore”.
    Vengono dunque offerte due possibilità: o di trasferirsi mentalmente nel luogo evangelico o di trasferire i protagonisti del fatto nel luogo in cui ci si trova. E’ da notare che questo secondo modo è stato amato dalla pietà popolare: essa ha fatto sorgere i Calvari, i santi sepolcri, i sacri monti, i presepi… in alternativa ai pellegrinaggi spesso impossibili.
    Ignazio tuttavia ricorda che l’immaginazione va sempre usata con molta discrezione, e non a tutti in egual misura. “Quanto alla immaginazione del luogo, non è consigliabile dedicare ad essa né troppo tempo né troppa fatica. Non crediamo che essa sia lo scopo principale della meditazione. E’ solo un mezzo per raggiungere il frutto. Essa è più facile per quelli che hanno una fantasia viva. Agli altri è difficile. Non devono quindi affaticarsi per non stancare la testa e non ostacolare così la meditazione”. (Direttorio 1599).
    Per alcuni sarà bastante una semplicissima immagine, una allegoria o addirittura un canto o un’antifona che introduca nel mistero da meditarsi.

     VIII. IL COLLOQUIO

     Per certuni più riflessivi il rischio è che la meditazione si trasformi in studio o riflessione perdendo la caratteristica di preghiera.
    Ignazio raccomanda che la riflessione sia alternata da un parlare spontaneo a Dio o ai santi. Quanto più questo colloquio è praticato tanto meglio è. Esso non deve mai mancare, soprattutto verso la fine della meditazione.
    Negli Esercizi troviamo diversi esempi di colloqui. Dopo la meditazione sul peccato si invita a “immaginare Cristo, nostro Signore, davanti a noi crocifisso. Il colloquio lo facciamo sul perché Gesù, il Creatore è venuto a farsi uomo scendendo dalla vita eterna, nella morte del tempo e come avvenne che è morto per i miei peccati. Poi guarderò me stesso, ciò che ho fatto io per Gesù Cristo e ciò che devo fare per lui, quando lo osservo così pendente dalla croce. Penserò a ciò che mi potrà accadere. Questo colloquio lo si fa in modo giusto se lo facciamo come quando un amico parla ad un altro amico o come un suddito al suo superiore, o come colui che chiede qualche grazia o che riconosce la sua colpa in qualche cattiva azione o come chi propone i suoi progetti chiedendo consiglio. Alla fine reciteremo un Padre nostro”.
    N
    egli esercizi troviamo pure menzione di un “triplice colloquio“. Non è solo un sussidio a livello psicologico, ma rappresenta una espressione della verità di fede nella comunione dei santi, attraverso i quali si accede alla verità di Dio.
    Ad es. dopo la meditazione sul peccato, Ignazio suggerisce: “Il primo colloquio sarà con la Nostra Signora affinché ella mi ottenga da suo Figlio tre cose: che io abbia una conoscenza profonda dei miei peccati e orrore di essi; che io veda il disordine delle mie azioni e che io senta avversione verso il peccato per migliorare e ordinare la mia vita: pregare per avere conoscenza del mondo, per sentire disprezzo per esso e affinché io tenga lontane da me le cose mondane e vane. Poi dirò un’Ave Maria. Il secondo colloquio lo si farà con il Figlio, affinché mi ottenga lo stesso dal Padre e poi pregherò “Anima di Cristo”. IL terzo con il Padre che mi conceda le stesse cose egli, eterno Signore; e poi reciterò un Padre Nostro”.
    Non è indispensabile che sia un triplice colloquio, e può essere fatto con diversi interlocutori. Essi sono spontanei “come quando l’amico parla all’amico”.  

    IX. ESAME

    Alla fine della meditazione sarà utile una specie di esame della meditazione svolta, circa la sua preparazione, lo svolgimento, il frutto. Talvolta sarebbe utile scrivere qualche breve nota su un diario spirituale, per poter anche in seguito risvegliare disposizioni, sentimenti, e propositi di vita interiore.
    I maestri spirituali hanno cura che la meditazione sia sempre chiamata a penetrare nella vita, affinché essa venga sempre più trasformata  e resa contemplativa.
    S. Francesco di S. parlando di questo argomento scrive nella Filotea: “Da tutto ciò che abbiamo meditato dobbiamo legare un mazzetto spirituale. Quando uno ha camminato nel giardino dove si trovano vari fiori, non resiste a non coglierne qualcuno che porta con sé annusandone il profumo. Così anche noi, quando abbiamo meditato su qualche mistero dobbiamo tenere a memoria due o tre pensieri che ci sono particolarmente piaciuti e che ci sosterranno nel progresso spirituale; rievocheremo questi pensieri frequentemente durante la giornata, affinché il loro profumo penetri nel nostro spirito. Questo dobbiamo fare nel luogo della meditazione. Dopo di essa resteremo ancora un momento in silenzio o cammineremo da soli”. 

    8. LUIGI DA GRANADA

     A partire da sant’Ignazio si farà grande uso dei metodi di meditazione, nei quali tuttavia ritroveremo più o meno sempre gli stessi elementi: un uso sistematico dell’immaginazione e dei sensi interiori, una affettività suscitata e alimentata, una trasposizione della materia meditata tesa ad un discorso di tipo ascetico o morale.
    In questo senso l’opera “Libro de la oracìon y meditaciòn” del padre domenicano Luigi da Granada (1504- 1588) fu un vero e proprio best seller. L’autore propone un metodo in cinque punti:
    - preparazione
    - lettura dell’ oggetto da meditare
    -  meditazione
    - azione di grazie
    - domanda.
    L’insegnamento qui offerto è molto equilibrato; anzitutto mette in guardia dal trasformare l’orazione in studio, inoltre si denunciano coloro che “non pretendono nient’altro che di ricavare piacere e gioia spirituale“. Per quanto riguarda l’immaginazione, per Luigi da Granada è bene usarla “al fine di giungere ad un più forte concetto e sentimento“, ma senza eccessi per “non cadere nel gioco di qualche illusione e scambiare delle semplici immagini per la realtà“. Equilibrio pure tra l’attenzione a sé e a Dio: la preparazione implica infatti ad es. la contrizione dei peccati, ma senza appessantirvisi perché è meglio “piangerli nell’abisso della misericordia domandando a Dio rimedio e perdono“. Più importante ancora è porsi “alla presenza di Dio” presentandosi a lui come il lebbroso del vangelo che domanda guarigione.
    L’attività umana è necessaria nell’orazione, ma ricordando che “la devozione non si acquista a forza di braccia“, occorre attendere con pazienza la visita del Signore.
    La preghiera di domanda può e deve portarci a chiedere “le cose di cui sentiamo un bisogno particolare“, allargando tuttavia il cuore ai bisogni della chiesa e del mondo intero.
    Infine, nella logica del suo cristocentrismo, Luigi da Granada, invita a dare priorità alla meditazione della Passione del Salvatore e al mistero della redenzione. 

     

    9. IL CARMELO RIFORMATO

     La spiritualità del Carmelo riformato ha per fine specifico la contemplazione,  dunque l’orazione vi appare come lo strumento privilegiato per attendervi. I grandi maestri sono s. Teresa d’Avila (+1582) e s. Giovanni della Croce (+1591).
    Sostanzialmente i metodi di meditazione riprendono quelli di Luigi  da Granada. Tuttavia vi si  introduce un punto nuovo, una  contemplazione  o  colloquio affettivo tra la meditazione e il ringraziamento. Questa aggiunta susciterà  alcune discussioni circa il rapporto tra meditazione, contemplazione acquisita e infusa.
    Essi danno tre avvertimenti importanti circa la meditazione:
    - mai tralasciare nell’orazione di aderire alla umanità del Salvatore
    - non confondere nel proprio colloquio affettivo la propria immaginazione con la risposta di Dio.
    - l’amore sensibile è secondario nei confronti di un amore puro frutto di una         volontà di fede.

    IL PASSAGGIO ALLA CONTEMPLAZIONE

     Sottolineiamo il fatto che ritroviamo nella scuola carmelitana una duplice tendenza: essa possiede un forte carattere affettivo, e un orientamento verso forme superiori di orazione.
    Ne consegue che i due riformatori non misconoscono l’importanza che ha la meditazione nella fase iniziale del cammino spirituale, ma insegnano che si tratta sempre e solo di un esercizio per principianti, perché la meta a cui tendere è una forma di preghiera che consiste nella contemplazione acquisita.
    Infatti la letteratura spirituale afferma che la fase successiva alla meditazione è la contemplazione. Anche se ciò non accade né in modo automatico né necessario. Rimane però il problema di quali possono essere i segni indicatori di questo possibile passaggio. Giovanni della Croce (SMC e NO) da i suoi avvisi che rimangono classici:
    - vi è quasi sempre un miscuglio di elementi naturali e soprannaturali
    - mancanza di gusto per le cose di Dio e le cose create
    - l’impossibilità di meditare producendo atti distinti di conoscenza e volont�
    - l’anima si compiace di essere sola con Dio senza considerazioni interiori e in  pace con se stessa.

    10. LA SCUOLA FRANCESE: S. FRANCESCO DI SALES

     

    Mentre Ignazio di Loyola e Luigi da Granada riservavano il loro metodo di meditazione soprattutto all’ambito della vita religiosa, la preoccupazione di s. Francesco di Sales (+1622) è di offrire anche ai laici un metodo semplice a loro adatto. L’opera più significativa è l’Introduzione alla vita devota (1608) dove l’autore presenta a Filotea “un metodo semplice e breve” che comporta tre parti e una conclusione.�
    Quanto alla materia della meditazione Francesco di Sales presenta diverse tematiche a scelta, tuttavia raccomanda di fare orazione soprattutto sulla vita e passione di Cristo: “Noi  non sapremmo come andare a Dio se non attraverso questa porta”.
    Sottolineiamo due sue istanze :
    1. anzitutto l’importanza data all’esercizio preparatorio della presenza di Dio, di cui egli esplicita quattro modalità (onnipresenza, inabitazione della grazia, l’umanità di Cristo in cielo, e in noi). Alle visitandine consegnerà addirittura un metodo di preghiera fondato semplicemente sulla consapevolezza della presenza di Dio.
    2. Successivamente il carattere affettivo e soprattutto pratico che egli attribuisce all’orazione, al punto di giungere a stimare che, senza il frutto concreto di risoluzioni precise, la meditazione “è spesso non solamente inutile, ma riprovevole, poiché le virtù meditate e non praticate gonfiano ingannevolmente lo spirito e il coraggio”.

     

    11. IL METODO SULPIZIANO

     Fu formulato da J.J Olier (+1657) nell’ “Introduzione alla vita e alle virtù cristiane” (1661). Per quest’autore la meditazione rappresenta uno strumento privilegiato per conservarsi in un atteggiamento di umiltà interiore necessario affinché l’anima sia inabitata dallo Spirito di Gesù.
    Scrive: “Abbiamo creduto di dover offrire a questo punto un metodo che faciliterà parecchio questo esercizio… Esso consiste nell’aver Gesù davanti agli occhi, nel cuore e nelle mani”. Questo metodo non fa che dare espressione all’essenziale della vita cristiana: “Il cristianesimo consiste in questi tre punti, e questo metodo di orazione li comprende tutti: imparare a guardare Gesù, a unirsi a Gesù, ad operare in Gesù. Il primo punto conduce al timore e alla religione, il secondo all’unione e all’unità con lui, il terzo all’agire non individualistico ma congiunto alla forza di Cristo Gesù″ (cap. 4).
    Avere Gesù davanti agli occhi, osservandolo adorare, santificare il nome Dio. Ciò corrisponde alla prima parte del Pater. Si tratta di rivestirsi di un atteggiamento adorante. Si tratta già di una impregnazione silenziosa di tutta la persona che si espone in qualche modo all’azione interiore dello Spirito di Gesù.
    Avere Gesù nel cuore, e attraverso questo entrare in comunione con lui. Gesù continua infatti a rivivere nelle sue membra i suoi misteri e le sue virtù; lo Spirito che le operò in lui le riproduce ancora oggi nel cristiano. “In questa parte dell’orazione, ci si dona a Dio per entrare in comunione con ciò che lui è… La partecipazione che si fa nell’orazione si chiama comunione spirituale, a motivo dei doni che Dio vi comunica attraverso l’operazione intima del suo Spirito”.
    La meditazione perciò diviene momento privilegiato di adesione a Cristo che si riversa in noi amandoci col e nel suo Spirito: essa implica un’offerta di se e un’attenzione silenziosa all’azione trasformante dello Spirito. Olier insiste molto su una docilità attenta e un’accoglienza silenziosa dello Spirito, verso il quale non bisogna opporre ostacolo. Questo secondo momento dell’orazione è la concretizzazione della seconda parte del Pater: “Il Regno di Dio viene in noi allorquando, nella preghiera, noi attiriamo il suo Spirito su di noi, il quale con la sua forza ci assoggetta interamente a lui”.
    Il terzo tempo è Gesù nelle mani.. Si tratta della nostra cooperazione che tende alla realizzazione della terza domanda del Pater: “Portare Nostro Signore nelle mani significa volere che la sua divina volontà si compia in noi… Gesù Cristo… deve essere operante in noi e attraverso noi”.
    A questo punto si farà il “buon proposito. Coerente con l’accento posto sul dono di Dio e l’azione dello Spirito piuttosto che sullo sforzo dell’uomo, Olier preferisce alla parola risoluzione quella di cooperazione, la quale sottolinea più nettamente la dipendenza dalla grazia: la domanda essenziale sarà di offrirsi a l’azione dello Spirito perché sia lui a operare in noi i “buoni propositi”.Citiamo infine san G.B. de la Salle. Nella sua “Spiegazione del metodo di orazione“, mette in evidenza soprattutto l’importanza del porsi alla presenza di Dio. Egli addirittura consacra tutta la prima parte dell’orazione a questo esercizio: “Non bisogna fermarvisi poco tempo, perché esso contribuisce anzitutto a far scaturire lo spirito di orazione.

     

    12. LA MEDITAZIONE DELLA PASSIONE

    IN S. PAOLO DELLA CROCE

     

    I. IMPORTANZA

     Per S. Paolo della Croce (1694-1775) la meditazione della Passione è via eccellente per giungere alla perfezione della vita cristiana. Essa è “ss.ma scuola dove si impara la vera sapienza”.Per questo egli si augura che le anime da lui dirette siano fedeli alla pratica meditativa quotidiana sui misteri della Passione: “Sopra tutto prego il dolce Gesù che imprima nel di lei cuore la continua, tenera e divota memoria della sua SS.ma Passione, che è il mezzo più efficace per essere santo nel suo stato. A tale effetto supplico SDM che le conceda la grazia di non lasciare passare giorno senza meditare qualche mistero della SS.ma Passione per mezz’ora, lo accerto che conserverà l’anima sua monda di ogni peccato e ricca di virtù, tanto più se accompagnerà tale meditazione colla divota frequenza dei SS.mi Sacramenti e la lezione dei libri sacri” (LETT. IV,140)Per il santo tale meditazione rappresenta anzitutto una immersione nell’amore infinito di Dio per l’uomo, ed è perciò che non può assolutamente ritenersi superflua: “non si deve lasciare, abbenché vi fosse il più profondo raccoglimento e altro dono di orazione, anzi questa è la porta che conduce l’anima all’intima unione con Dio” (lett. I,582).
    Si tratta di una meditazione adatta a tutti: clero, religiosi e laici. Ai genitori raccomanda ad esempio che insegnino già ai piccoli a meditare “con parole semplici e infantili” in modo da introdurre i figli in questo metodo di orazione.

     II. METODO

     Non si può dire che san Paolo abbia sviluppato un suo vero e proprio metodo. E’ molto interessante e significativo invece il fatto che egli facesse anzitutto attenzione alla singola persona, alle sue condizioni e possibilità. Partendo da questo presupposto si comprendono le differenti indicazioni che Paolo della Croce offre per l’esercizio della meditazione alle varie persone da lui dirette.
    L’aspetto comunque fondamentale resta il fatto che egli proponesse a tutti un cammino ascendente: partendo da una riflessione discorsiva si giunge ad un riposo contemplativo passivo, ovvero, dall’impiego attivo dell’immaginazione si arriva ad un silenzio adorante privo di immagini e di parole. Egli vuole introdurre le anime ad una esperienza prettamente mistica.

