• 31 mar

    Consacrazione della nostra vita a Cristo attraverso Maria

     

    Maria tu sei la Madre di Cristo,

    Madre della Comunione

    che tuo Figlio ci dà,

    come dono sempre nuovo e potente,

    che è un gusto di vita nuova.

    Attraverso di Te noi perciò

    consacriamo tutto noi stessi,

    tutte le gioie e le sofferenze che Tuo Figlio

    sceglie per noi e la nostra stessa vita,

    affinchè tu diventi la Madre della Vita,

    e Cristo doni a tutti gli uomini

    lo stesso gusto di vita nuova 

    che ha donato a noi.
    Amen

     

     

  • 30 mar

    La tua bontà Signore

     

    Piango il presente
    e detesto il passato,

    temo per il futuro
    la colpa che ho commesso:

    e nel mio orgoglio
    leggo il tuo giudizio.

    La tua bontà, Signore,

    supera la mia ingiuria:

    usala con dolcezza,

    come fa il padre col figlio:

    meno avessi peccato,

    minore sarebbe la tua grazia.

     

    Mathurin Régnier (1573-1613)

  • 27 mar

    Un mediatore necessario

    Il quarto canto del Servo: Isaia 53

     

     di p. Attilio Franco Fabris

     

    Messaggio centrale

     Nella misteriosa figura del Servo sofferente i cristiani hanno riletto la vicenda di Gesù di Nazaret. Nella passione del Servo, provocata dal peccato di tutti, il mondo trova riconciliazione e perdono: è lui infatti l’unico innocente che può giustificarci davanti a Dio. Lui l’unico mediatore di una alleanza nuova ed eterna perché sancita nel suo sangue senza colpa. A noi il prendere coscienza dell’ “alto prezzo” (1 Cor 7,23) di quest’opera d’amore.

     

    Nella sacra Scrittura il nome di “Servo di JWHW” è un titolo onorifico che viene dato a colui che YHWH chiama a collaborare in modo del tutto particolare al suo progetto di salvezza.
    L’essere “servo di JWHW” doveva essere prerogativa essenziale di Israele in mezzo a tutti gli altri popoli, ovvero chiamato ad essere destinatario e mediatore dell’alleanza donatagli non a titolo esclusivo ma perché potesse essere testimoniata e offerta a tutti gli altri popoli. Ma così non è stato a causa del peccato di Israele, ovvero dell’infedeltà all’alleanza che lo ha portato a “servire altri dei” e non l’unico suo Dio (cfr Dt 6,14).
    Nei profeti è contemplato il fatto che Dio non si arrende al suo progetto, eccolo allora tra il popolo infedele scegliersi un “piccolo resto” che avrebbe risposto positivamente alla chiamata ponendosi al servizio esclusivo di JHWH. È appunto a questo piccolo e ipotetico futuro resto fedele che sono rivolti gli oracoli del “Libro della Consolazione” del profeta Isaia (cc 40-55). In questi carmi, tra i più famosi, della Bibbia, appare la misteriosa figura di un “profeta” che Dio chiama ripetutamente “suo servo“: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato” (52,13). Questo “servo” riceverà una missione tutta particolare, unica: quella di riconciliare l’umanità intera a Dio, rinnovando l’antica alleanza: questo “ritorno” si attuerà attraverso il sacrificio della sua vita che renderà manifesto il peccato di tutti (Israele e gli altri popoli compresi), affinché tutti prendano coscienza della loro lontananza da Dio e della necessità di aderire all’alleanza di cui il “Servo” si è fatto mediatore.
    Anche noi salendo sulla carrozza dell’eunuco della regina Candace diretto a sud all’ora di mezzogiorno, ci mettiamo a leggere con lui questi testi, lasciando risuonare in noi la sua stessa domanda: “Per favore, di chi il profeta dice questo? Di sé o di un altro?“. Filippo prende allora l’occasione per annunciare la Buona Notizia di Gesù il Servo fedele (cfr At 8,34s).  Nel nuovo Testamento la figura del “Servo di YHWH” trova così la sua realizzazione in Gesù di Nazareth: egli è il “servo fedele” che rendendosi pienamente disponibile alla volontà del Padre “fino alla morte e alla morte di croce“(Fil 6,5) diviene mediatore della nuova alleanza.
    Meditiamo ora le stupende e drammatiche parole della profezia del quarto canto del Servo Sofferente: 

    Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
    A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
    È cresciuto come un virgulto davanti a lui
    e come una radice in terra arida.
    Non ha apparenza né bellezza
    per attirare i nostri sguardi,
    non splendore per provare in lui diletto.
    Disprezzato e reietto dagli uomini,
    uomo dei dolori che ben conosce il patire,
    come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
    era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.

    E’ un gruppo anonimo che inizia a parlare. Da chi è composto? Suggerirei una possibile risposta in: tutti, nessuno è escluso. Viene pronunciata, quasi ansiosamente, una domanda: “Chi…A chi?“: “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi…“. È successo qualcosa di sconcertante, di sbalorditivo, di cui a fatica si riesce a dare spiegazione.
    Ciò che è annunciato come “accaduto” non è una teoria, un’idea, bensì un fatto, anzi una persona e tutta la sua vicenda storica. La sua nascita è rappresentata con un simbolo: un piccolo arbusto insignificante che a stento cresce nel deserto. Questo servo-arbusto nel deserto è estremamente fragile e debole, la sua stessa esistenza è grazia perché non può essere generato e alimentato da una terra desolata. Egli è un’umile presenza viva in un mondo divenuto un deserto e luogo di morte a causa del peccato.
    Non ha nulla che possa attirare l’attenzione: non ha bellezza, né forza, né potere. Che valore può avere una storia così “banale” a confronto con le gloriose biografie di Sansone vincitore, di Mosè condottiero, del forte Davide, e del sapiente Salomone? Egli non possiede antenati e genealogie trionfali.
    Egli, al contrario, è disprezzato e respinto dai suoi: Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia”. Tale disprezzo fa ricordare il lebbroso messo al bando, allontanato da tutti come apportatore di morte, un castigato da Dio. Timorosi di contagiarsi tutti fuggono da lui, evitano di incontrarlo; è un tema ricorrente nei salmi di lamentazione: “Hai allontanato da me i miei compagni,mi hai reso per loro un orrore. Sono prigioniero senza scampo; si consumano i miei occhi nel patire. Tutto il giorno ti  chiamo, Signore, verso di te protendo le mie mani (Sal 87,9s; 38,13s; 38, 8ss; Lam 3,1.14). La sofferenza fisica del servo è da tutti interpretata come un castigo divino, e perciò lo si tiene lontano come un peccatore.

    Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
    si è addossato i nostri dolori
    e noi lo giudicavamo castigato,
    percosso da Dio e umiliato.
    Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
    schiacciato per le nostre iniquità.
    Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
    per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
    Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
    ognuno di noi seguiva la sua strada;
    il Signore fece ricadere su di lui
    l’iniquità di noi tutti.
    Maltrattato, si lasciò umiliare
    e non aprì la sua bocca;
    era come agnello condotto al macello,
    come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
    e non aprì la sua bocca.

    Sono gli spettatori che a questo punto confessano la loro colpa: si riconoscono responsabili del dolore arrecato al Servo. Il peccato è loro non suo, mentre all’inizio, come gli “amici” di Giobbe, hanno creduto che fosse Dio stesso a castigarlo.
    In realtà il Servo accetta di portare su di sé le conseguenze del male di tutti gli altri, e con la sua sofferenza innocente può aprire i loro occhi perché riconoscano il loro peccato. I dolori del Servo infatti dimostrano sì l’esistenza del male e del peccato, ma non del peccato di colui che soffre, bensì di coloro che gli procurano dolore e morte. Il “castigo” è nostro, il “dolore” è suo! E il suo “dolore” è salvifico perché capace di suscitare pentimento, di provocare una dolorosa rivelazione del male che abita il profondo del cuore di ciascuno di noi.
    Tutto questo rientra in un preciso disegno: “il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”. Questa sarà un’espressione frequentemente usata nel kerygma cristiano per designare la consegna del Figlio da parte del Padre all’umanità peccatrice (“Mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà» Mt17,22s; Gv 18,30.35; At. 3,13).
    Il silenzio del Servo è emblematico: di solito un uomo in preda alla sofferenza urla la sua disperazione e la propria rabbia. Nel libro di Giobbe e nei salmi l’uomo che soffre “grida, invoca, geme…”. Il Servo invece tace “come un agnello“; egli affida la sua causa interamente a Dio, e il suo silenzio nel medesimo tempo diviene messaggio profetico di un amore che senza limiti si mette nelle mani dei suoi persecutori. 

    Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
    chi si affligge per la sua sorte?
    Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
    per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
    Gli si diede sepoltura con gli empi,
    con il ricco fu il suo tumulo,
    sebbene non avesse commesso violenza
    né vi fosse inganno nella sua bocca.
    Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
    Quando offrirà se stesso in espiazione,
    vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
    si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
    Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce
    e si sazierà della sua conoscenza; 

    Viene riconosciuto da parte di tutti che nei confronti del Servo vi è stato un giudizio errato e applicata una condanna tremendamente ingiusta (con oppressione). Di fronte a tale condanna ingiusta il servo non si è difeso, non ha invocato il castigo e il giudizio da parte di Dio (come invece fece Geremia: 17,18). Non ha reagito al male con il male, alla violenza con la violenza: egli ha spezzato una volta per tutte la catena del male che lo circondava, caricando tutto l’enorme peso del peccato del mondo su di sé. Un giorno, sulle rive del Giordano, il profeta Giovanni Battista indicherà ai suoi Gesù di Nazaret definendolo “l’Agnello-Servo  di Dio che porta su di sé il peccato del mondo” (Gv 1,29)!
    Egli è stato alla fine “eliminato“: il male non sopporta il bene, le tenebre non sopportano la luce. Nella battaglia sembra che male e tenebre abbiano il sopravvento. Così l’esistenza del Servo sembra terminare in una tragitta sconfitta. La sepoltura ignominiosa sigilla tutta una vita abbeverata di dolore e disprezzo: egli finisce nella fossa comune dei giustiziati a morte (“sepoltura con gli empi” 14,19).
    Dopo la sua morte viene riconosciuta la sua innocenza: ma non è ormai troppo tardi? Il crimine è stato ormai commesso.
    Ma la morte non è lo sbocco tragico e definitivo verso cui la vita del Servo è ormai irrimediabilmente sprofondata. Anzi, proprio la sua morte ignominiosa, apre ad un mistero di vita inaspettato: il germoglio che si credeva ormai estinto continua a crescere a fiorire.
    Al giusto e fedele Servo viene dato di contemplare nuovamente la luce (cfr Sal 36,10), si sazia nella dolcezza della gloria che gli è attribuita che è il “conoscere”  Dio (“la vita eterna  è conoscere te”: Gv 17,3).

    il giusto mio servo giustificherà molti,
    egli si addosserà la loro iniquità.
    Perciò io gli darò in premio le moltitudini,
    dei potenti egli farà bottino,
    perché ha consegnato se stesso alla morte
    ed è stato annoverato fra gli empi,
    mentre egli portava il peccato di molti
    e intercedeva per i peccatori. 

    Nel finale del carme entra in scena Do stesso; è lui a pronunciare un giudizio definitivo sulla vicenda del Servo. Ciò che gli uomini hanno considerato un fallimento per YHWH risulta invece una straordinaria vittoria. Una vittoria che, scandalosamente, passa attraverso il sacrificio della vita stessa del Servo: “offrirà se stesso in espiazione“. Vi è qui un forte riferimento al sacrificio liturgico dell’agnello offerto per i peccati commessi da tutto il popolo (cfr Lv 4-5). La morte del Servo possiede un risvolto sacrificale espiatorio: rappresenta un sacrificio perfetto offerto in espiazione dei peccati, proprio perché vittima innocente dell’odio, dell’ingiustizia, della violenza che abitano il cuore dell’uomo essa può liberarne tutti noi suoi persecutori: “giustificherà molti“. Egli sarà in grado di condividere con tutti noi la sua innocenza realizzando così tutte le promesse fatte da Dio (Is 40,14; Rm 3,26).
    Il canto termina con le note della glorificazione del Servo, al quale è data da Dio la signoria su tutti i regni e i popoli della terra: “Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino”. Il Servo appare ora come Signore e Giudice della storia dinanzi al quale ogni creatura può solo prostrarsi in adorazione:E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.  Cantavano un canto nuovo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangueuomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione»” (Ap 5,8-10).
    La figura del Servo sofferente per noi ha un nome: Gesù. Gli evangelisti rileggendo le profezie di Isaia hanno potuto comprendere e rileggere il mistero della passione, morte e resurrezione del Crocifisso risorto. Solo attraverso di lui vi è perdono, riconciliazione, con Dio, nel suo sangue è stipulata quella nuova e perfetta alleanza che nulla potrà mai distruggere perché fondata su di lui unico servo fedele e obbediente nel quale tutti siamo riscattati. 

    Per la riflessione

     Nella vicenda del Servo sofferente siamo posti dinanzi ad una tragica rivelazione: quella del male che abita il cuore di ciascuno di noi. La croce di Gesù è infatti rivelazione del peccato che ci abita, delle resistenze e del rifiuto alla luce e alla verità, male irrimediabile che determinerebbe solo la nostra condanna. Ma Dio non arretra: paga tutte le conseguenze del nostro rifiuto caricandole, nel Servo-Gesù-suo Figlio, sulle sue stesse spalle, e questo perché l’uomo alla fine si arrenda all’offerta di alleanza e di amicizia che nell’umiltà sconcertante e nel silenzio enigmatico del Servo sofferente egli fa all’uomo.

     Preghiera conclusiva

    Fil 2,5-11

     P.         Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, 

    1 C.     il quale, pur essendo di natura divina,
    non considerò un tesoro geloso
    la sua uguaglianza con Dio;

    2 C.     ma spogliò se stesso,
    assumendo la condizione di servo
    e divenendo simile agli uomini;

    1 C.     apparso in forma umana,
    umiliò se stesso
    facendosi obbediente fino alla morte
    e alla morte di croce.

    1 C      Per questo Dio l’ha esaltato
    e gli ha dato il nome
    che è al di sopra di ogni altro nome; 

    2 C.     perché nel nome di Gesù
    ogni ginocchio si pieghi
    nei cieli, sulla terra e sotto terra; 

    1 C.     e ogni lingua proclami
    che Gesù Cristo è il Signore,
    a gloria di Dio Padre.

  • 27 mar

    Maestro dove abiti?

    Lectio di Gv 1,35-42

     

     di p. Attilio Franco Fabris

     

    La sequela di Cristo non si improvvisa mai, perché è sempre il frutto di un paziente cammino di conformazione a lui. È frutto di un incontro che nasce dalla fame dell’uomo di una parola “sostanziale” e “sapienziale” che dia finalmente gusto e significato alla sua vita, alla sua gioia, al suo dolore e alla sua morte. È frutto di una ricerca che sfocia nello stupore di una risposta che gli giunge come dono dall’esterno, come il pane e l’acqua che Elia si trovò accanto al suo risveglio nel suo disperato pellegrinaggio al monte di Dio.
    È un incontro possibile perché desiderato e programmato anzitutto da Dio stesso che “ama tutto ciò che ha creato“. Nella rivelazione biblica si narra di come Dio ha risposto, a partire da Abramo, al bisogno dell’uomo di una casa, di un paese, dove “abitare” con lui: “a tutti sei venuto incontro perché coloro che ti cercano ti possano trovare” (Preghiera Eucaristica III).
    L’incontro con Cristo, nel nuovo testamento, segna per chi lo incrocia sulla strada questa scoperta contrassegnata dallo “stupore e dalla gioia di una salvezza ritrovata” (Preghiera eucaristica III). Esso incide nel cuore di coloro che se ne lasciano toccare una svolta indelebile che si incarna nella memoria di tutto il loro essere: “erano circa le quattro del pomeriggio“. Finalmente l’uomo ha trovato “casa” e di che soddisfare la sua sete: “Chi ha sete venga a me e beva, chiunque crede in me fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno“.
    Invochiamo il dono della sapienza perché, attraverso l’ascolto della Parola, susciti in noi la stessa sete dei primi discepoli: “La Sapienza grida per le strade, nelle piazze fa udire la voce; dall’alto delle mura essa chiama, pronunzia i suoi detti alle porte della città: «Fino a quando, o inesperti, amerete l’inesperienza e i beffardi si compiaceranno delle loro beffe e gli sciocchi avranno in odio la scienza? Volgetevi alle mie esortazioni: ecco, io effonderò il mio spirito su di voi e vi manifesterò le mie parole. Poiché vi ho chiamato e avete rifiutato, ho steso la mano e nessuno ci ha fatto attenzione; avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto; anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura, quando come una tempesta vi piomberà addosso il terrore, quando la disgrazia vi raggiungerà come un uragano, quando vi colpirà l’angoscia e la tribolazione. Allora mi invocheranno, ma io non risponderò, mi cercheranno, ma non mi troveranno” (Proverbi 1,20-25).