    I COLLOQUI CON GESU’ APPASSIONATO

    Una sua caratteristica sono i colloqui con Gesù sofferente.
    Di tale meditazione ne troviamo traccia già nel Diario Spirituale: “So che feci anche dei colloqui sopra la dolorosa Passione del mio caro Gesù, quando li parlo de’ suoi tormenti li dico: Ah! Mio caro Bene, quando foste flagellato come stava il vostro SS. Cuore, caro mio Sposo, quanto v’affliggeva la vista dei miei gran peccati e delle mie ingratitudini: Ah! Mio Amore perché non muoio per voi? Perché non vengo tutto spasimi? E poi sento che alle volte lo spirito non può più parlare, e se ne sta così in Dio con i suoi tormenti infusi nell’anima” (I,401).
    Questi colloqui si riferiscono a scene concrete della passione storica di Cristo. Essi fanno parte sostanziale della meditazione, anche di quella a livello comunitario che egli prescrive da svolgersi durante le Missioni. Vediamo in questo metodo un ricorso soprattutto alle facoltà dell’immaginazione e dell’affettività.
    Incentrandosi soprattutto sul mistero dell’amore, perno dell’evento salvifico della passione, si ottiene che la meditazione venga sempre più essenzializzata e spiritualizzata. In effetti la mira è che il pensiero lasci posto all’intuizione mistica.
    I  colloqui sono perciò definiti “intrattenimenti di amore”. Paolo Danei continua nel suo Diario: “Sappia che nel raccontare le pene al mio Gesù, alle volte come ne ho raccontata una o due, bisogna che mi fermi così perché l’anima non può più parlare e sente liquefarsi, sta così languendo  con altissima soavità mista con lagrime, con la pena infusa nel suo Sposo infusa in sé, o pure, per più spiegarmi, immersa nel cuore e dolore santissimo del suo Sposo dolcissimo Gesù″ (diario 8.12.1720). Non troviamo in san Paolo nessun ricorso a quel razionalismo tipico dell’età dei lumi, anzi riscontriamo un movimento quasi opposto.

     MEDITAZIONE DELLA PASSIONE STORICA DI GESU’

     Nelle lettere troviamo esempi concreti di meditazione sui fatti storici della Passione.
    Paolo della C. Avverte, facendosi eco di tutta una tradizione precedente, di “non aver fretta di passare da un punto all’altro” ma di avere l’accortezza di fermarsi “dove si prova più devozione e raccoglimento”.  Ciò che interessa infatti non è la completezza del metodo o del procedimento, ma che avvenga un dialogo sincero, cuore a cuore, con Dio. Sentiamo le parole del santo: “Io ve ne porgo un esempio. Figuratevi sopra la flagellazione. Ah, dolce Gesù mio, fosti condannato ad essere flagellato, onde qui perfidi ti condussero al luogo della flagellazione, ove avanti tutto il popolo ti spogliarono delle tue povere vesti… Oh Gesù mio, oh amor mio, oh vita mia, come ti vedo avanti tutto il popolo sì vilmente spogliato! Dunque colui che veste i nudi è spogliato sì vilmente delle vesti? Dunque colui che fa ardere i suoi amanti col suo dolce fuoco, or gela e trema di freddo? Dunque la gloria del cielo è così vilipesa? Ah amor mio! Vorrebbe pur il dovere che se tu, che sei il Re dei Regi, la gloria del cielo, per me sei spogliato, ancor io mi spogliassi affatto dell’amor del mondo e di tutte le creature. Ah! Quando, vita della mia vita, amerò te solo? Ah!, quando ti darò tutto il cuore? Ah! Quando sarò teco unita senza mezzo alcuno? Così potrete regolarvi nel meditare la flagellazione, le piaghe, i tormenti, ecc. E lo stesso negli altri misteri. Ma bisogna fermarsi alquanto negli affetti, fermarsi con vista di viva fede nel mistero, acciò l’anima più si infiammi d’amore” (lett. III,359).
    Il filo conduttore resta dunque questo dialogo a tu per tu con Gesù appassionato. San Paolo non è affatto preoccupato di dipingere con particolarità le scene dell’azione; egli insiste piuttosto sull’infiammare il cuore con gli affetti. Le scene rimangono così solo sullo sfondo.
    Il fine infatti, occorre far molta attenzione, non è di suscitare una mera compassione sentimentale, non sarebbe sufficiente per una vera meditazione, ma una compassione che spinga la volontà a muoversi, a conformarsi a ciò che medita. L’obiettivo cioè rimane l’imitazione delle virtù di Cristo. 

    DALLA MEDITAZIONE ALLA MISTICA DELLA PASSIONE

     Si potrebbe  enucleare tutto il discorso sulla meditazione di san Paolo della Croce dicendo che il suo interesse è quello di creare in colui che medita una visione interiorizzata e trasformante della Passione.
    Scrive il fondatore dei passionisti: “Un semplice sguardo di fede a qualche mistero particolare della Passione o a tutta in genere, può tenere l’anima in alto raccoglimento”. Notiamo qui alcuni dati importanti:
    si suggerisce un “semplice sguardo di fede” e un’attenzione amorosa (=raccoglimento) a Dio.
    Gli affetti non fanno divagare in inutili distrazioni, ma fissano immediatamente sul mistero di Cristo sofferente, introducendo l’anima ad un’esperienza tipicamente contemplativa o quasi mistica: “In quanto all’oscurità e tenebre che prova nell’orazione, non sono segni questi che sia abbandonata, come V.R. crede, ma è segno che Dio benedetto vuole che la sua orazione sia tutta in fede purissima. La fede oscura guida sicura del santo amor. Oh! Qual dolcezza la sua certezza mi reca al cuor! Così cantava un’anima divota. V.R. si porti all’orazione un mistero della passione di Gesù Cristo, e spogliata di ogni immagine, con l’intelletto netto da ogni altro pensiero, se n’entri dentro il tempio interiore del suo spirito e con un dolce soliloquio sopra quel mistero, ma sempre in pura fede, si lasci tutta perdere nel mare immenso della divina carità ed ivi in sacro silenzio di fede e di s. Amore si riposi in Dio puramente, stando con la mente ossia con la parte superiore dello spirito con attenzione amorosa al Sommo Bene, ma non faccia ritornelli sopra se stessa, ma riposi in pace nel seno di Dio. E quando le mosche delle distrazioni svolazzano attorno al suo spirito non faccia altro che un pacifico ravvicinamento di fede della divina Presenza in se stessa ed  accompagni quel ravvicinamento di fede con uno slancio amoroso, ma fatto con l’apice dello spirito, senza il minimo sforzo sensibile, per esempio: Ah! Padre! Ah Bontà! E basta o è ancor troppo, ed in tal forma prosegua a starsene tutta in Dio con attenzione amorosa nel sacro deserto interiore dello spirito suo. In tal forma l’anima sua rinascerà a vita deifica nel Divin Verbo, il dolce Gesù″ (lett. IV,48).
    I
    n questa mistica del raccoglimento non si esige nessun sforzo di fantasia o di intelletto: “spogliata di ogni immagine, con l’intelletto netto da ogni altro pensiero”, questo facilita il rimanere completamente in Dio in un “sacro deserto interiore“. Siamo nella linea di quel “fondo dell’anima” di cui parla la mistica renana (Eckart, Taulero, ecc…).
    Meditazione della Passione (e sua esperienza mistica) ed esercizio delle virtù in essa contenute sono il cammino che l’uomo deve intraprendere con l’aiuto della grazia per conformarsi alla volontà di Dio. E questa via non può mai essere abbandonata “abbenché vi fosse il più profondo raccoglimento ed alto dono di orazione”.
    Per Paolo Danei dunque questa meditazione rappresenta la porta privilegiata per la contemplazione, ovvero per un’esperienza di Dio: “Ego sum ostium, et nemo venit ad Patrem nisi per me; ma quando poi l’anima si perde nell’immenso della Divinità, standosene in quella vista di fede e di amore dell’infinito Bene tutta cibata d’amore e di carità, deve star così; e sarebbe errore ben grande il divertirsi ad altro. E che si crede lei, che sebbene le pare di perder di vista la SS.ma Passione, che non resti ad essa unita? “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,27). “La vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3)”" (lett. II,810).

     EFFETTI DELLA MEDITAZIONE DELLA PASSIONE

     Da perseveranza in questa meditazione si trarranno due principali effetti:
    - il timore e l’abbandono del peccato avvertito come il più grande male
    -  l’accesso alla contemplazione.
    L’anima si sentirà soprattutto “penetrata di amore e di dolore, cosicché i dolori di Gesù diventano i propri dolori“. Ciò non dipende da una particolare tecnica ma è puro dono di grazia. Sono “pene infuse” che rendono atti a partecipare alla stessa passione del Figlio di Dio. L’uomo diventa capace di amare nello stesso amore di Dio, aprendosi ad un mistero di compassione e di intercessione: “Questo è un lavoro tutto divino… Amore doloroso, dolore amoroso”. Ci troviamo nel linguaggio poetico dell’esperienza contemplativa.
    Forte è pure l’accento che Paolo della Croce pone per invitare ad uno stile di vita meditativo: egli continuamente suggerisce la pratica del ritiro, del silenzio, del raccoglimento, dell’esercizio delle virtù. Questo rimane infatti sempre il substrato fondamentale per attuare un’autentica meditazione. A sua volta questo substrato favorisce la progressiva partecipazione alle virtù di Gesù sofferente.
    Da quanto detto possiamo comprendere l’impegno che Paolo della Croce domanda ai suoi religiosi di promuovere la meditazione della passione: “risveglino le anime addormentate nel peccato colla continua, divota meditazione, delle medesime ss.me pene affinché s’accendano più di santo amor di Dio” (lett. IV,229).
    Questo è per il fondatore dei passionisti il mezzo più efficace nell’apostolato. 

    13. CONCLUSIONE

     Sembra utile evidenziare alcune costanti che si possono ricavare da questa sommaria panoramica, cercando di scoprire anche il loro significato.
    Si possono evidenziare tre principali aspetti.
    1.        Vi è un’insistenza generale sull’esercizio primario del porsi alla presenza di Dio. In questa sottolineatura possiamo scoprire la consapevolezza che per la preghiera cristiana l’esercizio della meditazione, non è tanto uno sforzo di volontà, quanto piuttosto l’accoglienza e il riconoscimento di una relazione, non è tanto una conquista del dominio di sé quanto il consegnarsi all’Altro il quale è sorgente del nostro essere, agire, amare. La meditazione non è dunque un concentrarsi su di un’idea ma è frutto e radice di una apertura all’azione della grazia in noi.
    Da ciò comprendiamo ad esempio l’invito di più autori a porre all’interno dell’attività meditativa i colloqui affettivi.
    2.        Tutti i metodi sottolineano il ruolo primario della s. Scrittura, in particolar modo la necessità di ritornare senza sosta sulla vita e gli insegnamenti di Cristo, sui suoi “misteri”, non in vista di studi esegetici, ma  al fine di una trasformazione cristiana dell’esistenza, di una evangelizzazione della vita quotidiana. In questo senso tutti i metodi ripetono che la meditazione è indissociabile dal suo aggancio profondo della rivelazione con l’esistenza quotidiana, la sua verità e la sua utilità dipendono dallo stile cristiano di tutta l’esistenza.
    3.        I maestri di meditazioni raccomandano la povertà e l’umiltà interiore, l’accettazione dei ritmi lenti e imprevedibili dell’orazione, lo scopo è uno solo: l’unione profonda con il Dio vivente,  la docilità alle mozioni dello Spirito. Per questo il metodo appare sempre un semplice strumento e mai un fine: è buono quando aiuta, cattivo quando asservisce. E’ lo Spirito il solo maestro di orazione.
    Rimangono sempre aperti alcuni problemi che di volta in volta si ripropongono, i quali se teoricamente è facile risolvere, praticamente necessitano sempre di saggio discernimento: come conciliare il dono di Dio e lo sforzo ascetico dell’uomo? L’attività con la passività? La parola col silenzio? Il rendimento di grazie con la supplica?… Si tratterà di volta in volta di ricercare un saggio equilibrio in base alle situazioni concrete in cui la persona si trova.

      

    14. LA MEDITAZIONE CORPOREA

     La storia della spiritualità ha visto nel nostro occidente lo  sviluppo di una certa metodologia della preghiera meditativa che fa ricorso al silenzio, alla dinamica intellettuale, immaginativa, affettiva e volontarista. In questo contesto il corpo appare più un impedimento che un aiuto alla pratica meditativa.
    Fino all’epoca moderna in effetti la dimensione corporea non è stata presa in considerazione. Tuttavia sia nella tradizione monastica, negli Esercizi di sant’Ignazio come nella spiritualità domenicana ritroviamo una certo ricorso ad essa. San Tommaso (ST II,II,84,a2) insegna ad es. che la preghiera corporale è buona e valida, egli infatti si colloca sulla scia degli insegnamenti di san Domenico. (Cfr. il testo dal titolo “Le nove maniere di pregare di san Domenico“: la preghiera è fatta di inchini profondi e lenti, di prostrazioni, genuflessioni frequenti, di lacrime, nel tenersi tesi al cielo “sulla punta dei piedi, le mani levate al cielo”).

    Trasformare il corpo in linguaggio

    Il corpo è chiamato a innescare il processo interiore della preghiera. Un autore moderno fr. R. Schutz afferma: “Non saprei come pregare senza il corpo. In certi periodi ho coscienza di pregare più con il corpo che con la mente. Il corpo è là, ben presente, per ascoltare, capire, amare. Sarebbe una beffa fare i conti senza di lui”.
    I
    n rapporto alla pratica meditativa si tratterà ad esempio di far sì che il corpo raggiunga una certa sufficiente integrazione fisica, psichica e spirituale, perché è solo da una base di unità e di quiete che può scaturire una buona meditazione.
    Un ulteriore aspetto è lo sforzo di far sì che lo stesso corpo si trasformi in linguaggio di preghiera: “i movimenti del corpo aiutano la liberazione della mente e le trasformazioni del mentale permettono al corpo di esplicare tutte le proprie potenzialità“.
    Accanto a questo discorso quindi si affiancherà la ricerca di posizioni che facilitino la meditazione 

    15. LA MEDITAZIONE CRISTIANA OGGI

      IL CONFRONTO CON ALTRE TRADIZIONI

     

    Il concetto di meditazione ed elementi comuni

     Oggi la tradizione meditativa cristiana viene a trovarsi a confronto con altre concezioni di meditazione di importazione soprattutto asiatica. Il successo di metodi importati dall’Est asiatico potrebbero essere considerati quasi un prolungamento della rivoluzione copernicana, di cui Kant e Jung potrebbero essere i nostri più immediati antecessori.
    Certamente esistono dei punti in comune:
    1.        Si tratta di una esperienza di senso. Esperienza e quindi non semplicemente riflessione. Senso della vita, ovvero di una totalità e non di qualcosa di immediato e contingente.
    2.        Si tratta di un esercizio e di metodo.
    3.        Si tratta di un superamento del superficiale per tendere ad una realtà più profonda e vera. Superamento del proprio Io al fine di raggiungere un livello più profondo di consapevolezza di SE.

     L’aspetto specificatamente cristiano

     Possiamo ritrovare tre orientamenti di fondo:
    1.        In relazione allo Yoga: lo Hata-Yoga con la sua attenzione consapevole all’elemento corporeo.
    2.        In relazione con lo Zen: forma estrema del buddismo, esperienza del vuoto e dell’unità primordiale. La parola “zen” indica la concentrazione. Lo Zen non è né religione né filosofia, si tratta di un’esperienza personale che si colloca al di là dei concetti discorsivi. L’Illuminazione (“satori”) fa intuire o meglio toccare (sentire) il mistero dell’esistenza: è la riscoperta del significato primo ed elementare delle cose mediante un’adesione immediata che scavalca l’attività discorsiva. Comporta l’abbandono della guardia intellettuale. Fondamentale per lo zen è l’eperienza del vuoto di sé, l’abolizione di ogni differenziazione.
    3.        In relazione alla Meditazione Trascendentale: che si avvicina in qualche modo alla recita del rosario in occidente, o alla preghiera di Gesù.
    Ciò che appare urgente sottolineare o meglio denunciare è una certa qual semplificazione e cattiva divulgazione nella nostra cultura dei dati offerti da queste tradizioni. Si assumono aspetti esteriori o metodi estetici prescindendo dalla loro antropologia; o viceversa vengono riletti autori cristiani (cf Eckart e i mistici) alla luce di quelle tradizioni. Così constatiamo ad esempio un ventaglio che si estende da esercizi utili e inoffensivi sino ad altri che mettono a rischio lo psichismo, da esercizi che possono essere ben integrati nella dottrina cristiana sino ad altri che coltivano un atteggiamento anti-cristiano.
    Ritengo che tutte queste eccessive semplificazioni siano deleterie per entrambe le tradizioni, impedendo un loro effettivo e fruttuoso dialogo.
    Sembra dunque necessario, più che fermarsi ad inutili discussioni e confronti circa metodi ed esercizi vari, andare direttamente alla radice del problema ovvero impiegare la propria riflessione e attenzione allo schema di base.
    Il discorso circa la meditazione deve essere inserito in un discorso globale, ovvero all’interno del quadro della visione del mondo, del concetto di Dio, dell’esperienza spirituale, della mistica, della preghiera…
    Qui si evidenzia subito in questo senso una fondamentale divergenza. Nella tradizione orientale la meditazione non ha direttamente significato religioso in quanto essa riveste importanza solo per una retta impostazione della propria coscienza, al fine di disporsi ad un’esperienza di sé.
    Le teorie e le pratiche orientali fanno riferimento ad una “metafisica dell’unità“: ogni molteplicità e differenza deve essere superata e cancellata nella ricerca di un Principio Unitario Transpersonale, l’individuo deve creare dentro di sé il vuoto.
    Nel cristianesimo al contrario la meditazione è un esercizio preparatorio ad un incontro, un volgersi verso l’Altro che non è considerato come oggetto ma come un “Tu” che mi interpella: si tratta di una relazione con la vita trinitaria, e non l’oceano indifferenziato dell’unità.
    La meditazione cristiana è attività essenzialmente religiosa e che domanda una presenza attiva e consapevole del soggetto. Quindi la persona nella sua unicità è un dato fondamentale nella teologia. Da qui l’importanza della storia e la sua direzionalità, la ragione dell’azione morale e della scelta tra bene e male, (e non la loro indifferenziazione)  affermando così di conseguenza il dato fondamentale della libertà dell’uomo
    Per la meditazione cristiana la figura di Cristo non è un ostacolo per l’esperienza dell’infinità e misteriosità di Dio. Egli è piena e perfetta rivelazione del Padre. L’incarnazione vi è accolta in tutta la sua verità sconcertante: Dio presente totalmente nell’ umanità perfetta di Gesù di Nazareth. Così ancora una volta appare evidente come la Croce e la Risurrezione servono da criterio di discernimento per ogni forma di meditazione che si voglia dire cristiana. Croce intesa non solamente come simbolo di unificazione universale ma come continuazione “dell’agonia di Gesù fino alla fine dei tempi” (Pascal); Resurrezione dell’uomo nella sua totalità e non solamente come trasmigrazione dell’anima o suo scioglimento nell’assoluto.
    Per il cristiano di conseguenza rimane fondante la virtù della speranza, che ad esempio per lo zen costituisce un ostacolo alla meditazione. La salvezza è ricercata nella rivelazione del Cristo. 

    Valore antropologico

     Certamente la meditazione orientale possiede caratteristiche altamente positive che devono essere prese in considerazione e saggiamente utilizzate; ad esempio essa costituisce un valido aiuto per ritrovare l’equilibrio ed unità interiore, rendendosi meno dipendente dai fattori esterni. Dal punto di vista psichico i risultati della meditazione orientale sono addirittura avvicinabili a quelli di una psicoterapia reintegrativa.
    E’ possibile considerare come risultato secondario di questi esercizi – così come ad esempio capita negli esercizi di Training autogeno – tutti quei fenomeni che talvolta accompagnano certe esperienze mistiche: esperienza del vuoto, di immersione nell’infinito, felicità, calma e riposo, di leggerezza (levitazione), calore, cessazione del dolore, scoperta del senso… Il risultato più importante è tuttavia il senso della pienezza del sé, che corre il rischio di essere frainteso con l’esperienza di Dio.
    Altro effetto è la sensibilizzazione. Sovente lo sforzo per la concentrazione, le posizioni fondamentali fisiche, controllo dei ritmi vitali (es. Respirazione) possono aprire gli occhi del corpo e quelli dell’anima ai valori profondi della vita. Ma possono altresì sboccare in una apatia imperturbabile e stoica, concentrati sull’unico valore del sé.
    Questa meditazione può contribuire a far sì che l’uomo moderno ritrovi se stesso e il suo equilibrio interno, oggi purtroppo messo continuamente in discussione da stili di vita errati.
    In questo senso è importante che l’uomo occidentale faccia esperienza del corpo al fine di riappropriarsi del suo vero centro (l’hara-ventre contrapposto alla testa dello yoga), raggiungendo una nuova consapevolezza di sé che è porta di accesso alla meditazione.

  • 08 mar

     CONTEMPLARE LA PAROLA

     di p. Attilio Franco Fabris

    Noi crediamo che nella pienezza dei tempi la Parola di Dio si è “fatta carne”. S. Giovanni della Croce dirà: “Dandoci il suo Figlio, che è la sua unica Parola, Dio ci ha detto tutto in una volta con questa sola Parola”.
    La Parola è cibo che deve essere assimilato per sostenerci.
    Questa assimilazione è possibile tramite un ascolto obedienziale:
    “Ascolta, popolo mio, ti volgio ammonire, Israele se tu mi ascoltassi… Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari portrei la mia mano. Lo nutrirei con fiore di frumento, lo sazierei con miele di roccia” (Sal 81).
    Tutto inizia con l’ascolto.
    Non dimentichiamo che l’orazione è anzitutto questo ascolto totale, è entrare nella volontà di Dio che si rivela a noi tramite la sua Parola.
    I metodi sono molti per meditare la Scrittura sono molti, ma tutti fanno perno su un elemento essenziale: la lettera deve diventare spirito.
    Cerchiamo di abbozzare ora un metodo. 

    1. Raccogliti alla presenza di Dio  e arrenditi all’azione dello Spirito

    Sii presente anzitutto a te stesso, qui e ora, in un atteggiamento di pacificazione esterna ed interna.
    Lascia da parte per ora le tue preoccupazioni: il passato e il futuro. Sii qui totalmente.
    Poniti alla presenza di Dio con un atto di fede interiore.
    Poi invoca lo Spirito, perché è lui il maestro della preghiera: “Lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26)

    2. Non pensare prima ai tuoi problemi…

    Essi sono molti e di vario genere, di ordine pratico e conoscitivo.
    Di fronte alla Parola ad esempio vorremmo una risposta immediata ai nostri problemi. Non dimentichiamo: la meditazione dice: Dimenticati! Come puoi contemplare la Parola se pensi soltanto a te stesso?
    Si può essere tentati di voler capire tutto, comprendere, consultare, approfondire… questo sarebbe studio, non preghiera!Quando meditiamo la Parola non si tratta di fermarsi all’interpretazioone esegetica del testo, né di cercare una soluzione ai nostri interrogativi. Certo uno studio è utile, ma deve essere previo.
    Nella meditazione ci avverte s. Ignazio, più che la conoscenza conta l’assaporare del cuore, l’atteggiamento interiore accogliente, ricettivo. Un cuore duro è sasso che non può essere impregnato dall’acqua viva della parola (cf Gv 6,60).

    3. …Ma raggiungi il Signore 

    Non scordiamo che dietro quella Parola vi è Qualcuno che mi sta parlando, che si sta rivolgendo proprio a me. Più che la Parola è lui che devi cercare ed incontrare. La Parola è solo strada verso l’incontro. Quando lo hai raggiunto lascia la Parola quando avverti che lo Spirito ti sta introducendo al silenzio della contemplazione. 

    Primo tempo: leggo il testo sacro

     Lo leggo e lo rileggo. Con calma.
    Ritorno con amore sulle singole frasi e lascio che ogni parola venga assimilata dalla mente e dal cuore, che si depositi nella memoria.
    Se il testo non è lungo, più breve è meglio è, lo posso trascrivere o imparare a memoria, lo ripeto lentamente dentro di me, lo “mormoro” interiormente. 

    Secondo tempo: la chiave che apre all’incontro

     In ogni testo c’è una chiave, un’espressione che apre la porta all’incontro, una scintilla che fa accendere la devozione: una frase, un’espressione, o solo un nome. A volte questa chiave la si scopre in modo spontaneo, altre volte occorrerà pazienza e silenzio finché emerga.
    Quando hai raggiunto questo centro rimani in ascolto, rileggi poi ogni frase alla sua luce. 

    Terzo tempo: personalizza l’annuncio

     Questo è molto semplice. Diventa interlocutore e protagonista. Lascia che ogni parola, gesto, azione del brano siano rivolti direttamente a te.
    Poniti in discussione. Lascia che la Parola sia pada a doppio taglio che ferisce, separa, disbosca… 

    Quarto tempo: resta solo con Colui che ti parla

     La parola è l’involucro che rivela una presenza: il Padre, il Figlio, lo Spirito… Quando gli hai dato il nome, rimani con lui.
    Questo è il tempo della contemplazione. E’ Mosè che parla “bocca a bocca” con Dio”. E’ il “cuore a cuore” con Dio, il momento dell’intimità.
    Lentamente ti accorgi che non hai bisogno più di tante parole, di tanti pensieri. Più che di parole si tratta di assumere un atteggiamento della e nella totalità del proprio essere.
    La Parola mi rigenera con il semplice dono della Presenza. 

    Qunto tempo: concretizza un impegno che scaturisca dall’ascolto e invoca l’aiuto e  ringrazia il Signore

     L’ascolto non deve rimanere sterile. Deve portare frutti di conversione nella vita. Quindi cerca di concretizzare questa dinamica di conversione in un impegno verificabile (non è necessario che sia grande, anzi…).
    Chiedi dunque al Signore che ti aiuti a portare a termine ciò che hai compreso.
    Ringrazia per ultimo il Signore per la luce e la forza che ti ha donato in questo tempo di meditazione.
    Non sentirti legato o schiavo del metodo. E’ uno schema, uno strumento utile soprattutto nei momenti di aridità. Spesso la Parola non richiede altro da parte tua che semplicità e disponibilità. “Farsi piccoli come bambini” “Ad essi è rivelato il segreto del Regno”.
    Tieni comunque presente che un esercizio metodico instaura un automatismo mentale che facilita e naturalizza poi la meditazione.
    Accetta pure di rimanere a volte apparentemente a mani vuote. Impari a dare senza pretendere il contraccambio, ami senza la pretesa di essere riamato. Impari la gratuità e il puro dono di te stesso. Nella notte continua ad ardere la fiamma della fede, ciò che più conta perché è il dono più prezioso che tu puoi offrire a chi ti viene incontro ed è presente benché tu non lo veda e non lo senta.
    Impari a rapportarti con Dio nella gratuità vincendo la grave tentazione di ridurlo a tuo beneficio.

  • 07 mar

    10 

    PASSAGGIO DALL’EGOISMO ALL’AMORE

     

     Il progetto di Dio sull’uomo è di farlo entrare in comunione con lui, nella dignità di figlio nel Figlio:
    Benedetto sia Dio
    Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
    che ci ha benedetti
    con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo.
    In Lui ci ha scelti
    prima della creazione del mondo
    per trovarci al suo cospetto
    santi e immacolati nell’amore.
    Ci ha predestinati
    ad essere suoi figli adottivi
    per opera di Gesù Cristo,
    secondo il beneplacito del suo volere (Ef 1,3ss).
    Questa scelta e predestinazione è preannunciata già nel racconto della creazione allorché JHWH crea l’uomo “a sua immagine e somiglianza” (Gn 1,26). Ciò implica una partecipazione alla vita divina.
    Il peccato ha rotto, e rompe questo progetto di Dio, e l’immagine ne è continuamente infranta e deturpata. L’uomo infrange l’immagine e la somiglianza divine quando vuole costituirsi lui stesso Dio, origine di se stesso. Il peccato è distacco da Dio, fonte dell’esistenza e della grazia.
    La partecipazione alla natura divina pur non potendo mai essere interrotta, viene tuttavia in qualche modo bloccata, inespressa, mortificata, e ciò a scapito della crescita non solo umana bensì anche spirituale.
    Il cammino spirituale, l’ascesi, è lo sforzo umano unito alla forza dello Spirito per ristabilire l’ordine originale. Far riemergere quella “immagine e quella somiglianza” tante volte deturpata in noi dal peccato.
    I mezzi che la tradizione spirituale e biblica ha sempre indicato consistono in sintesi nella parola “conversione”.
    Potremmo definire la conversione come il ristabilimento dell’ordine naturale iniziale stabilito da Dio per l’uomo.
    Convertirsi equivale a rettificare.
    Conversione indica il ritorno: un ritorno che comporta un avanzamento dell’uomo verso Dio.
    Si tratta di un incessante passaggio pasquale dalle strutture di morte dell’uomo vecchio, alle strutture dell’uomo nuovo, creato ad immagine di Cristo:
    “Dovete deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima, l’uomo che si corrompe dietro le passioni ingannatrici, e dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera” (Ef 4,22-23).
    Questo rivestirsi dell’uomo nuovo, anche se sacramentalmente si è attuato in germe nel nostro battesimo, deve essere attuato continuamente nella nostra vita.
    Nei detti dei padri più di una volta ricorre l’ammonimento: “C’è una voce che grida all’uomo fino al suo ultimo respiro: Oggi convertiti!”.
    Se ora ci domandiamo in che direzione deve muoversi questa nostra rettificazione, la risposta è molto precisa: si tratta del cammino percorso da Gesù, quello della carità perché Dio è amore:
    Carissimi amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,7).
    L’amare è proprio dei figli di Dio perché è proprio di Dio:
    Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore: chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui  (1Gv 4,16).
    Ancora la parola ci indica un piano più concreto con cui attuare il comandamento: è il discorso della montagna.
    Ogni beatitudine è via di liberazione dall’egoismo e dalla violenza verso l’amore.
    Ogni esigenza o presunzione idolatrica dell’io vi è rifiutata: le energie purificate vengono utilizzate al servizio dell’amore, un amore sempre più esigente: superamento della legge del taglione, necessità dell’amore per un retto culto, l’amore per i nemici…
    La vera penitenza-conversione è un incessante “passaggio” dall’egoismo all’amore.
    Questo amore che per noi cristiani è comandamento, di fronte al quale non può esistere scelta ma aut-aut: amore o odio.
    Il comandamento ci evita di intendere l’amore come sentimento emotivamente instabile, esso nasce dalla volontà dell’essere fedeli alla parola.
    In questo senso è possibile ricavare l’asserzione che la nostra capacità di amare è l’unica verifica e la migliore espressione del nostro cammino spirituale.
    Un amore che non è possessivo, ma è fatto di rispetto, servizio, affetto disinteressato che non esige di essere ricambiato, fatto di com-passione. Un amore aperto al mistero dell’altro, alla sua interiorità profonda quanto la mia, ma differente e voluta tale da Dio.
    Gesù richiama e invita i discepoli a questo “passaggio” di morte-risurrezione, in vista della liberazione: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo” (Gv 12,24-26).
    Gesù chiaramente ci propone un programma esigente (=morire), capovolgente (=essere servo).
    Per vivere bisogna morire come il chicco di grano. La croce è via obbligata per la risurrezione, esse sono inseparabili. Il risorto mantiene nella gloria quelle piaghe gloriose della crocifissione, non le ha cancellate. 