    Lectio

    Nel brano ascoltato abbiamo sentito narrare la chiamata, da parte di Gesù, dei primi tre discepoli: di Andrea e dell’”altro discepolo” (si tratta di quello che verrà definito come “il discepolo che Gesù amava”? Si tratta forse di Giovanni? Cf 21,20), e infine di Pietro condotto dal fratello Andrea a colui che subito egli definito come: “Il Messia”. Nel brano successivo verrà narrata la chiamata di Filippo e infine di Natanaele (vv.43-51).
    L’evangelista, in questo secondo capitolo, scandisce il susseguirsi degli avvenimenti riguardanti la testimonianza del Battista e la chiamata dei discepoli in tre giornate (cfr “Il giorno dopo“: v. 29.35.43). L’episodio della chiamata dei primi tre si colloca precisamente al “secondo giorno“, dopo la solenne testimonianza del Battista nei confronti di Gesù presentato come l’ “Agnello di Dio” (v.29).
    Ora Giovanni il Battista aveva al suo seguito una schiera di discepoli che avevano aderito alla sua predicazione tutta improntata sulla necessità della conversione in vista del prossimo avvento del Regno di Dio nella persona del Messia atteso: “Viene uno dopo di me al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio del sandalo” (v. 27). Tra questi suoi discepoli si collocano i futuri primi discepoli di Gesù di Nazaret.
    La scena dell’incontro di Gesù con il Battista e con i primi tre discepoli avviene “al di là del Giordano” (vv 28.35): siamo probabilmente nei presso Betania della Trangiordania dove il battezzatore svolgeva generalmente la sua missione profetica.  È impossibile districarsi cercando di trovare delle concordanze tra il racconto della chiamata fatto dal quarto evangelista e i tre sinottici. Questi ultimi infatti collocano la chiamata dei primi discepoli sulle rive del lago di Tiberiade presentandoli come semplici pescatori e non come discepoli del Battista (cf Mc 1,16-20; c’è tuttavia da menzionare il fatto che in Atti 1,21 Luca ribadirà che gli apostoli per essere tali devono essere stati testimoni di Cristo a partire proprio “dal battesimo di Giovanni“). Tutte queste divergenze non ci inquietano ma stanno ad indicare che in tutti questi testi di vocazione l’intento degli scrittori è prevalentemente teologico e cristologico.
    In questo “secondo giorno”, dopo che Giovanni il Battista aveva già indicato a Israele Gesù come: “L’agnello di Dio… ecco colui del quale io dissi” (v. 29s),  il battezzatore indica Gesù negli stessi termini direttamente ai suoi (v. 36).
    Il ruolo che assume Giovanni in questo capitolo è fondamentale: infatti l’incontro con Gesù da parte dei primi due discepoli è mediato da lui che qui chiaramente appare nella sua qualità di testimone. Egli fà da ponte tra le due economie della salvezza e fa’ si che si passi dalla profezia al vederne con i propri occhi il suo compimento.
    Nel nostro testo lo sguardo del Battista è attratto subito dal nazareno: “fissando lo sguardo su Gesù” (v. 36). Il verbo usato indica uno sguardo intenso e penetrante (“emblèpas“) capace di andare al di là del semplice “vedere”. Giovanni ci viene presentato fermo sulle rive del fiume: “stava là” (v. 35), una situazione dissimile da quella di Gesù che invece ci viene presentato in cammino: “passava“. La missione di Gesù è un costante camminare “verso” Gerusalemme. Ormai l’antica alleanza ha concluso il suo lungo percorso di preparazione, ha raggiunto la sua meta fermandosi, ha condotto l’uomo alla soglia dell’incontro a tu per tu con Dio.
    A Giovanni allora non resta, con grande umiltà e verità, che ribadire questa sua testimonianza ai suoi discepoli: “Ecco l’agnello di Dio” (v. 35). È splendida questa testimonianza del Battista che riconoscendo il suo ruolo di ponte, di “voce della Parola” (sant’Agostino), si fa da parte: egli non è geloso, anzi spinge i suoi ad andare oltre la sua persona: Egli deve crescere e io invece diminuire” (3,30). I discepoli “sentendolo parlare così seguirono Gesù” (v. 37): il verbo “parlarelaluntòs” è espressione che implica una rivelazione. Questa rivelazione smuove i due discepoli a lasciare il loro primo maestro. “Seguirono“: il verbo “èkoluthesan” è quello specifico per indicare il discepolato.
    La reazione da parte di Gesù nei confronti dei due che iniziano a seguirlo si risolve in una domanda semplice, ma come ogni parola estremamente semplice è capace di andare all’essenziale, al cuore della realtà: “Che cercate?” (v. 38). Se l’iniziativa della sequela sembra apparentemente appartenere ai due discepoli, il fatto che sia Gesù per primo a rivolgere loro la parola sta ad indicare come sia lui in verità il protagonista della chiamata. Gesù stesso lo ricorderà: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (15,16). Venendo al vero usato “cercare – thètein” nella sacra Scrittura lo troviamo usato con accezioni vastissime: la sua radice aramaica significa sia “cercare” come “volere”. In questo caso l’equivalente della domanda posta da Gesù è: “Che cosa volete?”. In ogni caso nella Scrittura l’invito rivolto all’uomo che teme Dio è di “cercare” il “volto di Dio”, o in altre parole il dono della Sapienza (Pr 8-9). Sembrerebbe dunque che l’evangelista ponga qui un sottile, benché fortissimo, rapporto tra Gesù quale “icona di Dio” (Col 1,15) e la Sapienza veterotestamentaria.
    Alla domanda: “Che cercate?” i due discepoli rispondono anzitutto con l’appellattivo di “Rabbi” (v. 38). Si tratta di un titolo onorifico che originariamente in aramaico stava a significare “Mio grande signore” (da “rab” = grande). La traduzione data dall’evangelista non è dunque fedele a livello letterario, tuttavia è un titolo che gli è molto caro: lo usa ben otto volte ma solo nella prima parte del vangelo quella denominata “Libro dei Segni”. Nella seconda parte (il “Libro della Gloria”) il titolo dato a Gesù sarà più esplicitamente di fede: “Kyrios – Signore“. Vi è una perciò espressa una crescita di comprensione da parte dei discepoli (cfr 13,13-14) nei confronti di colui che seguono.  Chiamandolo “rabbi” i due riconoscono ed esplicitano la loro attesa di una parola salvifica che intravedono possibile sulla labbra di Cristo, e che neppure Giovanni ha potuto loro donare. Ma se Gesù può offrire loro un tale definitivo “insegnamento” da questa sua parola non può non scaturire la sequela! �
    I discepoli domandano: “Dove abiti (méneis)?” (v.38). Non è solo una curiosità geografica. La domanda sottindente tutta la ricerca da parte dell’uomo, angosciato dalla sua finitudine, di trovare ciò che è “eterno” fissandovi la sua dimora.
    La risposta di Gesù è quasi lapidaria: “Venite e vedrete” (v. 39). Nel quarto vangelo i verbi “venire” e “vedere” sono espressioni tecniche per indicare la chiamata e l’azione del discepolo: questi deve andare a Gesù e vedere, ossia aprirsi alla sua rivelazione. È Gesù che invita ad andare a lui e si va a lui al fine di poter “vedere” ovvero accostarsi alla sua esperienza (cfr 1Gv 1,1-5).
    I due “andarono… e restarono (“émeinan”) con lui“: è il caso di sottolineare l’insistenza tipica di Giovanni del verbo “ménein – rimanere, restare, abitare…“. Esso sta a significare una strettissima comunione di vita che è riflesso di quella che sussiste anzitutto tra il Figlio e il Padre e che viene estesa, partecipata, a tutti coloro che credono in lui. Per il discepolo si tratta di un “permanere-restare” che scaturisce anzitutto da un ascolto costante della Parola: “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete (méinete) fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli” (8,31).
    A questo punto troviamo una precisazione che un po’ stupisce: “Era circa l’ora decima“, ovvero circa le quattro pomeridiane. Come mai questa precisazione cronologica? Essa sembra essere posta al fine di sottolineare che quel momento è indelebile nella memoria perché ha segnato una svolta nella vita dei discepoli. Altri esegeti la interpretano invece in modo simbolico: dieci sta a dire la pienezza del tempo ormai giunto. Per altri starebbe a significare l’ora del tramonto, con riferimento all’antica alleanza rappresentata dal Battista che prelude al giorno nuovo.
    Giungiamo così all’ultimo passaggio (vv.40-42): Andrea si reca dal fratello Simon Pietro per annunciargli lo straordinario incontro avvenuto con Gesù. Le parole di Andrea al fratello sono già un chiaro indizio di fede: “Abbiamo trovato il Messia“. Se prima era solo un “rabbi”, dopo “lo stare” con lui egli è ora il “messia“. Vi è una crescita di fede che deriva dal fatto di “abitare” con Cristo, ovvero di conoscerlo sempre più profondamente. Per il quarto evangelista è dunque Andrea che riconosce per primo in Gesù il Messia e non Pietro come nei sinottici (cf Mc 8,31).
    Tu sei Simone, figlio di Giovanni; tu ti chiamerai Cefa“: queste sono le prime parole indirizzate da Gesù a Simone. Simone viene definito “figlio di Giovanni” in relazione forse al fatto dell’essere anch’egli discepolo del Battista? Alcuni esegeti lo sostengono. Poi Gesù compie un gesto di grande autorità cambiandogli il nome: “Ti chiamerai Cefa”. Nella tradizione biblica un nome nuovo sta a dire un mandato da assumere, un cambiamento nella vita e nel destino di una persona. Ma in questo caso più che un nome si tratta di un soprannome che può stare ad indicare l’essere duro come una pietra sia in senso amichevolmente ironico: “Simone Testadura” ovvero colui che difficilmente si sposta dalle sue idee, oppure in senso più spirituale: “solido come una roccia” (cf Mt 16,17s) in riferimento al mandato che Pietro dovrà assumere di “pascere il gregge” di Cristo con la sicurezza dettata dall’amore (21,15). 