    MORTIFICAZIONE

     La conversione implica la cosiddetta mortificazione. Dunque non si equivalgono ma una è complementare all’altra.
    Non vi può essere conversione senza mortificazione, né la mortificazione avrebbe alcun senso se non in rapporto con la conversione.
    Oggi la parola mortificazione è caduta in disuso ed appare quanto mai sospetta.
    In una società dettata dalla logica del consumismo parlare di “rinuncia” appare se non assurdo almeno un non senso.
    In campo spirituale la mortificazione, la rinuncia a determinate realtà di per sé buone sono l’affermazione concreta che facciamo anzitutto a noi stessi, della grande stima in cui teniamo e viviamo i valori spirituali nel loro rapporto con gli altri.
    Essi vengono posti al primo posto. Sono i più importanti.
    In ogni mortificazione prendiamo posizione in favore della preminenza di tali valori, su quelli che possono essere i bisogni immediati dell’esistenza.
    Si può rinunciare positivamente a qualcosa solo per amore, gli altri motivi indicherebbero realtà più o meno problematiche o addirittura patologiche.
    Nell’amore la privazione apporta un senso di completezza, infatti più compensazioni e gratificazioni infantili ci concediamo più ci sentiremo vuoti e insoddisfatti. Uno sguardo attorno a noi (e in noi): mai come oggi abbiamo tante soddisfazioni, non ci manca nulla e nello stesso tempo quanto ci si sente insoddisfatti, vuoti con un senso di amarezza e insoddisfazione.
    Un pozzo infinito non si può riempire di cose finite, solo l’infinito lo può riempire! Così è il nostro cuore. “Solo Dio basta” ammonisce santa Teresa d’Avila.
    Dobbiamo “allenarci” all’amore (l’”arte di amare”) e ciò avviene attraverso forme di rinuncia volontaria,, esercizi di amore oblativo.
    Solo in quest’ottica la mortificazione non può identificarsi con forme sottili di masochismo, o altro…
    Scriveva Cassiano nelle sue Conferenze: “Niente ci gioverà una rinuncia soltanto carnale e locale, somigliante alla partenza degli Ebrei dall’Egitto. Quella che conta è la rinuncia del cuore: quella sola è sublime e utile”

    SOSTITUZIONE O SOLIDARIETA’

     Il tema della mortificazione si collega al tema della sofferenza. Rimane pur sempre vero tuttavia che il dolore, soprattutto innocente, può essere una grande ostacolo per la fede, come può divenire al contrario il trampolino di lancio. Perché il male? Perché la sofferenza? Perché il dolore dei buoni, dei semplici? Perché la sofferenza dei bambini?
    A volte ci rendiamo conto dell’esistenza di persone che si direbbero nate per soffrire, e nei modi più disparati fisicamente e psichicamente. Entriamo in quel delicatissimo e misterioso tema dell’espiazione.
    La  potremmo intendere e cercare di capire alla luce della vocazione-necessità della solidarietà profonda, misteriosa, ma concreta, con una umanità che soffre e che è peccatrice.
    L’espiazione è il mistero di comunione che lega tutti gli esseri tra loro.
    La figura del Servo di JHWH è quanto mai significazione della solidarietà che lega l’uomo, ogni uomo, all’altro, nel bene e nel male:
    Uomo dei dolori che ben conosce il dolore… egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo guariti” (Is 53,4-5).
    La sofferenza del servo è vicaria, espiatrice. Acquista un senso anche se difficilissimo da comprendere e accogliere: “E’ così misterioso il paese delle lacrime” (A. De S: Exupey).
    Potremmo qui affermare che è tragico soffrire, ma è disperazione e angoscia ancor maggiore soffrire senza un significato.
    Il riuscire a dare un senso, un perché al dolore fa’ sì che a questi venga tolto il suo veleno mortifero e amaro.
    Il soffrire inevitabile, simile a quello del Servo schiacciato, abbattuto può allora trasformarsi in chiamata, appello ad una missione trascendente e redentrice.
    Sarebbe spontaneo allora a questo punto domandarsi se non sia una ingiustizia che alcuni debbano soffrire al posto di altri, o almeno molto più di tanti altri.
    Tentiamo, in punta di piedi e tentennando nel buio, di cercare una possibile risposta.
    Dio cerca sempre la collaborazione dell’uomo per la sua opera salvifica (“completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo“: afferma san Paolo), occorre stabilire un equilibrio tra profitti e perdite, tra bene e male.
    All’interno dell’umanità non siamo dei semplici soci, bensì membra gli uni degli altri di un unico corpo:
    “Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme: e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” 1Cor 12,26-27.
    Esiste nella Chiesa e di riflesso nel mondo una intercomunicazione di bene e di male (il mio peccato non riguarda mai solo me e Dio) di salute e di infermità, di grazia (“Cerca la pace interiore e migliaia troveranno salvezza in te: ammoniva san Serafino di Sarov).
    Non è indifferente perciò che io sia santo o peccatore… La mia indifferenza, il mio peccato ricade oltre che su di me, sempre sugli altri, su qualche innocente “chiamato” a compensare la mia perdita.
    Una forte coscienza ecclesiale ha potuto formare santi che si sono offerti “vittime”.
    Nella vita di san Domenico del XIII sec. Si legge: “Dio gli aveva dato una grazia speciale per i peccatori, i poveri, gli afflitti. Egli portava i loro dolori nel santuario intimo della sua compassione e le lacrime che gli uscivano gorgogliando dagli occhi manifestavano l’ardore del sentimento che divorava il suo cuore. Egli pensava che sarebbe stato veramente membro di Cristo soltanto quel giorno in cui avrebbe potuto offrirsi interamente, con tutte le sue forze, per conquistare il mondo” (Cronache domenicane).
    Ai nostri giorni insieme a tanti testimoni troviamo ad esempio il beato Luigi Orione il quale scriveva: “La perfetta letizia non può essere che nella perfetta donazione(=sacrificio) di sé a Dio e agli uomini, a tutti gli uomini, ai più miseri come ai più fisicamente, moralmente deformi, ai più lontani, ai più colpevoli, ai più avversi. Ponimi, Signore, sulla bocca dell’inferno perché io, per la misericordia tua, la chiuda. Che il mio segreto martirio per la salvezza delle anime, di tutte le anime, sia il mio paradiso e la suprema beatitudine. Amore delle anime, anime, anime. Scriverò la mia vita con le lacrime e con il sangue”.
    E’ forse questo l’atteggiamento più vero da assumere quando domandiamo a Cristo sacerdote di rendere il nostro cuore simile al suo: sacerdotale, sacrificio, offerta, espiazione per  il mondo intero.
    E’ una preghiera terribilmente esigente, da vertigini!
    Forse spesso non ce ne rendiamo conto, e ci accontentiamo di annacquare il tutto fino al renderlo insipido.

    sintesi di: I. Larranaga, Mostrami il tuo volto

  • 06 mar

    VERSO LA LIBERAZIONE

     

     Può succedere che l’orazione, il nostro “stare” con Dio, non sia esente da imperfezioni.
    Anzi può succedere che si trasformi in evasione egoistica, senza peraltro che ce ne accorgiamo.
    Questo accade quando il nostro cercare Dio non è dettato da una retta intenzione, da gratuità e amore, ma dal tentativo di fuggire dalla propria responsabilità, da una ricerca di un piacere spirituale fine a se stesso.
    Inutile dire quanto sia illusoria questa direzione del cammino spirituale, minato alla base da una subdola inautenticità.
    Domadiamoci come mai tante persone che hanno pregato molto, dedite alla vita spirituale, sono però rimaste immature, aggressive, fredde, critiche…
    Quasi sicuramente invece di dialogare con l’Altro, con Dio, non si sono accorte di essersi ripiegate, di aver dialogato sempre e solo con se stesse. Il Dio invocato non era il vero Dio, ma una proiezione di se stessi, la divinizzazione della propria immagine.
    La preghiera autentica deve provocare, mettere in discussione la vita, e la vita deve sfidare l’orazione. Se questo interscambio tra preghiera e vita non avviene vi è buona probabilità che siamo indirizzati nella direzione errate, nell’illusione spirituale, nella proiezione di noi stessi in Dio.
    Il Dio che si rivela nella storia del popolo eletto è un Dio liberatore. E’ un Dio che chiama il suo popolo ad alzarsi e ad intraprendere un cammino.
    E’ un Dio che scomoda continuamente, che non vuole lasciare l’uomo seduto nelle sue false sicurezze, comodità, nei suoi scoraggiamenti, rassegnazione, morti.
    Quando ci troviamo in queste situazioni rischiamo di ridurre Dio a “nostra misura”, a nostra immagine e somiglianza: è un Dio illusorio, che dobbiamo far morire. Dio è morto! Ma quale dio?
    Il vero Dio è un Dio che celebra con l’uomo eternamente pasquale il passaggio ad una vita sempre più piena ed intima.
    Egli ci spinge continuamente a rivedere e riprogrammare la nostra esistenza in base al suo progetto di liberazione.
    E’ un Dio che non ci fa restare bambini, ma che ci prende per mano spingendoci con amore a divenire persone adulte: umanamente e cristianamente.
    Egli rende l’uomo responsabile della sua storia personale e collettiva.
    Allora constatiamo che Dio non è “oppio”, non aliena l’uomo da se stesso e dalla storia, ma è “liberatore” che chiama a libertà e maturità la sua creatura. 

    SALVARSI ALLE RADICI

     Non dovremmo mai parlare solo di “salvezza dell’anima”: la salvezza che ci è donata da Dio abbraccia e coinvolge tutto l’uomo.
    Si tratta di una salvezza integrale.
    Ma questo dono della salvezza è ostacolato dalla presenza del peccato nell’uomo: la sua pretesa di essere lui “Dio a se stesso”, la sua origine.
    E da questa pretesa origine di ogni altro peccato, sorga la divisione, l’inimicizia, la guerra, la menzogna, la schiavitù, lo sfruttamento.
    Alla chiamata alla libertà corrisponde il più spesso il soggiacere alla schiavitù del peccato, schiavo delle sue passioni.
    In questa situazione il bisogno di liberazione si fa sentire quanto mai urgente. 

    DARE A DIO UN LUOGO

     Se la schiavitù consiste allora nella “egolatria”, il problema della liberazione sta nel rimuovere il Dio-Io, affinché lasci lo spazio al Dio unico e vero.
    Ciò vuol dire smantellare tutto il mio piccolo angolo di mondo che mi sono costruito e mai misura, smantellare il mio idolo che mi sono costruito a mia immagine.
    Questo cammino è verso la verità, la liberazione poiché comporta spoliazione da tutto ciò che in noi è falsità, schiavitù:
    Il povero che è nudo sarà vestito, e l’anima che si sarà spogliata dei suoi appetiti, che tu voglia o no, la vestirà Dio della sua purezza, diletto e volontà  (s. Giovanni della Croce).
    Secondo la terminologia mistica solo il sentiero doloroso del “nulla”, la liberazione assoluta, ci conduce alla cima del Tutto che è Dio: Da tutto ciò che non è Dio si deve liberare l’anima per andare a Dio (s. Giovanni di Dio).
    Comprendiamo che se la liberazione consiste nel fatto che Dio sia Dio in noi, e se l’unico “altro Dio” che può impedire l’adorazione all’unico Dio è il Dio-Io, giungiamo alla conclusione che o regnerà Dio o regnerà al suo posto il nostro uomo vecchio “corrotto dalle passioni ingannatrici”, con il suo desiderio egoistico di dominare, di possedere, di godere. In tutto questo Dio non può trovare posto.
    11 L‘uomo abbasserà gli occhi orgogliosi,
     l’alterigia umana si piegherà;
    sarà esaltato il Signore, lui solo
    in quel giorno.
    12 Poiché ci sarà un giorno del Signore degli eserciti
    contro ogni superbo e altero,
    contro chiunque si innalza ad abbatterlo;
    13 contro tutti i cedri del Libano alti ed elevati,
    contro tutte le querce del Basan,
    14 contro tutti gli alti monti,
    contro tutti i colli elevati,
    15 contro ogni torre eccelsa,
    contro ogni muro inaccessibile,
    16 contro tutte le navi di Tarsis
    e contro tutte le imbarcazioni di lusso.
    17 Sarà piegato l’orgoglio degli uomini,
    sarà abbassata l’alterigia umana;
    sarà esaltato il Signore, lui solo
    in quel giorno
    18 e gli idoli spariranno del tutto.
    19 Rifugiatevi nelle caverne delle rocce
    e negli antri sotterranei,
    di fronte al terrore che desta il Signore
    e allo splendore della sua maestà,
    quando si alzerà a scuotere la terra.
    20 In quel giorno ognuno getter�
    gli idoli d’argento e gli idoli d’oro,
    che si era fatto per adorarli,
    ai topi e ai pipistrelli,
    21 per entrare nei crepacci delle rocce
    e nelle spaccature delle rupi,
    di fronte al terrore che desta il Signore
    e allo splendore della sua maestà,
    quando si alzerà a scuotere la terra.
    22 Guardatevi dunque dall’uomo,
    nelle cui narici non v’è che un soffio,
    perché in quale conto si può tenere?  (Is 2,11-22).
    La liberazione avanza per la via della povertà interiore ed esteriore.
    Dio si rivela Dio realmente per gli anawim, i poveri del Signore, coloro che si abbandonano completamente a JHWH.
    Il povero è proprietà di Dio e Dio è l’eredità del povero. 

    LIBERI PER AMARE

     Essere liberi, ovvero poveri, è condizione indispensabile per amare in modo adulto ovvero oblativo, gratuito, un amore che si dona senza l’ansia di essere contraccambiato.
    E’ condizione per creare autentica fraternità. Il desiderio di possesso induce alla difesa, il difendersi induce alla violenza, e la violenza (sotto mille forme) è distruttrice della comunità. Al contrario la liberazione da sé stessi e dalle cose conduce al vero amore vissuto nella gioia della libertà.
    Accettare di non essere ciò che non si è e di non avere ciò che non si ha.
    La nostra povertà, riconosciuta ed amata, ci pone in un atteggiamento di verità nei confronti di noi stessi. Riusciamo ad intravvederci in modo “abbastanza” realistico.
    E’ necessario che ci liberiamo dalle false sicurezze, maschere, dietro le quali ci nascondiamo, ed accettare la realtà della nostra contingenza, precarietà, indigenza e limitazione.
    Solo allora avremo la sapienza, la maturità e la salvezza.
    Il povero, l’anawim, del vangelo è un “aristocratico dello spirito”. Niente e nessuno, né la gloria né il vituperio, può turbare la sua pace, poiché egli non si lega né si appropria di nulla.
    Nei detti dei padri del deserto si legge: “Un fratello si recò dal padre Macario l’Egiziano e gli chiese: Padre dimmi una parola, come posso salvarmi? Gli dice l’anziano: Va al cimitero e insulta i morti. Il fratello vi andò, li insultò e li prese a sassate. Quindi ritornò a dirlo all’anziano e questi gli disse: Non ti hanno detto nulla?. Ed Egli: No! Gli dice l’anziano: Ritorna domani a lodarli. Il fratello vi andò e li lodò, chiamandoli apostoli santi e giusti. Quindi ritornò dall’anziano e gli disse: Li ho lodati. Ed egli: Non ti hanno risposto nulla?. “No” rispose. Tu sai quanto li hai insultati – dice l’anziano – e non hanno risposto nulla, e quanto li hai lodati, e non ti hanno detto nulla: diventa anche tu morto in questo modo, se vuoi salvarti. Non far conto né dell’ingiuria né della lode degli uomini, come i morti; e potrai salvarti”.
    Come il morto, se niente abbiamo e niente vogliamo essere né avere, che cosa ci può turbare?
    Povertà è liberazione, e liberazione è pace e gioia nel profondo di noi stessi. 