    Collactio

     Le prime parola di Gesù sono una domanda che rivolge al futuro discepolo: “Che cercate?“. Nella “Regula Benedicti” l’abate al postulante pone la stessa domanda. Nel Battesimo avviene la medesima cosa: “Cosa chiedi?”. La domanda di Gesù non è una banale richiesta o curiosità al fine di sapere il motivo per cui i due gli stanno andando dietro. Si tratta invece di un interrogativo tutto teso a far emergere il bisogno fondamentale che soggiace alla coscienza di ogni uomo e che lo pone in cammino, in ricerca: è in definitiva far emergere il suo bisogno di salvezza. Se l’uomo avverte un bisogno di salvezza, al discepolo Gesù propone la sua sequela. Ai due decidere se “andare dietro” a Gesù per trovare risposta: “sentendolo parlare così, seguirono Gesù“.
    Alla luce di questo comprendiamo come il discepolo non è anzitutto chiamato ad “imitare” Gesù ma a seguirlo. Questo perché appaia chiaramente che l’opera della salvezza, la risposta al bisogno dell’uomo, è tutta sua e non nostra. Forse in una certa visione ascetica passata si insisteva troppo sul tema dell’ “imitazione”: questo però poteva far incorrere in un rischio molto pericoloso, quello dell’intendere la “sequela” in termini prettamente moralistici. Il tema dell’imitazione correva sull’onda di una sorta di competizione più che con il Signore con l’ideale di noi stessi; l’accento in questo caso era posto sulla scia di quello che noi dovevamo compiere per essere salvati più che sull’ascolto della sua Parola che salva. Gesù per il discepolo non deve essere tanto il modello da imitare quanto la persona con cui condividere l’esperienza di comunione di vita: solo così la sequela non si pone sulla scia della perfezione da seguire ma dell’”abitare con lui” che sta alla nostra porta e bussa!
    Il discepolo evidentemente cammina verso una sempre maggiore conformazione al suo Maestro e Signore, ma ciò che attua tale conformazione non è anzitutto il suo sforzo morale ma la docilità all’opera dello Spirito che Gesù stesso dona. E tale conformazione-sequela raggiungerà la sua completezza solo al di là della nostra esistenza quando “Dio sarà tutto in tutti“. Solo allora il discepolo avrà “seguito” Cristo non solo sino al Calvario ma anche nella sua resurrezione che lo conformerà pienamente a sé.
    Tutto questo esige tempo: la sequela non è opera di un giorno, di una decisione presa il giorno del battesimo o della professione. Essa non si improvvisa mai, ma domanda la pazienza del cammino quotidiano con tutte le sue fatiche, incertezze, cadute , entusiasmi. Ma è un cammino nel quale siamo educati dalla Parola, cesellati, il più delle volte dalle contraddizioni e sofferenze, ad immagine del nostro Maestro.
    In questo senso l’essere discepoli esige una conversione costante. Seguire Cristo, accogliere il suo invito: “Venite!” implica una decisione che struttura e qualifica fin nella radice più profonda l’esistenza del discepolo e della comunità. Ma in che consiste questa “metanoia”? Essenzialmente nel “rimettersi dietro” a Cristo ogni giorno, in ogni nostra concreta situazione di vita, domandandosi: cosa significa per me seguire Cristo qui e in questo momento? Infatti la tentazione sarà sempre quella di piegare, “sciogliere”, Cristo affinché sia lui a seguire noi e non noi lui. Pietro “Testadura” insegna (cfr Mt 16,23)!
    Questa conversione continua esige perciò una stabile e “rocciosa” fedeltà a Cristo ma nello stesso tempo una grande duttilità e creatività nell’incarnare tale fedeltà. Non si tratta di “eseguire” ma di… seguire! Purtroppo spesso ci accontentiamo più facilmente e comodamente di “eseguire” una sequela che non scombussola poi più di tanto la vita. Perché questo non avvenga è imprescindibile una sintonia, una comunione con Cristo: è ossia essenziale per il discepolo l’ “abitare con lui”, perché “nel rapporto con Dio, non ci si può impegnare fino ad un certo grado, perché Dio è proprio l’esatto contrario di quel che esiste in certo grado” (Kierkegaard, Diari).
    In quest’ottica comprendiamo come la sequela dell’unico Maestro non è identica per tutti. Essa è diversa per ciascuno, diversa nelle epoche, diversa nelle varie situazioni. Annalena Tonelli, uccisa in Somalia nell’ottobre 2003, lasciava ad esempio scritto: “Scelsi di essere per gli altri che ero una bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: lui e i poveri  in Lui”.  La nostra sequela deve essere perciò riesaminata e riaccolta ogni giorno, alla luce di quanto la Parola suscita in noi, soprattutto nei momenti più difficili della vita, nelle svolte decisive e spesso dolorose che si affacciano sulla nostra storia personale, comunitaria, ecclesiale. Questo atteggiamento è essenziale per vincere la più grande tentazione del discepolo che è la “riduttività“. Nella sequela persiste sempre il pericolo per il discepolo di falsare, frantumare, “sciogliere Gesù Cristo” (1Gv 1,42 vulg.) ovvero ridurlo a schemi precostituiti soggettivi e riduttivi. Scrive D. Bonhoeffer a tal proposito: “Il discepolo si mette a disposizione e quindi ha il diritto di porre le sue condizioni. Ma è anche chiaro che a questo punto la sequela cessa di essere sequela” (da “Sequela”). In questa tentazione vi si cade quando il singolo o l’istituzione si fossilizzano in concretizzazioni ormai superate: quando si vive di memoria stantia preoccupata più di conservare che di ascoltare ciò che “lo Spirito dice alle Chiese”, cessa la sequela quando cessa d’essere profezia che guarda in avanti nella direzione del Regno.
    Allora nel discorso sulla sequela non si insisterà mai a sufficienza sul fatto che il discepolo e la comunità devono costantemente vivere in un sano” strabismo” ovvero dal saper tenere attenti gli orecchi e lo sguardo, come i due discepoli, su due realtà contemporaneamente: la Parola e la storia. Solo così non ci si accontenterà solo di sopravvivere di glorie passate, fossero pure quelle gloriose e sante delle proprie origini o dei fondatori. Quelle pagine devono essere “riscritte costantemente” (come ci ricordava Giovanni Paolo II nell’esortazione “Vita Consacrata”). Questo significa accogliere “Gesù Maestro e Signore nella pienezza del suo mistero e questa non è opera di un giorno nella consapevolezza che non si dà autentica sequela senza l’amore per chi si segue. 

    Oratio

     O Signore, tu ci comandi di seguirti non perché tu abbia bisogno del nostro servizio, ma soltanto per procurare a noi la salvezza. Infatti seguir te, nostro Salvatore, è partecipare alla salvezza, e seguire la tua luce è percepire la luce… Il nostro servizio non apporta nulla a te, perché tu non hai bisogno del servizio degli uomini: ma a coloro che ti servono e ti seguono, tu doni la vita, l’incorruttibilità e la gloria eterna… Se tu ricerchi il servizio degli uomini è per poter accordare, tu che sei buono e misericordioso, i tuoi benefici a coloro che perseverano nel tuo servizio. Perché, come tu, o Signore, non hai bisogno di nulla, così noi abbiamo bisogno della comunione con te; infatti la nostra gloria è di perseverare e rimanere saldi nel tuo servizio. Amen (Sant’Ireneo, vescovo di Lione del IV sec, da “Contro le eresie” IV).

  • 27 mar

    Ricevimi, Signore

     

    Sono davanti alle porte della tua Chiesa
    e non mi libero dai cattivi pensieri.

    Ma tu, o Cristo,

    che hai giustificato il pubblicano
    che hai avuto compassione della Cananea,

    e hai aperto al ladrone le porte del paradiso,

    aprimi il tesoro della tua bontÃ
    e poiché mi avvicino e ti tocco,

    accoglimi come la peccatrice
    e l’inferma che hai guarito.

    Questa, che ha toccato il lembo del tuo vestito,

    riebbe la salute;

    e quella, che ha abbracciato

    i tuoi piedi incontaminati,

    ottenne il perdono dei peccati.

     

    San Giovanni Damasceno

  • 26 mar

    Custodire la Parola

    Lectio di Lc 2,19.51

     

     di p. Attilio Franco Fabris

     

    Custodiamo lungo l’arco della vita ciò che riteniamo più prezioso e indispensabile alla nostra vita. Infatti non custodiamo le cose superflue, quelle inutili o il ciarpame che si accumula nei cassetti e di cui ci sbarazziamo senza fatica né dolore ogni tanto. Ma ci sono “cose” dalle quali non vogliamo staccarci, che vogliamo “custodire” ad ogni costo. Per Gollum – uno degli indimenticabili protagonisti del romanzo tolkiano “Il Signore degli Anelli” – il suo prezioso “tessoro” (così morbosamente lo chiamava) era purtroppo l’ultimo anello che lo faceva schiavo del suo delirio di onnipotenza. Rischiamo anche noi, come Gollum, di attaccarci a cose, persone, situazioni, sbagliate e di volerle “custodire” come indispensabili alla vita, come portatrici di promesse illusorie di felicità.
    Ecco la necessità di continuare a domandare alla nostra coscienza: ma cosa sto custodendo nella mia vita? Cosa stiamo custodendo come tesoro prezioso nella mia comunità, nella mia famiglia? Cosa ritengo essenziale salvaguardare e proteggere come il mio inseparabile bene e mia fonte di speranza?
    Perché, è vero: “dove è il tuo tesoro lì sarà anche il tuo cuore” (Lc 12,34),  ovvero dove è inclinato il nostro cuore, lì pensiamo e desideriamo appagare il nostro desiderio di pienezza di vita.
    Per il credente il “tesoro prezioso” non è l’anello che promette potere e successo ma il dono della fede, ovvero dell’amicizia con Cristo. Questa nasce e cresce dall’assiduità dell’ascolto della sua Parola in cui crediamo risieda il germe della vita: “Sii buono con il tuo servo e avrò vita, custodirò la tua parola“(Sal 118,17); “Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6).
    Da ciò scaturisce che il cristiano dovrebbe custodire gelosamente la Parola del Signore come l’energia nascosta ed inesauribile della fede dalla quale attingiamo la “sublime conoscenza del mistero di Cristo“:Figlio mio, se tu accoglierai le mie parole e custodirai in te i miei precetti, tendendo il tuo orecchio alla sapienza, inclinando il tuo cuore alla prudenza,  se appunto invocherai l’intelligenza e chiamerai la saggezza, se la ricercherai come l’argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio” (Pr 2,1-5). Tutto il resto, usando l’espressione di Paolo apostolo, egli “considera come spazzatura” (cfr Fil 3,8) indegna d’essere conservata.
    Domandiamo allo Spirito il dono del discernimento al fine di imparare a riconoscere e custodire la nostra vera ricchezza per poterla poi testimoniare e comunicare al mondo intero.
    Lo Spirito Santo effettuerà in me una continua incarnazione del verbo: io posso dare al Verbo un cuore umano per amare ancora nel tempo i fratelli e il Padre, gli posso dare le mie membra e il mio spirito perché vi compia “ciò che manca alla passione per il Corpo di Lui che è la Chiesa”. Lasciar vivere Gesù in me: lui la mia umiltà, la mia purezza, la mia carità, la mia pazienza, la mia forza, la mia amabilità. Sparire per lasciar regnare lui; non devo imitare Gesù ma rimanere io; devo sparire e lasciar vivere lui divenire il mio io, le specie trasparenti che nascondono Cristo” (Maria Gubbi)