    UN CIRCUITO VITALE

     Il processo di liberazione si attua nell’incontro con Dio in un circuito che va dalla vita a Dio e da Dio alla vita.
    Quando mi metto alla presenza di Dio, lo faccio con tutto il mio carico di limiti, sofferenze, insuccessi, successi, doni gioie.
    A Dio domanderò luce, il dono dello Spirito per il discernimento.
    Con questo Dio che ho conosciuto e amato devo scendere a contatto con al vita, con la storia degli uomini.
    “L’incontro con lui è come un motore che genera forza. Quando l’uomo di Dio vive in profondità l’incontro con lui, sente che il TU prende, estrae, assorbe il suo IO: allora sperimenta la libertà assoluta nella quale scompaiono la timidezza, l’insicurezza, il ridicolo, i complessi. Mai nessuno sentirà un altro modo una così intensa pienezza di personalizzazione. Questa sensazione equivale esattamente a quella onnipotenza inebriante e sfidante di cui parlava san Paolo: Se Dio è per noi chi sarà contro di noi (Rm 8,31).
    Il problema sta nello sperimentare che Dio è con me. Chi lo ha sentito veramente, sa cosa è la liberazione assoluta”
    Troviamo nella scrittura l’esperienza di Geremia:
    4 Mi fu rivolta la parola del Signore:
    5 «Prima di formarti nel grembo materno, ti <conoscevo,
    prima che tu uscissi alla luce, ti avevo <consacrato;
    ti ho stabilito profeta delle nazioni».
    6 Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so <parlare,
    perché sono giovane».
    7 Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane,
    ma va’ da coloro a cui ti manderò
    e annunzia ciò che io ti ordinerò.
    8 Non temerli,
    perché io sono con te per proteggerti».
    Oracolo del Signore.
    9 Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca
    e il Signore mi disse:
    «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca.
    10 Ecco, oggi ti costituisco
    sopra i popoli e sopra i regni
    per sradicare e demolire,
    per distruggere e abbattere,
    per edificare e piantare».
    “Il Signore è alla mia destra di chi avrò timore?”. Con Dio, nella fiducia e nell’abbandono torno alla vita desideroso di immettere quelle forze di vita, di liberazione che ho sperimentato.
    Potremmo concludere dicendo che per liberazione possiamo intendere l’abbandono di ciò che non si è e non si ha. E’ accettare la propria realtà a volte con sofferenza, facendo lutto ma senza rancori o amareggiamenti, aggressività.
    La liberazione si apre sempre al perdono, dimentica i torti, è capace di accettare ed accogliere le persone antipatiche e difficili, non porta alla suscettibilità, allo scatto improvviso e violento, non è ipersensibilità emotiva la quale non lascia posto alla libertà. La liberazione è un cammino di acquisizione di dominio su se stessi.
    “La liberazione non si attua in modo magico o meccanico con il passare del tempo… ma con l’apertura decisa e coraggiosa dell’uomo alla possibilità del nuovo e del  gratuito contro tutti i determinismi che alimentano la rassegnazione e la passività” (Rinaldo Fabris).
    Il discepolo chiese al maestro:
    Come posso ottenere la liberazione?
    Rispose: Scopri chi ti ha imprigionato.
    Il discepolo tornò una settimana e disse:
    nessuno mi ha imprigionato
    Il maestro disse: Allora perché chiedi di essere liberato.
    Quello fu il momento d’illuminazione per il discepolo che improvvisamente divenne libero. (A. De Mello).
    “Il Signore ha liberato la vita del povero” (Gr 20,13)
    “Siamo liberati dal peccato e fatti servi di Dio” (Rm 6,22) 

    TESTI

    Is 14-15
    Is 1,10-17
    Sal 105
    Mc 5,1-13

    Sintesi di: I. Larranaga, Mostrami il tuo volto

     

  • 05 mar

    L’ESERCIZIO DEL RACCOGLIMENTO

     di Romano Guardini

    Abbiamo cercato di conoscere la natura del bene e della coscienza. Abbiamo com­preso il bene anzitutto nella sua pura essenza, come infinito nel suo contenuto e semplice nel­la sua struttura. La coscienza poi come quel­l’organo interiore, mediante il quale io co­nosco che vi è un bene; del quale questo bene si serve per spingermi ad attuarlo; il quale mi fa sentire la responsabilità, che il bene venga attuato. Siccome però questo bene è infinito e semplice ad un tempo, io non posso comprenderlo immediatamente come dovere pratico. Bisogna che si specifichi; che si scomponga in singoli doveri di contenuto parziale, affinchè io possa attuarlo. Ora que­sto avviene nella situazione, nell’intreccio del­le realtà e degli avvenimenti, quale si rinno­va continuamente intorno a me, e a me guar­da, e da me vuoI ricevere interpretazione e forma.
    Quello che di volta in volta mi viene indi­cato come giusto dalla situazione oggettiva ­questo è il bene. Coscienza poi significa la ca­pacità di riconoscere quello che ci vien presen­tato come tale e di dargli un’ impronta per l’azione.
    Già a questo stadio il concetto della coscien­za aveva qualche cosa di profondo e di inte­riore. Lo abbiamo espresso nella proposizione: “io ho cognizione, con me stesso, intorno al bene”. Questa interiorità proveniva dal fatto che il bene coinvolge il s.enso ultimo di tutto, compreso il senso ultimo della mia esistenza. La salvezza dunque, l’eterno destino. E pre­cisamente il mio destino, di cui nessuno può sgravarmi e che nessuno può rapirmi.
    Questo carattere d’interiorità si è approfon­dito maggiormente nella seconda conferenza. In essa abbiamo seguita la coscienza giù giù fino al suo fondo religioso. “Coscienza” non significa affatto soltanto un organo etico; a ciò l’ha ridotta appena l’età moderna e più che altrove, a quanto sembra, nei paesi di lingua tedesca. In sè e per sè “coscienza” significa l’organo per il dovere in genere, per ciò che è degno di essere, con manifesta ten­denza alla religione. Si può dimostrare storica­mente che parola e significato di “coscienza” stanno in nesso con gli ultimi strati della co­scienza religiosa:col “fondo dell’anima” e col “filo dello spirito”.
    Vedemmo inoltre, che il bene, in fon­do, è la vivente santità di Dio stesso; aver co­gnizione del bene quindi e della sua esigenza, è aver cognizione della santità di Dio e della sua legge. L’organo ne è la coscienza. E la situazione, dalla quale il bene viene speci­ficato, è disposizione dello stesso Iddio, il gua­le con il suo comando preme sul cuore, affin­chè questo voglia accogliere in sè ed attuare il bene-santità. Fin dall’eternità il mondo è nelle mani di Dio. Dall’eternità Egli coordina il tutto e il singolo. Il singolo, affinchè con al­tri singoli costruisca il tutto; questo tutto poi, perchè diventi piattaforma, contenuto, com­pito per il singolo. Noi abbiamo rassomi­gliato il rapporto di ogni singolo con l’uni­verso ad un’ elisse. Essa ha due fuochi: uno sta in me, l’altro nel tutto, davanti e intorno a me. Ogni qual volta v’è un uomo che dice « io », si tende un nuovo rapporto fra i due fuo­chi. Che in tal modo l’universo e l’individuo entrino in vicendevoli rapporti, che l’ evolu­zione dell’universo e il mio sviluppo siano po­sti in relazione strettissima, per disposizione della sapienza e dell’amore di Dio, – questo non è altro che la Provvidenza. E la Provvi­denza di Dio entra in azione, continuamente, nella situazione. In essa si specifica l’infinita esigenza della sua santità. 

    La coscienza poi è la cognizione di questo rivelarsi e specificarsi del volere divino nella disposizione della Provvidenza.
    lo non sono un “caso” fra i tanti, ma qualche cosa di unico. Non sono soltanto indi­viduo, ma anche persona. Non porto in me soltanto un’ essenza generica, ma un’ essenza che ha l’impronta dell’unicità: un nome. Que­sto nome l’ho da Dio. Sono nel mondo, ma non mi confondo con esso. Con ciò che ho di più intimo vengo immediatamente da Dio e sto in rapporto diretto con Lui. Egli mi ha creato come questo tal dei tali. Questo nome che mi ha imposto non è racchiuso nel­la natura generica “uomo”. Non è affatto incluso nella compagine del mondo, e Dio solo lo sa. Per cui io posso conoscere il mio nome, conoscere cioè quello che ho di più mio, solo ricavandolo di là, dove è custodito, cioè da Dio. I vari strati del mio essere possono diventar realtà cosciente con più o meno facilità. Quanto più nobili e più profon­di, tanto più difficilmente. L’ultimo diventa reale soltanto nell’ incontro con Dio. Questa cognizione intorno a Dio; questa cogni­zione di ciò che intercede tra Lui e me sol­tanto; questo rivelarmi a me stesso al suo cospetto, è la coscienza nella sua ultima pro­fondità religiosa. lo debbo fare la mia parte nel mondo in corrispondenza al nome che da Lui ho ricevuto. E tale divento solo a patto di compiere la volontà di Dio a mio riguardo. Ma questa volontà mi vien presentata, di volta in volta, dalla situazione.
    Ciò trova la sua piena espressione cristiana nella rivelazione della nostra dignità di figli di Dio. Come questo tal dei tali io vengo crea­to e ricevo un nome; come questo tal dei tali vengo rigenerato e ricevo un nuovo nome; vengo battezzato per divenir figlio del padre. L’Apocalisse esprime ciò che qui mi viene dato, che rimane ancora occulto, ma un giorno diverrà manifesto, nella proposizione: «Voglio dargli un sasso bianco con su scritto il nuovo nome, che nessuno conosce, se non colui che lo riceve».
    Ora dobbiamo domandarci: Tutto questo è forse la cosa più naturale del mondo? È cosa ormai attuata e assicurata? che procede auto­maticamente?
    Evidentemente no; come risulta da tutta la nostra considerazione. Più d’una volta abbia­mo rilevato che la coscienza non è un appa­rato perfetto che funzioni senza bisogno d’al­tro, bensÌ qualche cosa di vitale, che diviene e cresce, come tutto quello che vive in noi. Noi stessi vi siamo dentro, con tutte le nostre manchevolezze. Perciò essa può divenir quel­lo che deve essere solo a poco a poco.
    Di qui la nostra odierna domanda: Que­sto divenire procede da sè? Ovvero possiamo contribuirvi in qualche modo? Che se lo pos­siamo, in tal caso anche lo dobbiamo.
    Vorrei fissare un primo concetto: Ciò che ha ragione di termine e di proprietà in­trinseca non può venir fatto. Il perfeziona­mento intrinseco dena coscienza, dal punto di vista naturale, è cosa degli anni e dell’ espe­rienza; dal punto di vista della fede, è cosa della grazia.
    Anche per la coscienza si tratta in fondo di un processo di maturazione. Che il nostro sentimento per il bene diventi più robusto e più chiaro; che la coscienza della responsabi­lità in questo riguardo diventi più precisa; che il nostro fiuto del diverso valore della situa­zione si affini; che lo sguardo per il suo defi­nitivo significato e la capacità di ridurne il mol­teplice contenuto all’ unità della sua esigen­za e la forza di decidere e di mantenere la decisione presa diventino più sicuri – il progresso in tutto ciò è cosa della maturazione interiore, è cosa dell’esperienza. Poichè quan­to importante è l’aumento della sensibilità in­teriore, il raccoglimento e il consolidamen­to interiore, altrettanto lo è che noi rinno­viamo continuamente il nostro contatto con la molteplicità delle cose e degli avvenimenti. Con ciò noi veniamo in possesso di una gran quantità di imagini, immagazziniamo dei fat­ti e allarghiamo le possibilità di confronto. I nostri criteri di misura, i nostri punti di vi­sta, le nostre abitudini, attraverso la nostra esperienza, vengono passati continuamente al vaglio della critica, analizzati e corretti.
    Maturazione interiore ed esperienza este­riore si aiutano a vicenda. Lo stesso vale anche per la vita cristiana: l’avvicinarsi a Dio; la disposizione a lasciarci istruire da Dio; la serietà dell’intesa con Lui; il comprender sempre più profondamente se stessi nel dovere, che ci è imposto – tutto que­sto è frutto di maturazione e dell’ esperienza ad un tempo. Frutto di incremento naturale di vita, ma sovrattutto cosa della grazia. E la grazia dobbiamo tenerci pronti a riceverla e ad impetrarla con incessante preghiera. E non dimentichiamo che vi è un sacramento della coscienza cristiana: la Cresima. Nella Cresima veniamo dichiarati maggiorenni nel regno di Dio – la gotata è appunto l’antico simbolo giuridico, col quale il giovane veniva liberato dalla tutela. E i doni dello Spirito Santo ci vengono dati, amnchè nel mondo in­gaggiamo la nostra responsabilità per il regno di Dio.
    Che cosa dobbiamo fare dunque, da que­sto punto di vista? Dobbiamo purificare il no­stro interno. Dobbiamo diventare attenti e pronti. Dobbiamo fare il nostro dovere. In­terpretar la situazione e corrispondervi nel modo migliore possibile. Dobbiamo tener l’à­nima aperta all’esperienza. Vivere bravamen­te la nostra vita. Non isfuggir l’evento che ci viene incontro; a meno che la nostra co­scienza non ci dica che in questo caso la solu­zione della situazione consiste appuntò nella fuga. Dobbiamo accettare i casi lieti e tristi; anche i tristi e proprio quelli. In poche parole dobbiamo aprir le braccia alla vita, come Dio ce l’ha destinata. Dobbiamo trar profitto da questa vita – dalla nostra vita; dilatando, correggendo, illuminando noi stessi.
    E non stancarci mai di impetrare la chia­rezza della coscienza. Così pregava Newmann:
    “Ho bisogno che Tu m’istruisca, giorno per giorno,
    su ciò che è l’esigenza e la ne­cessità di ogni giorno.
    Concedimi, o Signore, la chiarezza della coscienza,
    la quale sola può sentire e comprendere la Tua ispirazione.
    I miei orecchi sono sordi; non posso percepire la Tua voce.
    I miei occhi sono offuscati; non posso vedere i Tuoi segni.
    Tu solo può affina­re il mio orecchio, acuire il mio sguardo
    e purificare e rinnovare il mio cuore.
    Insegna­mi a star seduto ai Tuoi piedi
    e a prestare a­scolto alla Tua parola. Amen».
    E allora l’una cosa riceverà luce dall’altra. Oltre a questo è però possibile un’altra cosa: l’esercizio.Sull’argomento ci sarebbe molto da dire.
    Tutto il problema della formazione della co­scienza, il problema della formazione della vita interiore, sta qui.
    Tutte le questioni: come render l’occhio capace di distinguer la varia moltiplicità del reale e dei suoi valori? Come svegliare e irrobustire la forza di pe­netrare e d’improntare la situazione? Come educarmi alla larghezza e nello stesso tempo alla precisione? Come prosciogliere a poco a poco gli strati profondi del mio essere, affin­chè diventino liberi ed entrino in azione?
    Qui si tratta dei compiti più importanti del­l’educazione. Da questo vasto campo scegliamo una cosa sola: l’esercizio del raccoglimento.
    Tutti i maestri della vita interiore ne par­lano. Si può dire che, sotto un certo aspetto, tutta la formazione morale e spirituale si rias­sume nell’esercizio del raccoglimento. Su che si basa quest’esercizio?
    Si basa sul fatto che il nostro essere vivente è costruito in due direzioni: dall’ interno al­l’esterno e viceversa. Sulla cognizione dunque che vi è in esso superficie e profondità, moto di espansione verso il largo e di concentra­mento verso il mezzo. Sulla cognizione inoltre, che quello che è interiore, profondo, al cen­tro, è più importante; che l’uomo però in­clina all’ esteriorità, alla superficialità, alla di­strazione; che perciò il compito più urgente sta dalla parte, dove maggiore è il pericolo. E si tratta di un compito veramente gran­de, che decide di interessi supremi. Di che si tratti qui possiamo forse esprimerlo nei termi­ni seguenti:
    Si tratta anzitutto della cella interiore.
    Questa cella interiore esiste; la sfera inte­riore, nella quale posso ritirarmi, nella quale mi posso occupare degli oggetti, e dove sono, da solo a solo, con me stesso; là dove vengon prese le decisioni vitali, dove mi trovo con Dio, alla Sua presenza, sotto il Suo sguardo… Questa cella esiste e può diventare più am­pia, più profonda, più viva, più tranquilla, più sicura.
    Tutto ciò non è così naturale, come potrebbe apparire. Se ci chiedessimo con since­rità: Ho io in me una tal « cella interiore»? Ho io questa sfera opposta alla semplice este­riorità, nella quale posso esistere e vivere? ­credo che dovremmo spesso rispondere nega­tivamente. Dovremmo confessare di avere la sensazione che in noi tutto sia chiuso, concre­sciuto e impenetrabile. Comunque non riconosceremmo certo il caso nostro in ciò che i maestri dicono del mondo interiore: della sua segretezza e tranquilIità, della sua gradazione in profondità, della pienezza della sua vita in­tima, della su potenza; della grandezza del­le sue decisioni… Ecco qui dunque un com­pito da assolvere. Bisogna creare, ampliare, munire di volta la cella interiore. Il mondo in­teriore deve venir dischiuso.
    Quello che abbiamo detto della cella inte­riore include già un secondo concetto: la profondità.
    Che cosa significa il dire: un uomo è « pro­fondo”? Non vuoI dire che i suoi pensieri sia­no complicati e difficili da capire; nemmeno che i motivi del suo agire siano occulti e le sue mete nascoste, o aIcunchè di simile. La profondità è una proprietà specifica. Possia­mo esprimerla soltanto metaforicamente, ma abbiamo la sensazione precisa di che si tratta. Profondità significa una dimensione speciale, diversa da « quantità», o « estensione», o « complicazione». È una stratificazione verso l’interno, e precisamente in maniera, che gli strati, quanto più interni, tanto più diventano preziosi, nostri, delicati, viventi. Il pensiero più semplice può esser profondo, e i senti­menti più complicati, superficiali; il sentimen­to più forte può esser superficiale e la più lie­ve impressione, profonda. Anche questa pro.­fondità va conquistata, e chi l’ha ricevuta in dono deve coltivarla. Quando conosciamo un uomo da bambino e poi lo seguiamo nella sua gioventù e così avanti secondo che procede negli anni; se egli vive onestamente e fa il suo dovere, allora notiamo che la qualità. Di cui si è parlato sopra, si afferma in tutto il suo carattere, nelle sue parole, nelle sue azioni.
    Facciamo un passo innanzi: l’interna vi­gilanza.
    La sensibilità e la perspicacia per ciò che è giusto; per la pienezza e la varietà dell’essere ,e della situazione; per le gradazioni e le sfu­mature della realtà e dei valori. Di nuovo an­che qui una cosa che non è cosÌ naturale, come potrebbe sembrare. Quasi quasi può dir­si naturale il suo contrario: la cecità e l’an­gustia dello sguardo, l’ottusità del senso inte­riore, l’indolenza del cuore. Quella vigilanza importa, che si avverta la potenza e la pie­nezza dell’esistenza, che si abbia in sè la pas­sione per il bene e per il dovere, che si soffra sotto il peso dell’ imperfezione; significa che interiormente qualche cosa sia sempre pronto a scattare verso ciò che è giusto e buono… Anche questa piena chiarezza, sensibilità, pron­tezza è un compito. 