    Lectio

    Uno dei termini usati nell’antico e nel nuovo testamento per indicare l’azione del “custodire” è “shamar” (in greco: terein) che in senso traslato viene a esprimere la premura con cui l’uomo custodisce non solo delle cose bensì anche un comando, una parola, una tradizione. Il verbo ribadisce l’idea del “proteggere-sorvegliare con premura” (Gv 2,10; 2Pt 2,4; 1Ts 5,23…) da cui scaturisce quella dell’ “osservare-obbedire- rimanere saldi” (ad esempio è frequente l’espressione “custodire i comandamenti“: cfr 1Sam 15,11; Pro 13,3; 19,16; Gc 2,10; Gv 9,16; 14,15.21; Ap 2,26…).
    E’ dunque significativo che questo termine, usato anche nei due versetti di Luca che commentiamo, abbracci non solo l’idea del “conservare-custodire” ma anche quello dell’”obbedire-osservare-mettere in pratica“. In effetti colui che custodisce gelosamente una parola nel suo cuore inevitabilmente fa sì che questa parola impregni tutta la sua vita così che anche il suo agire ne è determinato: “Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza” (Lc 8,15).
    Veniamo allora ai due brevissimi testi proposti alla nostra meditazione. Sono entrambi tratti dal secondo capitolo di Luca dove l’evangelista narra gli avvenimenti della nascita di Cristo.
    Il primo testo è il vers. 19 conclusivo all’episodio dell’annunciazione ai pastori e del loro andare a contemplare ciò che è stato loro detto. I pastori sono presi dallo “stupore-spavento” (v.9) dinanzi al realizzarsi della promessa di Dio fatta a Davide. Ma questo stupore non è che una fase iniziale del cammino di ascolto della parola. Ad esso deve seguire l’approfondimento e l’interiorizzazione della Parola.
    Ecco allora che Luca sposta l’attenzione dell’ascoltatore invitandolo a centrare la sua attenzione su Maria.
    Essa viene presentata come colei che  non solo “custodisce” parole e fatti – fosse anche solo per tramandarli successivamente – ma soprattutto cerca di coglierne il senso, il filo conduttore, capace di dispiegargli passo passo il progetto di Dio. È questo il significato della forma verbale usata: sun-terein(lett. custodire insieme).  Questo impegno a una custodia delle parole-fatti (nelle lingue semitiche il termine “parola” indica anche il “fatto”!) tutta tesa a coglierne il trama nascosta è il processo caratteristico di una fede che desidera crescere e progredire nella comprensione del mistero. Questo sforzo interiore di Maria è ancora sottolineato da Luca attraverso un verbo molto caratteristico:  “symballein” che letteralmente significa “riunire-mettere insieme-ravvicinare le parti-mettere a confronto“. Nella tradizione cristiana questo processo sarà poi espresso con la parola “meditare“.
    Luca ci vuole presentare Maria – modello del discepolo – che impiega tutte le sue energie (“nel suo cuore“) nel “custodire nel cuore” una continua meditazione degli eventi e delle parole di un mistero che di certo la superano ma nel quale è chiamata ad entrare attivamente e sempre maggiormente. Così Maria fin dall’inizio viene formata ad una fede che è destinata a crescere attraverso un progressivo cammino di interiorizzazione e comprensione. Luca riporterà la frase di Gesù che elogia indirettamente questo fondamentale e prioritario impegno di ogni discepolo: “Ma Gesù rispose: «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»” (Lc 8,21).
    Nel nostro versetto il “custodire” la Parola assume la valenza del progredire nella sua comprensione attraverso un costante esercizio di meditazione al fine di porsi in sintonia col disegno di Dio.
    Ma veniamo al secondo testo. E’ il vers. 51 che conclude il cosiddetto “vangelo dell’infanzia”. Siamo infatti al termine dell’episodio tragico della perdita e del ritrovamento di Gesù nel Tempio.
    Seduto fra i maestri della Legge Gesù ha manifestato ai suoi la sua missione e ha rivendicato la sua figliolanza e quindi dipendenza unicamente dal “Padre suo” (v. 49). Il vangelo riporta che queste parole di Gesù non sono comprese né da Maria tanto meno da Giuseppe (“Ma essi non compresero le sue parole” v. 50).  Il mistero non può essere totalmente e immediatamente compreso!
    Dopo questo momento di tensione la scena è riportata nell’atmosfera familiare della quotidianità della vita di Nazaret. Una esistenza semplice in cui il figlio è chiamato ad osservare il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre” (Dt 5,16).
    Il contrasto con la scena precedente del contrasto con i genitori è appositamente stridente: se prima Gesù rivendica la sua autonomia e indipendenza dalla famiglia umana in quanto relazionato essenzialmente con Dio ora egli ci è presentato “sottomesso” ai suoi genitori terreni.
    A questo punto l’evangelista fa ancora emergere la figura di Maria quale immagine  del discepolo che è chiamato a “custodire” conservandola nel tempo la Parola.
    Se nel vers. 19 Maria veniva presentata tutta intenta a collegare e scoprire il filo conduttore capace di dare senso agli avvenimenti, qui ella ci viene presentata come discepola che “custodisce attraverso il tempo” (è l’etimologia di “dia-terein“) quelle “parole-fatti” al fine di approfondirle, comprenderle sempre più. Sono seme destinato a crescere e a fruttificare lungo l’arco dell’esistenza.
    Luca dunque all’interno del secondo capitolo per ben due volte sottolinea la figura di Maria come discepola che “custodisce costantemente, collega e confronta lungo l’arco della sua esistenza” quelle parole e avvenimenti che danno senso alla sua esistenza e vocazione. Ella ne ha bisogno per accogliere quel Figlio che rimane sempre per lei sempre un mistero che non le appartiene.
    L’intento dell’evangelista è probabilmente quello di suggerire alla comunità quale debba essere la pedagogia con cui accompagnare i chiamati alla fede: il catecumeno non comprende tutto e subito; ha bisogno di tempo, ha bisogno di confrontare e collegare costantemente, interiorizzare la Parola di Dio con la vita al fine di scoprirvi il disegno di Dio. Solo in questa esercizio di “custodia” del mistero si attiva la fede.
    Da questo momento Maria scompare dalla scena: ella fa ormai posto ai discepoli tra i quali si pone anche lei. Discepoli che sono chiamati a ripercorrere l’esperienza di Maria per diventare a loro volta capaci di generare nella vita il Verbo ascoltato e custodito nel cuore. 

    Collatio

     L’uomo prende nella custodia del suo cuore, della mente e della volontà ciò che ritiene prezioso per la sua vita, ciò che considera un valore. Si custodisce solo ciò che si ritiene importante per la propria vita. L’imprenditore custodisce gelosamente i suoi contratti e i suoi lavori, l’affarista i suoi blocchetti d’assegni, l’anziano i suoi lontani ricordi, il bambino i suoi giochi preferiti, la sposa l’amore per il suo sposo. Noi che ci definiamo credenti – e consacrati – cosa custodiamo gelosamente nel nostro cuore come tesoro inseparabile?
    La risposta è importante perché ciò che custodisco nel cuore, ovvero al centro della mia vita, mi impegna totalmente: il tempo, le energie, l’attenzione:  “che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore” (Sal 39,9).
    Rischiamo sempre di custodire cose sbagliate, di rincorrere chimere, di sprecare energie inutilmente e allora il dono della sapienza è necessario per imparare a discernere l’oro dalla sabbia:  “Dammi la sapienza…che conosce le tue opere, che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi e ciò che è conforme ai tuoi decreti” (Sap 9,9). “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,2).
    Ma perché custodire la Parola del Signore nel cuore?
    Nel salmo 118 preghiamo dicendo: “La legge della tua bocca mi è preziosa più di mille pezzi d’oro e d’argento” (v. 4). Per il salmista la Parola di Dio è un tesoro inestimabile, e un tale tesoro del valore più grande di mille lingotti d’oro va custodisco ad ogni costo: “Io custodisco i tuoi insegnamenti e li amo sopra ogni cosa” (Sal 118,167).
    La parola è preziosa perché è il seme della fede che è la fonte della speranza e della vita: “Egli mi istruiva dicendomi: «Il tuo cuore ritenga le mie parole; custodisci i miei precetti e vivrai” (Prov. 4,4). Infatti la fede senza l’ascolto della Parola non può germogliare e portare frutto. Come il contadino conserva e custodisce gelosamente la sua semente da gettare nel campo così il discepolo custodisce nel cuore il seme della parola perché poi fruttifichi nella vita: “Figlio mio, custodisci le mie parole e fa’ tesoro dei miei precetti” (Prov. 7,1).
    Vogliamo vigilare nella custodia di questo immenso tesoro in una duplice consapevolezza.
    La prima è che si custodisce qualcosa perché corriamo il rischio di perderla, che ci sia sottratta o rubata. Così è della Parola di Dio che deve essere custodita affinché il nemico non la strappi dal nostro cuore. Questo nemico è Satana ma si chiama anche pigrizia, non vigilanza (che è il contrario della custodia), noncuranza, superficialità, dispersione. Se non custodiamo con vigilanza gli uccelli, la strada, i rovi, o i sassi disperdono il tesoro (cfr Mt 13,24ss).
    La seconda consapevolezza è che questo tesoro – “Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi” (2Tt 1,14) – è destinato non solo a se stessi bensì a tutti i nostri fratelli: per cui questo tesoro della fede che scaturisce dall’annuncio della parola lo custodiamo in noi stessi perché possa essere donato a tutti. Una sua eventuale perdita non andrebbe perciò a detrimento solo di noi stessi ma di tutti!Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.” (Mt 24,,42-43).
    Necessariamente il teme della custodia si accompagna a quello della vigilanza: san Gregorio di Nissa scrive in una sua opera: “Occorre dunque vigilare con diligenza, volgendosi spesso all’anima e gridandole e ingiungendole come uno stratega: «O uomo, custodisci il tuo cuore sorvegliandolo bene» (Prov 4,23). Da questa sorveglianza dipende l’esito della vita. Il custode dell’anima è la ragione pia, fortificata dal timore di Dio, dalla grazia dello spirito e dalle opere della virtù” (Il fine cristiano).
    Maria ci è posta dinanzi modello del nostro essere discepoli seduti ai piedi del Maestro e in cammino dietro a lui (cfr Lc 10,39; Mc 3,32): “Che io faccia il tuo volere. Mio Dio, questo io desidero, la tua legge è nel profondo del mio cuore” (Sal 39,9). Maria attenta ad ascoltare “tutte le Parole” che Dio le rivolge non ne lascia cadere a terra neppure una, le raccoglie, le confronta ne approfondisce ed interiorizza (sun-terein)  il senso mai interamente posseduto, le custodisce gelosamente e amorevolmente nel tempo (diaterein) perché la sua fede possa sempre crescere “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).
    La Parola custodita illumina i fatti e i fatti a loro volta custoditi sono interpretati alla luce della Parola in una dinamiche di crescita ed interiorizzazione mai conclusi. Senza questa custodia, che diviene memoria anzi “memoriale”, gli avvenimenti e le parole dell’esistenza apparirebbero inconcludenti, senza un filo logico, contraddittori e non portatori di senso. Come infatti Maria potrebbe affrontare il suo “pellegrinare nella fede” (LG) che Dio le propone senza un suo costante impegno nel restare in ascolto della Parola custodita nel cuore come chiave di lettura della sua storia?
    Nei dipinti raffiguranti l’Annunciazione Maria è quasi sempre raffigurata sempre in un atteggiamento di preghiera avendo dinanzi a sé aperto – se  pur su di un anacronistico inginocchiatoio -  il libro della Parola di Dio. Vi si esprime l’essenziale della fede di Maria che si riassume nella sua costante disponibilità a collaborare – è il frutto della preghiera – al realizzarsi della promessa di Dio.
    I Padri insegnano che ciò che si dice di Maria vale per la Chiesa e per ogni credente.
    L’impegno a custodire la Parola del Signore nel nostro cuore è della Chiesa, della comunità e di ciascuno di noi: nessuno escluso. Desideriamo custodirla gelosamente “più di mille pezzi d’oro e d’argento” come fermento della fede, chiave di lettura della storia e fuoco che sospinge all’annuncio del vangelo.
    L’importante documento della CEI, “Comunicare il vangelo in un mondo che cambia” al n. 31 afferma che “ogni uomo è chiamato a prestare attenzione in ogni momento al rivelarsi gratuito di Dio, della sua misericordia che purifica e risana, è chiamato a scorgere la presenza della grazia divina attraverso persone ed eventi”.
    Ciò è possibile nella misura in cui nel cuore è custodito il dono di Dio.  “Prega dunque per chiedere la grazia del vero silenzio di cui Maria ha il segreto, ella che custodiva fedelmente i suoi ricordi e li meditava nel suo cuore” (Fraternità Monastiche di Gerusalemme, Libro di vita).

     Oratio

    Ascolterò la tua Parola, nel profondo del mio cuore.
    Nel buio della notte essa come luce risplenderà.
    Mediterò la tua Parola, nel silenzio della mente.
    Nel deserto delle voci essa risuonerà.
    Seguirò la tua Parola nel sentiero della vita.
    Nel passaggio del dolore la Parola della Croce mi salverà.
    Custodirò la tua Parola, per la sete dei miei giorni.
    Nello scorrere del tempo la Parola dell’Eterno non passerà.
    Annuncerò la tua Parola, camminando in questo mondo.
    Le frontiere del tuo Regno,
    la Parola come un vento  le spalancherà


    (E. Sequeri)

     

  • 24 mar

    1. Tempio di Luce

     

    O Tempio della Luce
    senza ombra e senza macchia,
    intercedi per noi presso il figlio tuo,
    mediatore della nostra riconciliazione,
    perché egli perdoni le nostre debolezze,
    allontani da noi ogni discordia,
    e conceda alle anime nostre
    la gioia di amare i fratelli.
    O Maria, al tuo cuore immacolato
    raccomandiamo tutto il genere umano;
    fa’ che conosca l’unico e vero salvatore,
    Gesù Cristo;
    allontana da esso le calamit�
    provocate dal peccato,
    dona al mondo intero la pace nella verità,
    nella giustizia, nella libertà e nell’amore.
    Amen.

     

     

     

    2. A Maria benigna

     

    Vergine santa,
    nella tua dimora gloriosa
    non dimenticare le tristezze della terra.
    Rivolgi uno sguardo di bont�
    su coloro che soffrono,
    che lottano contro le difficoltà,
    che appressano continuamente le loro labbra
    alle amarezze della vita.
    Abbi pietà di coloro che ti amano,
    e son  costretti a vivere separati.
    Abbi pietà di coloro che sono abbandonati
    nella solitudine del loro cuore.
    Abbi pietà della nostra fede
    così vacillante.
    Abbi pietà di quelli che piangono,
    di quelli che pregano, di quelli che tremano.
    Dona a tutti la speranza e la pace.
    Così sia.

    Henri Perreyve (1831-1865)

     

    3. Come Maria

     

    Come Maria,
    sconosciuta donna di Nazaret,
    che nel silenzio adorante ha sperato e ha atteso
    l’avverarsi delle tue promesse,
    anche noi, o Signore Iddio,
    nel silenzio operoso della nostra fatica quotidiana,
    abbiamo atteso il dono del tuo Figlio,
    generatore di una nuova umanità.
    Ed ora egli è qui, dentro di noi,
    pane disceso dal cielo,
    fatto cibo per noi,
    affamati di speranze eterne e di valori assoluti.
    È qui dentro di noi,
    nel segno di un pezzo di pane,
    come lo era nel grembo di  Maria
    nella fragile carne d’un feto.
    Come Maria,
    leviamo a te il nostro grazie
    perché grandi cose hai operato
    per noi e in noi,
    anche oggi!

    A.D.

  • 22 mar

    Le mie mani

     

     

     

    Le mie mani,

    coperte di cenere,

    segnate dal mio peccato
    e da cose fallite,

    davanti a te, Signore, io le apro,

    perché ridiventino capaci di costruire
    e perché tu ne cancelli la sporcizia.

                Le mie mani,

    avvinghiate ai miei possessi
    e alle mie idee già fatte,

    davanti a te, Signore, io le apro,

    perché lascino sfuggire i miei tesori.
                Le mie mani,

    pronte a lacerare e a ferire,

    davanti a te, Signore, io le apro,

    perché ridiventino capaci di accarezzare.

                Le mie mani,

    chiuse come pugni di odio e violenza,

    davanti a te, Signore, io le apro,

    tu vi deponi la tua tenerezza.

                Le mie mani,

    si separano dal loro peccato;

    davanti a te, Signore, io le apro:

    attendo il tuo perdono.

     

    Charles Singer

  • 19 mar

    A san Giuseppe

     

    A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo,
    e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio,
    dopo quello della tua santissima sposa.
    Per, quel sacro vincolo di carità,Â
    che ti strinse all’Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio,
    e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù,
    riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno
    la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo Sangue,
    e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni.
    Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia,
    l’eletta prole di Gesù Cristo:
    allontana da noi, o Padre amatissimo,
    gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo;
    assistici propizio dal cielo
    in questa lotta col potere delle tenebre,
    o nostro fortissimo protettore;
    e come un tempo salvasti dalla morte
    la minacciata vita del pargoletto Gesù,
    così ora difendi la santa Chiesa di Dio
    dalle ostili insidie e da ogni avversità;
    e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio,
    affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso,
    possiamo virtuosamente vivere,
    piamente morire e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.
    Amen.

  • 17 mar

    San Pio V papa

     