    Ed eccoci al raccoglimento nel senso più stretto :
    Che tutta la molteplicità delle forze venga energicamente disciplinata da un punto inte­riore; che tutta l’attività abbia un solo punto di partenza e, per vie spesso nascoste, ad esso ritorni; che la vita abbia un centro e con ciò un ritmo… Anche qui, se ci chiediamo: «Ho io ciò? Ha la mia vita qualche cosa che assomigli a un centro? Ed è ordinata verso questo centro?” – la risposta difficilmente sarà soddisfacente. La nostra vita è tutta esterio­rità. Nella nostra vita domina il caso. Le cose esteriori, secondo che ci si avvicinano, ci attirano a sè. Noi siamo in balia di quello che ci tocca di bene e di male. Le nostre forze si disperdono in mille oggetti. Anzi molti uomini non hanno nemmeno la più lontana sensazione di un centro. L’ esperien­za del proprio centro è ben determinata c non vive certo in molti, altrimenti la nostra cultura avrebbe un altro aspetto. Dunque un altro compito anche qui.
    E finalmente si potrebbe accennare anche alla spiritualizzazione:
    Che in noi si irrobustisca lo spirito; lo spi­rito, che è qualche cosa di diverso dalle cose materiali; di diverso da ciò che è solamente corporeo; di diverso dalla vita puramente sen­sitiva. Quello che sta in rapporti speciali col bene, con ciò che deve essere, con la verità, con l’amore, con la purità, con Dio. Che que­sto spirito cresca nell’ uomo, è ciò che de­termina il nostro valore umano. Che lo spirito tutto compenetri; signoreggi la vita dell’istin­to e la passione; che si esprima in tutto – se guardiamo attentamente, è proprio da ciò che dipende tutto quello, di cui testè abbiamo par­lato. Cella interiore, profondità, vigilanza, rac­coglimento e centro – sono espressioni diverse per dire che in noi lo spirito è robusto. Anche questo però non è cosa che venga da sè. Pro­nunciamo una volta attentamente la parola « io »! Se da questo io, da quello che io ho e sono venissero eliminate le cose che posseggo, gli organi del mio corpo, le sensazioni dei miei sensi; se cancellassi i miei concetti, le mie co­gnizioni, le mie abilità – al di fuori di tutto questo resterebbe ancora qualche cosa? La do­manda è fatta molto all’ingrosso, ma il senso è chiaro. Se cancello tutto questo, mi rimane ancora quel resto, per il quale tutto il sopra­detto è soltanto materia strumentale e mezzo di manifestazione? Quella tal cosa intima che in tutto ciò vive, che in ciò raggiunge il suo de­stino, decide della sua sorte, si afferma o fallisce? Ciò, da cui, in definitiva, dipende la mia dignità e la mia salvezza? Certo, lo so, questa cosa la c’è è lo spirito, la mia anima spi­rituale… Ma non è vero forse per l’appunto che per lo più ciò lo so soltanto, ma non lo vivo? Che l’anima spirituale dorme con quello che ha di più intrinseco? Deve pur esser così, altri­menti gli uomini sarebbero diversi da quelli che sono.
    Molto di quello che possiamo fare, per tra­durre in atto tutto questo, è espresso nella pa­rola: esercizio del raccoglimento.
    Vogliamo parlarne alquanto a lungo, pren­dendo le mosse dall’esterno, per addentrarci poi sempre più verso l’essenziale. Ma qui poco ci gioverebbe, se’ dovessimo limitarci a pen­sieri generali. Al principio del nostro ritrovo ci siamo accordati di voler parlare di « ciò che dobbiamo fare». Perciò vorrei venire al pratico. Spetterà poi a voi di prender posizione in questo campo. Vorrei però ricordarvi che qui si tratta di cose dell’esperienza, delle quali, a sua volta, si può giudicare soltanto in base all’ esperienza. Che dunque premessa per un retto giudizio è il fare.
    La forma più ovvia del raccoglimento sa­rebbe certo l’ordine. Ordine della vita e del lavoro quotidiani, degli oggetti in camera e in casa, delle occupazioni nel corso della gior­nata e dei giorni; della lettura, dei pensieri e così via. L’ordine raccoglie.
    Ma di ciò basti un cenno.
    Più profonda è l’efficacia di quella che si po­trebbe chiamare l’educazione dei sensi e del­l’attenzione.
    Socrate ad un padre, che veniva a chiedergli consiglio a cagione di un suo figliuolo, disse una volta, sembrargli strano che gli uomini” mentre si guardan bene dal mangiar cibi gua­sti, sapendo che non è indifferente quello che introducono nello stomaco, non si facciano poi alcuno scrupolo di riempirsi l’anima di pen­sieri perversi. Questo è strano davvero. Noi abbiamo un’igiene del mangiare, ma non du­bitiamo neppure, che vi possa essere anche una igiene del vedere, dell’ ascoltare, del leggere. Dobbiamo lasciar entrare in noi proprio tutto? Facciamo una volta ]a prova: dopo aver attra­versata ]a città, passando per vie frequentate, davanti a persone e a vetrine, esaminiamo il nostro interno per vedere che aspetto abbia. Che guazzabuglio di impressioni! Che disordine di pensieri! Che altalena di emozioni e di desi­deri! Che inquietudine e che malcontento! Ed anche quante brutture! È proprio necessario che sia così? Qui è al suo posto ciò che l’ ascetica chiama la «custodia dei sensi», la disciplina dell’ attenzione.
    Esercitare il raccoglimento vorrebbe dunque dire che qui si intervenga. Che non si lasci en­trare tutto quello, che batte alla porta dei sensi e dell’attenzione; che si sappia distinguere fra il bene e il male, fra ciò che è nobile e ciò che è ignobile, fra quello che ha valore e ciò che non vaI nulla, fra quello che porta consapevolezza e ordine e ciò che crea soltanto confusione e trascina in basso. Un simile esercizio potrebbe dunque essere, a mo’ d’esempio, questo:
    Quando vado per le vie voglio rimanere pa­drone di me stesso e non permetto che ogni affisso attragga il mio sguardo. Conservo la mia indipendenza e non mi lascio attirare da ogni vetrina. Mi rendo interiormente indipendente da tutto quel tramestio di gente, di veicoli, di figure, di chiasso e di calca, e non permetto che il mio interno venga distratto da ogni cosa che abbia dell’insolito. In ciò mi esercito, e torno ad esercitarmi continuamente. Con tale esercizio apprendo l’arte di compiere un giro in città senza danno e di arrivare alla mia meta con coscienza incolume e tranquilla.
    Esercizio del raccoglimento sarebbe anche il non permettere che un giornale riversi nel mio interno tutto quel guazzabuglio di ciar­pame politico, di cenciume spirituale, di cro­naca nera e sensazionale, di vero e di falso, di bello e di volgare, di pettegolezzo e di al­tro ancora! Dovrei dunque apprendere a sce­glier dal giornale solo quello che mi riguarda, con rapidità e con sicurezza, e non appena esso mi ha reso questo servizio tutt’ altro che importante, buttarlo via e metter mano a qualche cosa che meriti maggiormente il nostro scarso tempo e le nostre scarse energie.
    Si potrebbe così esemplificare a lungo. Eser­cizio del raccoglimento significherebbe dun­que che di fronte al disordine del caso, alle pressioni dti destra e da sinistra, alla folla del­le impressioni e delle vicende, a tutto ciò che ci turba, ci eccita e ci inquina, sappiamo di­ventare indipendenti. Che di fronte a tutto im­pariamo a conservar la nostra calma. Che sap­piamo passare al vaglio le nostre impressioni. Che troviamo un piacere, anzi uno sport molto nobile, nell’ingaggiar la lotta contro la pre­potente barbarie chc ci circonda; la lotta per non essere lo zimbello del caos culturale che ci attornia, e per diventare al contrario liberi padroni di noi stessi.
    E non soltanto col vagliare le cose e col­l’eliminare di tutto ciò che non è nè utile nèbuono. Ma anche e innanzi tutto col rivolge­re la nostra attenzione interiore a qualche cosa di essenziale: ad un pensiero che va ap­profondito, ad una questione che va chiarita; ad un uomo, o ad una cosa che vogli~!mo ca­pire… Ma di ciò diremo di più fra poco.
    Ora facciamo un passo avanti e più adden­tro: eccoci alla solitudine ed al silenzio.
    Noi siamo schiavi non soltanto delle im­pressioni, ma anche degli uomini. Abbiamo istinti da mandra. So che esiste anche la misantropia e, certo, non è il caso di coltivarla. C’è il destino della solitudine, che non trova nessuno con cui possa convivere. Nemmeno di questo intendiamo parlare. Parliamo di qual­che cosa che non ha nulla di tragico, ma è invece estremamente miserabile, dell’istinto da mandra, troppo diffuso fra gli uomini; di quel bisogno di sentire intorno a sè sempre del chiasso; di dover sentir sempre chiacche­rare; di non saper riservar nulla per noi soli e di non saper da noi stessi venir a capo di nulla.
    Il raccoglimento sarebbe qui l’esercizio del­ la solitudine e del silenzio. Come sarebbe dunque a dire: Che non si corra subito da altri, ma si sappia rimaner soli. E non per altro motivo che per cavarsela Una buona volta da soli. Che si sbrighi una fac­cenda da soli, pur avendo alla mano qualcu­no da poterne discorrere; e ciò all’unico sco­po di acquistare una maggiore indipendenza di giudizio e di deliberazione. Esercizio del raccoglimento sarebbe il tener per sè una sto­ria o un avvenimento, o una trovata spiritosa, o un’ osservazione calzante, che corra alla men­te. Tutto ciò può costare del bel sacrificio. Ma superando questo istinto sfrenato di correr da altri, di parlare o di ascoltare a parlare, si gua­dagna in profondità interiore.
    Poi la ricerca della quiete e della solitudi­ne: scegliere la via più modesta, anzichè quel­la ricca di vetrine e di lampioni, fare un pas­seggio da solo, anzichè in compagnia; rima­nersene una sera tranquilli a casa, invece che andare in visita; rimaner soli una giornata in­tera, a casa, oppure, ciò che è particolarmen­te bello, all’ aperto. Forse addirittura alcuni giorni di ritiro. Tali periodi portano refrigerio e concentrazione. Se ne esce del tutto puri­ficati.
    E, a sua volta, che questa quiete sia ricm­pita con qualche cosa di positivo: con un buon pensiero, con un buon libro, con un proble­ma. Teniamo presente tutto questo. Torne­remo sull’argomento, per spiegarne il signi­ficato.
    Al di là di quello che si è detto conduce la tacita attenzione rivolta al proprio interno.
    Essa non è altro che un’inclinazione gene­rale a. sostare di tanto in tanto e a riflettere sulla portata delle cose, a sottrarsi talvolta all’incalzante tumulto delle cose che passano, e a tender l’orecchio a ciò che sta avvenendo. È un assuefarsi a dar degli sguardi retrospettivi, per esaminare il proprio operato; a ri­guardare il passato non come defÌnitivamente liquidato, per la sola circostanza esteriore ch’è trascorso, ma di farlo agire su di noi dai suoi strati più profondi…­
    Guglielmo Raabe dice una volta quali let­tori egli desideri per sè: «Ecco, egli dice, che si sta fabbricando una casa, e la gente che os­serva fa i suoi commenti. L’uno critica, l’al­tro loda, un terzo pensa come l’ ammobilie­rebbe se fosse sua. Ognuno considera la fab­brica in pietra e in legno e la valuta dal gu­sto e dall’utile che potrebbe cavarne. Ma c’èanche uno, il quale pensa qual vita si svolge­rà in quelle camere, qual destino, quali dolo­ri, quali gioie vi passeranno. Costui – dice il grande novelliere – che vede le cose in tal modo, è il lettore che mi desidero).
    Qualche cosa di simile intendiamo espri­mere anche qui. Una specie di gravitazione, vorremmo dire, verso l’interno; la quale non deve però ostacolare un’ energia consapevole, ma solo dare all’energia e all’azione un valore e un legame con l’interno.
    In altri termini si potrebbe dire: una spe­cie di attenzione rivolta all’ al di là. Rainer Maria Rilche esce una volta in questa profonda invocazione: « Dio, tu, mio vicino… « Sono in continuo ascolto, dammi un segno, « Ti sono assai vicina. « Solo una parete sottile ci separa…».
    Anche questo serve a render chiaro quello che intendiamo dire. Si può viver senza dub­bio anche altrimenti. Si può vivere assorbiti nell’attualità che si tocca con mano, affidati aUe sue ben note forze, nella chiusa èerchia delle cose visibili e dei fatti dell’ esperienza, e con ciò punto e basta. Si può però anche man­tener vivo in noi il pensiero che non è tutto qui. Che attiguo a noi, separato da una sola parete, abita l’Altro. Che lungo tutta la fron­tiera del nostro essere Dio ci è d’accanto. Si può tener desta la consapevolezza che nel no­stro proprio interno, là dove confiniamo col nulla, sta il Dio vivente.
    Quì non c’è nulla di particolare da « fare,,; non riflessioni e non sforzi speciali. Basta lo star sempre e tranquillamente in ascolto, un esser presenti a se stessi e un mantenere lieve­mente i contatti.
    Fin qui si trattava di premesse del racco­glimento. Veniamo ora al suo esercizio nel senso più rigoroso della parola. Esso può as­sumere varie forme, che però in fondo rie­scono tutte alla stessa cosa.
    E
    sso può consistere in quanto segue: Nelle nostre azioni e aspirazioni di tutti i giorni noi siamo trasportati dalla corrente im­petuosa degli avvenimenti. «Raccoglimento» significa qui l’uscire da questo vortice e metter­si in pace. Portar calma nel nostro essere, nelle nostre forze, nella nostra volontà. Far pene­trare la pace sempre più profondamente in noi stessi. Noi facciamo sempre questo o quello, siamo sempre in attività, progettiamo, voglia­mo, organizziamo, esercitiamo. Quando non facciamo niente, diventiamo nervosi e intorno a noi sentiamo il vuoto. La voce ha come un’eco cupa; ci si sente a disagio e ci si an­noia. E a forza di fare e di agire ammazziamo la nostra esistenza. Idolatriamo l’attività e perdiamo l’uomo.
    Raccoglimento significa qui che sappiamo, una buona volta, non tanto fare, quanto vi­vere. Avere un’ esistenza tranquilla. Un’esistenza piena, libera dall’ ossessione del fare e del volere.
    Noi tendiamo sempre ad una meta, poi ad un’altra ulteriore, e così di seguito. Sempre verso qualche cosa che non esiste. Sbrighiamo una cosa e la gettiamo dietro le spalle. Vivia­mo gli avvenimenti, rapidamente, e già essi non sono più. Così viviamo sempre scivolando fra quello che non è più e quello che non è ancora.
    Raccoglimento significa qui creare il pre­sente, sostare e divenir presenti. Presenti in noi stessi, realizzare l’”oggi” per quanto è concesso alla nostra instabilità; almeno averne l’intenzione e la disposizione. Vivere tranquillamente l’attimo fuggente è appunto raccoglimento.
    Le nostre forze sono disperse fra molti og­getti. La nostra attenzione viene attratta da mille cose. La nostra volontà e i nostri desi­deri sono incatenati in mille modi. Non siamo in possesso di noi stessi, ma in balia delle cose. La molteplicità delle cose è anzi penetrata in noi stessi, come ne fanno fede la varietà dei nostri pensieri, il contrasto dei nostri desideri, l’irrequietudine dei nostri sentimenti.
    Raccoglimento significa che richiamiamo noi a noi stessi; le nostre forze dalla disper­sione all’unità. Che superiamo la confusione e ristabiliamo una tranquilla semplicità. Che sgombriamo il guazzabuglio, per attenerci a pochi, forti e buoni pensieri. Che semplifi­chiamo i nostri desideri; impariamo a ripo­sare in noi stessi senza brame, a diventar tran­’luilli e sereni. Che apprendiamo ad esser pa­-droni di noi stessi.
    Il nostro interno è spesso oppresso da preoc­cupazioni, agitato da passioni e accascÌato dal. le contrarietà e dalle sofferenze.
    Quì il raccoglimento significa che interior­mente torniamo a noi stessi. Che in noi si levi qualche cosa di profondo, che a tutte que­ste cose per noi ripugnanti dica: « Questo ve­ramente non mi appartiene. Devo sopportar­lo e lo farò lealmente, ma non sono tutt’uno con esso. C’è in me qualche cosa al di là di tutto questo. Questo qualche cosa è sereno, è forte, è l’essere vivente del mio spirito. Que­sto vive in sè, realmente, nella sua indistrut­tibile sostanzialità. Raccoglimento significa che io cerchi il contatto con questo centro spiri­tuale vivente, il contatto da me stesso a me stesso. E che di lì attinga l’energia e la fiducia per rinnovarmi. Il Vangelo parla della luce interiore che. è in noi e può « rischiarar tut­to ». Questa non è immagine, è realtà. Lo spi­rito è luce sostanziale. E chi sa liberare lo spio rito, ne rimane illuminato. « Tutto il corpo illuminato», dice il Signore.
    Di questo passo si potrebbe continuare un pezzo…
    Ma non ci rincresca di venire al concreto.

    Come possiamo compiere quest’esercizio?

    La sera, quando abbiamo fornita la nostra opera quotidiana, potremmo ritirarci. Potrem­mo metterci a sedere; Meglio ancora se in gi­nocchio; perchè lo stare in ginocchio esprime quiete e insieme contegno. Poi potremmo crea­re il silenzio; intorno a noi e in noi. Potrem­mo poi dirci: “Ora sono tranquillo; perfet­tamente tranquillo; fino nel più intimo della mia anima”. Potremmo cercar di sgombrare del tutto il nostro interno e di metterci in una calma assoluta. Quando facciamo così, ci ac­corgiamo, e solo allora adeguatamente, quan­to sia profonda l’irrequietudine dei nostri ner­vi. Mille cose si affacciano e vogliono esser fatte. Cose dimenticate chiedono riparazione, preoccupazioni si affacciano, progetti si incal­zano… Via tutto questo! Bisogna acquistar la calma e non con uno sforzo di volontà, ma con una lenta liberazione interiore. E lasciar discendere il silenzio, sempre più giù, nel pro­prio io. I pensieri di tutte le specie – via! I desideri senza pace – via! Non con un atto im­perioso della volontà, bensì mettendoli silenzio­samente e insieme però anche risolutamente alla porta. Non pensare nè all’ieri, nè al domani. Essere del tutto presente, del tutto qui. E così sostare un po’; questo solo porta già risveglio interiore, padronanza di sè, ristoro e rinno­vamento.
    Ma poi, a misura che la nostra padronanza interiore diventa più sicura, dobbiamo portare in questo silenzio, in questa presenza a noi stessi, in questo raccoglimento, qualche cosa che venga dalla sfera del bene. Riflettiamo al significato di una nostra azione passata: che senso può veramente aver avuto? E vi abbia­mo fatto buona prova? O avremmo dovuto agi­re altrimenti? L’azione cattiva può venir ri­parata, in certo modo rigenerata, nel penti­mento e nella sincerità della conversione. Op­pure in questo silenzio portiamo qualche cosa che è ancor da fare: un dovere, un problema. Apriamoci al bene: « Lo voglio, sono pronto, sinceramente, fino nel più profondo delle mie viscere. Che debbo fare? ». In certe per­plessità, nelle quali non si sa a che santo votarsi – quando internamente ci si mette in calma” e si supera la ribellione contro il bene, non con la violenza, ma con una liberazione inte­riore e ci si mette in buone disposizioni – allo­ra, spesso tutto d’un tratto, si sa che cosa con­venga fare. Poichè quello che cagionava l’incer­tezza, non erano in fondo solidi argomenti in contrario, ma cattiva volontà. Oppure portiamo con noi nella nostra quiete una parola profon­da, un pensiero sostanziale, una buona lettura.
    Questa è la cella conveniente sovrattutto alla Sacra Scrittura: la cella della meditazione. Qui è la «dimora» per Iddio. Quando mi metto in pace e dico: lo sono qui, piena­mente presente – allora si affaccia quasi spon­taneo il pensiero: È qui Dio, il Dio vivente. Pregare significa elevare il cuore a Dio, signi­fica cercare il cospetto di Dio, con lo sguardo interiore, affinchè il movimento del nostro cuore e la parola del nostro spirito trovino il loro posto. Questa cosa profonda, che consiste nell’orientamento verso Dio, nel muoversi ver­so di Lui, e nel giungere presso di Lui, nel parlarGli a tu per tu – tutto ciò è frutto di un tal raccoglimento. « Quanto tu preghi, prepara il tuo cuore, e non essere come un uomo, che tenta Dio», dice la Scrittura. Chi si prepara in tal modo, sente sgorgare quasi spontanea la preghiera dal suo cuore.
    Quì convien far attenzione ad una cosa im­portante. Dell’ esercizio del raccoglimento si può anche abusare. Qui si tratta di realtà, di forze reali, di profondità reali. Queste forze possono venire evocate e cagionare anche dei guai; le profondità possono venir spalancate ed esporre a dei pericoli. Ciò può avvenire per­chè tali forze non vengono dirette ad uno scopo e allora cagionano rovina, come avviene di una sorgente che si faccia scaturire, senza poi incanalarla. Ovvero perchè tutto vien fat~ to per vanità; per dilettantismo, per capriccio, per avidità di sensazione, per qualche deside­rio di potenza. Le correnti occultistiche e pa­rapsicologiche sono spesso un criminoso gioco con tali forze. Quello che qui facciamo, dob­biamo farlo con moderazione e con calma. E – ciò che è di importanza decisiva – tarlo con intenzioni rette e pure. Quello stesso rac­coglimento, che rivolto, ad esempio, ad una parola della Scrittura, è sorgente di vita santa, cagiona gravi malanni, quando è ozioso e vano, oppure ha mire false e capricciose. La stessa concentrazione, che è fattore di ordine e di risveglio, quando, ad esempio, è unita al pentimento per un errore commesso e alla sin­cera disposizione di compiere un dovere futu­ro, crea invece della confusione, quando mira a qualche scopo perverso o fantastico.
    Questo raccoglimento è proprio il vero luo­go per la parola di Dio, la quale deve appun­to essere ascoltata in silenzio e in adorazione, accolta nella quiete profonda del cuore. Per­chè la parola di Dio non è una semplice co­municazione, ma anche una forza genera­trice di vita santa.
    Il raccoglimento è la dimora per Dio stesso. Così possiamo fare la sera. Così anche al mattino. Qui dieci minuti possono far molto. Tutto quello che si fa e si sopporta durante il il giorno riceve l’impronta di tutt’altra fiducia e purezza, quando promana da un tal racco­glimento.
    Così al mattino è bene riflettere: « Eccomi qui! Proprio io; colle mie forze; colla vigi­lanza del mio spirito; col calore e colla pron­tezza del mio cuore. Dio pure è qui presente. lo vengo da Lui ed ho la Sua grazia in me. La sua chiamata alla santità mi incalza nel mio interno, perchè la traduca in atto… lo so che mi accadrà questo o quello… ed ora af­fronto la mia giornata armato di quella forza interiore. Voglio far bene la mia parte ».
    Poi a sua volta, la sera, la resa dei conti in­nanzi al bene vivente, al Dio Santo: « Come ho passata la giornata? Ho dato ascolto alla voce del bene? Vi ho corrisposto? »… Rendi­conto, pentimento, rinnovamento del cuore… E poi abbandono totale nelle mani di Dio, che è il padrone di ogni riposo.
    E sarà bene che anche durante la giornata si torni a prender contatto, di tanto in tanto, con l’ ambiente interiore, che si rinnova ogni mattina e ogni sera. Anteo, figlio della terra, era invincibile, perchè, ogni qual volta toccava la madre, acquistava nuove forze. Così è an­che dello spirito. Sia come un tocco leggero alle porte di quel mondo interiore; special­mente quando ci si imbatte in qualche cosa di difficile e di imbarazzante, che esige il massi­mo sforzo. Ciò porta ogni volta ad un rinno­vamento del nostro slancio e delle nostre e­nergIe.
    Altre cose di questo genere rimarrebberò ancor da dire. Tuttavia quanto si è detto po­trà bastare. Tutto questo – e aggiunto a que­sto ancora ciò di cui abbiamo parlato al prin­cipio: l’interno e segreto processo di matura­zione del nostro essere, l’incessante lavoro del­l’esperienza, l’accettazione coraggiosa della vita quotidiana e di ciò che essa ci porta – tutto questo fa sbocciare a poco a poco dentro di noi il centro vitale; fa sì che lo spirito si rinvigo­risca e compenetri tutto il nostro essere; che la cella interiore si apra; che il fondo del no­stro io si richiari; e l’energia si concentri e di­venti efficace. E cosÌ la «coscienza» diviene a poco a poco quello che deve essere secondo la sua es­senza: la voce vivente della santità di Dio in noi.

     

     

     

  • 05 mar

    SILENZIO E PREGHIERA

     

    SILENZIO E SOLITUDINE

    Il nostro rapportarci con gli altri, e quindi anche con Dio è costituito soprattutto da parole.
    Ma esiste un rapporto, un dialogo, più profondo, ed è quello che fa a meno delle parole perché queste vengono rimosse dal silenzio pregno di significato.
    Nella misura in cui progrediamo nell’intimità di una persona, e perciò anche di Dio, spariscono le parole perché non più necessarie in vista dell’incontro: il dialogo si attua attraverso il volto, lo sguardo.
    L’incontro è permeato di una sola parola pregna di amore e di silenzio. E’ un silenzio non vuoto né sterile, ma estremamente fecondo.
    Purtroppo viviamo in un contesto culturale in cui prevale l’esteriorità che si vuole creativa, ma che è solo proliferazione di stimoli di immagini e parole perché l’interiore è vuoto e fa paura.
    Questa proliferazione rivela il disagio della persona a rimanere con se stessa nel silenzio.
    Ma nello stesso tempo occorre che prendiamo coscienza di come spesso viviamo in un silenzio sterile, vuoto, triste, carico di rancore e risentimento verso noi stessi, gli altri, l’ambiente.
    Si tratta di un silenzio negativo, che ci ripiega su noi stessi: è una fuga dalla realtà e rivela l’incapacità di dialogo.
    Il silenzio autentico e fecondo non ci spinge al ripiegamento su noi stessi, ma ci apre alla realtà di noi stessi, agli altri e a Dio.
    E’ un silenzio che parla, che si pone in dialogo e ascolto, è fatto soprattutto di amore.
    Ogni vera parola è avvolta dal silenzio meditativo, la vera parola non è mai solo esteriore, ma promana dal silenzio del profondo del cuore.
    Solo a questa condizione essa è feconda. Tanta predicazione è vuota perché la parola non attinge alla fecondità del silenzio.
    Comprendiamo che il silenzio è indispensabile alla vita spirituale ve desideriamo porci in ascolto autentico, dialogico con la Parola che nel silenzio ci raggiunge: “La ricerca dell’intimità con Dio porta con sé la necessità veramente vitale di un silenzio di tutto l’essere, sia per coloro che devono incontrare Dio perfino in mezzo allo strepito, sia per i contemplativi” (Ev. Test. 46). 

     CONTEMPLAZIONE E COMBATTIMENTO

    Di Mosè il libro dell’esodo dice: “Il signore parlava con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Es. 33,11).

    Mosè è la figura di colui che “contempla faccia a faccia” il mistero di Dio. Tra lui e Dio intercorreva un dialogo intimo di amicizia e amore.
    Potremmo affermare che ogni orante quando si lascia “prendere”, “afferrare”, “mettere in catene dallo Spirito” (cf At 20), dalla vicinanza con Dio che è sempre travolgente, si trasforma, viene trasformato in un essere forgiato dalla forza, dalla purezza e dal fuoco dello Spirito (cf Detti: “Diventa tutto di fuoco”). E di questo i santi sono tutti testimoni.
    E’ significativo di come Dio esiga nei suoi incontri con Mosè una solitudine assoluta:
    - “Mosè avanzerà solo verso il Signore” Es 24,2
    - “Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. La Gloria di JHWH venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube. La Gloria del Signore appariva agli occhi degli israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti” Es 24,15-18
    Dall’incontro con questo “fuoco divoratore” Mosè esce col volto trasfigurato e abbagliante: è il segno dell’incontro avvenuto con l’inaccessibile: “Quando Mosè scese dal Monte Sinai… non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui” Es 34,35.
    La prima considerazione allora è data dal fatto che Mosè “estremamente impegnato” nella sua opera a favore del popolo fu un uomo che come pochi coltivò una contemplazione fatta di silenzio e di solitudine.
    Così Elia, il profeta di fuoco, fiamma devastatrice e purificatrice, dalla tradizione è chiamato l’”Uomo di Dio”. Anche per lui è indispensabile entrare nel silenzio e nella solitudine per incontrare JHWH: “Vattene di qui, dirigiti verso oriente, nasconditi presso il torrente Kerit” (1Re 17,6).
    Caratteristica sua sarà il non avere una dimora, una casa di pietra: sua abitazione è la solitudine del deserto come per san Giovanni battista.
    Ed è nel deserto del Monte Oreb che egli farà l’esperienza del Dio terribile che si manifesta nella brezza (cf 1Re 19,8-18).
    L’unica sua preoccupazione ed interesse è la gloria di Dio. Ed è per questo che la potenza, la forza, la determinatezza del Signore si manifestano nei suoi gesti e nelle sue parole.
    Profeta di JHWH diviene strumento docile nelle sue mani perché la sua vita è un continuo ritirarsi nella solitudine per dimorare con Dio, e un andare agli uomini per essere annunciatore della vera fede. 