     Tra le più grandi glorie del Piemonte rifulge il grande pontefice San Pio V, al secolo Antonio Michele Ghisleri, nativo di Bosco Marengo (Alessandria) ove vide la luce il 27 gennaio 1504 da una nobile famiglia. Per sopravvivere fece il pastore, finché all’età di quattordici anni entrò tra i Domenicani di Voghera. Nel 1519 professò i voti solenni a Vigevano, poi completò gli studi presso l’università di Bologna e nel 1528 ricevette l’ordinazione presbiterale a Genova. Per ben sedici anni insegnò filosofia e teologia e successivamente fu priore nei conventi di Vigevano e di Alba, rigorosissimo con sé stesso e con i confratelli nell’osservanza religiosa. Nominato poi inquisitore a Como, spiegò ogni sua forza per arrestare le dottrine protestanti che segretamente venivano introdotte in Lombardia. Il suo intelligente vigore non tardò ad attirare l’attenzione del cardinale Giampietro Carata, che ottenne la sua nomina a commissario generale del Sant’Uffizio. Quando egli divenne papa col nome di Paolo IV, elesse il Ghisleri prima vescovo di Sutri e Nepi, ed in seguito cardinale nel 1557, con l’incarico di inquisitore generale di tutta la cristianità.
    Dopo l’elezione di Pio IV, nel 1560 il Cardinal Ghisleri fu nominato vescovo di Mondovì, ma ben presto dovette far ritorno a Roma per occuparsi di otto vescovi francesi accusati di eresia. Non ebbe rapporti assai cordiali con il nuovo papa, del quale disapprovava con rude indipendenza l’indirizzo mondano e nepotista. Alla sua morte, proprio Ghisleri fu chiamato a succedergli, per suggerimento di San Carlo Borromeo, nipote del papa defunto. Il giorno dell’incoronazione, anziché far gettare monete al popolo come consuetudine, in novello Pio V preferì soccorrere a domicilio molti bisognosi della città di Roma. Anche da papa continuò a vestire il bianco saio domenicano, a riposare sopra un pagliericcio, a cibarsi di legumi e frutta, dedicando l’intera sua giornata al lavoro e alla preghiera.
    Poi V godette subito dell’ammirazione e del rispetto di tutti per la pietà, l’austerità e l’amore per la giustizia. Ritenendo opportuna i cardinali la presenza di un nipote del papa nel collegio dei Principi della Chiesa, convinsero il pontefice a conferire la porpora al domenicano Michele Bonelli, figlio di sua sorella, affinché lo aiutasse nel disbrigo degli affari. A un figlio di suo fratello concesse l’ingresso nella milizia pontificia, ma lo cacciò dal territorio dello Stato non appena seppe che coltivava illeciti amori. Colpì inoltre senza pietà gli abusi della corte pontificia, dimezzando le inutili bocche da sfamare e nominando un’apposita commissione per vigilare sulla cultura ed i costumi del clero, che a quel tempo lasciavano molto a desiderare. Nell’attuazione delle disposizioni impartite dal Concilio di Trento fu coadiuvato da Monsignor Niccolò Ornamelo, già braccio destro di San Carlo a Milano. Ai sacerdoti vennero interdetti la simonia, gli spettacoli, i giochi, i banchetti pubblici e l’accesso alle taverne. Ai vescovi fu imposto un previo esame di accertamento circa la loro idoneità, la residenza, pena la privazione del loro titolo, la fondazione dei seminari e l’erezione delle cosiddette Confraternite di catechismo.
    Nella curia Pio V organizzò la Penitenzieria, creò la Congregazione dell’Indice per l’esame dei libri contrari alla fede, intervenne personalmente alle sessioni del Tribunale dell’Inquisizione e talvolta concesse udienza al popolo per ben dieci ore consecutive. Le sue maggiori attenzioni erano rivolte ai poveri che ascoltava pazientemente e confortava anche con aiuti pecuniari. Il papa era compiaciuto di poter partecipare alle manifestazioni pubbliche della fede nonostante le torture della calcolosi, di far visita agli ospedali, di curare egli stesso i malati e di esortarli alla rassegnazione. Suggerì ai Fatebenefratelli di aprire un nuovo ospizio a Roma. Durante la carestia del 1566 e le epidemie che seguirono, fece distribuire ai bisognosi somme considerevoli ed organizzare i servizi sanitari. Al fine di reperire le ingenti somme necessarie, provvedette a sopprimere qualsiasi spesa superflua, addirittura facendo adattare alla sua statura gli abiti dei suoi predecessori. Con una simile austerità di vita il papa riuscì nonostante tutto ad imporsi sugli avversari e ad indurre gli altri prelati e dignitari della curia romana ad un maggiore spirito di devozione e penitenza.
    Per l’uniformità dell’insegnamento, secondo le indicazioni del Concilio Tridentino, che aveva richiesto fosse redatto un testo chiaro e completo della dottrina cristiana, Pio V ne affidò la redazione a tre domenicani e lo pubblicò nel 1566. L’anno seguente proclamò San Tommaso d’Aquino “Dottore della Chiesa”, obbligando le Università allo studio della Somma Teologica e facendo stampare nel 1570 un’edizione completa e accurata di tutte le opere teologiche del santo. In campo liturgico si deve alla lungimiranza di questo pontefice la pubblicazione del nuovo Breviario e del nuovo Messale, cioè il celebre rito della Messa ancor oggi conosciuto proprio con il nome di San Pio V. In ambito musicale inoltre nominò il Palestrina maestro della cappella pontificia. Suo merito fu anche quello di promuovere l’attività missionaria con l’invio di religiosi nelle “Indie orientali e occidentali” ed un pressante invito agli spagnoli a non scandalizzare gli indigeni nelle loro colonie.
    Al fine di contrastare l’immoralità dilagante fra il popolo romano, il pontefice punì l’accattonaggio e la bestemmia, vietò il combattimento di tori ed i festeggiamenti carnevaleschi, espulse da Roma parecchie cortigiane. Per sottrarre i cattolici alle usure degli ebrei favorì i cosiddetti Monti di Pietà, relegando gli ebrei in appositi quartieri della città. Pur non avendo una particolare attitudine per l’amministrazione dello stato, non trascurò il benessere dei suoi sudditi costruendo nuove strade ed acquedotti, favorendo l’agricoltura con bonifiche, adeguando le fortezze di difesa e curando assai gli ospedali. Contemporaneamente al lavoro di pubblica amministrazione, Pio V agiva con grande energia sul fronte della difesa della purezza della fede: sotto il suo pontificio infatti Antonio Paleario e Pietro Carnesecchi, già protonotari apostolici, subirono l’estremo supplizio per aver aderito al protestantesimo e gli Umiliati furono soppressi, poiché a Milano avversavano le riforme operate dal Borromeo. Inoltre scomunicò e “depose” la regina Elisabetta I d’Inghilterra, rea della morte della cugina Maria Stuart e di aver così aggravato l’oppressione dei cattolici inglesi. Inviò in Germania come legato pontificio Gian Francesco Commendone, tentando di impedire che l’imperatore Massimiliano II potesse sottrarsi alla giurisdizione della Santa Sede. Inviò in Francia proprie milizie contro gli Ugonotti tollerati dalla regina Caterina de’ Medici. Il re spagnolo Filippo II fu esortato da Pio V a reprimere il fanatismo anabattista nei Paesi Bassi. Michele Baio, professore all’Università di Lovanio e precursore del giansenismo, meritò la condanna delle proprie tesi eretiche. San Pietro Canisio, su incarico papale, confutò le Centurie di Magdeburgo, prima tendenziosa storia ecclesiastica redatta dai protestanti.
    Ma l’episodio più celebre della vita di questo grande pontefice, unico piemontese ad essere stato elevato al soglio di Pietro in duemila anni di cristianesimo, è sicuramente il suo intervento in favore della battaglia di Lepanto. Per stornare infatti la perpetua minaccia che i Turchi costituivano contro il mondo cristiano, il santo papa s’impegnò tenacemente per organizzare un lega di principi, in particolare dopo la presa di Famagosta eroicamente difesa dal veneziano Marcantonio Bragadin nel 1571 che, dopo la resa, fu scuoiato vivo. Alle flotte pontificie si unirono quelle spagnole e veneziane, sotto il supremo comando di Don Giovanni d’Austria, figlio naturale dell’imperatore Carlo V. Il fatale scontro con i Turchi, allora all’apogeo della loro potenza, avvenne il 7 ottobre 1571 nel golfo di Lepanto, durò da mezzodì sino alle cinque pomeridiane e terminò con la vittoria dei cristiani. Alla stessa ora Pio V, preso da altri impegni, improvvisamente si affacciò alla finestra, rimase alcuni istanti in estasi con lo sguardo rivolto ad oriente, ed infine esclamò: “Non occupiamoci più di affari. Andiamo a ringraziare Dio perché la flotta veneziana ha riportato vittoria”. A ricordo del felice avvenimento che cambiò il corso della storia, fu introdotta la festa liturgica del Santo Rosario, al 7 ottobre, preghiera alla quale sarebbe stata attribuita dal papa la vittoria. Il senato veneto infatti fece dipingere la scena della battaglia nella sala delle adunanze con la scritta: “Non la forza, non le armi, non i comandanti, ma il Rosario di Maria ci ha resi vittoriosi!”.
    Pio V era però ormai spossato da una malattia, l’ipertrofia prostatica, di cui per pudicizia preferì non essere operato. Radunati i cardinali attorno al suo letto di morte, rivolse loro alcune raccomandazioni: “Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi quaggiù che l’onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità“. Spirò così il 1° maggio 1572. La sua salma riposa ancora oggi nella patriarcale basilica di Santa Maria Maggiore in Roma. Papa Clemente X beatificò il suo predecessore cent’anni dopo, il 27 aprile 1672, e solo Clemente XI lo canonizzò poi il 22 maggio 1712. 

    San Pio V e l’Abbazia di Borzone

     Dal 1561 al 1566, anno in cui fu eletto papa, il cardinale Antonio Ghisleri ebbe dalla santa sede la nomina di abate commendatario dell’Abbazia di Sant’Andrea di Borzone.

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