    IL VERBO SILENZIOSO

    Anche la venuta del Verbo nel mondo contempla fasi di grande silenzio.
    - L’Incarnazione è il momento dell’umiltà, del nascondimento, del silenzio.
    - La sua nascita avviene di notte, “mentre il silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte era a metà del suo corso”.
    - Nazaret: trent’anni di inspiegabile e sconcertante silenzio  e nascondimento (solo un versetto nel vangelo!)
    - Il suo ministero: un alternarsi di parole e di silenzio contemplativo e adorante.
    - La sua passione: Gesù accusato tace
    - la sepoltura: il silenzio della morte
    - la risurrezione: avviene nel silenzio del primo mattino. “Beata sei tu o notte che sola conoscesti l’ora” (Preconio pasquale).
    Possiamo aggiungere il silenzio del sacramento eucaristico: un povero segno che rimanda alla fede, all’apertura degli occhi del cuore come per i discepoli di Emmaus. 

    CONTEMPLAZIONE

    Nel silenzio consapevole che ci pone dinanzi a Dio e a noi stessi la nostra vita viene trasformata, rettificata. La presenza di Dio dissipa tutto ciò che vi si oppone.
    La contemplazione fa sì che tutto ciò che era oggetto di una fede, in un certo senso staccata da noi (quae creditur), diventi oggetto di un’esperienza vitale, totalizzante, misteriosa ma realissima (qua creditur).
    E’ a questo livello che si comprende. Si tratta di una comprensione del cuore più che di intelletto.
    Nella contemplazione ci rendiamo consapevoli di come la nostra stessa esperienza di Dio sia sempre parziale, mai posseduta: essa è spesso presentimento e pregustazione.
    Impariamo così a porci dinanzi al Padre nel silenzio umile e adorante limitandoci a guardare con amore sapendo di essere a nostra volta guardati con amore attraverso gli occhi del Figlio crocifisso.
    Potremmo definire la contemplazione come una operazione spirituale sintetica, totalizzante, affettiva e unificante. 

     CHIAMATI ALLA CONTEMPLAZIONE

     Ogni uomo è chiamato in forza della sua natura di creatura intelligente alla contemplazione. Afferma a questo proposito la Gaudium et Spes 18: ” Dio chiama l’uomo ad aderire a lui con tutta intera la sua natura, in una perpetua comunione con l’incorruttibile vita divina“.
    Chiamati ad aderire a Dio! E questo tramite l’amore, la conoscenza, l’impegno e l’abbandono in lui.
    E quando parliamo di contemplazione dovremmo sempre unire due termini: l’adesione del cuore e la conoscenza ella mente.
    Nella Scrittura  il “conoscere” non equivale al semplice sapere, ad una cognizione puramente intellettuale; esso esprime sempre una relazione esistenziale fra chi conosce e l’oggetto o la persona conosciuta.
    Conoscere Dio comporta l’entrare in relazione con lui, l’immergersi nella corrente della sua vita, che procede da Dio e a lui ritorna.
    Paolo VI in un discorso pronunciava queste parole: “Che Dio esiste, che è reale, che è vivente, che è personale, che è provvido, che è infinitamente buono, nostro creatore, nostra verità, nostra felicità; in tal modo che lo sforzo di fissare in lui lo sguardo e il cuore, ciò che chiamiamo contemplazione viene ad essere l’atto più alto e più pieno dello spirito, l’atto che oggi può e deve gerarchizzare l’immensa piramide dell’attività umana”.
    Nella contemplazione l’immagine di Dio è estremamente semplificata, riducendosi ads un accostarsi al suo mistero in purezza essenziale di fede.
    Le parole meditative, discorsive, della nostra preghiera portano con sé frammenti, particelle di dio, solo la contemplazione silenziosa che non si serve di parole, ma è puro sguardo totalizzante, può tentare di abbracciare l’infinito e l’incomprensibile.
    Il Siracide domanda: “Chi lo ha contemplato e lo descriverà? Chi può magnificarlo come egli è?” (43,32). 

    IN PIENEZZA

    Dio “chiama l’uomo ad aderire a Lui con tutta intera la sua natura” (GS).
    Il nemico della contemplazione è dunque ciò che vi è contrario, ovvero la dispersione, la molteplicità.
    Dispersione è il frantumarsi dell’io in mille direzioni contrastanti. Il suo contrario è la “con-centrazione”, l’essere tratto in un sol luogo, è ciò che permette di ritrovare se stessi, cosa impossibile nella dispersione.
    Attraverso la concentrazione ci è possibile incontrare Dio al centro di noi stessi, come nostra sorgente. Infatti l’uomo percepisce il suo essere, il suo esistere quando diviene consapevole di se stesso.
    Ma il più delle volte non siamo in noi stessi, perché spezzettati in mille direzioni.

    Sintesi di: I. Larannaga, Mostrami il tuo volto

  • 04 mar

    7

     VERSO IL CENTRO

      

    5 Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». 6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. 

    Il nostro cammino spirituale non ci porterà mai a contemplare in pienezza, qui nella nostra vita terrena, il volto di Dio.
    Egli rimarrà sempre al-di-là, nascosto nella luminosa ed oscura nube.
    Infatti l’essenza di Dio è inoggettivabile, la rivelazione è dunque pura grazia, è “follia d’amore”, per usare un’espressione di san Massimo il confessore: Dio rimarrà sempre trascendente pur nella sua vicinanza, nascosto, ma non come tenebra interdetta, ma bensì per l’intensità della sua stessa luce.
    Ma è proprio questa inaccessibilità di Dio che permette la distanza positiva in cui può svilupparsi il dialogo, l’amore, il rinnovarsi della comunione e dell’alleanza.
    Quanto più sperimentiamo questo Dio nascosto tanto più lo desideriamo: “Quando vedrò il volto di Dio?” (Sal 41, 3): perché io non reggo più alla violenza del desiderio, ma cerco la bellezza immortale che tu mi avevi largito prima di questo fango” (Giovanni Climaco, Sc. Parad., 29,2).
    L’anelito che percorre la sacra scrittura è di vedere, contemplare, il volto così inafferrabile e misterioso di Dio: “Ascolta, Signore, la mia voce: Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi. Di te ha detto il mio cuore: Cercate il suo volto. Il tuo volto Signore io cerco” (Sal 26,7-8).
    L’apostolo Filippo domanderà a Gesù durante l’ultima cena: “Signore, mostraci il Padre e ci basta” (Gv 14,8).
    Il desiderio del volto di Dio è disseminato lungo la storia nella testimonianza dei santi: un’espressione lapidaria del teologo-mistico sant’Anselmo dice a tal proposito: “Io cerco il tuo volto. Eccomi davanti a te, come un povero, un mendicante e un cieco come tu mi vedi, io che non ti vedo“.
    Io che non ti vedo grido a te: Mostrami il tuo volto!
    E per volto intendiamo la presenza vivente, il volto è ciò che contraddistingue una persona dall’altra, è espressione del suo essere. E’ desiderio di comunione (cfr. la filosofia personalista di Levinas).
    Nei confronti di Dio tale presenza si stabilisce quando fede e amore rendono la relazione dell’anima con Dio più profonda e intima.
    Fede e amore uniti fanno sì che i lineamenti del dio che si è rivelato si percepiscano più chiari e più vivi, e per chiarezza non intendiamo alla “forma” di Dio, che è senza forma, ma alla densità e certezza della sua presenza.
    La nostra ascesi deve tendere a vivificare la presenza di Dio in noi, negli altri e nella realtà.
    Certi che “Dio è sempre presente, più intimo a noi di noi stessi” (S. Agostino).
    Il Salmo 139 potremmo definirlo la preghiera di colui che è giunto alla sconcertante presenza di Dio ovunque: inutile sfuggirgli. Dio è presente in lui, fuori di lui, a ovest e a est, nel sommo del cielo e nelle profondità oscure dello Scheol. Un testo del Corano potrebbe commentare così: “A Dio appartiene l’oriente e l’occidente, ovunque vi volgiate, ivi è il volto di Dio” (2,115).
    Dio si comunica a noi, comunica la sua grazia, le sue “energie”: è il dono della sua stessa vita che ci divinizza.
    Ma questa intimità di vita non è simbiosi, non è fusione o scomparsa di identità: si tratta di una presenza e comunione che vivifica ponendo nella libertà, in un continuo atto creatore verso ciascuno colto nella sua unicità.
    L’interiorità è lo stato in cui si può percepire l’inabitazione del divino in noi.
    Dio dimora in noi trasformandoci in suoi templi: “Indicibile è la tenerezza di Dio. Si offre da sé a coloro che, con tutta la loro fede credono che Dio può abitare il corpo dell’uomo e fare di lui la sua gloriosa dimora” (Pseudo Macario Omelia 69).
    Le persone che vivono non a un livello spirituale ma ad uno più superficiale, fisico, determinati come sono dai sensi non sono in grado di intraprendere una autentica esperienza religiosa.
    E’ solo col coraggio di penetrare nella “profondissima e amplissima” caverna del nostro cuore che potremo rintracciarvi il passaggio del volto di Dio.
    Al centro dell’anima vi è Dio; quando l’anima vi si sarà avvicinata secondo tutta la capacità del suo essere, e secondo la forza della sua operazione ed inclinazione, essa avrà raggiunto l’ultimo e più profondo suo centro in Dio, cioè quando con tutte le sue forze intende e ama e piace a Dio” (Giovanni della Croce, FVA, b1,1).
    La salita alla vetta dell’Oreb è la corrispettiva discesa nel profondo del nostro cuore: qui troveremo il misterioso roveto ardente, presenza umile e misteriosa dell’Assoluto.
    Più il nostro amore sarà vero e profondo, più potremo avvicinarci a piedi scalzi e col viso coperto a quello “strano spettacolo” che vive nel profondo di noi stessi: 

    UNO SCAMBIO DI AMICIZIA

              Nella nostra esperienza di “scambio di amicizia” con Dio non procediamo secondo conoscenze intellettive, bensì intuitive.
              L’incontro con l’andar del tempo tende a divenire sempre più semplice e profondo, nella semplicità e profondità di Dio stesso.
              Le nostre riflessioni, concetti, tendono a sparire per lasciare il posto ad una conoscenza amorosa.
             L’autentico contemplativo non è colui che è in grado di innalzare la sua mente mediante riflessioni teologiche e spirituali di alto grado, ma è colui che nella più grande semplicità di cuore e unità di mente, in modo totale, si pone e si sente in Dio e con Dio: noi in lui e lui in noi.
             E’ conscio della verità di quella parola della Scrittura che dice: “In Dio viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28).
             Non occorre più “immaginarsi” Dio: poiché egli è qui con me e in me. Si tratta di una esperienza immediata, di fede, di cui parla san Giovanni della Croce.
             Nell’incontro con Dio non rischiamo, come nelle religioni orientali di perderci o confonderci in lui: nell’incontro con il Dio biblico l’uomo avverte in modo vivissimo la coscienza della diversità tra lui e Dio (l’uomo si sente sempre “miserabile peccatore“).
             Frutto dell’incontro con Dio è l’esperienza dell’unificazione. Intesa come forza di un amore che tende ad abolire ogni ostacolo.
    Negli scritti di santa Teresa di Gesù Bambino troviamo magnificamente espressa questa esperienza: “Non eravamo più due. Teresa era sparita come la goccia d’acqua si perde nel fondo dell’oceano. Soltanto rimaneva Gesù, Signore e re“.
    “L’unificazione, che è opera della povertà nella solitudine rimargina tutte le ferite dell’anima e le risana” (Thomas Merton, Pensieri nella solitudine).
    Ma come già detto tale unificazione che si opera in noi al momento dell’incontro favorisce la chiara distinzione tra noi e Dio. 

    TRASFIGURAZIONE

     L’incontro profondo contemplativo opera in noi un’azione trasformante: la teologia orientale parlerebbe qui di divinizzazione.
    Questa trasformazione-trasfigurazione-divinizzzazione dona sapienza, verità e pace al nostro essere, poiché veniamo trasformati ad immagine di Cristo Dio.
    Ci rendiamo allora conto che tutto ciò che ritenevamo importante, decisivo, degno di stima a confronto di tale chiamata da “ritenere come spazzatura”.
    L’incontro con Dio, con la sua parola che è spada a doppio taglio, ci purifica, ci spoglia, annienta i piccoli e i grandi idoli, fa rilucere la vera ed eterna realtà, ci introduce nello spazio della libertà dei figli di Dio.
    Il più grosso ostacolo è il nostro “ego”, inteso come immagine distorta ma spesso adorata di noi stessi e della realtà.
    Continuamente siamo tentati di trasformare questa immagine in idolo, il quale domanda tanti sacrifici:
    Durante la nostra vita il compito più arduo e faticoso consiste in questa contrastante lotta di desiderio di idolatrare l’immagine di noi stessi e di temere che questa “statua” venga abbattuta (ma ci pensa Dio prima o poi a disintegrarla, non fosse altro che al momento della morte…).
    Una forte esperienza di Dio spezza questa illusione.
    Dio è geloso, non vuole dinanzi a se nessun altro idolo:
    Sono io il Signore tuo Dio”
    “Ascolta Israele, il Signore Dio è uno”
    “Non avrai altri dei dinanzi a me”
             Dio è fuoco, vento impetuoso, tempesta e terremoto, sconvolge e fa sussultare gli abissi e le fondamenta della terra: così il Signore smantella ogni nostro falso idolo quando lo incontriamo in verità.
    I vangeli apocrifi raccontano che quando Cristo bambino entrò nell’Egitto in fuga da Erode le statue degli idoli pagani furono divelte e abbattute, frantumandosi a terra.
    L’esperienza di Dio fa cessare al falso Io di esistere, di ergersi quale dio dinanzi al vero Dio. Smantellando la falsa immagine il Signore ci restituisce alla libertà dei veri figli.
             E’ questo l’inizio della trasfigurazione: quando Dio strappa via le maschere, spoglia l’io dei suoi paludamenti menzogneri, e il figlio si scopre puro, libero, vuoto, trasparente, nutrito di pace, ricolmo di ricchezza.
    E’ l’esperienza di chi, mediante l’azione della grazia, ha raggiunto la riconciliazione con se stesso, gli altri, il mondo e Dio. È la pacificazione di cui tanti santi danno la loro testimonianza (Serafino di Sarov, Francesco d’Assisi…).
    Tutte le cose riacquistano la purezza originale: sparisce ogni motivo e forma di angoscia e tristezza. Nel cuore regna la pace, la luce: l’esichia.
             La contemplazione di Dio fa sì che nella persona si avvii un processo di semplificazione  e unificazione, ad immagine di Dio che è estremamente semplice e “uno”: si diventa ciò che si contempla.
    L’unione con Dio ci fa partecipi di questi attributi divini.
    Nella semplicità e unità di vita vengono superate tutte le angosce e tutte le paure.
    Ogni timore è nella fede superato
    La sofferenza è affrontata nella speranza.
    Se per Aristotele il “tempo è misura del movimento delle cose”, nell’incontro con Dio cessa il movimento, cessa in un certo senso lo scorrere inesorabile e ansioso del tempo, si è già nella dimora luminosa della quiete ed eternità di Dio.
    La contemplazione è un assaporare in anticipo l’eternità, è un pregustare il regno.
    Una quiete ed una eternità che non sono statiche, immobili, impassibili ma permeate, vibranti, del meraviglioso dinamismo d’amore della vita trinitaria che si diffonde in ogni istante e in ogni esistente. 

     TESTI

    Gv 16,6-11
    Sal 139
    Sal 42

    sintesi di: I. Larranaga, Mostrami il tuo volto

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